COPERTINA
SCIASCIA,
L’UOMO CHE NON POTEVA RIDERE
Illuminista.
I suoi miti letterari erano Voltaire e Stendhal. La
sua città Parigi
Ottavio
Rossani *
L’incontro con Leonardo Sciascia è stato di quelli che cambiano le
persone. Forse io non avevo bisogno di trasformare
la mia vita, già proiettata verso la responsabilità
sociale, verso la professione giornalistica, intesa
come testimonianza sulle persone e sulle cose, quindi
devota ad un criterio di verità (non di obbiettività,
che secondo me non esiste). Ma Sciascia per me ha
significato qualcosa di più.
Averlo conosciuto, avergli parlato molte
volte, quando passava da Milano o quando io facevo
un salto a Roma per lavoro, aver scritto il libro
“Leonardo
Sciascia” (Luisè, 1990) sulla sua vita e soprattutto
sulla sua opera di scrittore, di parlamentare, di
“voce nel deserto” (“da quando non c’è più Pasolini,
mi accorgo che sono rimasto l’unico a urlare della
politica e della società”, ha scritto una volta; sul
fatto che fosse considerato già allora la “coscienza
critica” del nostro Paese in avaria, egli ha scritto:
“mi duole l’Italia”): tutto questo mi ha permesso
di approfondire con lui il dialogo culturale e in
qualche modo anche il rapporto umano.
Certo, tra noi non c’è stata un’amicizia
conviviale né familiare: non sono mai stato a casa
sua durante tutta la sua vita; quasi a visitare un
piccolo museo, mi sono recato nella sua casetta di
campagna, in contrada Noce, a Racalmuto, soltanto
molti anni dopo la sua scomparsa, insieme con Matteo
Collura, il collega giornalista/scrittore che gli
ha dedicato, a sua volta, una monumentale biografia
dal titolo “Il maestro di Regalpetra” (Longanesi,
1996), divenuta ormai un cult
per gli appassionati di Sciascia.
Ho conosciuto la moglie solo in occasione
di un convegno sullo scrittore, in Sicilia, ma non
ho mai avuto con lei familiarità o frequentazione.
Così come con le figlie. Quando sono andato nella
casa alla Noce, sono entrato quasi con devozione,
come si fa, per esempio, in casa Leopardi a Recanati
o nella casa del Manzoni a Milano. Mi sono soffermato
a lungo nello studiolo al primo piano dove egli ha
scritto quasi tutti i suoi libri. Lo faceva d’estate
quando si ritirava lì con la famiglia e per un mese,
o più, metteva su carta la materia che per molto tempo
aveva elaborato facendo ricerche e leggendo documenti.
In quello studiolo ho conosciuto il nipote
prediletto dello scrittore e ho potuto “guardare”
alcune stampe da lui molto amate, qualche fotografia,
e alcuni classici che non si stancava di rileggere.
Egli stesso si definiva discepolo del Manzoni e diceva
che ne “I promessi sposi” c’era già l’Italia di ieri e quella di oggi, con pregi e difetti,
con le contraddizioni e lo scetticismo che contraddistingue
le diverse popolazioni delle regioni italiane, malamente
unificate dagli uomini del Risorgimento.
E si definiva anche illuminista. I suoi
miti letterari erano, tra gli altri, Voltaire e Stendhal.
La città che gli permetteva di respirare un’aria internazionale
era Parigi, dove andava almeno una volta all’anno,
per un mese, spesso però due. Sciascia è stato lo
scrittore siciliano che si è allontanato di più dalla
Sicilia, pur restando sempre lì residente, abbarbicato
come un dattero di mare al suo scoglio.
Il mio primo incontro con lui è stato
a Milano. Una lunga conversazione nell’atrio dell’Hotel
Manzoni, in via Santo Spirito, proprio dietro la Galleria
Manzoni. Il quadrilatero tra via Montenapoleone e
via della Spiga, tra via Santo Spirito e la parallela
via Manzoni, era il suo spazio stendhaliano che amava
di più. Da lì partiva per le sue passeggiate milanesi,
che lo conducevano nelle gallerie d’arte, nelle librerie
(negli anni Settanta non mancava di andare a trovare
il suo amico libraio Gaetano Manusé che aveva un chiosco
in piazza san Fedele, libraio che ogni tanto si improvvisava
anche editore con volumi di grande pregio e stile:
è stato lui, infatti, a editare, per primo, i tre
capitoli iniziali del capolavoro di Vincenzo Consolo,
“Il sorriso
dell’ignoto marinaio”,
proprio su suggerimento di Sciascia, romanzo che poi
è stato pubblicato da Einaudi (1976) e da Mondatori
(1987).
Galleria Manzoni: per lui era un luogo
e un destino. Il suo amato Alessandro Manzoni riviveva
in tutti gli spazi milanesi dove don Lisander aveva
portato i suoi piedi e la sua testa, quindi quella
Galleria che portava il suo nome era un po’ il regno
milanese di Sciascia, perché lì, allora sorgeva una
libreria cui facevano capo tutti gli intellettuali
di Milano, la Libreria Einaudi diretta Wando Aldrovandi,
che si era conquistato l’amicizia dello scrittore
siciliano perché era molto schivo, non amava parlare
molto di sé, aveva una cultura enciclopedica, ma soprattutto
era sempre aggiornato sulle iniziative editoriali.
Non raccontava quasi mai la sua storia di partigiano.
Aveva militato nelle Brigate Garibaldi,
con un incarico prestigioso. Aveva scritto di lui
Alberto Vigevani nel libro “L’educazione
borghese”: “Al e io eravamo compagni di scuola,
alle elementari di via Spiga. Lui era bello, alto,
aristocratico, un po’ inglese… Andavamo insieme ai
giardini, in monopattino. Poi non l’ho più visto,
per anni. Ma una notte in Svizzera, dov’ero andato
per conto del Cln, me lo ritrovai davanti: il mio
compagno di giochi era diventato un grande partigiano”.
Leonardo entrava, molto spesso, di mattina,
nella libreria a chiacchierare con Aldrovandi, ma
anche per guardare qualche stampa, per saggiare le
novità librarie. Poi andava a pranzo in qualche trattoria
del centro con uno o due dei tanti amici che aspettavano
la sua permanenza in città per omaggiarlo, fargli
compagnia, conversare o semplicemente passeggiare
per il centro. Sciascia aveva un certo numero di amici
in Italia e in Francia, con i quali teneva un rapporto
intenso, anche quando era lontano da loro. A Milano
ne aveva tanti (cioè, in realtà, pochi, ma fedeli
e importanti per lui) e non bastavano i giorni per
rivederli tutti e stare un po’ di tempo insieme con
loro. Perciò l’appuntamento che mi aveva dato, per
telefono, direttamente in albergo, era un evento eccezionale.
Non mi aspettavo, quando ero riuscito
a raggiungerlo per telefono a Palermo, che nel giro
di tre giorni mi avrebbe fissato quell’incontro: infatti,
la rivista per la quale avrei scritto l’articolo non
era certo qualificata come “culturale” per via della
sua tradizione di riempire il corpus centrale di immagini
di donne nude, più o meno; inoltre, non mi conosceva.
Più tardi sono venuto a sapere che si era documentato
su di me chiedendo notizie a qualche suo amico del
“Corriere della Sera”.
L’aveva fatto con molta discrezione e
aveva chiesto la stessa cosa agli interlocutori. Nei
rapporti umani era così: contenuto, rispettoso, attento
a non apparire aggressivo, spesso suadente con la
sua riflessione. A quell’epoca io lavoravo per il
Corriere d’Informazione, solo qualche anno dopo sarei passato al
Corriere
della Sera.
Appuntamento quindi nella hall dell’hotel
Manzoni. Mi sono seduto non di fronte, ma di fianco
a lui, su un divano dal quale entrambi potevamo guardare
l’ingresso e il bancone del ricevimento. L’arredamento
leggermente old style non era sgradevole, anzi aveva
un che di familiare, di tradizionale, insomma non
metteva a disagio. Chi passava davanti a noi, se riconosceva
Sciascia, lo salutava da lontano, ma non si avvicinava
perché si capiva che stava parlando con un ospite,
cioè con me.
Intervistarlo lì, in esposizione al pubblico
sia pure discreto, non era stato facile. Prima di
tutto perché lui non parlava molto, aspettava le domande
e dava risposte laconiche. In secondo luogo, anche
se io avevo preparato una serie di quesiti che spaziavano
dai suoi romanzi al suo impegno politico ai film tratti
dai suoi libri, tuttavia non ero a mio agio. In quell’ora
e mezza che passammo insieme tra le mie domande e
le sue riflessioni il risultato non mi sembrò soddisfacente.
Probabilmente egli si rese conto della
cosa, perché a un certo punto mi disse che avrebbe
dovuto incontrare un paio di amici per pranzo e, se
gradivo, avrei potuto accompagnarlo nella passeggiata
per arrivare al ristorante Ciovassino (vicino a Brera,
in via Ciovasso, era molto frequentato, allora, da
gente della cultura, ma anche da giornalisti e da
persone impegnate nella moda o nelle gallerie della
zona), e restare a pranzo. Avremmo potuto continuare
a parlare, sperando che i suoi amici non mi disturbassero.
Era proprio quello che desideravo e non
osavo chiedere, perché sapevo che nessun incontro
è migliore di quello che avviene a tavola. La conversazione
conviviale, che spazia da argomenti di semplice attualità
a riflessioni profonde, come lui sapeva fare, ero
convinto che sarebbe stata la più sostanziosa, la
più significativa. Al tavolo ricordo che c’erano con
noi un suo amico carissimo, il fotografo Ferdinando
Scianna, e Franco Sciardelli. Sciascia con me è stato
amabile.
Non mi ha abbandonato, e mentre parlava
con l’amico fotografo, con il quale aveva in comune
la passione per Parigi - e molte volte si mettevano
d’accordo per incontrarsi lì e girovagare sui lungoSenna,
a scatenarsi sulle bancarelle dei bouquinistes alla
ricerca di reperti interessanti (soprattutto incisioni
o stampe) da portarsi a casa con pochi franchi -,
si rivolgeva a me spiegando e facendo confidenze che
mi permettevano di entrare nella conversazione in
modo diretto e senza timidezze.
Naturalmente Scianna ha fatto centinaia di fotografie molto belle
del suo amico scrittore nelle vie di Parigi. Da allora
sono diventato amico anche del fotografo. Sciascia
non rigettava alcuna delle domande che lì al tavolo
facevo sull’abbrivio degli interventi ora suoi ora
dei suoi amici. Così tutto è stato naturale. L’incontro
formale si era trasformato in una piacevole, arguta
messa a punto degli argomenti che stavano a cuore
a me e a lui. Tra l’altro, un elemento mi gratifica
ancora oggi: quando è uscito l’articolo mi ha telefonato
per farmi i complimenti “per aver rispettato il mio
pensiero” – mi ha detto – “nonostante lei non avesse
scritto molto sul suo taccuino. Buona memoria e correttezza.
Una cosa un po’ rara tra i giornalisti”.
Devo dire che l’allora direttore di Playboy, Paolo Mosca, con il quale eravamo
stati, per poco tempo, compagni del corso di laurea
in Scienze politiche e sociali all’università Cattolica
di Milano, da dove lui era sparito presto per dedicarsi
prima alle canzonette partecipando a un Cantagiro,
poi al teatro e infine al giornalismo, aveva collocato
l’intervista sotto la rubrica intitolata, riprendendola
dall’edizione americana, candid
conversation, cioè interviste a tutto tondo e
senza reticenze a personaggi più o meno discussi.
E questo aveva favorito la possibilità di pubblicare,
per intero, la lunga conversazione condotta nelle
diverse fasi della giornata.
Perché, dopo il pranzo, è stato inevitabile
partecipare ad una lunga passeggiata digestiva per
il centro della città, via Brera, la Scala, la galleria,
corso Vittorio Emanuele, san Babila, poi corso Matteotti,
Montenapoleone, e infine ritorno in Santo Spirito,
in albergo. Lì, i saluti, ancora una volta brevi e
rapidi: “arrivederci e buon lavoro”.
Da allora ci siamo incontrati diverse volte. Anch’io sono diventato
uno dei suoi amici “milanesi”, che avvisava quando
stava per arrivare in città, in modo che ci scappava
una passeggiata, o una colazione insieme con altri
suoi amici, sempre comunque un dialogo letterario
e anche sull’attualità, per via degli articoli che
a un certo punto aveva cominciato a scrivere anche
su problemi politico/morali.
Ho fatto appena in tempo nel 1989 a comunicargli che avevo preso
l’impegno di scrivere un libro su di lui e sulla sua
opera e che quindi avrei voluto incontrarlo un po’
più spesso. Non è stato possibile perché era già malato.
Anche se ha soggiornato per diversi mesi a Milano
per curarsi, non ho mai avuto il coraggio di disturbarlo
con altre richieste. Il libro l’ho finito dopo alcuni
mesi dalla sua morte ed è stato pubblicato nel giugno
del 1990.
Ecco come ho riassunto le fasi dell’incontro
con Sciascia e dell’intervista nel mio libro, in un
capitolo dal titolo “Un uomo
che spera”:
Passeggiata stendhaliana
Conobbi Sciascia nel 1976, in occasione di un'intervista.
A quell'epoca su “Playboy", in apertura, erano pubblicate delle candid conversation. Incontri ravvicinati con personaggi di successo o
che valeva la pena ascoltare. Insomma dei modelli,
uomini che potevano essere di riferimento a un pubblico
che, progressivamente, si stava distaccando da vecchi
“maestri” e non ne
trovava di nuovi ai quali rapportarsi. Erano, quelli, i primi “anni di piombo”. La società italiana era lacerata dalle incursioni
violente dei gruppi eversivi, che tentavano la strada
della rivoluzione. C'era molta confusione.
Molti “cattivi maestri” imperversavano.
Quando telefonai a Sciascia, egli non negò la cortesia di incontrarmi.
Ma sentii nella sua voce una certa perplessità ad
“esibirsi” su una rivista che non godeva di fama edificante.
Ma Sciascia era abituato a non giudicare sulla base
delle apparenze. Oltre ai nudi, quel mensile "per
soli uomini" proponeva servizi, inchieste, e
interviste "di peso". Mi diede
appuntamento nella hall dell’hotel Manzoni alle dieci
del mattino.
Tra un caffè e una sigaretta, cominciò a rispondere titubante, o
meglio, se così posso dire, un po' diffidente. L'intervista,
insomma, non funzionava: troppo formale, troppi steccati.
La non conoscenza tra noi, nonostante la sua gentilezza,
era come se bloccasse ogni naturalezza.
Lo guardavo e lo ascoltavo con atteggiamento
"rapito". Forse come lui guardava, a Caltanissetta, Vitaliano Brancati uscire dall'istituto dove insegnava con un fascio di giornali sotto il
braccio. Lo sentivo "inarrivabile".
E pensare che in tanti anni avevo incontrato quasi tutti gli scrittori italiani:
e in genere i colloqui, sempre lunghi e approfonditi,
erano stati più semplici. Con Riccardo Bacchelli,
per esempio, sin dalla prima intervista, nel suo arruffato
studio di via Borgonuovo, la comunicazione era stata
torrentizia. Così, con altri, anche se avevano un
carattere da grande combattimento: come Zavattini,
come Prezzolini.
Con Sciascia c'era qualcosa che non andava, c'era una difficoltà. Non capivo che cosa, né perché. Forse
era un inconsapevole eccessivo suo riserbo, una forzata
cautela, per il fatto che l'intervista era destinata
a “Playboy”? Pensai proprio questo. Ma nonostante la glacialità
dell'approccio, mentre eravamo seduti nel salottino
d'angolo, vicini ad una finestra, lì nell'albergo,
su poltrone non molto comode, per cui lui stava con
le braccia appoggiate sulle ginocchia, alternando
i gesti, una volta il sorso dalla tazzina, un'altra
la boccata dalla sigaretta, notavo nei suoi occhi
tendenti a stringersi, sotto le sopracciglia che ogni
tanto sussultavano, senza che si muovessero i muscoli del viso,
dei lampeggi di curiosità. E mi faceva domande
su Milano, sui giornali, sul mio lavoro. Quando gli chiesi
se gli piacesse
passeggiare per la città, fu come aprire una porta.
Accennai alla sua passione per Stendhal, e i
suoi occhi brillarono, le labbra abbozzarono
quel caratteristico sorriso che subito si ritraeva.
Cominciò così, tra una fermata, uno sguardo e un'indicazione
al palazzo o alla strada che per qualche motivo Stendhal
aveva frequentato, un colloquio amichevole, naturale.
Capì che non avevo fretta, che non ero il giornalista
con le domande preconfezionate, che ero curioso di
conoscere prima di tutto lui, e che volevo confrontare
le impressioni dal vivo con quelle suscitate dalla
lettura dei suoi libri.
“Vedo che l'ha letto”, commentò due o tre volte,
davanti a qualche riferimento a un romanzo o un saggio.
Passammo dal libraio Gaetano Manusè, che aveva la
bancarella in San Fedele. Girovagammo in una splendida
giornata di sole non calda, finché approdammo al "Ciovassino",
dove gli piaceva andare quando era a Milano.
Lì aveva, del resto, appuntamento con Ferdinando Scianna, appena tornato da Parigi, e con Franco Sciardelli,
l'editore-tipografo che qualche anno dopo avrebbe
dato il via a una deliziosa collanina di racconti
con incisioni originali di pittori, “Gli amici
della Noce”, stampata apposta come omaggio
a Sciascia. Brevi racconti scelti dallo scrittore
tra i suoi amici scrittori che in genere frequentavano,
d'estate, la sua casa di Racalmuto.
La preziosa raccolta comprende solo sei volumi: 1) Sciascia, con
un'incisione di Giancarlo Cazzaniga; 2)
Vincenzo Consolo, con un'acquaforte di Luigi Guerricchio;
3) Matteo Collura, con un'acquaforte di Antonietta
Viganone; 4) Mario La Cava, con un'incisione di Bruno
Caruso; 5) Gesualdo Bufalino, con un'incisione di
Luciano Cottini; 6) ancora Sciascia, con un'acquaforte
di Walter Piacesi. Il progetto si fermò quando Sciascia
si ammalò. Oggi la collana è una vera rarità per
bibliofili, anche perché stampata in esemplari numerati
e col torchio a mano.
Per tornare al primo incontro con Sciascia, in quella straordinaria
giornata, ricordo che arrivati davanti al ristorante,
mi invitò a restare a colazione con lui e i suoi amici.
L'intervista perciò continuò al tavolo,
ma con tono più confidenziale, tra una notizia e un
commento. Diventò una di quelle occasioni particolari,
in cui non è importante quanto viene detto, ma che
cosa e come viene detto. Quando uscì sulla rivista il resoconto di quel dialogare, di quel
passeggiare, cose che durarono diverse ore, egli mi
telefonò per dirmi che era contento di avermi conosciuto.
Si compiacque del fatto che pur avendo fidato sulla memoria per realizzare
quel reportage, avevo riportato le sue testuali parole.
“Non era facile”, commentò. Da
quel momento ci furono altri incontri. Certo, io non
ebbi con lui la familiarità o l'assidua
frequentazione che alcuni altri possono vantare. Certamente,
era nata un'amicizia intellettuale.
Ripropongo qui, integralmente, l’intervista pubblicata
sul numero di agosto (la conversazione risaliva a
maggio) di Playboy, per diversi motivi. Primo: perché è vasta ed esauriente. Secondo: perché
nel 1976 anticipava, in modo organico,
tutti i temi che poi, con maggiori
riferimenti e particolari, egli avrebbe sviluppato
nelle interviste diventate libri. Terzo: perché credo
che nella sostanza mostri uno Sciascia "vero",
nel pieno vigore della sua forza polemica, con tutte
le sue convinzioni fondamentali, nella sua grande
umanità e nelle sue possibili "aperture"
alle occasioni intellettuali successive.
Non era ancora lo Sciascia dolente e "toccato" dal "caso
Moro" e dal "caso Tortora": ma già
stava constatando dall'interno le storture del potere
politico, stando nel consiglio comunale di Palermo.
In quell'incontro si mostrava ancora fiducioso in
quella esperienza politica, e non parlò di dimissioni,
che arrivarono l'anno dopo. Ritengo, perciò, che resti
una testimonianza utile - sia pure datata - perché
mai più ripubblicata.
Intervista
Nella
presentazione, scrivevo così:
Leonardo Sciascia, lo scrittore imperturbabile.
Mai perde la calma. Il suo volto, quasi rotondo, si
muove lentamente solo perché i muscolini sopra gli
occhi fanno sollevare le palpebre, oppure quando le
labbra si spostano a sinistra in un sorriso o assenso
inviabile, o in un dissenso sorpreso. È quasi normale,
anche, fargli una domanda e aspettare lunghi minuti
una risposta.
E allora si resta indecisi se porre un altro
quesito oppure se quegli occhi, abbassati a fissare
l'asfalto o una vetrina, mentre cammina
dondolando incerto ora sul marciapiede ora sulla strada,
nascondano un pensiero che si sta formando lentamente,
quindi una risposta meditata, concisa. Qualche volta
le parole escono, brevi, secche, caustiche da quella
bocca che, movendosi, solletica anche le rughe della
fronte; altre volte invece il silenzio domina l'uomo,
e chi gli sta accanto tenta di riportare in vita il
dialogo.
Sciascia, nato a Racalmuto nel 1921, ha fatto il maestro elementare
per vent'anni. Ora è consigliere comunale, eletto
nelle liste del Pci, come indipendente, nelle ultime
amministrative. Ha scritto una ventina di libri tra
romanzi, saggi e un volumetto di poesie, “La Sicilia,
il suo cuore”, quasi sconosciuto, che segnò
il suo esordio letterario.
Nei mesi scorsi, ancora una volta, è rimasto coinvolto in una polemica suscitata
dall’uscita dell’ultimo film
tratto da uno dei suoi libri “Todo modo”, diretto da Elio Petri.
Il regista, qualche giorno prima che la pellicola entrasse in distribuzione,
aveva denunciato una serie
di pressioni da parte di esponenti democristiani sulla società americana associata nella produzione
alla Warner Brothers, con lo scopo di non far apparire
il film sugli schermi italiani. Il potere democristiano, diceva Petri, in un momento
cruciale per la sua sopravvivenza, con l’imminenza delle elezioni anticipate,
aveva paura che un film critico sulla dissoluzione
del sistema di governo, sulla corruzione, sulle lotte
interne “baronali” della Dc, potesse assestare un
altro colpo al processo di sgretolamento in atto dei
fragili equilibri di potere.
“Todo modo”, infatti, descrive le sequenze di un ritiro per gli esercizi spirituali
in un convento retto da un prete scettico ed erudito
e in cui i meditabondi sono tutti esponenti della
Democrazia cristiana. Nella vicenda, una serie di
omicidi, finché non resta vivo alcun uomo di potere.
Già nel febbraio scorso
un’altra polemica era sorta con il film “Cadaveri eccellenti” che il regista
Francesco Rosi aveva tratto dal romanzo “Il
contesto”, pubblicato nel 1971. In quel libro lo scrittore
aveva anticipato i temi, oggi comuni nella cronaca
nero-politica, della corruzione di ministri, di tentati
golpe, della strategia della tensione, della corsa
del Pci al compromesso storico e della corresponsabilità
del partito rivoluzionario nella gestione degenerante
della democrazia. L’accusa finale: il Pci ha rinunciato
alla rivoluzione?
Qual è l’atteggiamento
di Sciascia di fronte a queste polemiche? Nella querelle
che puntualmente si ripete ogni volta che viene tratto
un film da un suo libro (ricordiamo “Il giorno della civetta” e “A ciascuno il suo”, che tanto scalpore provocarono con i forti
contenuti critici sul fenomeno mafioso), Leonardo
Sciascia non entra mai da protagonista: se ne sta
in disparte ad ascoltare, a curiosare, a sondare le
reazioni, anche di quelli che non scrivono.
Ogni volta commenta:
“Se il film fa così male, come accade anche con i
miei libri, è segno che la realtà è stata descritta
bene: non siamo di fronte a fantascienza quando si
raccontano episodi che riguardano le deformazioni
del potere, ma siamo di fronte ad ipotesi plausibili,
quindi è naturale che colpiscano nel segno”.
Nei gialli di
Sciascia, però, non ci sono soluzioni: perciò i lettori
restano sgomenti e incuriositi, e ognuno può inventare
la risposta agli interrogativi posti dai libri. Per
questo i suoi romanzi sono stati definiti “gialli
aperti”. Nei film, invece, spesso la sceneggiatura
riscritta, sulla base dei libri, presenta nomi e situazioni
che nei testi dello scrittore non ci sono, anche se
si possono intuire. I libri quindi lasciano più libertà
ai lettori, e alle loro congetture.
È un caso che le polemiche,
le accuse, le tante possibili soluzioni dei puzzle
costruiti da Sciascia, siano sempre di carattere politico?
“Non è un caso - spiega lo scrittore - ho sempre voluto
disegnare una società malata, cerco di scoprire i
suoi difetti. I miei tentativi, evidentemente, sono
finora riusciti, se suscito tanto consenso ma anche
tanto malumore”.
Ed ecco l’intervista:
Vuol parlare della polemica suscitata da “Todo modo” e prima ancora da
“Cadaveri eccellenti”? Lei ha visto i film:
che cosa ne pensa?
“Mi sono piaciuti. Ma í libri sono una cosa
e i film un'altra. Sono opere autonome. “Cadaveri
eccellenti” segue un po' più
da vicino “Il contesto”; mentre “Todo
modo” è
stato rifatto con molta libertà. Entrambi riecheggiano
però lo spirito critico e mordace dei libri”.
Sì,
ma le polemiche?
“Le polemiche sono in fondo la dimostrazione
che il pugno ha colpito nello stomaco. La verità,
non solo "non sempre è rivoluzionaria", come dice Rosi nel film,
ma è anche sgradita, almeno quasi sempre”.
La verità. Che cosa
vuol dire, che i suoi libri e i film che ne hanno
tratto si riferiscono a situazioni reali?
“Prendiamo “Il contesto”. Il libro è partito, scaturito proprio da un fatto di cronaca. Poi si è sciolto da solo
sulla traccia dei giudici ammazzati a ripetizione. Così procede
anche il film. Non credo che sia una cronaca di fatti
accaduti, non potrebbe essere. Non
si riferisce, perciò, in modo reale al fenomeno delle
intercettazioni telefoniche, ai "golpe"
spesso tentati nel nostro Paese, allo scoperto compromesso
che ha inseguito fino alle elezioni anticipate il
Partito comunista. Diciamo, allora, che le situazioni
descritte, compreso il forse appena abbozzato quadro
della strategia della tensione, sono ipotesi non lontane
dalla realtà. Perciò il film ha conquistato il consenso
del pubblico, e perciò ha provocato tante polemiche”.
Il romanzo “Il contesto”
ha anticipato di anni sia i temi dei
complotti, sia quelli delle istituzioni sconvolte,
sia quelli del compromesso storico tra democristiani
e comunisti. Lei non è contento ovviamente dell'avverarsi
delle ipotesi romanzesche. Ci spiega allora come la
pensa?
“Io non ho mai approvato il progetto del compromesso storico. Naturalmente mi dispiace che l'Italia
stia andando alla deriva, con il discredito che colpisce
polizia, magistratura, politici. Il compromesso non
l'ho mai visto come soluzione alla decadenza del sistema
politico. Ho sempre pensato al compromesso come a
una ridistribuzione delle parti tra due componenti
del potere”.
Ma qual'è l’alternativa
in Italia, al punto in cui siamo?
“Il discorso, qui, rischierebbe di farsi troppo
lungo”.
Tentiamo di farlo in
breve.
“D'accordo. Allora brevemente ricorderò che il
“Times” di
Londra, in un articolo che tentava una radiografia
dell'Italia, qualche mese fa, si chiedeva: “Perché
il Partito comunista non dovrebbe avere la possibilità
di dimostrare quel che può fare? Gli ultimi trent'anni
della sua storia hanno dimostrato che in Italia i
comunisti hanno accettato il sistema pluralistico
e il gioco democratico di maggioranza e opposizione.
Perché allora un partito logoro, povero di idee, pieno
di corrotti, come la Democrazia cristiana, non dovrebbe
passare all'opposizione e così, forse, rigenerarsi?”.
Al di là dei risultati
elettorali, qual è la sua posizione politica? Alla
luce della critica teorica al sistema di potere democristiano
degli ultimi trent'anni, lei cosa vorrebbe in Italia?
“Vorrei un cambiamento di gestione. La Democrazia cristiana all'opposizione
e la sinistra al potere. Perché non si potrebbe tentare
in Italia un'esperienza di governo fatta da comunisti
e socialisti? C’è chi dice che non si può tornare
indietro, se le cose non funzionano. E c’è chi dispera
che la Democrazia cristiana all'opposizione sappia
e voglia rigenerarsi?”.
Parliamo di letteratura,
ora. Della neo-avanguardia, che cosa ne dice?
“Finita
in una bolla di sapone. Dove sono le "rotture"
che proclamavano di voler fare? Siamo rimasti, nonostante
tutto, al dopoguerra”.
Prima
ha parlato di Brancati come suo maestro. All'istituto di Caltanissetta dove lei studiava, lo
ha avuto veramente come professore? Che cosa ricorda
di quell'esperienza?
“Ricordo poco. Era impaziente, esuberante, con
un linguaggio vivo e stoccante. L'ironia era la sua
buona arma a scuola. Ma la scuola non lo interessava:
finite le
lezioni correva a casa a fantasticare le sue storie.
Ma questo l'ho saputo dopo, quando egli si era
trasferito a Roma”.
Lei
ha coniato il termine, in francese, di sicilitude.
Non è molto bello; è stato anche criticato per il
suo significato spregiativo.
“Certo, è spregiativo. Non per la Sicilia, ma
per quel fenomeno che da secoli opprime i siciliani:
la mafia, la necessità di liberarsene, la mortificazione
di essere chiamato fuori dall'isola "siciliano"
quasi sempre con l'accompagnamento della smorfia.
E allora “sicilianità” è il tentativo dei tanti esiliati
e no di riscattare questa situazione meschina”.
E parliamo di mafia.
Con lei è d'obbligo. In che modo lei ritiene di aver
contribuito alla lotta contro la mafia?
“In nessun modo, in quanto la lotta alla mafia
non c’è stata. La "Commissione
antimafia", che ha concluso di recente l'inchiesta
cominciata nel 1963, non ha eliminato la mafia. Ci
ha dato un'altra analisi contraddittoria, incompleta,
imprecisa. Ma allora, perché istituire una commissione, non bastava l'inchiesta fatta nel
secolo scorso
da Sonnino?”.
Nei suoi libri si parla
tanto di mafia, comunque.
“Certo, ma non nel senso che spesso si pensa:
e cioè che i miei libri siano
racconti di mafia e di mafiosi. Io dico invece che
il costume mafioso si è diffuso ed è inarrestabile,
sia al Sud sia al Nord”.
La mafia non si combatte,
non si estirpa. Niente da fare?
“Non posso estirpare io la mafia. Il potere
se n'è lavato le mani, perché è esso stesso mafioso,
connivente, e protegge la mafia perché la sua esistenza
fa parte
del gioco. Sempre è stato così. Ripeto frasi di una letteratura scontata. Ma quelli del Nord ridevano
delle nostre truculenti e assurde storie di mafia:
ora la sentono, la vedono e ne hanno terrore.
Ma non c'è niente da fare. La mafia è una piovra:
e non si potrà farla morire finché esisterà l'attuale
sistema del massimo profitto, raggiunto anche col
delitto e con la corruzione. Bisogna andare alla radice
del fenomeno, da sempre studiato, ma mai affrontato
seriamente. Parole ovvie, anche queste. Basta”.
Lei prima ha detto che
i premi non amano i solitari, per spiegarmi il perché
a lei non vengono assegnati premi letterari. Però
ha avuto il Prix Segnier, in Francia, molto importante.
“Sì, è vero. Ma i francesi amano i Robinson
Crusoe, anche se letterati”.
Sciascia,
lei crea personaggi nei suoi libri che sono grandi
conoscitori del mondo illuministico, e le prestano
il fiato alle citazioni. Per esempio, l'ispettore
Rogas ne “Il contesto”, il prete scettico don Gaetano in
“Todo modo”.
Ci dia una spiegazione.
“La spiegazione è nella definizione che io do ai miei libri: racconti
filosofici”.
Sposato,
due figlie e nipotini. Qual e l'importanza della famiglia
per lei, uomo e scrittore?
“La famiglia mi ha dato un equilibrio, una serenità,
una regola di vita. Non ho sofferto, non ho avuto
molte felicità. Ma sono diventato scrittore anche
per questo”.
E per quali altre cose?
“Soprattutto perché sono nato in Sicilia. E poi perché sono rimasto
in Sicilia, dove ho potuto fare, unico tra migliaia,
le cose che volevo fare senza sottostare a condizionamenti
o ricatti o umiliazioni. A differenza di tanti siciliani
che perdono i loro connotati e la loro forza quando sono costretti ad uscire dal loro ambiente
naturale e ad "inserirsi", quasi sempre
male, in altri tessuti sociali, stranieri e ostili.
È stato veramente e soltanto un danno l'emigrazione?
“C'è stato un periodo in cui l’emigrazione è
stata la migliore forma di cultura proletaria; poi
un altro periodo nel quale è stata la forma più comune di
umiliazione e di sfruttamento; ora
credo che l’emigrazione sia uno degli aspetti detonanti
di questa società sbagliata e ingiusta”.
Se lei dovesse scegliere
dove vivere, dove scrivere: quale luogo finirebbe
per scegliere?
“Questa è una domanda molto vicina ai miei pensieri. Quante volte sono stato
sul punto di abbandonare addirittura la città
e di rifugiarmi, definitivamente voglio dire, perché d’estate ci vado sempre, a Racalmuto. In un piccolo
paese, nel proprio paese, anche se non sembra, si
vive più liberi, più vicini a personaggi veri, non
inventati come spesso ti accade di incontrare in città”.
Lei, in fondo, è uno dei pochissimi scrittori non
nevrotizzati dal nostro attuale modo di vivere, soprattutto
nelle grandi città.
“È vero. Ma non c'è niente di strano. Sono razionale, l'ho
già detto. Applico la mia razionalità come sistema
di vita. Alla mattina prevalentemente scrivo, prendo
appunti. Alla sera, dopo cena, leggo, e poi vado a
letto. Una vita da "paesano", non da cittadino”.
Che cosa pensa di Berlinguer?
(Silenzio, per
cinque minuti).
Scusi, Sciascia, Di
Berlinguer, sì, che opinione s'è ,fatta?
“Come uomo mi è simpatico. Come politico, mi
sembra più abile di Togliatti”.
Come sta andando la
sua esperienza di consigliere comunale?
“È
assolutamente detestabile”.
È terribile. Anche lei,
pur essendo vicino da anni al Partito comunista, come
molti altri intellettuali, sente inutile la sua presenza
politica. È così?
“Non esattamente. La mia presenza politica, modestamente, credo sia
utile. A me, prima di tutto, e poi perché non ambisco
a posizioni di potere. Quindi posso dire sì o no a
seconda delle circostanze, senza tener conto di convenienze.
La mia esperienza è detestabile soltanto perché un
intellettuale non è un politico.
Io arrivo in consiglio comunale ad ogni convocazione, e aspetto sempre
due ore seduto in aula da solo finché, finalmente,
arrivano gli altri. I quali si siedono, leggono il
giornale, discutono tra loro mentre uno sconosciuto
parla per tre quarti d'ora. Infine approvano senza
tante storie fasci di delibere, e se ne vanno. E io
mi accorgo che potevo anche starmene a casa”.
Insomma, perché non
si dimette, se la sua presenza è inutile?
“Non è inutile, l'ho detto. È detestabile: è diverso.
E poi, ora c'è un sindaco che sta tentando di fare
qualcosa. Le convocazioni sono regolari, ogni settimana.
Prima, magari, passavano alcuni mesi, e la politica
comunale era decisa
con gli squilli del telefono. Anche adesso,
intendiamoci, quando i consiglieri arrivano in aula,
i giochi sono stati già fatti.
Ma il piccolo cambiamento dimostra che potrebbe esserci un'inversione
di rotta più profonda. Ma credo che questo sindaco
o si adegua al vecchio metodo o sarà costretto ad
andarsene. Il sistema
di governare Palermo è sempre lo stesso. Se
non cambia tutto, non c'è niente da fare”.
Sciascia, lei è uno
scettico.
“Certo, sono scettico politicamente, e socialmente
pessimista”.
Lei è ritenuto uno degli
scrittori italiani più intelligenti. Viene tradotto
molto all'estero, soprattutto in Francia. Che valore
può avere per lei questa esperienza politica così
detestabile?
“Un valore grandissimo. Mi ha permesso di conoscere,
e di più la conoscerò, la mentalità dei politici”.
E che cosa ne ha concluso?
“Diciamo che ho fatto una prima e provvisoria
constatazione: i politici non sono adatti al loro
ruolo per incapacità storica e per nullità morale;
la seconda è che uno scrittore è ugualmente inadatto
per "mancanza di indizi", cioè per l’inesistenza,
in sé, di certe attitudini alla politica”.
I
suoi libri sono notissimi in Francia. Un fatto
raro per uno scrittore italiano. Come se lo spiega?
“Perché la mia scrittura è vicina all’esprit
francese. Io amo i razionalisti, gli illuministi, ho sempre
subito l'influenza
di Stendhal, che io definisco l'ultimo illuminista,
nato in ritardo. Perché il mio scrivere è più francese
che italiano”.
Lei va spesso a Parigi,
perché?
“E lei va spesso a fare una passeggiata,
perché? Ecco, fuori dall’ironia, a Parigi
ho molti amici. Ci sono tante mostre grafiche (colleziono
stampe e opere grafiche), e poi ci trovo un'atmosfera letteraria che
non c'è in
nessuna città italiana. Dirò di più: mi affascina
talmente, che alcune parti dei miei libri le ho scritte
a Parigi, seduto a qualche tavolino da caffè. Ora
non si pensi alla "grande generazione" degli
americani, perché non ho niente in comune.
Però, nonostante tutto quel che avviene - la
dissacrazione dei gruppuscoli, degli irregolari, dell'avanguardia
- Parigi è la città più letteraria e più intellettuale
d'Europa. Ecco, si respira quell'aria europea che
Stendhal diceva di aver trovato in certi salotti di
Milano”.
Insomma. Parigi, oh
cara!
“No. Non si tratta di romanticismo. Sarebbe troppo
banale. Il mio è un bisogno d’aria, di respirare un'ansia
diversa. Insomma, è un “abitare” diverso”.
Per questo, periodicamente
passa anche da Milano?
“No, è un'altra cosa. Anche a Milano ho molti
amici. Ma di questa città amo soltanto certe cose
e non altre. E forse mi serve come relax. Vengo sempre
nello stesso albergo; qui dietro l'abside di San Fedele
c'è il mio amico Manusè, che anche da un anno all'altro
mi conserva libri solo per il gusto di consegnarmeli
con le sue mani.
Comunque altri me li spedisce a Palermo. A Milano amo passeggiare
per via sant'Andrea, via Spiga, e da Brera a san Babila.
Il centro di Milano è bello. In queste strade Stendhal
trovava ispirazione pari alla sensualità che avvertiva
nei salotti di contesse piene di grazia, e poco intellettuali.
E poi, ma forse più importante vedo come cambia in
avanti la società italiana”.
Stiamo
facendo il cammino a ritroso: dopo Parigi e Milano,
per lei esiste Palermo. Roma, la saltiamo?
“Abito bene a Palermo.
Esco poco, però, e solo per andare in qualche circolo
o galleria. Incontro i soliti, vecchi amici, con i
quali non parliamo di letteratura, anzi parliamo pochissimo.
Quel che conta è la presenza fisica, non essere solo.
A Roma, ho tentato anche di trasferirmi alcuni anni
fa, di inserirmi: ma dopo un po' ci ho rinunciato.
Troppo caos, troppa approssimazione, troppa superficialità
anche tra intellettuali. Ero proprio fuori quadro,
lì”.
Da
Palermo a Racalmuto, dov'è nato. Che cosa le è rimasto?
“Tutto m'è rimasto. La campagna, l'aria pulita,
il mistero dei visi tristi, la saggezza antica, le
chiese addobbate, gli occhi ammiccanti”.
Lei
d'estate va a La Noce, e scrive, nel caldo. Che rapporto c'è tra caldo
e scrittura?
“C'è un rapporto collante. Con il caldo, d'estate,
mi consumo fisicamente su un libro. E quando torno
in città mi sento libero da quell'idea continua
e insistente, che mi faceva intravedere situazioni, personaggi, luoghi. Il caldo mi opprime e mi spreme: e da questa linfa
alla rovescia escono le mie pagine che cerco di lasciare
scarne come i pensieri asciugati da quel sole cocente”.
Lei dice: quell'idea
insistente, continua. Quale idea?
“Io vivo a Palermo come un qualsiasi uomo che legge, scende a prendere
il giornale, passa per l'aperitivo quasi sempre nello
stesso bar. Per fortuna, con la mia piccola pensione
e i diritti d'autore, posso vivere ormai
senza dover andare in un ufficio e fare orari fissi.
E mentre svolgo queste attività, da pensionato, anche
quando sono impegnato
in consiglio comunale, io penso alle letture
fatte, alle persone che ho conosciuto nei miei
viaggi, alle cronache dei giornali.
Così comincia a nascere un'idea, una storia confusa,
che man mano diventa chiara. Quando arriva l'estate,
nella libertà della campagna, riesco a materializzare
sulle pagine il disegno già tutto preciso”.
Così
è nato anche “La scomparsa di Majorana”, l'ultimo racconto, diverso rispetto agli altri?
“Il Majorana non è diverso, anzi è coerente
con i temi che ho sempre affrontato. Il mistero della
scienza non è stato risolto. Gli scienziati mi fanno
paura. Perciò indagare sulla sorte di Majorana, che si diceva fosse scomparso per le prospettive agghiaccianti che
era riuscito ad intuire per la bomba atomica, mi ha
piano piano così avvinto che naturalmente è nato il
libro. Mi pare che l'interrogativo interessi molti,
dato che anche Majorana ha avuto un grande
successo”.
Lei
ha scritto anche testi per il teatro. Che cos'è per
lei il teatro?
“Soltanto una variazione degli stessi interessi.
Cambia il mezzo tecnico espressivo”.
Molti
sostengono che il suo miglior romanzo sia “Il Consiglio d'Egitto”. Lì c'è
una figura di prete che riesce a
raggirare la Chiesa, il principe, il popolino con
le sue storie inventate. Anche in “Todo modo” uno dei
protagonisti è prete. Perché questa figura ritorna
nei suoi libri, e perché quasi sempre è un erudito, depositario
di virtù intellettuali che altri personaggi non hanno
e che legittimamente potrebbero avere?
“Perché la Chiesa, proprio nelle sue espressioni
più comuni, non è altro che
un numero di preti. Queste figure sono così incarnate
nel tessuto sociale, che diventano emblematiche di situazioni grottesche,
paradossali, che trovano spazio
nelle mie storie”.
Come scrittore ha colpito i pilastri della società contemporanea: Stato,
Chiesa, Famiglia. Quale rimane il più importante?
“Tutti e tre, se riuscissero ad essere veramente Stato, Chiesa e
Famiglia. Ma tutti questi valori vanno rivisti, perché
come sono strutturati, non rispondono più alle esigenze
elementari della gente”.
Lei
scrive pagine ambigue, allusive, ammiccanti; eppure logiche, razionali, semplici. Quando parla, però, è più lapidario, ed anche più ironico. Ne conviene?
“Non so. Lascio agli altri il giudizio. E poi
non m'interessa. È importante che
io sia quello che sono”.
Comunque, se mi permette, la sua scrittura è fortemente
ironica. Una dote non molto congeniale, tranne qualche
eccezione, agli scrittori italiani. Da dove nasce
questa sua facoltà?
“Dall'essere siciliano. Spesso si crede che i
siciliani siano o debbano essere tristi,
dolenti, sofferenti. Non è
sempre così”.
Ma lei ha un viso dolente, lei sembra infelice.
Come mai?
“Io non parlavo dell'aspetto fisico.
Mi riferivo al linguaggio e alla scrittura. Pensiamo
a Vitaliano Brancati: nelle sue pagine sulla Sicilia,
su Catania, quanta ironia. Lui è un altro dei maestri, l'unico forse siciliano. Aggiungo Pirandello,
per il gusto dell'ambiguità, del doppio gioco delle
parole. Comunque è di minore importanza nella mia
scaletta degli scrittori che mi sono stati ispiratori
e modelli di stile”.
Lei
è un grande lettore. Qual è il livello degli scrittori
italiani contemporanei?
(Silenzio. Passeggiata.
Un amico lo saluta. Ancora qualche passo. Trascorre
un quarto d'ora di silenzio).
“Non c'è molta varietà, né novità. È molto migliorata
la ricerca storica. Gli storici hanno imparato ad
essere più scrittori. Ora sono capaci di farsi leggere,
oltre che spulciare negli archivi. Perciò i saggi
storici, oggi, hanno successo. La narrativa e la poesia,
invece, stanno vivendo decisamente un periodo di mediocrità”.
I
suoi libri sono facilmente sceneggiabili.
Una fortuna. Qual'è il motivo?
“Sì, sono sceneggiabili. Forse perché le vicende,
anche se paradossali, sono plausibili. E l'ambientazione
è abbastanza precisa. Restano sfuggenti, talvolta,
i personaggi. Ma quando scrivo non penso ai film,
che del resto lascio fare agli altri. Io non intervengo
mai. La mia presenza durante la lavorazione di un
film condizionerebbe il regista, e non farebbe più
l'opera autonoma che un film deve essere”.
Lei non reagisce quasi mai quando i critici trattano
male un suo libro, che comunque si presta a molte
interpretazioni e perciò a facili polemiche. Perché?
“Non reagisco. Intervengo solo se devo fare qualche
precisazione nel caso che
chi scrive lo fa a caso o senza aver letto l'opera.
Capita troppo spesso ormai. Comunque, una volta pubblicato,
il libro è lontano da me, ed è giusto che ne parlino
gli altri. Ortega diceva che un libro esiste soltanto come somma dei differenti
punti di vista”.
Lei ha nemici?
“Non credo di avere nemici. In politica ho avversari, oppositori
anche astiosi. Come scrittore, ho rimbeccato qualche
critico superficiale o poco razionale: qualcuno di
questi magari non me l'ha perdonata. Non saprei però
pensare a qualcuno che mi sia veramente nemico”.
Lei non scrive molto
per i giornali, a differenza di altri scrittori. Perché?
“Perché dovrei scrivere, se non ho niente
da dire? Non ho
mai voluto quei contratti che stabiliscono, a priori,
quanti articoli bisogna scrivere in un mese o in un
anno. Se ho un'idea, un'opinione da comunicare, allora
scrivo e chiedo ospitalità su alcuni giornali che
accettano i miei articoli”.
Sciascia: pessimista,
scettico, ironico. Ha detto che un libro è sempre
frutto della speranza. l suoi libri nascono quando
affiora questo filo di speranza?
“No, niente di tutto questo. Sono pessimista
perché non posso entusiasmarmi davanti alla situazione
in cui si trova questo benedetto Paese. La mafia è
sconfinata dappertutto. Quando io dicevo che presto
la mafia avrebbe invaso anche il Nord, mi ridevano
in faccia come fossi un matto. Ora ci studiano sopra:
si chiedono perché. La risposta non è poi complicata:
la mafia attecchisce dove è possibile il parassitismo,
dove l'uso spregiudicato e illegale delle risorse
economiche è permesso. L'altra faccia del problema
è il Sud: nessuno ha mai voluto veramente affrontare
e risolvere la "questione", né al Nord né
al Sud.
Si può non essere pessimista davanti all'ondata di violenza di ogni
genere che monta spaventosa? Nonostante questo mio
sentimento di fondo, che è anche rassegnazione, sento
che comunque non può finire così, non può essere solo
questa la realtà. Il futuro può essere migliore, se
si vuole. Una società giusta, in cui i cittadini siano
garantiti contro i soprusi, in mille modi esercitati,
è nelle possibilità dell'uomo.
Questa speranza, questo mio credere nella ragione degli uomini, entra
naturalmente nei miei romanzi, anche se parlano di
situazioni negative. Quindi non è il barlume di speranza
che affiora dentro il mio pessimismo che mi porta
a scrivere un libro. Accade il contrario, è il libro
da me scritto che fa affiorare un sentimento di speranza.
Perché scrivere un libro significa già sperare. La scrittura è il mio ottimismo”.
Come il lettore può constatare, le parole
di Sciascia registrate nel 1976, 31 anni fa, appaiono
ancora oggi terribilmente profetiche. Avrei voluto
che la storia a lui successiva lo avesse smentito.
Purtroppo non è così. La mafia è dilagata ed è più
forte e presente che mai. Il Sud non esiste più: prima
era una “questione”, oggi è soltanto un’ “espressione
geografica” dalla quale si fugge oppure lì si è costretti
a stare in silenzio, per non morire, e quelli che
resistono al pizzo, alla prepotenza, alla prevaricazione
vengono eliminati perché siano d’esempio a chi magari
vorrebbe imitarli.
La società italiana ha perso la propria
identità unificante: la gente non si sente popolo,
ma solo cittadini calpestati da tasse, precariato,
cattiva amministrazione, mancanza di servizi adeguati,
nessun investimento nella ricerca scientifica e culturale,
e soprattutto ingiustizie continue e palesi, mancanza
di certezza del diritto, disaffezione per la politica.
E si potrebbe continuare. Ma a che pro? Non ci sono
parole più significative di quelle pronunciate da
Sciascia rispondendo alla mia intervista di allora
per descrivere la degenerazione sociale, politica
e morale del nostro Paese, cioè di noi stessi.
* Dice di sé:
Ottavio
Rossani. Giornalista al “Corriere della Sera”. Laurea
in Scienze politiche e sociali. Come inviato speciale,
ha viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto
in America Latina, firmando reportage, interviste,
analisi su questioni e personaggi della politica,
del costume, della letteratura. Ha pubblicato una
decina di libri. Poesia: tra gli altri, “Le deformazioni”
(Campironi, 1976), “Falsi confini” (Xenia, 1989),
“Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992), “L’ignota
battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo: “Servitore
vostro humilissimo et devotissimo” (Bonanno, 1995).
Saggi: tra gli altri, “L’industria dei sequestri”
(Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé, 1990),
“Le parole dei pentiti” (Datanews, 2000), “Stato società
e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibro,
2003). Ha curato alcune regie teatrali e diverse mostre
personali e collettive dei suoi quadri (acrilici)
in Italia e all’estero. Da ottobre 2007 è responsabile
del blog dedicato alla Poesia sul “Corriere della
Sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano
elettronico.
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JOSEPH
CONRAD
Risalire
quel fiume era come compiere un viaggio indietro
nel tempo, ai primordi del mondo, quando la
vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi
alberi erano sovrani. Un corso d'acqua vuoto,
un silenzio assoluto, una foresta impenetrabile;
l'aria calda, spessa, greve, immota. Non c'era
calore gioia nello splendore del sole. Deserte,
le lunghe distese d'acqua si perdevano nell'oscurità
di adombrate distanze.
(Da "Cuore di tenebra", 1899)
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