COPERTINA

SCIASCIA, L’UOMO CHE NON POTEVA RIDERE

Illuminista. I suoi miti letterari erano Voltaire e Stendhal. La sua città Parigi

Ottavio Rossani *

L’incontro con Leonardo Sciascia è stato di quelli che cambiano le persone. Forse io non avevo bisogno di trasformare la mia vita, già proiettata verso la responsabilità sociale, verso la professione giornalistica, intesa come testimonianza sulle persone e sulle cose, quindi devota ad un criterio di verità (non di obbiettività, che secondo me non esiste). Ma Sciascia per me ha significato qualcosa di più.

Averlo conosciuto, avergli parlato molte volte, quando passava da Milano o quando io facevo un salto a Roma per lavoro, aver scritto il libro “Leonardo Sciascia” (Luisè, 1990) sulla sua vita e soprattutto sulla sua opera di scrittore, di parlamentare, di “voce nel deserto” (“da quando non c’è più Pasolini, mi accorgo che sono rimasto l’unico a urlare della politica e della società”, ha scritto una volta; sul fatto che fosse considerato già allora la “coscienza critica” del nostro Paese in avaria, egli ha scritto: “mi duole l’Italia”): tutto questo mi ha permesso di approfondire con lui il dialogo culturale e in qualche modo anche il rapporto umano.

Certo, tra noi non c’è stata un’amicizia conviviale né familiare: non sono mai stato a casa sua durante tutta la sua vita; quasi a visitare un piccolo museo, mi sono recato nella sua casetta di campagna, in contrada Noce, a Racalmuto, soltanto molti anni dopo la sua scomparsa, insieme con Matteo Collura, il collega giornalista/scrittore che gli ha dedicato, a sua volta, una monumentale biografia dal titolo “Il maestro di Regalpetra” (Longanesi, 1996), divenuta ormai un cult per gli appassionati di Sciascia.

Ho conosciuto la moglie solo in occasione di un convegno sullo scrittore, in Sicilia, ma non ho mai avuto con lei familiarità o frequentazione. Così come con le figlie. Quando sono andato nella casa alla Noce, sono entrato quasi con devozione, come si fa, per esempio, in casa Leopardi a Recanati o nella casa del Manzoni a Milano. Mi sono soffermato a lungo nello studiolo al primo piano dove egli ha scritto quasi tutti i suoi libri. Lo faceva d’estate quando si ritirava lì con la famiglia e per un mese, o più, metteva su carta la materia che per molto tempo aveva elaborato facendo ricerche e leggendo documenti.

In quello studiolo ho conosciuto il nipote prediletto dello scrittore e ho potuto “guardare” alcune stampe da lui molto amate, qualche fotografia, e alcuni classici che non si stancava di rileggere. Egli stesso si definiva discepolo del Manzoni e diceva che ne “I promessi sposi” c’era già l’Italia di ieri e quella di oggi, con pregi e difetti, con le contraddizioni e lo scetticismo che contraddistingue le diverse popolazioni delle regioni italiane, malamente unificate dagli uomini del Risorgimento.

E si definiva anche illuminista. I suoi miti letterari erano, tra gli altri, Voltaire e Stendhal. La città che gli permetteva di respirare un’aria internazionale era Parigi, dove andava almeno una volta all’anno, per un mese, spesso però due. Sciascia è stato lo scrittore siciliano che si è allontanato di più dalla Sicilia, pur restando sempre lì residente, abbarbicato come un dattero di mare al suo scoglio.

Il mio primo incontro con lui è stato a Milano. Una lunga conversazione nell’atrio dell’Hotel Manzoni, in via Santo Spirito, proprio dietro la Galleria Manzoni. Il quadrilatero tra via Montenapoleone e via della Spiga, tra via Santo Spirito e la parallela via Manzoni, era il suo spazio stendhaliano che amava di più. Da lì partiva per le sue passeggiate milanesi, che lo conducevano nelle gallerie d’arte, nelle librerie (negli anni Settanta non mancava di andare a trovare il suo amico libraio Gaetano Manusé che aveva un chiosco in piazza san Fedele, libraio che ogni tanto si improvvisava anche editore con volumi di grande pregio e stile: è stato lui, infatti, a editare, per primo, i tre capitoli iniziali del capolavoro di Vincenzo Consolo, “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, proprio su suggerimento di Sciascia, romanzo che poi è stato pubblicato da Einaudi (1976) e da Mondatori (1987).

Galleria Manzoni: per lui era un luogo e un destino. Il suo amato Alessandro Manzoni riviveva in tutti gli spazi milanesi dove don Lisander aveva portato i suoi piedi e la sua testa, quindi quella Galleria che portava il suo nome era un po’ il regno milanese di Sciascia, perché lì, allora sorgeva una libreria cui facevano capo tutti gli intellettuali di Milano, la Libreria Einaudi diretta Wando Aldrovandi, che si era conquistato l’amicizia dello scrittore siciliano perché era molto schivo, non amava parlare molto di sé, aveva una cultura enciclopedica, ma soprattutto era sempre aggiornato sulle iniziative editoriali. Non raccontava quasi mai la sua storia di partigiano.

Aveva militato nelle Brigate Garibaldi, con un incarico prestigioso. Aveva scritto di lui Alberto Vigevani nel libro “L’educazione borghese”: “Al e io eravamo compagni di scuola, alle elementari di via Spiga. Lui era bello, alto, aristocratico, un po’ inglese… Andavamo insieme ai giardini, in monopattino. Poi non l’ho più visto, per anni. Ma una notte in Svizzera, dov’ero andato per conto del Cln, me lo ritrovai davanti: il mio compagno di giochi era diventato un grande partigiano”.

Leonardo entrava, molto spesso, di mattina, nella libreria a chiacchierare con Aldrovandi, ma anche per guardare qualche stampa, per saggiare le novità librarie. Poi andava a pranzo in qualche trattoria del centro con uno o due dei tanti amici che aspettavano la sua permanenza in città per omaggiarlo, fargli compagnia, conversare o semplicemente passeggiare per il centro. Sciascia aveva un certo numero di amici in Italia e in Francia, con i quali teneva un rapporto intenso, anche quando era lontano da loro. A Milano ne aveva tanti (cioè, in realtà, pochi, ma fedeli e importanti per lui) e non bastavano i giorni per rivederli tutti e stare un po’ di tempo insieme con loro. Perciò l’appuntamento che mi aveva dato, per telefono, direttamente in albergo, era un evento eccezionale.

Non mi aspettavo, quando ero riuscito a raggiungerlo per telefono a Palermo, che nel giro di tre giorni mi avrebbe fissato quell’incontro: infatti, la rivista per la quale avrei scritto l’articolo non era certo qualificata come “culturale” per via della sua tradizione di riempire il corpus centrale di immagini di donne nude, più o meno; inoltre, non mi conosceva. Più tardi sono venuto a sapere che si era documentato su di me chiedendo notizie a qualche suo amico del “Corriere della Sera”.

L’aveva fatto con molta discrezione e aveva chiesto la stessa cosa agli interlocutori. Nei rapporti umani era così: contenuto, rispettoso, attento a non apparire aggressivo, spesso suadente con la sua riflessione. A quell’epoca io lavoravo per il Corriere d’Informazione, solo qualche anno dopo sarei passato al Corriere della Sera.

Appuntamento quindi nella hall dell’hotel Manzoni. Mi sono seduto non di fronte, ma di fianco a lui, su un divano dal quale entrambi potevamo guardare l’ingresso e il bancone del ricevimento. L’arredamento leggermente old style non era sgradevole, anzi aveva un che di familiare, di tradizionale, insomma non metteva a disagio. Chi passava davanti a noi, se riconosceva Sciascia, lo salutava da lontano, ma non si avvicinava perché si capiva che stava parlando con un ospite, cioè con me. 

Intervistarlo lì, in esposizione al pubblico sia pure discreto, non era stato facile. Prima di tutto perché lui non parlava molto, aspettava le domande e dava risposte laconiche. In secondo luogo, anche se io avevo preparato una serie di quesiti che spaziavano dai suoi romanzi al suo impegno politico ai film tratti dai suoi libri, tuttavia non ero a mio agio. In quell’ora e mezza che passammo insieme tra le mie domande e le sue riflessioni il risultato non mi sembrò soddisfacente.

Probabilmente egli si rese conto della cosa, perché a un certo punto mi disse che avrebbe dovuto incontrare un paio di amici per pranzo e, se gradivo, avrei potuto accompagnarlo nella passeggiata per arrivare al ristorante Ciovassino (vicino a Brera, in via Ciovasso, era molto frequentato, allora, da gente della cultura, ma anche da giornalisti e da persone impegnate nella moda o nelle gallerie della zona), e restare a pranzo. Avremmo potuto continuare a parlare, sperando che i suoi amici non mi disturbassero.

Era proprio quello che desideravo e non osavo chiedere, perché sapevo che nessun incontro è migliore di quello che avviene a tavola. La conversazione conviviale, che spazia da argomenti di semplice attualità a riflessioni profonde, come lui sapeva fare, ero convinto che sarebbe stata la più sostanziosa, la più significativa. Al tavolo ricordo che c’erano con noi un suo amico carissimo, il fotografo Ferdinando Scianna, e Franco Sciardelli. Sciascia con me è stato amabile.

Non mi ha abbandonato, e mentre parlava con l’amico fotografo, con il quale aveva in comune la passione per Parigi - e molte volte si mettevano d’accordo per incontrarsi lì e girovagare sui lungoSenna, a scatenarsi sulle bancarelle dei bouquinistes alla ricerca di reperti interessanti (soprattutto incisioni o stampe) da portarsi a casa con pochi franchi -, si rivolgeva a me spiegando e facendo confidenze che mi permettevano di entrare nella conversazione in modo diretto e senza timidezze.

Naturalmente Scianna ha fatto centinaia di fotografie molto belle del suo amico scrittore nelle vie di Parigi. Da allora sono diventato amico anche del fotografo. Sciascia non rigettava alcuna delle domande che lì al tavolo facevo sull’abbrivio degli interventi ora suoi ora dei suoi amici. Così tutto è stato naturale. L’incontro formale si era trasformato in una piacevole, arguta messa a punto degli argomenti che stavano a cuore a me e a lui. Tra l’altro, un elemento mi gratifica ancora oggi: quando è uscito l’articolo mi ha telefonato per farmi i complimenti “per aver rispettato il mio pensiero” – mi ha detto – “nonostante lei non avesse scritto molto sul suo taccuino. Buona memoria e correttezza. Una cosa un po’ rara tra i giornalisti”.

Devo dire che l’allora direttore di Playboy, Paolo Mosca, con il quale eravamo stati, per poco tempo, compagni del corso di laurea in Scienze politiche e sociali all’università Cattolica di Milano, da dove lui era sparito presto per dedicarsi prima alle canzonette partecipando a un Cantagiro, poi al teatro e infine al giornalismo, aveva collocato l’intervista sotto la rubrica intitolata, riprendendola dall’edizione americana, candid conversation, cioè interviste a tutto tondo e senza reticenze a personaggi più o meno discussi. E questo aveva favorito la possibilità di pubblicare, per intero, la lunga conversazione condotta nelle diverse fasi della giornata.

Perché, dopo il pranzo, è stato inevitabile partecipare ad una lunga passeggiata digestiva per il centro della città, via Brera, la Scala, la galleria, corso Vittorio Emanuele, san Babila, poi corso Matteotti, Montenapoleone, e infine ritorno in Santo Spirito, in albergo. Lì, i saluti, ancora una volta brevi e rapidi: “arrivederci e buon lavoro”.

Da allora ci siamo incontrati diverse volte. Anch’io sono diventato uno dei suoi amici “milanesi”, che avvisava quando stava per arrivare in città, in modo che ci scappava una passeggiata, o una colazione insieme con altri suoi amici, sempre comunque un dialogo letterario e anche sull’attualità, per via degli articoli che a un certo punto aveva cominciato a scrivere anche su problemi politico/morali.

Ho fatto appena in tempo nel 1989 a comunicargli che avevo preso l’impegno di scrivere un libro su di lui e sulla sua opera e che quindi avrei voluto incontrarlo un po’ più spesso. Non è stato possibile perché era già malato. Anche se ha soggiornato per diversi mesi a Milano per curarsi, non ho mai avuto il coraggio di disturbarlo con altre richieste. Il libro l’ho finito dopo alcuni mesi dalla sua morte ed è stato pubblicato nel giugno del 1990. 

Ecco come ho riassunto le fasi dell’incontro con Sciascia e dell’intervista nel mio libro, in un capitolo dal titolo “Un uomo che spera”:

Passeggiata stendhaliana

Conobbi Sciascia nel 1976, in occasione di un'intervista. A quell'epoca su “Playboy", in apertura, erano pubblicate delle candid conversation. Incontri ravvicinati con personaggi di successo o che valeva la pena ascoltare. Insomma dei modelli, uomini che potevano essere di riferimento a un pubblico che, progressivamente, si stava distaccando da vecchi “maestri” e non ne trovava di nuovi ai quali rapportarsi. Erano, quelli, i primi “anni di piombo”. La società italiana era lacerata dalle incursioni violente dei gruppi eversivi, che tentavano la strada della rivoluzione. C'era molta confusione. Molti “cattivi maestri” imperversavano.

Quando telefonai a Sciascia, egli non negò la cortesia di incontrarmi. Ma sentii nella sua voce una certa perplessità ad “esibirsi” su una rivista che non godeva di fama edificante. Ma Sciascia era abituato a non giudicare sulla base delle apparenze. Oltre ai nudi, quel mensile "per soli uomini" proponeva servizi, inchieste, e interviste "di peso". Mi diede appuntamento nella hall dell’hotel Manzoni alle dieci del mattino.

Tra un caffè e una sigaretta, cominciò a rispondere titubante, o meglio, se così posso dire, un po' diffidente. L'intervista, insomma, non funzionava: troppo formale, troppi steccati. La non conoscenza tra noi, nonostante la sua gentilezza, era come se bloccasse ogni naturalezza.

Lo guardavo e lo ascoltavo con atteggiamento "rapito". Forse come lui guardava, a Caltanissetta, Vitaliano Brancati uscire dall'istituto dove insegnava con un fascio di giornali sotto il braccio. Lo sentivo "inarrivabile". E pensare che in tanti anni avevo incontrato quasi tutti gli scrittori italiani: e in genere i colloqui, sempre lunghi e approfonditi, erano stati più semplici. Con Riccardo Bacchelli, per esempio, sin dalla prima intervista, nel suo arruffato studio di via Borgonuovo, la comunicazione era stata torrentizia. Così, con altri, anche se avevano un carattere da grande combattimento: come Zavattini, come Prezzolini.

Con Sciascia c'era qualcosa che non andava, c'era una difficoltà. Non capivo che cosa, né perché. Forse era un inconsapevole eccessivo suo riserbo, una forzata cautela, per il fatto che l'intervista era destinata a “Playboy”? Pensai proprio questo. Ma nonostante la glacialità dell'approccio, mentre eravamo seduti nel salottino d'angolo, vicini ad una finestra, lì nell'albergo, su poltrone non molto comode, per cui lui stava con le braccia appoggiate sulle ginocchia, alternando i gesti, una volta il sorso dalla tazzina, un'altra la boccata dalla sigaretta, notavo nei suoi occhi tendenti a stringersi, sotto le sopracciglia che ogni tanto sussultavano, senza che si muovessero i muscoli del viso, dei lampeggi di curiosità. E mi faceva domande su Milano, sui giornali, sul mio lavoro. Quando gli chiesi se gli piacesse passeggiare per la città, fu come aprire una porta.

Accennai alla sua passione per Stendhal, e i suoi occhi brillarono, le labbra abbozzarono quel caratteristico sorriso che subito si ritraeva. Cominciò così, tra una fermata, uno sguardo e un'indicazione al palazzo o alla strada che per qualche motivo Stendhal aveva frequentato, un colloquio amichevole, naturale. Capì che non avevo fretta, che non ero il giornalista con le domande preconfezionate, che ero curioso di conoscere prima di tutto lui, e che volevo confrontare le impressioni dal vivo con quelle suscitate dalla lettura dei suoi libri.

“Vedo che l'ha letto”, commentò due o tre volte, davanti a qualche riferimento a un romanzo o un saggio. Passammo dal libraio Gaetano Manusè, che aveva la bancarella in San Fedele. Girovagammo in una splendida giornata di sole non calda, finché approdammo al "Ciovassino", dove gli piaceva andare quando era a Milano.

Lì aveva, del resto, appuntamento con Ferdinando Scianna, appena tornato da Parigi, e con Franco Sciardelli, l'editore-tipografo che qualche anno dopo avrebbe dato il via a una deliziosa collanina di racconti con incisioni originali di pittori, “Gli amici della Noce”, stampata apposta come omaggio a Sciascia. Brevi racconti scelti dallo scrittore tra i suoi amici scrittori che in genere frequentavano, d'estate, la sua casa di Racalmuto.

La preziosa raccolta comprende solo sei volumi: 1) Sciascia, con un'incisione di Giancarlo Cazzaniga; 2) Vincenzo Consolo, con un'acquaforte di Luigi Guerricchio; 3) Matteo Collura, con un'acquaforte di Antonietta Viganone; 4) Mario La Cava, con un'incisione di Bruno Caruso; 5) Gesualdo Bufalino, con un'incisione di Luciano Cottini; 6) ancora Sciascia, con un'acquaforte di Walter Piacesi. Il progetto si fermò quando Sciascia si ammalò. Oggi la collana è una vera rarità per bibliofili, anche perché stampata in esemplari numerati e col torchio a mano.

Per tornare al primo incontro con Sciascia, in quella straordinaria giornata, ricordo che arrivati davanti al ristorante, mi invitò a restare a colazione con lui e i suoi amici. L'intervista perciò continuò al tavolo, ma con tono più confidenziale, tra una notizia e un commento. Diventò una di quelle occasioni particolari, in cui non è importante quanto viene detto, ma che cosa e come viene detto. Quando uscì sulla rivista il resoconto di quel dialogare, di quel passeggiare, cose che durarono diverse ore, egli mi telefonò per dirmi che era contento di avermi conosciuto.

Si compiacque del fatto che pur avendo fidato sulla memoria per realizzare quel reportage, avevo riportato le sue testuali parole. “Non era facile”, commentò. Da quel momento ci furono altri incontri. Certo, io non ebbi con lui la familiarità o l'assidua frequentazione che alcuni altri possono vantare. Certamente, era nata un'amicizia intellettuale.

Ripropongo qui, integralmente, l’intervista pubblicata sul numero di agosto (la conversazione risaliva a maggio) di Playboy, per diversi motivi. Primo: perché è vasta ed esauriente. Secondo: perché nel 1976 anticipava, in modo organico, tutti i temi che poi, con maggiori riferimenti e particolari, egli avrebbe sviluppato nelle interviste diventate libri. Terzo: perché credo che nella sostanza mostri uno Sciascia "vero", nel pieno vigore della sua forza polemica, con tutte le sue convinzioni fondamentali, nella sua grande umanità e nelle sue possibili "aperture" alle occasioni intellettuali successive.

Non era ancora lo Sciascia dolente e "toccato" dal "caso Moro" e dal "caso Tortora": ma già stava constatando dall'interno le storture del potere politico, stando nel consiglio comunale di Palermo. In quell'incontro si mostrava ancora fiducioso in quella esperienza politica, e non parlò di dimissioni, che arrivarono l'anno dopo. Ritengo, perciò, che resti una testimonianza utile - sia pure datata - perché mai più ripubblicata.

Intervista

Nella presentazione, scrivevo così:

Leonardo Sciascia, lo scrittore imperturbabile. Mai perde la calma. Il suo volto, quasi rotondo, si muove lentamente solo perché i muscolini sopra gli occhi fanno sollevare le palpebre, oppure quando le labbra si spostano a sinistra in un sorriso o assenso inviabile, o in un dissenso sorpreso. È quasi normale, anche, fargli una domanda e aspettare lunghi minuti una risposta.

E allora si resta indecisi se porre un altro quesito oppure se quegli occhi, abbassati a fissare l'asfalto o una vetrina, mentre cammina dondolando incerto ora sul marciapiede ora sulla strada, nascondano un pensiero che si sta formando lentamente, quindi una risposta meditata, concisa. Qualche volta le parole escono, brevi, secche, caustiche da quella bocca che, movendosi, solletica anche le rughe della fronte; altre volte invece il silenzio domina l'uomo, e chi gli sta accanto tenta di riportare in vita il dialogo.

Sciascia, nato a Racalmuto nel 1921, ha fatto il maestro elementare per vent'anni. Ora è consigliere comunale, eletto nelle liste del Pci, come indipendente, nelle ultime amministrative. Ha scritto una ventina di libri tra romanzi, saggi e un volumetto di poesie, “La Sicilia, il suo cuore”, quasi sconosciuto, che segnò il suo esordio letterario. Nei mesi scorsi, ancora una volta, è rimasto coinvolto in una polemica suscitata dall’uscita dell’ultimo film tratto da uno dei suoi libri “Todo modo”, diretto da Elio Petri.

Il regista, qualche giorno prima che la pellicola entrasse in distribuzione, aveva denunciato una serie di pressioni da parte di esponenti democristiani sulla società americana associata nella produzione alla Warner Brothers, con lo scopo di non far apparire il film sugli schermi italiani. Il potere democristiano, diceva Petri, in un momento cruciale per la sua sopravvivenza, con l’imminenza delle elezioni anticipate, aveva paura che un film critico sulla dissoluzione del sistema di governo, sulla corruzione, sulle lotte interne “baronali” della Dc, potesse assestare un altro colpo al processo di sgretolamento in atto dei fragili equilibri di potere.

“Todo modo”, infatti, descrive le sequenze di un ritiro per gli esercizi spirituali in un convento retto da un prete scettico ed erudito e in cui i meditabondi sono tutti esponenti della Democrazia cristiana. Nella vicenda, una serie di omicidi, finché non resta vivo alcun uomo di potere.

Già nel febbraio scorso un’altra polemica era sorta con il film “Cadaveri eccellenti” che il regista Francesco Rosi aveva tratto dal romanzo “Il contesto”, pubblicato nel 1971. In quel libro lo scrittore aveva anticipato i temi, oggi comuni nella cronaca nero-politica, della corruzione di ministri, di tentati golpe, della strategia della tensione, della corsa del Pci al compromesso storico e della corresponsabilità del partito rivoluzionario nella gestione degenerante della democrazia. L’accusa finale: il Pci ha rinunciato alla rivoluzione?

Qual è l’atteggiamento di Sciascia di fronte a queste polemiche? Nella querelle che puntualmente si ripete ogni volta che viene tratto un film da un suo libro (ricordiamo “Il giorno della civetta” e “A ciascuno il suo”, che tanto scalpore provocarono con i forti contenuti critici sul fenomeno mafioso), Leonardo Sciascia non entra mai da protagonista: se ne sta in disparte ad ascoltare, a curiosare, a sondare le reazioni, anche di quelli che non scrivono.

Ogni volta commenta: “Se il film fa così male, come accade anche con i miei libri, è segno che la realtà è stata descritta bene: non siamo di fronte a fantascienza quando si raccontano episodi che riguardano le deformazioni del potere, ma siamo di fronte ad ipotesi plausibili, quindi è naturale che colpiscano nel segno”.

Nei gialli di Sciascia, però, non ci sono soluzioni: perciò i lettori restano sgomenti e incuriositi, e ognuno può inventare la risposta agli interrogativi posti dai libri. Per questo i suoi romanzi sono stati definiti “gialli aperti”. Nei film, invece, spesso la sceneggiatura riscritta, sulla base dei libri, presenta nomi e situazioni che nei testi dello scrittore non ci sono, anche se si possono intuire. I libri quindi lasciano più libertà ai lettori, e alle loro congetture.

È un caso che le polemiche, le accuse, le tante possibili soluzioni dei puzzle costruiti da Sciascia, siano sempre di carattere politico? “Non è un caso - spiega lo scrittore - ho sempre voluto disegnare una società malata, cerco di scoprire i suoi difetti. I miei tentativi, evidentemente, sono finora riusciti, se suscito tanto consenso ma anche tanto malumore”.

Ed ecco l’intervista:

Vuol parlare della polemica suscitata da “Todo modo” e prima ancora da “Cadaveri eccellenti”? Lei ha visto i film: che cosa ne pensa?

“Mi sono piaciuti. Ma í libri sono una cosa e i film un'altra. Sono opere autonome. “Cadaveri eccellenti” segue un po' più da vicino “Il contesto”; mentre “Todo modo” è stato rifatto con molta libertà. Entrambi riecheggiano però lo spirito critico e mordace dei libri”.

Sì, ma le polemiche?

“Le polemiche sono in fondo la dimostrazione che il pugno ha colpito nello stomaco. La verità, non solo "non sempre è rivoluzionaria", come dice Rosi nel film, ma è anche sgradita, almeno quasi sempre”.

La verità. Che cosa vuol dire, che i suoi libri e i film che ne hanno tratto si riferiscono a situazioni reali?

“Prendiamo “Il contesto”. Il libro è partito, scaturito proprio da un fatto di cronaca. Poi si è sciolto da solo sulla traccia dei giudici ammazzati a ripetizione. Così procede anche il film. Non credo che sia una cronaca di fatti accaduti, non potrebbe essere. Non si riferisce, perciò, in modo reale al fenomeno delle intercettazioni telefoniche, ai "golpe" spesso tentati nel nostro Paese, allo scoperto compromesso che ha inseguito fino alle elezioni anticipate il Partito comunista. Diciamo, allora, che le situazioni descritte, compreso il forse appena abbozzato quadro della strategia della tensione, sono ipotesi non lontane dalla realtà. Perciò il film ha conquistato il consenso del pubblico, e perciò ha provocato tante polemiche”.

Il romanzo “Il contesto” ha anticipato di anni sia i temi dei complotti, sia quelli delle istituzioni sconvolte, sia quelli del compromesso storico tra democristiani e comunisti. Lei non è contento ovviamente dell'avverarsi delle ipotesi romanzesche. Ci spiega allora come la pensa?

“Io non ho mai approvato il progetto del compromesso storico. Naturalmente mi dispiace che l'Italia stia andando alla deriva, con il discredito che colpisce polizia, magistratura, politici. Il compromesso non l'ho mai visto come soluzione alla decadenza del sistema politico. Ho sempre pensato al compromesso come a una ridistribuzione delle parti tra due componenti del potere”.

Ma qual'è l’alternativa in Italia, al punto in cui siamo?

“Il discorso, qui, rischierebbe di farsi troppo lungo”.

Tentiamo di farlo in breve.

“D'accordo. Allora brevemente ricorderò che il “Times” di Londra, in un articolo che tentava una radiografia dell'Italia, qualche mese fa, si chiedeva: “Perché il Partito comunista non dovrebbe avere la possibilità di dimostrare quel che può fare? Gli ultimi trent'anni della sua storia hanno dimostrato che in Italia i comunisti hanno accettato il sistema pluralistico e il gioco democratico di maggioranza e opposizione. Perché allora un partito logoro, povero di idee, pieno di corrotti, come la Democrazia cristiana, non dovrebbe passare all'opposizione e così, forse, rigenerarsi?”.

Al di là dei risultati elettorali, qual è la sua posizione politica? Alla luce della critica teorica al sistema di potere democristiano degli ultimi trent'anni, lei cosa vorrebbe in Italia?

“Vorrei un cambiamento di gestione. La Democrazia cristiana all'opposizione e la sinistra al potere. Perché non si potrebbe tentare in Italia un'esperienza di governo fatta da comunisti e socialisti? C’è chi dice che non si può tornare indietro, se le cose non funzionano. E c’è chi dispera che la Democrazia cristiana all'opposizione sappia e voglia rigenerarsi?”.

Parliamo di letteratura, ora. Della neo-avanguardia, che cosa ne dice?

Finita in una bolla di sapone. Dove sono le "rotture" che proclamavano di voler fare? Siamo rimasti, nonostante tutto, al dopoguerra”.

Prima ha parlato di Brancati come suo maestro. All'istituto di Caltanissetta dove lei studiava, lo ha avuto veramente come professore? Che cosa ricorda di quell'esperienza?

“Ricordo poco. Era impaziente, esuberante, con un linguaggio vivo e stoccante. L'ironia era la sua buona arma a scuola. Ma la scuola non lo interessava: finite le lezioni correva a casa a fantasticare le sue storie. Ma questo l'ho saputo dopo, quando egli si era trasferito a Roma”.

Lei ha coniato il termine, in francese, di sicilitude. Non è molto bello; è stato anche criticato per il suo significato spregiativo.

“Certo, è spregiativo. Non per la Sicilia, ma per quel fenomeno che da secoli opprime i siciliani: la mafia, la necessità di liberarsene, la mortificazione di essere chiamato fuori dall'isola "siciliano" quasi sempre con l'accompagnamento della smorfia. E allora “sicilianità” è il tentativo dei tanti esiliati e no di riscattare questa situazione meschina”.

E parliamo di mafia. Con lei è d'obbligo. In che modo lei ritiene di aver contribuito alla lotta contro la mafia?

“In nessun modo, in quanto la lotta alla mafia non c’è stata. La "Commissione antimafia", che ha concluso di recente l'inchiesta cominciata nel 1963, non ha eliminato la mafia. Ci ha dato un'altra analisi contraddittoria, incompleta, imprecisa. Ma allora, perché istituire una commissione, non bastava l'inchiesta fatta nel secolo scorso da Sonnino?”.

Nei suoi libri si parla tanto di mafia, comunque.

“Certo, ma non nel senso che spesso si pensa: e cioè che i miei libri siano racconti di mafia e di mafiosi. Io dico invece che il costume mafioso si è diffuso ed è inarrestabile, sia al Sud sia al Nord”.

La mafia non si combatte, non si estirpa. Niente da fare?

“Non posso estirpare io la mafia. Il potere se n'è lavato le mani, perché è esso stesso mafioso, connivente, e protegge la mafia perché la sua esistenza fa parte del gioco. Sempre è stato così. Ripeto frasi di una letteratura scontata. Ma quelli del Nord ridevano delle nostre truculenti e assurde storie di mafia: ora la sentono, la vedono e ne hanno terrore.

Ma non c'è niente da fare. La mafia è una piovra: e non si potrà farla morire finché esisterà l'attuale sistema del massimo profitto, raggiunto anche col delitto e con la corruzione. Bisogna andare alla radice del fenomeno, da sempre studiato, ma mai affrontato seriamente. Parole ovvie, anche queste. Basta”.

Lei prima ha detto che i premi non amano i solitari, per spiegarmi il perché a lei non vengono assegnati premi letterari. Però ha avuto il Prix Segnier, in Francia, molto importante.

“Sì, è vero. Ma i francesi amano i Robinson Crusoe, anche se letterati”.

Sciascia, lei crea personaggi nei suoi libri che sono grandi conoscitori del mondo illuministico, e le prestano il fiato alle citazioni. Per esempio, l'ispettore Rogas ne “Il contesto”, il prete scettico don Gaetano in “Todo modo”. Ci dia una spiegazione.

“La spiegazione è nella definizione che io do ai miei libri: racconti filosofici”.

Sposato, due figlie e nipotini. Qual e l'importanza della famiglia per lei, uomo e scrittore?

“La famiglia mi ha dato un equilibrio, una serenità, una regola di vita. Non ho sofferto, non ho avuto molte felicità. Ma sono diventato scrittore anche per questo”.

E per quali altre cose?

“Soprattutto perché sono nato in Sicilia. E poi perché sono rimasto in Sicilia, dove ho potuto fare, unico tra migliaia, le cose che volevo fare senza sottostare a condizionamenti o ricatti o umiliazioni. A differenza di tanti siciliani che perdono i loro connotati e la loro forza quando sono costretti ad uscire dal loro ambiente naturale e ad "inserirsi", quasi sempre male, in altri tessuti sociali, stranieri e ostili.

È stato veramente e soltanto un danno l'emigrazione?

“C'è stato un periodo in cui l’emigrazione è stata la migliore forma di cultura proletaria; poi un altro periodo nel quale è stata la forma più comune di umiliazione e di sfruttamento; ora credo che l’emigrazione sia uno degli aspetti detonanti di questa società sbagliata e ingiusta”.

Se lei dovesse scegliere dove vivere, dove scrivere: quale luogo finirebbe per scegliere?

“Questa è una domanda molto vicina ai miei pensieri. Quante volte sono stato sul punto di abbandonare addirittura la città e di rifugiarmi, definitivamente voglio dire, perché destate ci vado sempre, a Racalmuto. In un piccolo paese, nel proprio paese, anche se non sembra, si vive più liberi, più vicini a personaggi veri, non inventati come spesso ti accade di incontrare in città”.

Lei, in fondo, è uno dei pochissimi scrittori non nevrotizzati dal nostro attuale modo di vivere, soprattutto nelle grandi città.

“È vero. Ma non c'è niente di strano. Sono razionale, l'ho già detto. Applico la mia razionalità come sistema di vita. Alla mattina prevalentemente scrivo, prendo appunti. Alla sera, dopo cena, leggo, e poi vado a letto. Una vita da "paesano", non da cittadino”.

Che cosa pensa di Berlinguer?

(Silenzio, per cinque minuti).

Scusi, Sciascia, Di Berlinguer, sì, che opinione s'è ,fatta?

“Come uomo mi è simpatico. Come politico, mi sembra più abile di Togliatti”.

Come sta andando la sua esperienza di consigliere comunale?

“È assolutamente detestabile”.

È terribile. Anche lei, pur essendo vicino da anni al Partito comunista, come molti altri intellettuali, sente inutile la sua presenza politica. È così?

“Non esattamente. La mia presenza politica, modestamente, credo sia utile. A me, prima di tutto, e poi perché non ambisco a posizioni di potere. Quindi posso dire sì o no a seconda delle circostanze, senza tener conto di convenienze. La mia esperienza è detestabile soltanto perché un intellettuale non è un politico.

Io arrivo in consiglio comunale ad ogni convocazione, e aspetto sempre due ore seduto in aula da solo finché, finalmente, arrivano gli altri. I quali si siedono, leggono il giornale, discutono tra loro mentre uno sconosciuto parla per tre quarti d'ora. Infine approvano senza tante storie fasci di delibere, e se ne vanno. E io mi accorgo che potevo anche starmene a casa”.

Insomma, perché non si dimette, se la sua presenza è inutile?

Non è inutile, l'ho detto. È detestabile: è diverso. E poi, ora c'è un sindaco che sta tentando di fare qualcosa. Le convocazioni sono regolari, ogni settimana. Prima, magari, passavano alcuni mesi, e la politica comunale era decisa con gli squilli del telefono. Anche adesso, intendiamoci, quando i consiglieri arrivano in aula, i giochi sono stati già fatti.

Ma il piccolo cambiamento dimostra che potrebbe esserci un'inversione di rotta più profonda. Ma credo che questo sindaco o si adegua al vecchio metodo o sarà costretto ad andarsene. Il sistema di governare Palermo è sempre lo stesso. Se non cambia tutto, non c'è niente da fare”.

Sciascia, lei è uno scettico.

“Certo, sono scettico politicamente, e socialmente pessimista”.

Lei è ritenuto uno degli scrittori italiani più intelligenti. Viene tradotto molto all'estero, soprattutto in Francia. Che valore può avere per lei questa esperienza politica così detestabile?

“Un valore grandissimo. Mi ha permesso di conoscere, e di più la conoscerò, la mentalità dei politici”.

E che cosa ne ha concluso?

“Diciamo che ho fatto una prima e provvisoria constatazione: i politici non sono adatti al loro ruolo per incapacità storica e per nullità morale; la seconda è che uno scrittore è ugualmente inadatto per "mancanza di indizi", cioè per l’inesistenza, in sé, di certe attitudini alla politica”.

I suoi libri sono notissimi in Francia. Un fatto raro per uno scrittore italiano. Come se lo spiega?

“Perché la mia scrittura è vicina all’esprit francese. Io amo i razionalisti, gli illuministi, ho sempre subito l'influenza di Stendhal, che io definisco l'ultimo illuminista, nato in ritardo. Perché il mio scrivere è più francese che italiano”.

Lei va spesso a Parigi, perché?

E lei va spesso a fare una passeggiata, perché? Ecco, fuori dallironia, a Parigi ho molti amici. Ci sono tante mostre grafiche (colleziono stampe e opere grafiche), e poi ci trovo un'atmosfera letteraria che non c'è in nessuna città italiana. Dirò di più: mi affascina talmente, che alcune parti dei miei libri le ho scritte a Parigi, seduto a qualche tavolino da caffè. Ora non si pensi alla "grande generazione" degli americani, perché non ho niente in comune.

Però, nonostante tutto quel che avviene - la dissacrazione dei gruppuscoli, degli irregolari, dell'avanguardia - Parigi è la città più letteraria e più intellettuale d'Europa. Ecco, si respira quell'aria europea che Stendhal diceva di aver trovato in certi salotti di Milano”.

Insomma. Parigi, oh cara!

“No. Non si tratta di romanticismo. Sarebbe troppo banale. Il mio è un bisogno d’aria, di respirare un'ansia diversa. Insomma, è un “abitare diverso”.

Per questo, periodicamente passa anche da Milano?

No, è un'altra cosa. Anche a Milano ho molti amici. Ma di questa città amo soltanto certe cose e non altre. E forse mi serve come relax. Vengo sempre nello stesso albergo; qui dietro l'abside di San Fedele c'è il mio amico Manusè, che anche da un anno all'altro mi conserva libri solo per il gusto di consegnarmeli con le sue mani.

Comunque altri me li spedisce a Palermo. A Milano amo passeggiare per via sant'Andrea, via Spiga, e da Brera a san Babila. Il centro di Milano è bello. In queste strade Stendhal trovava ispirazione pari alla sensualità che avvertiva nei salotti di contesse piene di grazia, e poco intellettuali. E poi, ma forse più importante vedo come cambia in avanti la società italiana”.

Stiamo facendo il cammino a ritroso: dopo Parigi e Milano, per lei esiste Palermo. Roma, la saltiamo?

“Abito bene a Palermo. Esco poco, però, e solo per andare in qualche circolo o galleria. Incontro i soliti, vecchi amici, con i quali non parliamo di letteratura, anzi parliamo pochissimo. Quel che conta è la presenza fisica, non essere solo. A Roma, ho tentato anche di trasferirmi alcuni anni fa, di inserirmi: ma dopo un po' ci ho rinunciato. Troppo caos, troppa approssimazione, troppa superficialità anche tra intellettuali. Ero proprio fuori quadro, lì”.

Da Palermo a Racalmuto, dov'è nato. Che cosa le è rimasto?

“Tutto m'è rimasto. La campagna, l'aria pulita, il mistero dei visi tristi, la saggezza antica, le chiese addobbate, gli occhi ammiccanti”.

Lei d'estate va a La Noce, e scrive, nel caldo. Che rapporto c'è tra caldo e scrittura?

“C'è un rapporto collante. Con il caldo, d'estate, mi consumo fisicamente su un libro. E quando torno in città mi sento libero da quell'idea continua e insistente, che mi faceva intravedere situazioni, personaggi, luoghi. Il caldo mi opprime e mi spreme: e da questa linfa alla rovescia escono le mie pagine che cerco di lasciare scarne come i pensieri asciugati da quel sole cocente”.

Lei dice: quell'idea insistente, continua. Quale idea?

“Io vivo a Palermo come un qualsiasi uomo che legge, scende a prendere il giornale, passa per l'aperitivo quasi sempre nello stesso bar. Per fortuna, con la mia piccola pensione e i diritti d'autore, posso vivere ormai senza dover andare in un ufficio e fare orari fissi. E mentre svolgo queste attività, da pensionato, anche quando sono impegnato in consiglio comunale, io penso alle letture fatte, alle persone che ho conosciuto nei miei viaggi, alle cronache dei giornali.

Così comincia a nascere un'idea, una storia confusa, che man mano diventa chiara. Quando arriva l'estate, nella libertà della campagna, riesco a materializzare sulle pagine il disegno già tutto preciso”.

Così è nato anche “La scomparsa di Majorana”, l'ultimo racconto, diverso rispetto agli altri?

 Il Majorana non è diverso, anzi è coerente con i temi che ho sempre affrontato. Il mistero della scienza non è stato risolto. Gli scienziati mi fanno paura. Perciò indagare sulla sorte di Majorana, che si diceva fosse scomparso per le prospettive agghiaccianti che era riuscito ad intuire per la bomba atomica, mi ha piano piano così avvinto che naturalmente è nato il libro. Mi pare che l'interrogativo interessi molti, dato che anche Majorana ha avuto un grande successo”.

Lei ha scritto anche testi per il teatro. Che cos'è per lei il teatro?

“Soltanto una variazione degli stessi interessi. Cambia il mezzo tecnico espressivo”.

Molti sostengono che il suo miglior romanzo sia “Il Consiglio d'Egitto”. Lì c'è una figura di prete che riesce a raggirare la Chiesa, il principe, il popolino con le sue storie inventate. Anche in “Todo modo” uno dei protagonisti è prete. Perché questa figura ritorna nei suoi libri, e perché quasi sempre è un erudito, depositario di virtù intellettuali che altri personaggi non hanno e che legittimamente potrebbero avere?

“Perché la Chiesa, proprio nelle sue espressioni più comuni, non è altro che un numero di preti. Queste figure sono così incarnate nel tessuto sociale, che diventano emblematiche di situazioni grottesche, paradossali, che trovano spazio nelle mie storie”.

Come scrittore ha colpito i pilastri della società contemporanea: Stato, Chiesa, Famiglia. Quale rimane il più importante?

“Tutti e tre, se riuscissero ad essere veramente Stato, Chiesa e Famiglia. Ma tutti questi valori vanno rivisti, perché come sono strutturati, non rispondono più alle esigenze elementari della gente”.

Lei scrive pagine ambigue, allusive, ammiccanti; eppure logiche, razionali, semplici. Quando parla, però, è più lapidario, ed anche più ironico. Ne conviene?

“Non so. Lascio agli altri il giudizio. E poi non m'interessa. È importante che io sia quello che sono”.

Comunque, se mi permette, la sua scrittura è fortemente ironica. Una dote non molto congeniale, tranne qualche eccezione, agli scrittori italiani. Da dove nasce questa sua facoltà?

“Dall'essere siciliano. Spesso si crede che i siciliani siano o debbano essere tristi, dolenti, sofferenti. Non è sempre così”.

Ma lei ha un viso dolente, lei sembra infelice. Come mai?

“Io non parlavo dell'aspetto fisico. Mi riferivo al linguaggio e alla scrittura. Pensiamo a Vitaliano Brancati: nelle sue pagine sulla Sicilia, su Catania, quanta ironia. Lui è un altro dei maestri, l'unico forse siciliano. Aggiungo Pirandello, per il gusto dell'ambiguità, del doppio gioco delle parole. Comunque è di minore importanza nella mia scaletta degli scrittori che mi sono stati ispiratori e modelli di stile”.

Lei è un grande lettore. Qual è il livello degli scrittori italiani contemporanei?

(Silenzio. Passeggiata. Un amico lo saluta. Ancora qualche passo. Trascorre un quarto d'ora di silenzio).

“Non c'è molta varietà, né novità. È molto migliorata la ricerca storica. Gli storici hanno imparato ad essere più scrittori. Ora sono capaci di farsi leggere, oltre che spulciare negli archivi. Perciò i saggi storici, oggi, hanno successo. La narrativa e la poesia, invece, stanno vivendo decisamente un periodo di mediocrità”.

I suoi libri sono facilmente sceneggiabili. Una fortuna. Qual'è il motivo?

“Sì, sono sceneggiabili. Forse perché le vicende, anche se paradossali, sono plausibili. E l'ambientazione è abbastanza precisa. Restano sfuggenti, talvolta, i personaggi. Ma quando scrivo non penso ai film, che del resto lascio fare agli altri. Io non intervengo mai. La mia presenza durante la lavorazione di un film condizionerebbe il regista, e non farebbe più l'opera autonoma che un film deve essere”.

Lei non reagisce quasi mai quando i critici trattano male un suo libro, che comunque si presta a molte interpretazioni e perciò a facili polemiche. Perché?

“Non reagisco. Intervengo solo se devo fare qualche precisazione nel caso che chi scrive lo fa a caso o senza aver letto l'opera. Capita troppo spesso ormai. Comunque, una volta pubblicato, il libro è lontano da me, ed è giusto che ne parlino gli altri. Ortega diceva che un libro esiste soltanto come somma dei differenti punti di vista”.

Lei ha nemici?

“Non credo di avere nemici. In politica ho avversari, oppositori anche astiosi. Come scrittore, ho rimbeccato qualche critico superficiale o poco razionale: qualcuno di questi magari non me l'ha perdonata. Non saprei però pensare a qualcuno che mi sia veramente nemico”.

Lei non scrive molto per i giornali, a differenza di altri scrittori. Perché?

“Perché dovrei scrivere, se non ho niente da dire? Non ho mai voluto quei contratti che stabiliscono, a priori, quanti articoli bisogna scrivere in un mese o in un anno. Se ho un'idea, un'opinione da comunicare, allora scrivo e chiedo ospitalità su alcuni giornali che accettano i miei articoli”.

Sciascia: pessimista, scettico, ironico. Ha detto che un libro è sempre frutto della speranza. l suoi libri nascono quando affiora questo filo di speranza?

“No, niente di tutto questo. Sono pessimista perché non posso entusiasmarmi davanti alla situazione in cui si trova questo benedetto Paese. La mafia è sconfinata dappertutto. Quando io dicevo che presto la mafia avrebbe invaso anche il Nord, mi ridevano in faccia come fossi un matto. Ora ci studiano sopra: si chiedono perché. La risposta non è poi complicata: la mafia attecchisce dove è possibile il parassitismo, dove l'uso spregiudicato e illegale delle risorse economiche è permesso. L'altra faccia del problema è il Sud: nessuno ha mai voluto veramente affrontare e risolvere la "questione", né al Nord né al Sud.

Si può non essere pessimista davanti all'ondata di violenza di ogni genere che monta spaventosa? Nonostante questo mio sentimento di fondo, che è anche rassegnazione, sento che comunque non può finire così, non può essere solo questa la realtà. Il futuro può essere migliore, se si vuole. Una società giusta, in cui i cittadini siano garantiti contro i soprusi, in mille modi esercitati, è nelle possibilità dell'uomo.

Questa speranza, questo mio credere nella ragione degli uomini, entra naturalmente nei miei romanzi, anche se parlano di situazioni negative. Quindi non è il barlume di speranza che affiora dentro il mio pessimismo che mi porta a scrivere un libro. Accade il contrario, è il libro da me scritto che fa affiorare un sentimento di speranza. Perché scrivere un libro significa già sperare. La scrittura è il mio ottimismo”.

  Come il lettore può constatare, le parole di Sciascia registrate nel 1976, 31 anni fa, appaiono ancora oggi terribilmente profetiche. Avrei voluto che la storia a lui successiva lo avesse smentito. Purtroppo non è così. La mafia è dilagata ed è più forte e presente che mai. Il Sud non esiste più: prima era una “questione”, oggi è soltanto un’ “espressione geografica” dalla quale si fugge oppure lì si è costretti a stare in silenzio, per non morire, e quelli che resistono al pizzo, alla prepotenza, alla prevaricazione vengono eliminati perché siano d’esempio a chi magari vorrebbe imitarli.

La società italiana ha perso la propria identità unificante: la gente non si sente popolo, ma solo cittadini calpestati da tasse, precariato, cattiva amministrazione, mancanza di servizi adeguati, nessun investimento nella ricerca scientifica e culturale, e soprattutto ingiustizie continue e palesi, mancanza di certezza del diritto, disaffezione per la politica. E si potrebbe continuare. Ma a che pro? Non ci sono parole più significative di quelle pronunciate da Sciascia rispondendo alla mia intervista di allora per descrivere la degenerazione sociale, politica e morale del nostro Paese, cioè di noi stessi.


* Dice di sé:
Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della Sera”. Laurea in Scienze politiche e sociali. Come inviato speciale, ha viaggiato in Italia e nei diversi continenti, soprattutto in America Latina, firmando reportage, interviste, analisi su questioni e personaggi della politica, del costume, della letteratura. Ha pubblicato una decina di libri. Poesia: tra gli altri, “Le deformazioni” (Campironi, 1976), “Falsi confini” (Xenia, 1989), “Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992), “L’ignota battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo: “Servitore vostro humilissimo et devotissimo” (Bonanno, 1995). Saggi: tra gli altri, “L’industria dei sequestri” (Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé, 1990), “Le parole dei pentiti” (Datanews, 2000), “Stato società e briganti nel Risorgimento italiano” (Pianetalibro, 2003). Ha curato alcune regie teatrali e diverse mostre personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in Italia e all’estero. Da ottobre 2007 è responsabile del blog dedicato alla Poesia sul “Corriere della Sera on-line”, il primo nel mondo su un quotidiano elettronico.

JOSEPH CONRAD

Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Un corso d'acqua vuoto, un silenzio assoluto, una foresta impenetrabile; l'aria calda, spessa, greve, immota. Non c'era calore gioia nello splendore del sole. Deserte, le lunghe distese d'acqua si perdevano nell'oscurità di adombrate distanze.

(Da "Cuore di tenebra", 1899)