BELPAESE?
DA
CASTELSILANO AD UN IMPERO MEDIATICO
Il
fondatore di Adnkronos affronta le delicate questioni
legate alla politica, all’etica e al pluralismo dell’informazione
nella lectio doctoralis tenuta all’università di Foggia
in occasione del conferimento della laurea honoris causa
in Economia. Proponiamo di seguito un estratto
Giuseppe
Marra
Per ragioni di studio e di lavoro venne
il giorno in cui anch’io lasciai Castelsilano e Crotone,
come mio padre, come tanti altri amici. La mia meta,
rispetto alla loro, era però dietro l'angolo, era
Roma. Ricordando quel momento, umilmente vorrei dire
che sbaglia chi parla del Sud con sussiego. A questo
atteggiamento, qualche volta indulgeva anche Gianni
Agnelli, persona estremamente cortese e che stimavo
molto. Una volta che ebbi l’occasione di incontrarlo
gli suggerii di non sottovalutare il Sud, la Magna
Grecia e lo stesso consiglio mi permisi di darlo più
tardi al caro amico Cesare Romiti.
È innegabile. L'industria, la finanza,
il lavoro guardano al Nord, a regioni come la Lombardia,
il Veneto, il Piemonte. Queste regioni sono un riferimento
preferito, dentro e fuori i nostri confini. Eppure
il Sud è una cassaforte che custodisce patrimoni di
valore inestimabile, e spesso inutilizzati, di intelligenza
e cultura.
Il Meridione d'Italia andrebbe
riscoperto e valorizzato. Andrebbero comprese le sue
grandi capacità come i suoi autentici limiti; la sua
cronaca, non solo nera, e la sua storia, non solo
di brigantaggio e di perversa rivolta a tante sudditanze.
Scusatemi la sincerità brutale, ma sento di dovermi
esprimere così come meridionale che parla della sua
terra.
Nonostante il globalismo culturale,
noi meridionali non accettiamo le parole spinose dei
forestieri. A volte abbiano le nostre buone ragioni
per rifiutarle, perché chi le pronuncia spesso nemmeno
sa chi siamo e quali siano i nostri reali vizi e le
nostre autentiche qualità.
Tuttavia noi meridionali non dobbiamo
cercare giustificazioni a tutti i costi, né elevare
ad alibi la nostra cultura, la nostra intelligenza,
i nostri valori di riferimento. Altrimenti rischiamo
di restare fermi, di autocontemplarci e autocompiacerci
invece di metterci in cammino verso il futuro. Né
dobbiamo dimenticare che certi tesori, ereditati senza
alcun merito, li abbiamo poi dissipati.
A chiuderci in noi, nel nostro
orgoglio, nella nostra superbia rischiamo di parcheggiare
il presente nel passato invece di rendere il passato
presente. In una fase creativa della storia come quella
odierna, questo errore sarebbe imperdonabile.
Grazie alla new economy, grazie
alle interconnessioni planetarie, oggi l'intelligenza,
la creatività e l'impegno contano quanto le risorse
materiali delle quali l'uomo dispone.
Sì, il sole ora sorge per tutti,
come diceva mio padre. Né è vero, come pure si ripete,
che il momento sia impossibile. Il momento è invece
buono, ottimo, per chi vuole osare. Dal travaglio
di questi anni si può uscire forti, saldi. Un mondo
nuovo, una nuova economia, una nuova politica, nuove
occasioni si annunciano per tutti, per chi ha e per
chi non ha. A condizione, però, che non si resti fermi
né ci si attardi in comodi alibi. I verbi di movimento sono vincenti mentre i verbi statici sono perdenti,
ripeteva un mio professore di lettere.
In una corrispondenza da Roma,
l'inviato di un giornale americano mi ha definito
- bontà sua – “l'uomo che ha messo in rete gli italiani
nel mondo”. Si riferiva al fatto che la Giuseppe
Marra Communications, il mio gruppo editoriale,
ha puntato per primo su Internet per mettere in rete
i nostri connazionali all'estero.
L'agenzia Adnkronos è stata, infatti,
il primo mass-medium italiano ad alimentare in tempo
reale le informazioni dirette verso le oltre quattrocento
testate giornalistiche italiane all'estero, verso
l'intera rete diplomatica e consolare, verso tutte
le associazioni italiane all'estero e i singoli italiani
e oriundi italiani sparsi sul pianeta.
Quella intuizione vincente fu suggerita
proprio dalla mia esperienza di figlio di emigrante.
Quella stessa esperienza mi rende ora sensibile al
problema, tutt'altro che risolto, dell'informazione
di ritorno. Infatti, se i nostri connazionali all'estero
ormai sanno molto dell'Italia, l'Italia sa poco o
nulla di loro, di quello che hanno fatto e fanno.
Non sa che le scelte politiche
di nazioni importanti, addirittura di superpotenze
e potenze, dipendono anche dal voto e dal prestigio
di comunità italiane o di oriundi italiani. E parlo
di Paesi come gli Stati Uniti, l'Australia, l'Argentina,
il Canada.
Un dialogo più stretto tra italiani
in Italia e italiani fuori d'Italia potrà rafforzare
quella identità nazionale che altrimenti rischia di
dissolversi nel mondo soprannazionale e globalizzato.
Inoltre potrà favorire la conoscenza della nostra
lingua, della nostra cultura e alimentere iniziative
economiche, finanziarie, commerciali che contribuiranno
ad accrescere la ricchezza nazionale.
E vengo
all'informazione e comunicazione nel nostro tempo.
Spesso mi sento chiedere quali problemi e responsabilità
comportino lo sviluppo tecnologico e i mutati contesti
culturali per i comuni cittadini oltre che per gli
editori e i giornalisti. Cercherò di rispondere senza
spogliarmi dei miei panni di editore e giornalista
e indossarne altri che non mi appartengono e mi starebbero
stretti o larghi, come quelli di teorico delle nuove
tecnologie di telecomunicazione o di massmediologo.
Nessuno
può ignorare la rivoluzione tecnologica che, quasi
inavvertitamente, sta sconvolgendo l'universo della
comunicazione. Secondo il noto istituto di ricerca
giapponese Nomura, questa rivoluzione è tale se amplifica
le capacità dell'uomo e dischiude nuove opportunità
ai singoli cittadini e a intere comunità; se promuove
la crescita e l'evoluzione del genere umano e, nel
nostro caso, della Nazione italiana, così da metterla
al passo di altre Nazioni avanzate e farla diventare
una cyber-Nazione, una Nazione in movimento.
Come
un tempo la nostra società è stata capace di passare
dalla cultura agricola a quella industriale, così
ora deve procedere speditamente verso le società delle
reti, ossia verso società culturalmente integrate
e fondate sulla combinazione tra informatica, elettronica
e telematica.
Navigare
nelle reti, in Internet, nel kaos attuale dell’informazione
planetaria, richiede una cultura che divide e distingue
le generazioni, richiede una preparazione specifica
che permetta di ordinare, delimitare, codificare il
kaos mediante sistemi software progrediti,
tipo il motore di ricerca Google. In questo
caso navigare nelle reti è semplice e bastano nozioni
elementari per salpare.
Non
dobbiamo però nasconderci i rischi che il mercato
globale e le nuove tecnologie comportano, come quello
assai delicato di ridurre il pluralismo e dunque la
libertà dell'informazione. Infatti, il mercato planetario
e le tecnologie più sofisticate impongono aziende
editoriali sovradimensionate e perciò limitate nel
numero. Lasciare l'informazione e la comunicazione
planetaria nelle mani di pochi giganti favorisce strutture
monopolistiche. Questa minaccia si può e si deve contenere,
ma a condizione che si prenda coscienza di questi
pericoli.
Editori,
giornalisti e l'intera opinione pubblica devono comprendere
le implicazioni e gli effetti estremi delle nuove
tecnologie in qualsiasi campo del sapere e del fare.
Come pioniere di queste tecnologie sono autorizzato
a vantarne le potenzialità positive, ma anche a denunciarne
quelle negative.
Agli
inizi degli anni Novanta, intervenendo a una conferenza
dell'informazione a New York, sono stato l'unico editore
a presentare un progetto, Italy Global Nation,
per mettere in rete i nostri connazionali sparsi
nel mondo. Annunciando quel progetto, poi realizzato
dal Gruppo GMC-Adnkronos, sono stato preso per un
visionario, non solo da altri editori ma, ahimè!,
da autorevoli colleghi giornalisti. Allora, il mondo
editoriale e giornalistico italiano si attardava a
dibattere se Internet potesse avere un'influenza planetaria
fino a essere il principale mezzo di trasmissione.
Eppure Internet esisteva dal 1969!
È grave,
lo so, quello che dirò, ma non posso tacerlo. Ancora
oggi, ormai senza più alcuna giustificazione visto
lo sviluppo di Internet, non pochi operatori dell'informazione
continuano in questo dibattito sterile.
Eppure
ormai nessuno può dubitare che, quando ci sarà un
computer su ogni banco delle scuole di ogni ordine
e grado, Internet divorerà tutti gli altri mezzi di
comunicazione - dal telefono alla radio, alla televisione,
alla carta stampata - e creerà con le tecnologie digitali
quelle condizioni di mercato, ovvero di pubblico e
pubblicità, che rilanceranno a tutti i livelli - locale,
nazionale, continentale, mondiale - la competizione
tra portali e siti d'informazione e comunicazione.
Ho voluto
fare questa premessa non per trarne motivi di vanto,
ma per non essere accusato di neoluddismo per quanto
dirò. Come l'editoria e il giornalismo sono ieri arrivati
in ritardo a prendere atto delle potenzialità delle
nuove tecnologie, così ora rischiano di commettere
l'errore opposto. Vale a dire di dare risalto eccessivo
al dato tecnologico rispetto ad altri dati di fondamentale
rilievo, come quelli che riguardano l'attendibilità, la qualità e l'eticità dell'informazione. A rischio di essere banale, vorrei ricordare che
due sono i momenti essenziali del nostro lavoro di
editori e giornalisti.
Il primo
momento interessa i contenuti dell'informazione -
notizie o opinioni - e la loro specificità secondo
i diversi mass-media.
Il secondo
interessa i modi e la velocità di trasmissione delle
notizie e quindi le tecnologie utilizzate.
Tra
questi momenti del lavoro editoriale e giornalistico
ci sono correlazioni e reciproche contaminazioni che,
a seconda dei singoli mass-media, influenzano i contenuti,
la qualità e l'eticità dell'informazione con effetti
socio-politici che possono essere devastanti.
Mi spiego.
La tecnologia ha accelerato la trasmissione di dati
e notizie. I mass-media raccontano gli avvenimenti
nel momento in cui avvengono. Per verificare quanto
veloce sia l'informazione basta seguire le agenzie,
i televideo, i portali e i siti Internet, le emittenti
radio e televisive.
Appena
pochi anni fa, l'informazione in tempo reale era prerogativa
quasi esclusiva della radio: per esempio, il calcio
minuto per minuto forniva i risultati del campionato
di calcio in tempo reale. Ora tutti gli sport si seguono
in tempo reale e, quando questo non avviene come nel
caso delle Olimpiadi di Atene, è solo per scelte dettate
dall'audience e da calcoli aziendali di tipo economico-pubblicitario.
Ma il
tempo reale non riguarda solo l’informazione sportiva,
riguarda l'intera informazione, dagli affari interni
a quelli internazionali, dalla finanza alla cronaca
nera, all'economia, alla cultura, allo spettacolo.
Altro
esempio tragico e clamoroso. L'11 settembre
2001 l'intero pianeta ha seguito in diretta l'evento
bellico più terribile dopo la seconda guerra mondiale.
L’attacco delle Twin Towers è stato, come Pearl Harbour,
uno di quegli eventi capaci di mutare il corso della
storia mondiale. Ma gli americani e l'opinione pubblica
mondiale appresero dell'attacco a Pearl Harbour con
ore o giorni di ritardo, l'intero pianeta ha sofferto,
trepidato, pianto in tempo reale per l'attacco alle
Twin Towers.
Questo
induce a riflettere dal punto di vista della verità
e della credibilità dell'informazione, e a porsi una
domanda inquietante o che così appare. Le telecronache
o radiocronache in diretta, quelle cronache pubblicate
dai giornali nelle edizioni speciali - del tutto anacronistiche,
tra parentesi, visto che quei giornali erano già vecchi
una volta raggiunti i punti di vendita - erano relativamente
fondate o relativamente infondate, relativamente veritiere
o relativamente bugiarde?
Pensiamo
al numero dei morti. Quel numero non è solo una macabra
statistica. Chiediamoci, invece: le reazioni dell'Amministrazione
e del Congresso americani, dei Governi e dei Parlamenti
di tutto il mondo sarebbero state le stesse qualora
le vittime annunciate dai mass-media non fossero state
venti, trenta o quaranta mila, come in quelle ore
si disse valutandole in base al volume degli edifici
abbattuti, e non in numero notevolmente inferiore,
come si è sostenuto più tardi?
Il rilievo
umano e etico di quel dato avrebbe suscitato comunque
reazioni straordinarie. Ma sarebbero state reazioni
politiche di uguale o di diversa intensità?
Non
dimentichiamo che quelle cifre hanno contribuito a
spingere l'America e il Congresso a stringersi attorno
al Presidente e a conferirgli poteri quasi illimitati.
Era la prima volta nella storia che la Nazione americana
si sentiva vulnerabile in casa perché erano state
colpite le sue sedi istituzionali e finanziarie più
rappresentative. Questa novità tremenda imponeva dunque
reazioni politiche e militari proporzionali all'offesa,
vale a dire non limitate nemmeno dal diritto internazionale.
A distanza
di anni, alla luce di nuove informazioni, l'opinione
pubblica americana e lo stesso Congresso hanno appreso
verità e cifre diverse da quelle di allora. A torto
o a ragione (non è questo il tema che interessa ora
discutere), molti americani sembrano voler revocare
una parte dei consensi e della fiducia allora concessi
al Presidente in quelle ore di allarme senza precedenti.
Mi chiedo,
chiediamoci. Di fronte a questo genere di notizie,
come potevano o dovevano reagire i mass-media?
Potevano
non ripetere le cifre, in verità neanche mai fornite
dalle fonti ufficiali, che correvano in quelle ore,
in quei giorni, nel sistema dell'informazione planetario?
La risposta
è questa. I media non potevano tacere, né contestare
quei numeri. Analoghe domande potremmo fare e analoghe
risposte dare per le guerre poco raccontate e ancora
meno viste in Afghanistan, nell'Israele di Sharon
e in vaste regioni dell'Africa, così come per le armi
di distruzione di massa nelle mani di Saddam, casus
belli dell'attacco all'Iraq. Eppure questi conflitti
hanno sollevato onde anomale, coinvolto l'opinione
pubblica mondiale, suscitato consensi e dissensi ovunque,
determinato scelte politiche, economiche, finanziarie.
Ho ricordato
eventi macroscopici perché aiutano a capire più degli
eventi minori come la velocità dell'informazione condizioni
il sistema mediatico e incida sulla qualità della
stessa informazione. L'eccessiva velocità può fare
sì che la verità virtuale oscuri la verità reale o
quanto meno le impedisca di emergere.
Influenzando
in questa misura i sistemi mediatici nazionali e sopranazionali
si potrebbe realizzare il paradosso che la verità
reale diventi, rispetto a quella virtuale, secondaria,
irrilevante, da pagine interne, secondo il vecchio
gergo dei giornalisti dei quotidiani, con effetti
pratici e morali intuibili. Per assurdo le moderne
società immerse nella realtà virtuale potrebbero smarrire
ogni riferimento con la verità e dunque con la vita
reale.
All'origine
di questo genere di rischi, in parte ipotetici e in
parte reali, c'è l'esasperata velocità dell'informazione
e la sua estrema, inevitabile superficialità. Il rischio
non risparmia alcun aspetto della vita. Tutti possiamo
essere influenzati, condizionati, da protagonisti
virtuali i quali dominano i campi più disparati del
sapere e del fare, le istituzioni, la politica, l'economia,
la finanza, il lavoro, il costume, la cultura, lo
sport. Protagonisti che crediamo di conoscere e invece
non conosciamo affatto.
Lo crediamo
attraverso notizie sempre meno verificabili, ma più
veloci, che sono fornite dagli operatori dell'informazione.
I quali, a loro volta, possono essere vittime e sicari
virtuali a prescindere dalla loro volontà e moralità.
Tutti possiamo contribuire, così, a rappresentare
e a venerare semidei fasulli, protagonisti mai conosciuti
o incontrati, ma disegnati da notizie di riporto in
una catena virtuale della quale è impossibile sapere
chi ha saldato il primo anello. A volte, paradossalmente,
non lo sa neppure chi presume di essere l'autore di
quella saldatura!
Altro
esempio significativo. Prima però vorrei aprire e
chiudere una breve parentesi. I miei esempi chiamano
in causa il Grande Paese di John Dos Passos perché
è la mia seconda patria per quello che ha dato a mio
padre e alla mia famiglia, ma anche perché come unica
superpotenza l’America è il perno intorno al quale
ruotano i destini del mondo, il progresso o il regresso
dell’umanità, di sei miliardi di uomini.
L'esempio
che intendo fare riguarda George W. Bush, la sua elezione,
la sua presidenza. Quattro anni fa la maggioranza
degli elettori americani elesse un Presidente di cui
sapeva poco o nulla, se non chi fossero il padre e
la madre. Un anno dopo gli conferì poteri pressoché
illimitati. A tre anni dall'attacco alle Twin Towers,
lo ha sottoposto a un processo mediatico fondato anch’esso
su dati virtuali. In pratica un certo numero di americani
lo ha accusato di non averli avvertiti su quello che
sarebbe successo l'11 settembre e di non aver valutato
adeguatamente le informazioni ricevute dagli organi
di sicurezza. Così, stando ai "si dice",
Bush sarebbe stato avvertito di probabili attacchi
terroristici di Al Qaida con l'uso di aerei civili.
Nei mesi successivi, questo genere di accuse ha investito
gli organi di sicurezza che avrebbero fornito allo
stesso Presidente informazioni generiche sull'attacco
alle Twin Towers e addirittura infondate sulle armi
di sterminio di massa nelle mani di Saddam.
Non
interessa in questa sede, ripeto, quale sia la verità;
interessa osservare che si processa un Presidente
sulla base di "si dice" virtuali promossi
a verità reali. Supponiamo che i servizi d'informazione
avessero trasmesso a Bush una serie di ipotesi: da
quelle di attacchi alla centrali nucleari a quelli
di inquinamento delle reti idriche o altro. Queste
ipotesi generiche potevano bastare al Presidente per
disporre, non si sa per quanto tempo, la paralisi
o la semiparalisi degli Stati Uniti?
Nel
caso Bush avesse fatto queste scelte sulla base di
informazioni relativamente fondate, non avrebbe rischiato
di cedere al ricatto dei terroristi e gettare nel
panico gli americani più di quanto abbia fatto l'attacco
dell'11 settembre?
Infatti,
paralizzando l'America intera, quella ipotetica opzione
avrebbe prodotto danni meno spettacolari, ma sostanzialmente
più gravi di quelli provocati dall'attacco alle Twin
Towers. Eppure, agli
occhi dell’America e del mondo, il Presidente Bush
è stato costretto a difendersi da accuse virtuali,
fino a prova contraria, come fossero reali.
Enormi,
drammatici possono essere dunque gli effetti reali
dell'informazione virtuale, superveloce e non verificabile,
acritica e forse non veritiera. Questa informazione
solleva problemi anche sotto l'aspetto etico e su
di essi dovremmo riflettere tutti, cittadini, istituzioni,
operatori dell’informazione e della comunicazione,
editori e giornalisti.
Il quesito
di fondo è come conciliare l'etica della responsabilità
e la qualità dell'informazione con la velocità delle
notizie resa possibile dalle nuove tecnologie.
Il pluralismo,
dicevo. Ecco l'altra, e non meno grave minaccia, alla
libertà d'informare e di essere informati, dovuta
al mercato globale e a imprese sovradimensionate.
Il rischio che pochi giganti informino sei miliardi
di uomini mediante reti attraversate da flussi di
informazione inarrestabili e non contrastabili, è
già presente nel settore editoriale.
In questi
casi il problema è dato dalla quantità dell'informazione
piuttosto che dalla qualità, che nemmeno è considerata
e discussa (potrebbe farlo solo qualche nano sciolto).
Questo è un pericolo drammatico perché tocca lo stesso
sviluppo della democrazia nel mondo.
Conoscendo
il campo in cui opero da tanti anni, onestà intellettuale
m'impone di credere che solo se sarà difeso il pluralismo
delle fonti, la libertà resterà l'asse inattaccabile
del sistema dell'informazione e le soluzioni ai problemi
indicati saranno imposte dalla stessa opinione pubblica.
I dati
Auditel più recenti e quelli delle vendite dei giornali
segnalano crescenti segni di insofferenza verso l'informazione
non veritiera, drogata, sensazionalistica, del mordi-e-fuggi.
Questi
segnali obbligheranno editori e giornalisti a scegliere
se diffondere in tempo reale tutte le notizie a tutti
i costi, anche quelle non vagliate e prive di fonti
responsabili. O se invece sacrificare quelle non controllate
o non controllabili. Insomma gli operatori dell'informazione
dovranno conciliare il massimo di attendibilità delle
notizie con la loro velocità di trasmissione.
Da molti
anni il problema si è posto per le fonti d'informazione
primarie, come le agenzie, capaci di eccitare o infettare,
diciamo così, i sistemi dell'informazione nazionale
e internazionale. Tuttavia le notizie di agenzia sono
sottoposte a un duplice esame, da parte di altri mass-media
e da parte dei lettori di questi stessi mezzi di informazione.
Solo
nei regimi illiberali e totalitari l'informazione
è filtrata, distillata, da organi istituzionali. Nei
regimi democratici e liberali sono i cittadini a selezionare
l'informazione e a discriminarla. Ma perché i cittadini
siano in grado di operare queste selezioni devono
essere educati a leggere le notizie e a vedere le
immagini criticamente, sin dalla scuola, devono saper
scegliere i mezzi d'informazione di massa veritieri,
affidabili, e non delegare a organi istituzionali
questo diritto\facoltà di scelta o di censura.
Il pubblico
si orienterà con sempre maggiore consapevolezza, ne
sono certo, verso i mass-media più credibili e preferirà
la qualità delle notizie e delle opinioni rispetto
alla quantità e velocità di trasmissione delle stesse.
Grazie alla diffusione di Internet, il singolo cittadino
potrà crearsi il proprio giornale, la propria radio,
la propria televisione e i propri palinsesti. In questo
modo la velocità tornerà a essere uno dei dati e non
il dato della questione editoriale-giornalistica.
Personalmente,
dopo una vita dedicata all'editoria e al giornalismo
non ho dubbi che l'opinione pubblica nazionale e mondiale
saprà rilanciare la cultura della verità, la sola
capace di favorire l'essere rispetto all'apparire.
Certo, il cammino della verità è tormentato e la soluzione
di questi problemi non è mai semplice, ma siamo già
a buon punto se un numero crescente di cittadini prende
coscienza del problema. L'etica della verità reale
sta uscendo dall'ombra in cui era stata confinata
dalla non-etica della verità virtuale.
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MODENA
CITY RAMBLERS
Buon
viaggio hermano querido e buon cammino ovunque
tu vada, forse un giorno potremo incontrarci
di nuovo lungo la strada. Di tutti i paesi e
le piazze dove abbiamo fermato il furgone abbiamo
perso un minuto ad ascoltare un partigiano o
qualche ubriacone le strane storie dei vecchi
al bar e dei bambini col tè del deserto sono
state lezioni di vita che ho imparato e ancora
conservo.
(Da "La strada", La grande famiglia, 1996)
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