BELPAESE?
LIBERTÀ
OGGI? LA LIBERTÀ DELL’INDIVIDUO
Il
professor Vincenzo Zeno-Zencovich su ruolo dei mass
media e potenzialità di espressione in una società che
voglia dirsi liberale
Rachele
Zinzocchi *
Mass media e libertà di informazione: un tema di attualità sempre
maggiore. Questa volta abbiamo voluto discuterne con
un esperto della materia: Vincenzo Zeno-Zencovich,
avvocato e illustre docente, grande conoscitore del
mondo dei mezzi di comunicazione e del loro ruolo
nella società, quella di ieri così come quella odierna.
Zeno-Zencovich, ordinario di diritto privato
comparato nell’Università di Roma Tre, e già titolare
della stessa materia dal 1990 al 1999 presso l'Università
di Sassari, ha insegnato nelle Università di Genova,
Cagliari e Oxford. Tra i suoi principali temi di indagine
vi sono proprio i diritti della personalità, le nuove
tecnologie dell'informazione e della comunicazione,
il diritto privato europeo. Perciò chiediamo a lui
di parlare del confine – attribuito, imposto, o che
comunque deve sussistere – nell’espressione dei mass
media: di quella che oggi chiamiamo libertà di stampa.
E partiamo dalla posizione che i media, in particolare
la televisione, ricoprono attualmente nei confronti
della società: se cioè la televisione sia semplice
espressione della realtà che ci circonda, limitandosi
a darne una rappresentazione, o se al contrario la
influenzi - spesso negativamente, secondo i detrattori.
Qual è oggi il ruolo dei mass media? Specchio della realtà, con la
sua violenza e il suo male? O piuttosto ulteriore
stimolo, strumento che influisce e condiziona la società
nella sue espressioni più malsane?
“Attualmente, la concezione che viene
diffusa dei mass media è assai ipocrita. I mezzi di
comunicazione passano per essere, in qualche modo,
il nuovo totem della società moderna, su cui vengono
scaricati e riversati tutti i mali della nostra realtà.
I media stessi rappresenterebbero anzi, secondo questa
visione, l’elemento malefico della nostra società.
Ma essi, a mio avviso, non sono neppure definibili
come “specchio” della società in senso tecnico”.
Che intende esattamente?
“I mass media sono fatti da persone: non
certo da marziani. Non esistono i “buoni” – che saremmo
noi, da una parte – di contro ai “cattivi” dall’altra:
i mezzi di informazione che ci inonderebbero di violenze
e brutture. La tv non solo non è il “male”, ma neppure
è specchio della società: al contrario, costituisce
parte integrante della società stessa, così come le
strade, le scuole, le famiglie. Ora, sulle nostre
strade accadono quotidianamente eventi che vanno dallo
sgradevole all’orrendo: ma nessuno si sogna di prendersela
con le strade in sé. Nessuno le ritiene buone o cattive.
Certo, la differenza è che, mentre noi
vediamo costantemente ciò che la tv trasmette, non
assistiamo con la stessa puntualità a ciò che accade
sulle strade. La tv e le sue immagini fanno più effetto.
Ma prendersela con la televisione sarebbe come prendersela
con le strade perché, su queste, ci sono le prostitute,
gli spacciatori, quelli che parcheggiano in doppia
fila e che ci danno fastidio. Ciò non ha senso. Se
la televisione (così come le altre realtà del mondo
in cui viviamo) è brutta, volgare o violenta, è perché
noi per primi siamo brutti, volgari e violenti”.
La tv, insomma, non influirebbe per lei sugli accadimenti della nostra
società, non sarebbe stimolo verso azioni negative:
i mezzi di informazione sarebbero fatti della stessa
pasta della società, rappresentando né più né meno
ciò che noi stessi siamo. È così?
“Esattamente. Questo va ribadito con chiarezza:
infatti, è proprio da una simile visione sbagliata
dei mass media, intesi come “totem”, che scaturiscono
poi decisioni di tipo normativo-regolamentare davvero
prive di senso. Mi riferisco a certe limitazioni alla
libertà dei mezzi di comunicazione che nessuno si
sognerebbe mai di imporre a nient’altro nel mondo
in cui viviamo”.
Perché certi limiti, secondo lei?
“L’argomento, per me strabiliante, è sempre
lo stesso: la tv sarebbe molto potente, avrebbe un’influenza
capace di determinare le coscienze, di incidere sulle
decisioni. Ma questi sono gli stessi principi in base
ai quali, nel Quattrocento o nel Cinquecento, ci si
scagliava contro la stampa e la sua libertà. L’intento
è porre un limite a un mezzo, sul presupposto che
questo sia in grado di influenzare decisivamente in
maniera definitiva le persone.
Ma ciò è assurdo: siamo di fronte a un
atteggiamento paternalistico, che non ritiene i cittadini
in grado di fare autonomamente delle scelte, e li
ritiene del tutto dominabili dalla televisione. È
come asserire che le menti delle persone siano ‘deboli’
e perciò facilmente plasmabili dalla tv. Questo però
è grave, e può portare a conseguenze ancora peggiori”.
Può farci qualche esempio?
“Sostenere che una società evoluta – quale
la nostra è da secoli - si trovi in questi condizioni,
che i cittadini italiani siano così stupidi da dover
essere protetti, è come dire che allora, in questo
Paese, è meglio non dare a tutti il diritto di voto.
In altre parole, equivale a pensare: “decidiamo chi
deve votare e chi no”. Ma chi dovrebbe stabilire un
simile criterio? Il discorso sul controllo della televisione
porta a concludere che, allora, non viviamo in uno
Stato libero, fatta di cittadini tutti uguali e responsabili”.
La tv non ha influenza nemmeno sulle scelte politiche?
“La televisione contribuisce a orientare
la gente: ma non fissa né stabilisce alcunché. Posso
guardare un programma che parla dell’emergenza rom
e poi, liberamente, pensare che non mi ritengo d’accordo,
oppure scagliarmi contro i rom e dire “Cacciamoli
tutti”. Allo stesso modo, posso guardare dalla mattina
alla sera Emilio Fede e non votare Forza Italia; o
posso guardare Santoro e non votare a sinistra. Il
cittadino è e resta comunque libero di scegliere:
siamo adulti e responsabili. Norme del genere sono
contrarie alla visione di uno Stato liberale. Non
è certo una trasmissione tv che plasma le nostre menti”.
Forse per lei è più facile parlare così, in quanto uomo di profonda
cultura. Magari per altri, come per i minori, qualche
attenzione in più ci vorrebbe. O sbaglio?
“Certo. Come in tutte le situazioni, la
libertà e gli onori si accompagnano agli oneri, alle
responsabilità. Anche a livello sociale: questo vale
proprio nel caso dei minori. Fatta salva la libertà
di cui sopra, esistono delle attenzioni da usare.
In certi contesti è senza dubbio necessaria una regolamentazione:
ma è lo stesso discorso che si fa anche con determinati
giocattoli o medicine, quando si stabilisce che non
devono essere vendute ai minori, o con la guida dei
motorini, quando si fissa che non devono essere usati
dai minori senza determinate regole.
Proteggere i minori è giusto: così come
lo è, o lo sarebbe, anche imporre obblighi di servizio
generale. Prevedere, ad esempio, canali dedicati a
servizi importanti, come la musica classica. A me
piace molto, e non capisco perché non abbia un canale
dedicato: sono certo che avrebbe un gran successo”.
Libertà sì, dunque, ma con dei limiti?
“Bisogna capirsi sul concetto di libertà.
Come ho ribadito, non è da società liberale imporre
dei limiti esterni, delle regolamentazioni ai mezzi
di espressione. Ma non per questo il giornalista deve
ritenersi depositario di chissà quale libertà d’opinione.
La libertà – in particolare la libertà di manifestazione
del pensiero - appartiene all’individuo, ai singoli
cittadini: questa va difesa. Ma la libertà di espressione
non compete ai giornalisti più di quanto la libertà
di circolazione o il diritto alla salute competano
ai ferrovieri o agli infermieri”.
Che intende?
“Vede, il ferroviere mentre viaggia non
sta esercitando un proprio presunto diritto alla libera
circolazione. Sta piuttosto svolgendo il dovere di
portarmi là dove io l’ho pagato per portarmi. Non
potrebbe mai condurmi a Battipaglia se io ho pagato
il biglietto per andare a Firenze.
Oggi invece nei mass media è diffusa una
logica priva di senso: i mezzi di comunicazione si
riterrebbero detentori di una libertà costituzionale
vera e propria, da esercitare come meglio credono.
Ma i giornalisti non sono detentori di nessun particolare
diritto costituzionalmente garantito: sono piuttosto
dipendenti degli editori. Non possono scrivere quello
che passa loro per la testa in quel momento: si occupano
piuttosto di quel che l’editore dice loro di scrivere.
Mi spiego: se l’editore dice al giornalista
di occuparsi di un determinato argomento, lui non
può rispondere che preferisce occuparsi di costume,
o magari della Finanziaria. Deve scrivere di quello.
Al massimo, se poi l’editore gli taglia il pezzo o
lo modifica, il giornalista ha facoltà di chiedere
che venga ritirata la sua firma. Poi potrà far valere
le sue ragioni: ma è il massimo che può fare. Il giornalista
usa il proprio intelletto né più ne meno di quanto
lo faccia l’avvocato che segue una causa o il commercialista
che si occupa di un cliente. Tutti i professionisti
dell’intelletto esercitano le loro attività in funzione
di chi li paga. Il giornalista fa quello verso cui
viene indirizzato: e ciò è tanto più vero quanto più
il giornale per cui lavora è di tendenza.
Una visione che sia differente da questa
è altrettanto sbagliata, quanto quella di chi vede
nei mass media un totem capace di influenzare le coscienze,
incarnazione di tutto il male che si può trovare nel
mondo. Ci sono persone, nel mondo dei media, che ignorano
qualsiasi limite, forti del fatto che starebbero esercitando
un diritto costituzionale: nessuno potrebbe dire loro
nulla. Ma il giornalista fa solo ciò che gli dice
l’editore. Se questi vuole il reality, allora lui
fa i reality; se vuole il giornale popolare, allora
si dedica a quello”.
A cosa si riduce, allora, la libertà che l’informazione – anzitutto
secondo lei - deve avere? Alla libertà dell’editore?
“No: direi piuttosto che oggi la libertà
è fondamentalmente quella del singolo individuo. Ciò
che c’è di bello oggi è lo straordinario recupero
del concetto di libertà individuale. Non a caso, in
passato, il termine “media”
era stato coniato proprio per indicare che i mezzi
di comunicazione erano, appunto, intermediari della
notizia: soggetti che facevano da tramite per il singolo
quando questi necessitava di informazioni. Oggi invece,
viviamo nel mondo digitale, delle comunicazioni elettroniche:
i cosiddetti intermediari sono saltati. Il più delle
volte, se io ho bisogno di notizie vado a cercare
le informazioni direttamente alla fonte, senza transitare
da fronti intermedi. Inoltre l’informazione ha ormai
una molteplicità di fonti: queste si sono moltiplicate”.
Perché?
“Si sono abbattuti drasticamente i costi
di ingresso nel mercato, che un tempo erano altissimi
per i comuni cittadini. Oggi chiunque può crearsi
il proprio sito web e fare egli stesso comunicazione,
in maniera egregia e a costi contenuti. Inoltre, mentre
nel mondo predigitale il circuito informativo terminava
una volta raggiunto il consumatore, che non poteva
più utilizzare o fruire diversamente dell’informazione
ottenuta, oggi il consumatore è anche produttore:
può produrre egli stesso informazione. L’esempio più
classico è il ragazzino che, con il proprio videofonino,
se ne sta tranquillamente in gita scolastica e, inaspettatamente,
becca in Austria il Ministro delle Finanze con una
ricca ereditiera: scatta le foto e le diffonde, creando
lui stesso una notizia che farà il giro del mondo”.
Libertà del singolo: questa dunque la parola chiave per un corretto
intendimento della libertà dei mezzi di informazione,
e più in generale per la realizzazione di una società
liberale?
“Certo, la libertà dell’individuo è il cardine. Come tutte le libertà,
anch’essa comporta responsabilità: storicamente, da
Adamo ed Eva. Ma è la storia dell’uomo moderno: non
esiste una libertà assoluta, prevalente su tutte le
altre: le libertà devono contemperarsi, senza separazioni
o assolutismi. Esistono solo diritti relativi: di
ciascuno, in direzione funzionale alla collettività”.
* Dice di sé:
Rachele
Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita, ma
romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica
alla Scuola Normale Superiore di Pisa - sulla metafisica
e la finitezza umana - e un amore ancora oggi viscerale
per ciò che significa “pensare”: oltre che per la
possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio
di libertà nella comunicazione, è stata folgorata
sulla via di Damasco da una grazia divina.
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