BELPAESE?

LA QUESTIONE CULTURALE IN ITALIA: L’ANESTESIA È DILAGANTE

Università, impresa, comunicazione: sembra mancare un motore di cultura, di etica dell’operare al di fuori di schemi dettati da chi ha interesse ad addormentare idee e coscienze

Flavia Carrara *

Scrive Federico Filippo Oriana, sul numero tre della rivista “L’attimo fuggente”, a conclusione del suo interessante intervento, che “... un’evoluzione culturale tanto profonda, quale quella che occorrerebbe, richiederà generazioni e (comunque) … non è questione di questo secolo”.

Non credo ci sia affermazione più condivisibile. La questione culturale del nostro paese, sia esso inteso come Italia, Europa o mondo intero, non è più cosa di cui, anche chi intellettuale non è, possa fare a meno di affrontare. È diventata, soprattutto nell’ultimo trentennio, di una portata tale da inficiare gli aspetti primari della vita di ciascuno quali la salute, fisica e psichica, il lavoro, il proprio programma di vita. Molto dipende da come viene inteso, comunemente, il significante cultura, ovvero qualcosa che ruota intorno al sapere, alla conoscenza relativa a discipline differenti, alla competenza.

L’intellettuale è inteso come il professionista della cultura, colui che fa dell’acquisizione di conoscenze la sua attività principale e la esplica attraverso l’insegnamento, attraverso la parola, astenendosi dall’operare nell’industria, confrontandosi con l’economia e con la finanza. L’evoluzione del professionismo della cultura, che comprende certamente quello tecnologico, ha coinciso con un’involuzione drammatica di un’altra cultura di cui mi pare manchi completamente il culto: quella dell’etica dell’operare.

Credo che una delle verità più sconvolgenti in cui mi sono imbattuta in questi miei primi quarant’anni sia la tanto paradossale quanto assoluta  inutilità di ciò che il nostro mondo definisce cultura rispetto al progresso della civiltà se non accompagnata, meglio trasformata o ancor meglio, fatta assurgere ad un’etica dell’operare intesa come audacia di intraprendere, assumendo il rischio che questo comporta, di elaborare strategie, di pensare liberamente, senza presupporre l’esistenza di un sistema, senza pregiudizi e farlo non al fine di una mera speculazione teorica, ma per verificare l’inscindibilità tra teoria e pragma.

Se, da un lato, il professionismo della cultura è avulso dall’etica del fare, dall’altro chi al fare è preposto per professione, dall’etica del fare risulta altrettanto avulso. In un certo senso, alla luce di quanto detto, anziché chiedersi la ragione della difficoltà a spingere la nostra economia verso più salti tassi di crescita, c’è da meravigliarsi di come ancora si riesca a sopravvivere. Mi riferisco alle aziende, soprattutto quelle di dimensioni medio grandi, magari quotate in borsa e presenti nei suoi migliori indici.

Qui i dirigenti non dirigono, il personale trascorre il tempo disponibile a fare riunioni inutili dove nulla è mai deciso e ad applicare modelli elaborati da società di consulenza, per lo più incomprensibili, aventi l’unico scopo di scaricare su di esse ogni tipo di responsabilità, frustrare alla morte i più meritevoli, e restare in un impasse assoluto. Persino il vertice dell’azienda si può dire si muova all’interno di margini strettissimi e non sia più il motore dell’azienda troppo impegnato alla lotta per la sopravvivenza tra azionisti, politici e giornalisti.

L’università, dal canto suo, è quanto di più lontano possa esserci dal porsi quale motore di cultura e fonte di intellettualità per il paese. L’ateneo in quanto istituzione – ovvero, fatta salva l’attività dei singoli docenti i quali sopravvivono alla frustrazione con svaghi esterni quali conferenze, editoriali su quotidiani, incarichi di vario tipo – sia per quanto riguarda tanto le logiche di gestione interna che quelle che ispirano i suoi rapporti con l’esterno gravitano nel più cupo oscurantismo.

Mai come nell’università, pur verificandosi anche nella grande azienda, logiche di potere prevalgono su quelle di pensiero, mai come nell’università è la burocrazia ad avere il sopravvento sul fare. Tutto questo avviene con la tacita complicità dei quotidiani i quali, vittime di un complesso di inferiorità nei riguardi dell’università non esercitano quella funzione di controllo che invece esercitano, più o meno bene, nei confronti delle aziende.

La stampa nazionale fa assurgere all’onore delle cronache soltanto casi di nepotismo, test truccati, docenti pedofili, fatti per lo più verificatisi in università di secondo piano, spesso al Sud tacitando, in questo modo, quello che è lo scandalo vero, quello che attiene alle università anche e soprattutto di prestigio, anche e soprattutto del Nord le quali ancora beneficiano di un’impunità assoluta, mancando nei loro confronti anche i più semplici meccanismi di controllo.

Sui più autorevoli quotidiani nazionali, la copertura riguarda prevalentemente gli atenei in quanto luoghi dove avvengono manifestazioni, oppure in quanto entità meritevoli di attenzione in quanto fenomeno sociale che attrae quel tal numero di giovani, confeziona centinaia di corsi insignificanti; piace persino la competizione tra università che tentano di accaparrarsi allievi e allora si acconsente a dare visibilità a questa o a quella prendendo spunti pretestuosi.

Una sorta di dogma, misto a timore e a una curiosa devozione che impedisce di andare a capire quale sia il prodotto di queste entità - molte delle quali ormai ridotte a circoli ricreativi per ragazzi che si trovano in una certa fascia d’età - quale l’insegnamento che sono in grado di erogare, quale l’intellettualità che esprimono e in base a quale orientamento strategico, quali siano i caposcuola del pensiero proprio di ciascuna.

Nel migliore dei casi, si parla di università in termini di finanziaria, si lamenta la scarsità dei fondi ad essa concessi, se ne valutano le riforme nei programmi - la scomposizione e la ricomposizione dei percorsi di studio. Tutto questo per eludere l’unica questione e al tempo stesso vero scandalo: l’università non è più motore di cultura per il paese, in altre parole, l’università non esiste più.

Uno degli osservatori dai quali la questione culturale appare più evidente e drammatica è quello della comunicazione. A meno di non intendere la funzione del comunicatore secondo il luogo comune di colui che possiede gli strumenti per dare visibilità a un’istanza precostituita da un qualsivoglia vertice di istituzione – come un qualche cosa, quindi, di meramente tecnico - è proprio la comunicazione a soffrire maggiormente della questione culturale del paese Italia, Europa o mondo che sia (avendo viaggiato molto, non ho individuato realtà molto più evolute rispetto alla nostra).

La comunicazione è quanto di più intellettualmente anarchico ci sia; consiste nel mettere in gioco il  proprio sapere, le proprie credenze per giungere, nell’incontro con l’Altro, all’invenzione, all’inedito. In quanto tale, la comunicazione è intransitiva, non si comunica qualcosa di precostituito, bensì la comunicazione è ciò che di inedito risulta dall’apertura. In altre parole, è tutto il contrario di ciò che i potenti non-illuminati vorrebbero fosse: uno strumento al servizio dei privilegi costituiti, di interessi particolari, un altoparlante al proprio ego, alla propria megalomania. È incompatibile con la burocrazia, che vorrebbe assoggettarla a sé, e al conformismo, che vorrebbe inquadrarla, classificarla, governarla allo scopo di fare in modo che mai nulla di inedito possa accedere.

Se esistesse ancora l’Università, farne la comunicazione sarebbe uno dei mestieri più intellettualmente raffinati esistenti. Ma attualmente gli atenei, alla stregua delle aziende private e pubbliche e delle istituzioni governative e non, ne fanno egualmente (forse ancor più) scempio.

L’Italia sembra trovarsi senza motore di cultura, ovvero di sviluppo, di etica dell’operare al di fuori di schemi e conformismi dettati da chi, alla stregua dell’ex regime sovietico, ha interesse ad anestetizzare il paese. Stiamo vivendo una forma subdola di regime, invisibile, fatta di ipocrisia, dove non è vero che c’è libertà di opinione.

Se non l’università, se non le istituzioni pubbliche, se non l’azienda pubblica e privata, chi può farsi motore di cultura del paese? Se qualcuno ha qualche idea, si faccia avanti.


* Dice di sé:
Flavia Carrara. Giornalista, è stata corrispondente dall’Italia e successivamente da Bruxelles del Nihon Keizai Shimbun (gruppo Nikkei), il primo quotidiano economico e finanziario giapponese e collaboratore, negli anni ’90, del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, per passare ad occuparsi di comunicazione prima nell’Olivetti pre-opa, poi all’Università Bocconi di Milano e ancora, sempre a Milano, alla Edison. Membro del comitato scientifico della Ernst & Young, attualmente è il Portavoce della Scuola Normale Superiore di Pisa, diretta da Salvatore Settis. In questa occasione si esprime, naturalmente, a titolo personale.