BELPAESE?
IL
FUTURO DELLA COMUNICAZIONE NEL PAESE DELLA COLPA
Considerazioni
sul costruttivismo a supporto della vita di relazione,
pubblica e privata, per un presente migliore e un futuro
d’eccellenza
Paola
Tomaselli *
Il mio primo ricordo
del Paese Italia risale a quando avevo circa cinque
anni. Figlia di veneti emigrati in Brasile per questioni
di lavoro, ricordo l’emozione di entrare per la prima
volta in un uccello di ferro che mi avrebbe portata
in Italia a conoscere i miei nonni. Ovviamente, nella
mia percezione di bambina, i miei nonni vivevano in
un Paese che giaceva sulle nuvole, di conseguenza
erano angeli, così come tutti gli abitanti di quel
posto.
Era notte fonda e la mia emozione si confondeva con la preoccupazione
per il domani: non sarei andata a scuola e questo
mi dispiaceva molto. Avevo un gran senso del dovere,
una gran voglia di imparare e di giocare con tutti
quei bambini che parlavano una lingua diversa dalla
mia. Nonostante ciò riuscivamo benissimo a capirci
e le maestre non mi facevano pesare il fatto di appartenere
ad un altro popolo.
Per comunicare, a parte le parole, usavamo i colori, i disegni, la
musica, le mosse e qualsiasi altro strumento universale.
C’era la curiosità di attendere la reazione dell’altro:
una parola nuova, una inventata, una smorfia, uno
scherzo e, alla fine, era tutto un gioco. Il gioco
consisteva nell’esprimere la propria unicità come
nello scoprire l’unicità dell’altro. Per noi bambini
la diversità veniva percepita come qualcosa da scoprire
per divertirsi.
I principi di una comunicazione assertiva e sana si basano sull’ascolto
e sulla verifica oggettiva, su quanto crediamo di
avere compreso. Mi chiedo quanti di noi adulti, effettivamente,
attuiamo questo tipo di comunicazione nella nostra
vita di relazione. Singolare come i bambini riescano
a comunicare ovunque e con chiunque, indipendentemente
da razza, sesso o religione. Sbalorditivo che molti
adulti credano che i bambini non capiscano niente,
nonostante gli studi scientifici dimostrano quanto
sia importante la comunicazione già a partire dal
periodo di gestazione, durante il quale anche un piccolo
trauma, un cattivo rapporto in famiglia, uno spavento
possono influenzare lo sviluppo del feto e, in alcuni
casi, risultare in un disturbo del comportamento anni
dopo la nascita del bambino.
Il carattere di un bambino, come quello di una nazione, si modella
in base alle piccole e grandi esperienze di tutti
i giorni, a ciò che avviene nel contesto storico e
temporale nel quale vive, alle persone che frequenta,
ai comportamenti che lo circondano. Io ho genitori
veneti, cresciuti tra i resti di una guerra che, come
tutte le guerre, genera solo perdenti, dato che anche
i vincitori hanno i loro traumi da smaltire. Ancora
oggi vedo e sento nelle loro spalle il peso di quei
traumi, anche se molto lavoro di pulizia è stato fatto.
Negli occhi di mia madre, ad esempio, è possibile scorgere ancora
la tristezza e lo shock causato dall’immagine di tutti
quei papà impiccati in piazza, in tempo di guerra,
dopo essere stati sottratti alle loro famiglie, brutalizzati
per chi sa quale colpa, assegnatagli da chi sa quale
giudice, di chi sa quale fazione; trascinata in piazza
insieme ad altri bambini, figli d’Italia, forzati
a guardare per giorni di fila quei corpi “dormienti”
penzolanti, scoloriti e mal composti, si chiedeva
come facessero a dormire così a lungo.
Finita la guerra, arrivarono le assegnazioni: vincitori e vinti,
violentati e violentatori, colpevoli ed innocenti.
Con le assegnazioni giunse purtroppo anche la consapevolezza
che i “papà dormienti” non sarebbero più tornati.
Sorprendente scoprire che molti di questi bambini,
mia madre compresa, ancora oggi portano dentro il
cuore la colpa ed il dolore di avere guardato, curiosato
e anche, con innocenza, deriso, quei “papà dormienti”.
L’innocenza di quei piccoli angeli venne così violentata dalla guerra,
i bambini lasciati soli nel loro trauma insieme agli
adulti che sostenevano le lacrime delle perdite. Con
questa eredità, il Paese si chiuse nel silenzio nel
tentativo di trovare le forze per ricostruire. In
nome della fede cristiana, i bravi bambini di allora
chiusero nei loro cuori il dolore della colpa e con
questo la paura, lo sgomento, la rabbia, il risentimento,
la confusione di tanti perché senza risposte. Una
volta tolti i “papà dormienti” dalle piazze, vennero
rimpiazzati con ricchi monumenti ai caduti. Rimasero
i perché senza risposta ed i bambini di allora, sono
diventati i nonni di oggi, pensionati, lavoratori,
mendicanti e anche capi di Stato. Tutti così diversi
e così legati da un comune denominatore: la guerra
e la voglia di rifarsi una vita.
Un Paese che abbia vissuto una guerra oppure una tragedia collettiva
può costruire un presente migliore ed un futuro d’eccellenza
se provvede ad un sostegno psicologico e ad una rieducazione
civica della popolazione, a tutti i livelli, partendo
dall’educazione nelle scuole per arrivare a quella
nelle aziende. Se ciò viene tralasciato, le cose non
si sistemano da sole e prima o poi, arriva il conto
con gli interessi. A giudicare dalle notizie nazionali
diffuse tutti i giorni nel nostro Paese direi che
ci siamo.
È necessario tornare a stimolare e premiare quello spirito naturale
di collaborazione e di scambio che ci insegnano i
bambini ancora non profanati da esperienze traumatiche.
La collaborazione arricchisce le persone, attenua
il senso di solitudine e di impotenza derivanti dal
sentirsi esclusi dal gruppo, mette gli individui nella
situazione di sperimentarsi da più punti di vista
e di sviluppare la consapevolezza che la perfezione
si basa su metri di valutazione soggettivi, in quanto
strettamente legati a colui che li impartisce; di
conseguenza la perfezione, in tal senso, è un’utopia.
La vera perfezione deve essere legata più ad un concetto di eccellenza,
che di competizione e prevaricazione sull’altro; eccellenza
intesa come il cercare di fare del nostro meglio in
qualsiasi situazione, non importa di quanto si tratti.
In questo modo, invece di seminare colpe e colpevoli,
costruiamo un cammino di crescita reciproca, senza
aspettare che sia qualcun altro a fare il primo passo,
bensì pensando a ciò che ognuno di noi può fare adesso,
poco o tanto che sia.
Facciamo un esempio pratico: analizziamo la differenza tra fare notizia
nel Paese della colpa e fare notizia in una Italia
costruttiva. Sappiamo bene quante notizie di cronaca
nera riportino i giornali italiani. Personalmente
non credo che gli episodi che leggiamo siano novità
dei nostri tempi, perché la storia ci dice che l’essere
umano è stato, da sempre, capace di delitti assurdi,
in nome della cultura, della religione e di altre
etichette servite come scusa per giustificare reati
atroci e scampare alle proprie responsabilità.
Quello che mi fa riflettere è la modalità con la quale spesso comunicano
molti giornalisti, pubblicitari, comunicatori, educatori
e politici nel nostro Paese; modalità che definisco
“del Paese della colpa”. Ogni volta che applicano
questa modalità, diventano loro stessi protagonisti
delle proprie condanne, giuste o sbagliate che siano;
diventano promotori e sponsor di una forza motrice
che genera un orrore ancora più terribile di quello
che denunciano: levano alla gente che si trova ad
ascoltarli la speranza in un presente migliore ed
in un futuro d’eccellenza che l’Italia e gli italiani
meritano di avere.
Per fortuna ci sono anche coloro che utilizzano una modalità di comunicazione
che definisco “costruttivista”, perché esprime tre
aspetti fondamentali:
1.
la partecipazione attiva - il giornalista partecipa
attivamente alla costruzione della notizia, facendo
indagini, raccogliendo prove e dati concreti, riportando
quanto raccolto senza manipolazioni di parte, di interesse
privato e/o politico del momento;
2.
la chiarezza nella forma – il giornalista tiene
conto del fatto che la forma è il risultato di una
sua personale struttura cognitiva di base, quindi
deve essere espressa in maniera chiara al lettore,
in modo che possa comprenderne il vero significato
e sentirsi libero di scegliere anche altre possibilità,
altre “verità”;
3.
il principio dell’autopoiesi - il giornalista
tiene presente che, essendo l’uomo un sistema auto-organizzantesi
che protegge e mantiene la propria integrità, è importante
tenere conto dell’impatto che il suo operato può avere
a più livelli nella società e, di conseguenza, che
deve riflettere sulle proprie intenzioni positive
e sulle responsabilità a catena che derivano dalla
pubblicazione di una certa notizia prima di presentarla
al proprio direttore.
Ho letto troppo spesso
di violenze impunite, di una giustizia lenta, inefficace,
fatta di leggi e cavilli che salvaguardano i delinquenti
a scapito delle persone per bene; qualcuno ha pensato
di mettere l’etichetta “al nord ci sono i ladri”,
“al sud c’è la mafia”. Questi argomenti si ripetono
con il risultato che lettori accaniti di giornali
come me, ad un certo punto, smettano di comprare il
giornale tutti i giorni. Un altro effetto a catena
è che i giovani incomincino a credere che questa sia
la definizione dell’Italia e che, per sopravvivere,
debbano aderire ad una delle due correnti.
Mi chiedo quale sia l’intenzione positiva verso la comunità di questo
tipo di giornalismo, che giustamente denuncia i fatti
che non vanno, però lo fa in modo fatalista e per
niente propositivo, ripetendo la dose, giorno dopo
giorno, per intere settimane, senza considerare minimamente
l’impatto socio-depressivo che ne consegue. Contente
le aziende farmaceutiche: l’Italia è tra i primi posti
nel consumo di farmaci antidepressivi. Il messaggio
si concentra sul fatto che siamo un Paese colpevole,
deficitario, quindi quando parlano male di noi all’estero
hanno ragione: dobbiamo vergognarci, sentirci in colpa
e nasconderci. Dove sono le notizie riguardo quello
che si sta facendo per cambiare la situazione? Non
credete a coloro che dicono che in Italia non si fa
niente. Purtroppo si è sparsa la voce che a vendere
i giornali siano le brutte notizie. Forse abbiamo
la responsabilità, come cittadini, di essere un po’
pettegoli, perché vedendo il male negli altri ci sentiamo
meglio nel nostro dolore, anche se poi ci sentiamo
un po’ in colpa.
Rimanere nella colpa, nasconderci oppure fare finta di non vedere,
significa paralizzarci e la paralisi non fa bene a
nessuno, quanto meno al Paese. Se invece ognuno di
noi si prende, con quel sano amore e fede cristiani,
anche una piccola responsabilità verso la situazione
nella quale si trova il Paese, possiamo unire i nostri
piccoli sforzi ed insieme aumentare enormemente la
possibilità di ottenere risultati concreti; questi
saranno poi merito della collaborazione di tutti noi,
che potremo sentirci orgogliosi di essere italiani.
Se vogliamo costruire un presente migliore ed un futuro d’eccellenza,
ognuno di noi nel proprio piccolo, indipendentemente
da quale sia la propria occupazione o disoccupazione,
può e deve fare qualcosa per migliorare la propria
qualità della vita, come quella degli altri, per sentirsi
importante, utile ed amato, per risvegliare quel senso
di rispetto per la madre Patria, quello che gli emigranti,
come i miei genitori, tanto coltivano quando si ritrovano
ad essere lontani dal loro Paese d’origine. Si incomincia
dalle piccole cose del quotidiano, da una comunicazione
a due vie, da una risposta garbata, da un saluto gentile,
da una richiesta di aiuto, perché tutti siamo importanti
e possiamo contribuire; noi rappresentiamo la società,
di conseguenza, partecipiamo e siamo responsabili,
sia nel pubblico sia nel privato, delle sembianze
che questa società ha oggi.
Il libro verde della Comunità Europea (Bruxelles 18/07/2001) prevede
il capitolo “La responsabilità sociale può rivestire
un valore economico diretto; anche se la loro responsabilità
principale è quella di generare profitti, le imprese
possono, al tempo stesso, contribuire ad obiettivi
sociali e alla tutela dell’ambiente, integrando la
responsabilità sociale come investimento strategico
nel quadro della propria strategia commerciale, nei
loro strumenti di gestione e nelle loro operazioni”.
Aggiungo che nel 2007, con un pianeta sofferente e questa specie
di “terza guerra mondiale” in corso tra le mura domestiche,
che sfocia in delitti atroci, il vero profitto di
un’azienda d’eccellenza, che lavora per un futuro
dell’eccellenza è quello che opera con una modalità
costruttivista, dove ogni decisione verso il “profitto”,
tenga in conto il sistema per intero, fatto anche
da altre due “P” di un nuovo marketing: “Persone”
e “Pianeta”.
* Dice di sé:
Paola
Tomaselli. 65 chili per 1,82 m di una vita ricca di
esperienze, viaggi, studio, amici; la sua più grande
passione: l’Umano; il suo cibo preferito: cucinato
a casa tra amici; la sua canzone preferita: scritta
o eseguita con destrezza e con il cuore; la sua curiosità
del momento: sapere cosa ne pensano i lettori (paola.tomaselli@libero.it);
il suo presente migliore: occuparsi di Responsabilità
Sociale e di Corporate Coach; il suo futuro d’eccellenza:
la famiglia.
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JOHANN
WOLFGANG VON GOETHE
La
Sicilia m'indica e mi fa intendere l'Asia e
l'Africa, e non è poca cosa trovarsi nel centro
meraviglioso dove son diretti tanti raggi della
storia universale. Ho trattato Napoli alla sua
stessa maniera: sono stato, meno che altro,
laborioso; ma ho veduto molto e mi sono formata
un'idea generale del paese, degli abitanti e
delle cose.
(Da "Viaggio in Italia", 1817)
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MADAME
DE STAËL
I
paesi celebri, anche quando sono spogli de'
loro grandi uomini e de' loro monumenti, esercitano
un gran potere sull'immaginazione. Ciò che colpiva
gli sguardi non esiste più, ma vi è restato
l'incantesimo del ricordo.
(Da "Lettere a E. G. Lambert", Mosca,
1915)
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