ATTUALITÁ

MORIRE? COME ADDORMENTARSI DOPO L’AMORE.
STANCHI, TRANQUILLI E CON UN SENSO DI STUPORE


Domenico Mazzullo *

Preghiera per l'uomo-albero

(Se e quando io non sarò più io)

Grazie per avermi dato

una seconda giovinezza

grazie per amarmi

grazie per leggere, giocare e parlare

con me

di tutto ciò che ti interessa

e mi interessa

grazie per correre con me

per camminare con me

nell'ombra dei boschi o sulle pendici

dei monti

colorati di ginestre

grazie per abbracciarmi

per fare l'amore con me

con il corpo e con il cuore

per salire in alto con me

come su un aliante

sollevati da una corrente calda

sempre più in su

fino a stancarci.

E grazie per quando

io più vecchio di te

non potrò più correre

io indebolito

non potrò più seguirti

io più stanco

faticherò ad amarti

grazie di essere con me

di sostenermi

di lasciarmi appoggiare

perché so che per te

la vita con me non è solo sesso

non è solo correre e giocare

la vita è anche solo un sorriso

una parola una carezza

e queste sarò sempre in grado

di dartele, anche da vecchio.

Ma se e quando io non sarò più io

quando la vecchiaia o un male oscuro

mi strapperanno da me

quando qualcosa di misterioso e inesplorabile

mi dividerà in due -

la mia anima la mia mente e il mio

cuore

proiettati per sempre negli spazi

il mio corpo immobile

su una sedia a rotelle -

quando ridotto ad albero

non potrò neanche sorriderti

perché non capirò più

cosa sei tu

e cosa sono io

allora amore

dovremo separarci.

Io non ti ringrazio

per quello che farai

per quell'Uomo-Albero

Uomo-Sasso

Uomo-Carne

Corpo grossolano

Pura materia

senza luce dell'anima

senza cuore

senza sorriso

che porterà il mio nome

ma non sarò più io.

Io, amor mio, mentre tu ti sacrifichi

per quella cosa inerte

io sarò altrove

sarò a passeggiare tra le nuvole

sarò sulla cima dell'Epomeo

a veder sorgere il sole

sarò sullo Sciliar

a giocare con un deltaplano,

sarò a meditare

in una grotta delle Egadi.

Io, amor mio,

sarò nei libri che ho letto e in quelli

che ho scritto

sarò nella memoria

delle persone che mi hanno incontrato

e mi hanno voluto bene

sarò negli occhi delle mie figlie

sarò nel tuo cuore

sarò dovunque

tranne che là

in quella controfigura umana

in cui non mi riconosco

e che non avrà più niente

a che vedere con me.

Perciò ti prego amore mio,

parlo seriamente,

non voglio sacrifici

specie se inutili.

Quando vedrai che non sono più io

conservami solo

nella tua memoria.

Non conservarmi

a fini statistici.

Non aiutarmi a sopravvivere

privato di tutto ciò che mi rende

umano

anche se ti diranno

che un Dio lo vuole.

Ma se un Dio ha potuto volermi fare

questo

e se è lo stesso Iddio

che ha voluto e accuratamente programmato

la Shoah

che organizza i massacri

le pestilenze e i flagelli

che funestano questo mondo

solo per "metterci alla prova"

e "realizzare il suo disegno

provvidenziale"

non è un Dio Buono

e probabilmente

non è neppure un Dio

ma solo la proiezione

delle loro povere menti

e tu non devi ascoltarlo.

Ascolta, ti prego, solo il tuo cuore

e il mio.

Trova in te la forza di aiutarmi.

Prendimi con te

per un ultimo viaggio

verso un Paese buono

dove capiscono che gli Uomini-albero

gli Uomini-sasso

anche se non possono esprimerlo

vogliono morire

non vogliono essere obbligati a vivere

una vita di sasso e di albero -

senza alcuna offesa

per queste rispettabili

Entità dell'universo.

E tu, amor mio, non portare

il mio lutto

non essere triste a causa mia

sappi che ci ritroveremo

un giorno o l'altro

una vita o l'altra

forse trasformati in due farfalle

o magari in due rondini

voleremo insieme

su su per i cieli

e avremo dei piccoli sempre affamati

da nutrire di insetti

e la notte ci ameremo al buio

nel nostro nido di paglia

con il cuore e con il corpo

fino a stancarci.

Amore se mi vuoi bene

uccidimi.

(Anonimo)

De providentia

Eppure, capitano addosso molti fatti che sono causa di preoccupazione, di paura, duri a sopportare. Poiché non mi era possibile sottrarvi a coteste vicende, gli animi vostri li ho armati contro ogni avversità: sopportate con coraggio. Questo è ciò in cui superate la divinità: lei è fuori dalla sopportazione del male, voi sopra la sopportazione. Non fate conto della povertà: nessuno vive una vita tanto povera, quanto è nato; non fate conto del dolore: o sarà sciolto o scioglierà; non fate conto della morte: o pone fine al vostro essere o vi trasporta in altro luogo; non fate conto della fortuna: nessun dardo le ho dato con cui ferire l'animo. Soprattutto, ho avuto cura che nulla vi trattenesse contro voglia: è spalancata l'uscita; se combattere non volete, vi è possibile fuggire.

Per questo motivo, fra tutte le cose che ho voluto vi fossero necessarie, nulla di più facile ho fatto che il morire. In declivo ho posto l'anima, la si trascina. Prestate solo un po' di attenzione, e vedrete quanto breve sia e quanto facile la strada che conduce alla libertà. Non così lunghi indugi ho posto per voi all'uscita, quanti al momento in cui vi entravate - altrimenti grande signoria su di voi la fortuna avrebbe avuto, se un uomo ci mettesse tanto a morire quanto a nascere. Ogni momento, ogni luogo può insegnarvi quanto sia facile disimpegnarsi con la natura e restituirle il dono da lei fatto; proprio in mezzo agli altari e agli usuali riti di coloro ,che operano il sacrificio, mentre si implora la vita, imparate con chiarezza la morte. I corpi grossi dei tori crollano giù per una piccola ferita, ed animali di grande forza, è il colpo portato dalla mano di un uomo che li abbatte: da un ferro sottile è rotta la giuntura del collo, e quando quel tendine che tiene insieme testa e collo è stato tagliato, tutta quella grande massa crolla a terra.

Non nel profondo sta nascosta la forza vitale e certamente non la si deve trarre fuori con il ferro; non con una ferita impressa in profondità bisogna scrutare i precordi: vicina è la morte. Non un luogo preciso per questi colpi ho destinato: per dovunque tu voglia, c'è un passaggio. Persino quell'atto che è chiamato morire, per cui l'anima si allontana dal corpo, è troppo breve perché sia possibile avvertirne così grande velocità: sia che il cappio abbia spezzato la gola, sia che l'acqua abbia ostruito la trachea, sia che la durezza del terreno sottostante abbia frantumato coloro che sono scivolati a testa in giù, sia che il fuoco inghiottito abbia spezzato a metà la corsa del respiro ritornante: di qualunque cosa si tratti, agisce in fretta. Non arrossite dunque? di ciò che tanto velocemente avviene, voi avete paura per lungo tempo?!

( Da “De providentia”, I libro dei “Dialoghi”, Lucio Anneo Seneca)

Lettera 70 a Lucilio

1 Ho rivisto la tua Pompei dopo molto tempo. Mi ha riportato indietro alla mia giovinezza; mi sembrava di poter ripetere tutte le mie giovanili imprese compiute là, e che fossero recenti.

2 Navigando, Lucilio, ci siamo lasciati alle spalle la vita e come in mare si allontanano paesi e città, scrive il nostro Virgilio, così in questa corsa rapidissima del tempo ci siamo lasciati dietro prima la fanciullezza, poi l'adolescenza, poi tra giovinezza e vecchiaia quell'età che confina con entrambe, poi gli anni migliori della vecchiaia; ora in ultimo comincia a mostrarsi quella che è la fine comune di tutti gli uomini.

3 A noi, nella nostra immensa stupidità, appare come uno scoglio: e invece, è un porto: non lo si deve mai evitare, anzi talvolta bisogna cercarlo, e se uno ci arriva nei primi anni della vita, non se ne lamenti, come non si lamenta chi ha portato a termine con rapidità la sua traversata per mare. Uno, lo sai, è trattenuto da venti deboli che si prendono gioco di lui e lo stancano con una bonaccia tenace ed esasperante; un altro, invece, un soffio costante lo trasporta a gran velocità.

4 Pensa che per noi è lo stesso: alcuni la vita li porta molto rapidamente a quella meta, che, anche temporeggiando, dovevano raggiungere, altri li snerva e li fiacca. Non sempre, lo sai, la vita va conservata: il bene non consiste nel vivere, ma nel vivere bene. Perciò il saggio vivrà non quanto può ma quanto deve.

5 E considererà dove vivere, con chi, in che modo, e quale attività svolgere. Egli bada sempre alla qualità, non alla lunghezza della vita. Se le avversità che gli si presentano sono tante e turbano la sua serenità, si libera e non aspetta di trovarsi alle strette: non appena comincia a sospettare della sorte, considera seriamente se non sia il momento di farla finita. Non ritiene importante cercare la morte o accoglierla, morire prima o poi: non teme la morte come un grave danno: uno stillicidio non causa a nessuno grandi perdite.

6 Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male. Giudico, perciò vilissime le parole di quel famoso rodiese, che, gettato dal re in una gabbia e nutrito come una fiera, rispose a uno che gli consigliava di non toccare cibo: "Finché c'è vita, c'è speranza".

7 Se anche fosse vero, non ci si deve comprare la vita a qualunque prezzo. Ammettiamo pure che si offrano beni cospicui e sicuri, io non vorrei ottenerli con una vergognosa professione di viltà: dovrei pensare che la fortuna ha pieni poteri su chi è in vita e non che è impotente contro chi sa morire?

8 A volte, tuttavia, il saggio, anche se lo minaccia una morte sicura e sa di essere destinato alla pena capitale, non presterà la mano al suo supplizio: farebbe un piacere a se stesso. Morire per paura della morte è da insensati: il boia viene, aspettalo. Perché vuoi precederlo? Perché ti fai carico della crudeltà altrui? Invidi il tuo carnefice, oppure ne hai compassione?

9 Socrate avrebbe potuto mettere fine alla sua vita col digiuno e morire di fame invece che di veleno; eppure stette in carcere trenta giorni aspettando la morte: non pensava che ogni esito era possibile e che un periodo di tempo tanto lungo consentiva molte speranze; voleva mostrarsi obbediente alle leggi e offrire agli amici la possibilità di trarre profitto dai suoi ultimi giorni. Disprezzare la morte, ma temere il veleno non sarebbe stato l'atteggiamento più insensato?

10 Scribonia, donna austera, era zia materna di Druso Libone, un giovane nobile, ma scriteriato, che nutriva speranze irrealizzabili per chiunque in quell'epoca o per lui stesso in ogni altra. Egli, malato, venne ricondotto dal senato in lettiga; non lo accompagnavano in molti: tutti i congiunti lo avevano piantato in asso senza nessuna compassione; ormai era più un cadavere che un imputato. Cominciò a riflettere se dovesse darsi la morte o aspettarla. Gli disse Scribonia: "Che gioia ti dà sbrigare una faccenda che tocca ad altri?" Non lo persuase: egli si suicidò e a ragione. Se uno è destinato a morire entro tre o quattro giorni ad arbitrio del suo nemico, se vive, sbriga proprio una faccenda d'altri.

11 Quando una forza esterna minaccia la morte, si deve aspettare o prevenirla? Non si può stabilire una regola generale; molte sono le circostanze che possono fare propendere per l'una o per l'altra decisione. Se l'alternativa è una morte fra atroci sofferenze oppure una morte naturale e facile, perché non approfittare di quest'ultima? Come scelgo la nave, se devo andare per mare, e la casa in cui vivere, così sceglierò la morte quando dovrò lasciare questa vita.

12 E poi, una vita più lunga non è necessariamente migliore, ma una morte attesa più a lungo è senz'altro peggiore. In nessuna cosa più che nella morte siamo tenuti ad obbedire alla volontà dell'anima. Esca per quella strada che ha preso di slancio: sia che cerchi una spada o un cappio o un veleno che scorre nelle vene, avanzi decisa e spezzi le catene della sua schiavitù. La vita ognuno di noi deve renderla accettabile anche agli altri, la morte solo a se stesso: quella che riesce gradita è la migliore.

13 È insensato pensare: "Qualcuno dirà che ho agito da vigliacco, qualcuno con troppa sconsideratezza, qualcun altro che c'era un genere di morte più eroico." Vuoi convincerti che si tratta di una decisione in cui non bisogna tenere conto dell'opinione altrui! Bada a una sola cosa: a sottrarti nel modo più rapido al capriccio della sorte; del resto ci sarà sempre qualcuno pronto a criticare il tuo gesto.

14 Troverai anche uomini che hanno fatto professione di saggezza e sostengono che non si debba fare violenza a se stessi; per loro il suicidio è un delitto: bisogna aspettare il termine fissato dalla natura. Non si accorgono che in questo modo si precludono la via della libertà? Averci dato un solo ingresso alla vita, ma diverse vie di uscita è quanto di meglio abbia stabilito la legge divina.

15 Dovrei aspettare la crudeltà di una malattia o di un uomo, quando posso invece sottrarmi ai tormenti e stroncare le avversità? Ecco l'unico motivo per cui non possiamo lamentarci della vita: non trattiene nessuno. La condizione dell'uomo poggia su buone basi: nessuno è infelice se non per sua colpa. Ti piace vivere? Vivi; se no, puoi tornare da dove sei venuto.

16 Contro il mal di testa sei spesso ricorso a un salasso; si apre una vena per diminuire la pressione del sangue. Non è necessario squarciarsi il petto con una vasta ferita: è sufficiente un bisturi ad aprire la via a quella famosa grande libertà: la serenità dipende da un forellino. Cos'è, allora, che ci rende indolenti e inetti? Prima o poi dovremo lasciare questa dimora, ma nessuno di noi lo pensa. Ci comportiamo come inquilini di vecchia data che l'abitudine e l'attaccamento al posto trattiene anche in mezzo ai disagi.

17 Vuoi essere indipendente dal corpo? Abitalo come se stessi per trasferirti. Tienilo presente: questa convivenza verrà a mancare, prima o poi: sarai più forte di fronte alla necessità di andartene. Ma se uno non ha limiti in tutti i suoi desideri come potrà venirgli in mente il pensiero della propria fine?

18 Non c'è cosa su cui si debba meditare come sulla morte; per altre evenienze ci si esercita forse inutilmente. Lo spirito si è preparato alla povertà: e invece, siamo rimasti ricchi. Ci siamo armati per disprezzare il dolore: e invece, il nostro corpo si è mantenuto fortunatamente integro e sano e non ha mai richiesto che mettessimo alla prova questa virtù. Ci siamo preparati a sopportare da forti il rimpianto di cari perduti; e invece, il destino ha tenuto in vita tutti quelli che amavamo.

19 La meditazione della morte è l'unica che un giorno dovrà essere messa in pratica. Non pensare che solo i grandi uomini abbiano avuto la forza di spezzare le catene della schiavitù umana; Catone strappò con le sue mani l'anima che non era riuscito a gittar fuori con la spada; non credere che possa farlo lui solo: uomini di infima condizione sociale si sono messi in salvo con straordinario impeto e, non potendo morire a loro agio e nemmeno scegliere il mezzo che volevano per darsi la morte, hanno afferrato quello che capitava sotto mano e con la loro violenza hanno tramutato in armi oggetti di per sé innocui.

20 Non molto tempo fa, durante i combattimenti tra gladiatori e bestie feroci, uno dei Germani, mentre si preparava per gli spettacoli del mattino, si appartò per evacuare gli intestini. Era l'unico momento in cui gli fosse concesso stare solo senza essere sorvegliato: lì c'era un bastone con attaccata una spugna per pulire gli escrementi: se lo cacciò in gola e morì soffocato. Uno sfregio alla morte. Proprio così, in maniera immonda e indecente: fare gli schizzinosi davanti alla morte è la cosa più stupida.

21 Che uomo forte, degno di poter scegliere il proprio destino! Con quanta fermezza avrebbe usato la spada, con quanto coraggio si sarebbe gettato negli abissi del mare o in un burrone. Era privo di ogni mezzo, eppure trovò il modo e l'arma per uccidersi; la mancanza di volontà è il solo ostacolo alla morte: egli ce lo dimostra. Ognuno giudichi come crede l'azione di quest'uomo indomito, ma sia chiaro: alla schiavitù più pulita è preferibile la morte più sozza.

22 Visto che ho cominciato con esempi sordidi, continuerò così: esigeremo di più da noi stessi, vedendo che la morte può essere disprezzata anche dagli uomini più disprezzati. Catone, Scipione e altri, i cui nomi sono abitualmente oggetto di ammirazione, li giudichiamo inimitabili: ma io ti dimostrerò che esempi di questa virtù tra i gladiatori ce ne sono quanti tra i capi della guerra civile.

23 Una mattina, poco tempo fa, un gladiatore mentre veniva trasportato sotto scorta allo spettacolo, come se gli ciondolasse la testa per il sonno, la piegò fino a infilarla tra i raggi di una ruota e rimase fermo al suo posto finché questa girando non gli spezzò l'osso del collo; con lo stesso mezzo che lo portava al supplizio vi si sottrasse.

24 Se uno vuole spezzare le catene e fuggire, non ci sono ostacoli: la natura ci custodisce in un carcere aperto. Quando le circostanze lo permettono, si cerchi una via di uscita agevole; se poi uno ha a portata di mano più possibilità di affrancarsi, faccia la sua scelta e consideri il modo migliore di liberarsi. Mancano le occasioni? Allora afferri la prima che gli capita come se fosse la migliore, anche se è strana e insolita. A chi non manca il coraggio non mancherà una strada ingegnosa verso la morte.

25 Non vedi che anche gli schiavi più umili, quando li pungola la sofferenza, prendono coraggio ed eludono anche la più stretta sorveglianza? L'uomo che non solo decide di morire, ma trova anche il modo di farlo, è grande. Ti ho promesso più esempi dello stesso genere.

26 Durante il secondo spettacolo di naumachia un barbaro si cacciò in gola tutta quanta la lancia che impugnava per combattere gli avversari. "Ma perché, perché?" disse, "non sfuggo subito a ogni tormento, a ogni umiliazione? Ho in mano un'arma, perché aspetto la morte?" Questo spettacolo fu tanto più bello quanto è più onorevole che gli uomini imparino a morire e non a uccidere.

27 E allora? Persino degli sciagurati, dei delinquenti hanno questo coraggio: e non lo avrà chi a questa evenienza è preparato da una lunga meditazione e dalla ragione, maestra di vita? Essa ci insegna che gli accessi alla morte sono numerosi, ma il punto di arrivo è lo stesso; non importa da dove cominci una cosa che arriva senz'altro.

28 La ragione stessa invita a morire, se è consentito, come ci piace, altrimenti come possiamo, e ad afferrare qualunque cosa capiti per darci la morte. È vergognoso vivere di rapina, morire di rapina, invece, è bellissimo. Stammi bene.

(Da “Lettere a Lucilio”, Lettera 70, Lucio Anneo Seneca)

Il Giuramento di Ippocrate

Giuro per Apollo medico e per Asclepio e per Igea e per Panacea e per tutti gli Dei e le Dee, chiamandoli a testimoni che adempirò secondo le mie forze e il mio giudizio questo giuramento e questo patto scritto.

Terrò chi mi ha insegnato quest’arte in conto di genitore e dividerò con Lui i miei beni, e se avrà bisogno lo metterò a parte dei miei averi in cambio del debito contratto con Lui, e considerò i suoi figli come fratelli, e insegnerò loro quest’arte se vorranno apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti.

Metterò a parte dei precetti e degli insegnamenti orali e di tutto ciò che ho appreso i miei figli del mio maestro e i discepoli che avranno sottoscritto il patto e prestato il giuramento medico e nessun altro.

Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa.

Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un’iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l'aborto. Conserverò pia e pura la mia vita e la mia arte.

Non opererò neppure chi soffre di mal della pietra, ma cederò il posto a chi è esperto di questa pratica.

In tutte le case che visiterò entrerò per il bene dei malati, astenendomi ad ogni offesa e da ogni danno volontario, e soprattutto da atti sessuali sul corpo delle donne e degli uomini, sia liberi che schiavi.

Tutto ciò ch'io vedrò e ascolterò nell'esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta.

Se adempirò a questo giuramento e non lo tradirò, possa io godere dei frutti della vita e dell’arte, stimato in perpetuo da tutti gli uomini; se lo trasgredirò e spergiurerò, possa toccarmi tutto il contrario.

Questa volta, per questo articolo, ho voluto fare un passo indietro e lasciare spazio e voce a Chi, prima di me, meglio di me, si è espresso a proposito di questo argomento che turba le coscienze di tutti, ma che è impossibile non prendere in considerazione nella nostra esistenza, come è impossibile non prendere in considerazione la nascita e la morte, traguardi irrinunciabili, nel mezzo dei quali si sviluppa e si esplica la vita.

Ho voluto porre, come titolo, la frase di Piergiorgio Welby che, nella sua lapidaria semplicità, riassume tutto il discorso sulla essenza della morte e la cui umanissima vicenda ha commosso tutti, credenti e non, ma che non ha impedito a chi professa il perdono, di non perdonare.

E proprio la sua vicenda, proprio il rifiuto della Chiesa cattolica, per bocca e volontà del Cardinale Ruini, di concedere a un suo figlio che li desiderava, i funerali religiosi, ha comportato una piccola, forse per altri insignificante, conseguenza personale, ma che mi onoro di citare: mi sono sempre dichiarato assolutamente laico ed agnostico, in privato. La vicenda di Piergiorgio Welby mi ha obbligato moralmente a sbattezzarmi, ossia a chiedere e ottenere, per mano dello stesso Cardinale Ruini, la annotazione, nel mio atto di battesimo, di non voler più far parte della Chiesa cattolica. Un atto minimo, insignificante, ma per me e per la mia coscienza, importante.

Tornando all’eutanasia, dopo le parole di Seneca alle quali, credo, nulla di più si possa aggiungere, ho voluto trascrivere integralmente il Giuramento di Ippocrate, il giuramento che tutti noi medici abbiamo pronunciato, con voce tremante per l’emozione, al conseguimento della Laurea, al momento di entrare nella nostra professione, il giorno in cui “nova incipit vita Medicinae dicata”, come recita il giuramento della nostra professione, professione che ci vede tutti chiamati in prima linea, riguardo al problema dell’eutanasia, giuramento che proibisce esplicitamente a noi medici di somministrare la morte ai pazienti, anche se una buona morte, una morte pietosa, come significa la parola, per liberarli dalla sofferenza alla quale non sappiamo porre rimedio.

Personalmente, ho deciso di oppormi in tutti i modi a questo impedimento e faccio parte del movimento che in tutto il mondo si batte per il riconoscimento legale dell’eutanasia e di ciò che è ad essa correlato,  in Italia la associazione “Libera uscita”. In Spagna “dmd” “diritto a morire con dignità”.

Spesso problemi di ordine morale ci appaiono astratti e legati solo al territorio di dispute ideologiche, fin quando non occorre qualcosa che ci tocca da vicino, che ci investe personalmente, che ci obbliga a prendere posizione, da una parte o dall’altra, inequivocabilmente.

Per me ciò è avvenuto poco dopo l’inizio della professione, in due circostanze vicine cronologicamente, ma soprattutto vicine nei contenuti e nei significati ad essa sottesi: da poco laureato fui chiamato, come emergenza, a casa di un paziente che non riusciva ad urinare.

Si trattava di un uomo apparentemente sessantenne, medico anche lui, costretto alla immobilità totale da una forma avanzata di sclerosi multipla, che lo aveva privato della capacità di compiere qualsiasi movimento, ma non di intendere, purtroppo. Era assistito amorevolmente dalla moglie. Risolto il problema fisico, mi intrattenni un poco a parlare con lui: “vedi collega come sono ridotto? Tu sei giovane e non posso chiedertelo, ma se fossi in grado di muovermi lo farei da solo… per liberare mia moglie dallo strazio di dovermi assistere”.

Non molto tempo dopo, ad una cena annuale con i miei compagni di liceo, parlando con la più bella della classe, alla quale ero seduto vicino, fui costretto a sospettare e pochi giorni dopo a diagnosticarle, con certezza, un tumore del colon. Operata d’urgenza, non c’era più nulla da fare. Era piena di metastasi. A turno, tutti noi compagni le prestavamo assistenza, soprattutto notturna a casa.

Una notte, durante il mio turno, mi chiese di prometterle che se mai i dolori si fossero fatti insopportabili e me lo avesse chiesto, l’avrei aiutata a dare le dimissioni dalla vita. Non me lo chiese; forse non fece a tempo; ma so per certo che, se me lo avesse chiesto, l’avrei aiutata. Considero mio dovere di medico aiutare i pazienti a non soffrire inutilmente, quando lo chiedono e non c’è più nulla da fare e la vita diviene non più degna di essere vissuta.

Voglio morire con le scarpe allacciate.

Bruno Bettelheim, psichiatra ottantenne morto suicida in una casa di riposo per anziani.


* Dice di sé:
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in Psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi profondamente libertario. Romanticamente illuminista.

Per saperne di più:

Libera uscita. Associazione per la depenalizzazione dell’eutanasia. www.liberauscita.it

UAAR. Uione degli atei e degli agnostici razionalisti. ww.uaar.it

Letture consigliate:

Roberto Quintini “La strage di Natale”, Avagliano Editore

Stoici-Seneca-Hume-Nietzsche “In difesa dell’eutanasia”, Il melangolo

Derek Humphry “Eutanasia: uscita di sicurezza”, Elèuthera

A. Boraschi, L. Manconi “Il dolore e la politica”, Bruno Mondadori

E. Catania “Vivere a tutti i costi?”, Marsilio

S. Foglia “Il posto delle fragole. La scelta di morire con dignità”, Armenia

G. Franzoni “La morte condivisa: nuovi contesti per l’eutanasia”, Edup

H. Kung “Una difesa della libera scelta”, Rizzoli

D. Lamb “L’Etica alle frontiere della vita. Eutanasia e accanimento terapeutico”, Il Mulino

D. Neri “Eutanasia. Valori, scelte morali, dignità delle persone”, Laterza

J. Rachels “La fine della vita”, Sonda

M. Reichlin “L’Etica e la buona morte”, Edizioni di Comunità

LOUIS-FERDINAND CELINE

Quelli di Parigi hanno sempre l'aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! Dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! Ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente.

(Da "Viaggio al termine della notte", 1932)