ATTUALITÁ
GIOVANI
BAMBOCCIONI, UN DECALOGO, SE VOLETE, PER CRESCERE
E
la raccomandazione? È il rimedio, parziale e insoddisfacente,
per chi non crede in se stesso
Federico
Filippo Oriana *
L’infelice espressione
del Ministro Padoa Schioppa sui giovani di oggi “bamboccioni”
ha avuto l’unico merito di aprire un dibattito sulla
condizione giovanile in Italia. Il tema, tanto popolare
nel nostro Paese fino agli anni ’70, è scomparso dall’agenda
sociopolitica con gli anni ’80, quando i giovani furono
invitati a divenire yuppies
o a sparire (“sei finito in banca pure tu?” diceva
una bellissima canzone di Venditti).
In questo Paese modaiolo (suo difetto principale, vedi mio precedente
articolo su “L’Attimo Fuggente”) e, quindi, poco serio,
si è passati da un giovanilismo esasperato e fine
a se stesso alla cancellazione tout court di
una fascia di popolazione che dovrebbe rappresentare
l’epicentro delle attenzioni politico-istituzionali,
in quanto futuro di una nazione. Si badi bene, non
cancellazione di una generazione specifica (come in
parte accadde negli anni ’50 con la generazione delle
tre M), perché il fenomeno sta andando avanti, da
ormai trent’anni, e sta “seppellendo” tutte
le generazioni giovanili che si succedono.
Alla sparizione dal dibattito mediatico e, quindi, politico, ha fatto
pendant la
ben più grave scomparsa dei giovani da tutte le sedi
decisionali o anche solo dalle opportunità. Non devo
andare molto lontano per trovare conferme a questo
stato di cose: io che ho felicemente compiuto 55 anni
sono considerato ancora un giovane, fino ad un attimo
fa troppo giovane, e faccio sostanzialmente le stesse
cose di trent’anni fa perché, per mia fortuna, sono
nato abbastanza presto per diventare dirigente a 25
anni e presidente a 30, ossia le età giuste in tutti
i Paesi moderni.
Debbo ringraziare i miei genitori che non mi hanno “fatto” dieci
anni dopo, perché, in quel caso, la stessa persona,
con la stessa preparazione e le medesime qualità sarebbe
ancora in attesa di un buon lavoro. Invece, io, gli
imprenditori, i finanzieri, gli avvocati, i docenti
universitari e i primari ospedalieri della mia età
siamo tutti in sella da trent’anni a togliere il futuro
a chi ha avuto la sventura di nascere dopo. Ma anche
molti di quelli con dieci, quindici, perfino trent’anni
più di me sono –dai Presidenti della Repubblica in
giù - a godersi ruolo e potere senza concorrenza.
Spero di non farmi dei nemici tra i colleghi affermando che negli
anni ’60 dello scorso secolo per andare in cattedra
bastava, sostanzialmente, avere una laurea e volerlo,
mentre chi ha aperto uno studio professionale di qualsiasi
tipo negli anni ’60 (qualcuno addirittura negli anni
’50), con la facilitazione di muoversi, praticamente,
nel vuoto, oggi ne è ancora felicemente il capo. Salvo
rarissime eccezioni, è così: nessuno con meno di 50
anni è qualcuno in questo Paese. È l’ondata delle
“pantere grigie”, in parte legata all’allungamento
dell’età della vita, in parte alla complessità dei
nuovi saperi per cui non si smette mai di imparare
(una volta il figlio di un contadino a 14 anni sapeva
già tutto quello che sapeva suo padre ed era quindi
“vecchio”) al punto che alla BMW hanno varato un programma
per l’assunzione dei pensionati in tutte le funzioni
aziendali.
E questo vale per le elite; ma che situazione si presenta per la
massa dei giovani che, semplicemente, hanno bisogno
di un lavoro qualsiasi? Qui l’analisi è più complessa.
Intanto l’Italia ha oggi un tasso di disoccupazione
non elevatissimo: questo significa che il lavoro non
mancherebbe, in particolare nel centro-nord. Ma la
“disoccupazione giovanile percepita” è invece alta:
come si spiega?
Mi pare abbastanza facilmente: i lavori disponibili non piacciono
ai giovani italiani e vengono presi dagli extracomunitari
o neocomunitari (come i romeni); gli italiani, invece,
vorrebbero fare tutti, più o meno, le stesse cose
e, quindi, non c’è, ovviamente, posto per tutti. Intendo:
l’impiegato comunale, l’insegnante di lettere, il
giornalista di televisione privata, il tecnico pubblicitario,
per non parlare di chi sogna di diventare calciatore
professionista o attore (sul versante maschile) e
velina o show-girl (sul versante femminile).
Mancano (o sono gravemente carenti), quindi, due elementi presenti
nelle società più avanzate:
1) il processo di selezione a livello scolastico-formativo-universitario,
per il quale solo i migliori hanno titolo per accedere
agli indirizzi di studio e ai lavori più ambiti;
2) l’amore per le materie scientifiche e la conseguente diffusione
della cultura scientifica e tecnica.
Un Paese, insomma, di “letterati” (tuttavia affetti, ancora all’università,
da frequenti manifestazioni conclamate di analfabetismo,
di talché quando un docente universitario di qualsiasi
indirizzo esamina uno studente che padroneggia veramente
l’italiano prova un moto di intima soddisfazione così
forte da dimenticarsi di accertare se il soggetto
sia preparato nella specifica materia) e di “comunicatori”,
mentre il mondo va verso le aziende legate a Internet,
l’ipertecnologia, le comunicazioni nel senso di quelle
tecnologiche: come stupirsi, poi, se l’Italia è fuori
dall’elettronica avanzata e da quella di largo consumo,
non ha una sola grande impresa di livello mondiale
né nel software, né nell’hardware e neppure nei telefonini,
dove lo spazio pure ci sarebbe, visto che ne siamo
i maggiori consumatori al mondo in rapporto alla popolazione!
Ha ragione l’opinionista che ha proposto (ironicamente) una quota
di iscrizione allo IULM di Milano (università di recente
costituzione e specializzata nelle attività comunicative)
pesantissima, per penalizzare una scelta potenzialmente
dannosa per la società: così facendo si farebbe il
bene di tutti, dello IULM - come centro di eccellenza
per i giovani più dotati per i media, il marketing,
la pubblicità -, della società che non perderebbe
– usando le parole di Maurizio Costanzo - tante braccia
utili per l’agricoltura, e, soprattutto, dei diretti
interessati che non sprecherebbero tempo e denaro
per poi finire solo ad ingrossare le file del precariato.
E che, se accettassero di fare, invece, ingegneria
avrebbero – con qualche anno di fatica sui libri che
non ha mai rovinato nessuno - la certezza di un buon
lavoro e subito.
In questo quadro di fondo mi viene chiesto dal Direttore, Cesare
Lanza, se il classico “calcio nel sedere” sia sempre
indispensabile e quale sia la via d’uscita da questa
italica situazione, sempre che ve ne sia una.
Il problema è molto importante per il futuro italiano e l’interrogativo
è pertinente. Mi pare di avere, in fondo, già risposto
con quanto precedentemente detto: la prima responsabilità
è dei giovani che oggi non vogliono sacrificarsi,
neanche un po’, e quindi scelgono corsi di laurea
non professionalizzanti che costringono alla “raccomandazione”
per trovare lavoro. Mentre chi sceglie medicina, economia
e commercio, fisica, chimica, biologia, matematica
e, soprattutto, ingegneria ha l’imbarazzo della scelta
tra le varie opportunità. La “raccomandazione” pur
essendo oggi – almeno nella mia esperienza - meno
obbligatoria che in passato (almeno nel centro-nord)
diviene così il rimedio (parziale e insoddisfacente)
di un errore a monte.
Il tema del “bamboccione” è questione ancora diversa: in buona parte
dipendente da un ulteriore problema, quello della
pratica impossibilità, nelle grandi città, di trovare
case in affitto ad un prezzo affrontabile, e lo dico
con una certa cognizione di causa, in quanto presidente
dell’associazione nazionale delle società immobiliari
(Aspesi). In fondo in fondo, tutti i figli (salvo
casi da psichiatra) vorrebbero, a una certa età, avere
la loro indipendenza, ma se non la ottengono è perché
vi sono problemi oggettivi (reddito e casa): quindi
se il Ministro dell’Economia cercasse di risolvere
di più i problemi economici e, contemporaneamente,
di fare meno ironia sarebbe meglio….
Solo su un aspetto vedo i ragazzi in età da lavoro in parte
“bamboccioni”: la questione della mobilità sul territorio.
Ricordo una trasmissione di Santoro su Italia 1, di
molti anni fa, in cui un ragazzo del sud urlava cianotico
che lui a Castelfranco Veneto a lavorare non ci sarebbe
andato per nessun motivo e che lui aveva diritto al
lavoro lì, nel paesino siciliano dove viveva con la
sua famiglia.
Certamente, a Castelfranco Veneto, a fare l’operaio il ragazzo
non sarebbe diventato ricco, magari avrebbe dovuto
mangiare pane e cipolle per un po’. Ma avrebbe imparato
un mestiere e alla data odierna, volendo, sarebbe
già tornato in Sicilia. Con il know-how acquisito
al nord avrebbe trovato un buon lavoro pure lì, oppure
messo su un’attività propria: il futuro insomma sarebbe
suo, mentre, con i suoi presupposti, non credo sinceramente
sia finito molto bene.
Si ha un bel dire: io il lavoro ho diritto di averlo qui, ma è la
società moderna – ben lontana dall’essere il paradiso
terrestre - che in nessuna parte del mondo funziona
così. Io ho due lauree, la prima con lode e pubblicazione
della tesi e la seconda presa a Chicago dove se almeno
(come Bertoldo in Francia) avessi potuto avere il
pane con le cipolle sarei stato un signore (mentre
invece mi dovevo accontentare di cibo in scatola);
di mattina avevo le lezioni, il pomeriggio studiavo
per gli esami e di notte scrivevo la tesi; per acquistare
il famoso cibo in scatola (non avevo il tempo di cucinare)
disponevo di un’oretta libera (l’unica) domenica pomeriggio;
ho perso venti chili, ma ho avuto tre Premi Nobel
come professori (Friedman, Stigler e Coase) e la mia
vita è cambiata per sempre.
E nonostante questa partenza, nella mia vita professionale sono stato
in trasferta a La Spezia, Cosenza e Terni, per più
di un anno in ciascuna, e ancora alla mia età vivo
a Milano mentre la famiglia (che vedo solo nel weekend)
è a Genova, e quasi tutte le settimane mi faccio pure
Torino e Roma. Cosa voglio dire? Che forse siamo responsabili
anche un po’ noi se i nostri figli, ultratutelati
da mamme e papà, non hanno il benché minimo spirito
di sacrificio e non fanno mai una scelta per dovere,
ma sempre per piacere. Questo è un fenomeno che danneggia
loro e la società, il nostro Paese in particolare,
diventato con l’estensione del “benessere” il meno
dinamico tra tutti quelli dell’Ocse, dopo essere stato
al vertice della classifica della produttività ai
tempi del “miracolo” economico.
Che suggerimenti dare ai giovani? Io li riassumerei in un decalogo:
1.
se uno ha vocazioni precise, anche molto
particolari (come lo studio del comportamento delle
anguille), coltivarle a qualsiasi costo: oggi è tempo
di specialisti e non di generalisti;
2.
se le vocazioni mancano, indirizzarsi
verso materie scientifiche, sia alle superiori sia
all’università;
3.
studiare molto, per quanto da ragazzi
costituisca un sacrificio, ricordando sempre che la
scuola è l’unico periodo della vita in cui qualcuno
ti dà qualcosa, dopo sei tu che dovrai sempre dare:
quando vai in classe pensa sempre che sei un/una privilegiato/a
perché un poveraccio si agita per insegnarti qualcosa
e per di più gratis perché è la società che paga per
te;
4.
fare di tutto per imparare l’inglese;
se mancano i mezzi andare a fare il cuoco a Londra
(come ho fatto io, pur non mancandomi il sostegno
della famiglia, ma per orgoglio…) o a Dublino; non
ho detto, genericamente, di studiare le lingue, ma
proprio di assimilare l’inglese, perché non maneggiarlo
costituisce la moderna forma di analfabetismo, visto
che tutto (dai voli aerei alla musica a Internet)
è in inglese;
5.
evitare di ricorrere/affidarsi alle raccomandazioni
e alle spintarelle: oggi, per fortuna, non sono necessarie
(se non in circostanze e contesti molto particolari)
e, in compenso, sono fonte di problemi e imbarazzi;
e su questo problema non dire mai “fanno tutti così”:
puntare il dito contro le colpe altrui – vere o presunte
- è il peggior alibi per le nostre manchevolezze.
La verità è che se le cose non vanno la colpa è solo
nostra: il nostro futuro è nelle nostre mani;
6.
stare pure in casa con i genitori (cosa
che non ha mai fatto male a nessuno) se fa piacere
o è, temporaneamente, necessario, ma non smettere
mai di cercare uno sbocco professionale, insomma non
adagiarsi;
7.
muoversi sul territorio, accettare le
opportunità reali, per quanto disagevoli, e poco convenienti
possano presentarsi (non dimenticherò mai una coppia
con figli che, a Chicago, ha caricato baracca e burattini
in macchina ed è partita per la California – sei giorni
di viaggio - perché aveva sentito che forse
là c’era un lavoro); dalle esperienze meno convenienti
si impara molto di più che da quelle confortevoli
e sono assets
concreti per il proprio futuro;
8.
confrontarsi con il mercato reale, non
pensare ai diritti, ma solo ai doveri e si finirà,
così, per acquisire diritti; pensare che nessun lavoro
è disonorevole, è disonorevole solo stare con le mani
in mano; ricordarsi sempre che il paradiso terrestre
non è stato ancora inventato;
9.
andare anche all’estero, ma non a divertirsi,
bensì a lavorare e si finirà in questo modo anche
per divertirsi di più perché nulla è più divertente
di una nuova esperienza di lavoro in contesti difficili;
10.
non rinunciare mai ai sogni, ma operare
con continuità perché diventino realtà: il sogno fine
a se stesso diventa l’alibi per non lavorare e sacrificarsi.
Mark Twain ha fatto a lungo il marinaio di fiume in
un ambiente infernale per poter realizzare il suo
sogno di diventare scrittore.
* Dice di sé:
Federico
Filippo Oriana. Avvocato immobiliarista, Presidente
dell’Aspesi - Associazione Nazionale Società Immobiliari,
operatore giuridico-economico nel comparto immobiliare,
appassionato di problemi istituzionali, internazionali
e della difesa, Presidente del Comitato Regionale
Ligure delle Comunicazioni (ente regionale dell’Autorità
per le Garanzie nelle Comunicazioni). Non è sportivo
e non ha hobby, se non leggere e scrivere (non per
“épater le bourgeois”, ma perché è vero…).
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LAURENCE
STERNE
Avvi
un'altra classe (…) noi distingueremo questi
signori col nome di semplici viaggiatori. Laonde
l'universalità de' viaggiatori può ripartirsi
per capi, così: viaggiatori scioperati, curiosi,
bugiardi, orgogliosi, vani, ipocondriaci. Seguono
i viaggiatori per necessità: il viaggiatore
delinquente e il fellone, il viaggiatore disgraziato
e l'innocente, il viaggiatore semplice. Ultimo
(se vi contentate) il viaggiatore sentimentale.
E qui intendo di me.
(Da "Viaggio sentimentale attraverso la
Francia e l'Italia", 1768)
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