INTERVISTE
LUIGI
SCIÒ: “CREIAMO UNA TV CHE PENSI POSITIVO”
I
segreti del presidente di Euroscena: filosofia della
famiglia,
fede nella Provvidenza, attacco ai mass media
e a Internet
Rachele
Zinzocchi
Un uomo che si è fatto
da solo e dal niente ha realizzato il proprio sogno
di bambino: quello che cullava affacciato al balcone
davanti agli studi De Paolis, con gli attori della
dolce vita che andavano e venivano. Alla base di quel
sogno, oggi felice realtà proiettata verso successi
sempre maggiori, valori in primo piano come la famiglia,
l’amore verso gli altri, la fede nella divina Provvidenza:
una filosofia di vita che ha portato e porta idee
innovative non solo sull’attuazione tecnica della
televisione, ma anche – a sorpresa – sulla tv “fatta”
e da fare, sui contenuti e i messaggi che l’informazione
e il piccolo schermo in particolare oggi ci trasmettono.
Lui è Luigi Sciò, presidente di Euroscena: il gruppo che di recente
ha realizzato tecnicamente la “tv della libertà”,
il canale edito dai Circoli della Libertà presieduti
da Michela Vittoria Brambilla. Ma il curriculum del
gruppo è vastissimo: si va dalla cura di grandi eventi
come il Vertice Nato Russia (nel maggio 2002 a Pratica
di Mare), la Conferenza Intergovernativa Europea (l’ottobre
dell’anno dopo), la Firma della Costituzione Europea
(il 29 ottobre 2004 in Campidoglio), alla realizzazione
di canali come La7 Sport, il Concerto di Natale in
Vaticano trasmesso da Canale 5, la Festa Nazionale
dei Carabinieri in onda su RaiUno, per continuare
con grandi produzioni tv come “Il senso della vita”
o “Fattore C”, condotti da Paolo Bonolis su Canale
5. Poche settimane fa, alla Fiera Internazionale IBC
di Amsterdam, oltre tremila operatori del settore
provenienti da ogni parte del mondo hanno visitato
il Centro di Produzione Mobile HD di Euroscena, con
un successo andato oltre ogni aspettativa.
Euroscena nasce oltre
20 anni fa, nel 1985, con l’intento di introdurre
sul mercato un nuovo modo di fare servizio per il
mondo dei media. Impegno, tenacia e determinazione
– insieme con la fede – sono le parole chiave del
gruppo, e anzitutto del suo presidente, che ha sempre
avuto come obiettivo far sì che anche l’ultimo dei
collaboratori si sentisse parte di una grande famiglia.
Incontro il presidente presso la sede della Direzione Generale, nella
romana via Gomenizza: una splendida palazzina dove
ti senti subito a casa. E la conversazione si sposta
presto dal racconto dei suoi traguardi alla rievocazione
di una storia di vita e di un pensiero precisi: con
messaggi forti e idee chiare sull’aspetto non solo
tecnico, bensì informativo e contenutistico che la
tv trasmette oggi, e su ciò che invece dovrebbe secondo
lui iniziare a trasmettere.
Come ha iniziato la sua attività?
“La mia passione è nata in via dei Durantini. Quando ero piccolo
guardavo gli studi De Paolis, dove si giravano film
storici e la cinematografia viveva il suo momento
migliore. Avevo 13 anni allorché decisi di andare
al bar degli studi e chiedere di poter servire io
i caffè con i vassoi ad attori e registi: era l’unico
modo per entrare nel set e, visto che i miei genitori
non potevano permettersi di portarci in vacanza, volevo
approfittare dell’estate per questo. Angelo De Paolis
mi notò: fu opera della divina Provvidenza”.
La Provvidenza?
“Molti l’avrebbero chiamata fortuna, ma io sono un cristiano
cattolico praticante da sempre. Angelo mi sentì che
chiedevo di servire, e disse alla cassiera di prendermi.
Mi mise in guardia però, facendomi quasi un interrogatorio.
L’ambiente del cinema, all’epoca, era un po’ particolare:
bisognava fare attenzione. Però mi disse che avrei
potuto farcela. Grazie alle linee guida che mi diede,
riuscii a formarmi e a fare vera esperienza”.
Le cose andarono bene da subito?
“Non dimenticherò mai il luglio del 1974: solo con le mance che portai
a casa per aiutare la mia famiglia, misi insieme,
in un mese, più dello stipendio di mio padre. Mamma
si preoccupò un po’ per quei soldi: si chiedeva da
dove arrivassero. Ma Angelo la rassicurò: ero diventato
la mascotte del set. E presto comunque, grazie a lui,
iniziarono i primi veri lavori: in particolare la
prima collaborazione con la Rai”.
Cosa accadde?
“Angelo mi presentò Ettore Bernabei, uomo integerrimo e all’epoca
potentissimo. Mi permise di fare il free
lance e iniziai a realizzare i primi servizi come
operatore di ripresa. Con la “scimmietta in collo”
- la telecamera – cominciai a girare per il Medio
Oriente, il Libano, facendo i primi reportage giornalistici.
Iniziai finalmente a vedere i primi soldini e da lì,
a forza di risparmio, risparmio, e tanto lavoro, misi
insieme le basi per creare questa società”.
Tutto da solo?
“Ancora oggi posso
dire “ho fatto” questa società: sono l’unico socio
di questo gruppo. La riunione del consiglio d’amministrazione
la tengo la mattina facendomi la barba e guardandomi
allo specchio! Lì prendo le mie decisioni che, ringraziando
Dio, sinora sono state oculate e vincenti. Ma devo
condividere i meriti di questa grande avventura con
la mia famiglia: una moglie straordinaria, che mi
segue da trent’anni, che lavora con me occupandosi
della parte economica, e i miei figli, anche loro
in forza all’azienda. E poi i miei collaboratori:
fedelissimi, scelti uno per uno negli anni, che si
adoperano con una professionalità e un’abnegazione
straordinaria, condividendo con me gioie e dolori.
Un leader con una forte appartenenza al gruppo: una famiglia allargata
che lei sostiene e che la sostiene.
“Senza dubbio. La vera forza di questa
società sono le risorse umane. È un discorso generale,
ma qui lo facciamo valere con particolare convinzione”.
Con questi principi ha tagliato grandi traguardi, e non sembra volersi
fermare.
“La nostra missione per i prossimi anni consiste nell’internazionalizzare
il marchio sempre di più. Soprattutto negli ultimi
sei anni abbiamo avuto un’escalation impressionante
specie per i grandi eventi: trenta visite di capi
di stato e governo, gestite integralmente, ci hanno
attribuito una forte specificità professionale. Abbiamo
già collaborazioni con altri Paesi, come la Libia,
per farne evolvere la tv, o la Spagna, la Germania.
In Italia, di recente, abbiamo fatto “I soliti ignoti”
con Fabrizio Frizzi, “Exit” con Ilaria D’Amico, e
soprattutto la tv della libertà di Michela Vittoria
Brambilla.
Quest’ultima è stata proprio una grande sfida: vinta. Abbiamo creato
tutto in un mese; è stato un lavoro massacrante, ma
lo voleva direttamente il Presidente Berlusconi, e
con lui ormai abbiamo un rapporto straordinario. Sono
service storico
di Fininvest, mi conosce da 16 anni e mi ritiene l’uomo
dei miracoli. Io gliel’ho detto: “Speriamo di non
fare la fine di Nostro Signore”. Ma lui sa che uno
come me, con i collaboratori e le tecnologie che ha,
alla fine riesce sempre a soddisfare le esigenze di
questa persona straordinaria, intelligente e meravigliosa,
che è Silvio Berlusconi”.
Berlusconi tornerà al Governo secondo lei? E quando?
“Il Presidente sta dando il meglio delle
sue energie per riprendere la guida del Paese. La
cosa darà i suoi frutti: credo che ormai i tempi siano
maturi per un suo ritorno. Io l’ho sempre seguito,
anche nella sua esperienza governativa: ha conosciuto
le mie qualità di piccolo imprenditore, veloce, rapido…
Una specie di mangusta!”.
Che intende?
“Beh, sono un “commando”… Vado, porto
a termine la missione, torno a casa e rientro nell’anonimato.
Sono uno che lavora: chiacchiera poco, sta con i propri
uomini e fa squadra. Non mi interessa la ribalta:
il mio lavoro, la mia famiglia sono i beni fondamentali”.
La filosofia della famiglia sembra guidarla in ogni scelta che fa. È così?
“Senza dubbio. Prima di tutto, anche del lavoro, viene la propria
famiglia: costi quel che costi. Non bisogna mai dimenticarlo:
altrimenti si finirà sempre col pagarne irrimediabilmente
le conseguenze. Sarebbe come seminare su un terreno
roccioso, senza radici, ove nulla di solido crescerebbe.
La famiglia, al contrario, dà radici: se ben vissuta,
seguita, consente vere soddisfazioni, come i figli,
la propria moglie. E si dà anche il buon esempio a
chi vive accanto a noi. Poi, certamente, c’è il lavoro.
Ed è fondamentale che sia coltivato con profonda onestà
intellettuale, con quel cuore che dà vita a tutto
il sistema. In questo caso sì, porta frutti che maturano.
Anche per questo la
mia azienda è una “grande famiglia”: ritengo un diritto-dovere
di tutti i miei collaboratori che, quando hanno un
vero problema, vengano subito a parlarne direttamente
con me, saltando ogni anello intermedio. Le difficoltà
vanno risolte con il capo: non ci sono alternative.
Certo, ogni tanto è difficile, ci vuole un po’ di
pazienza: bisogna anche imparare a buttare giù bocconi
amari. Ma basta seguire la vita dei grandi santi per
capire che una delle doti fondamentali dell’uomo è
proprio la pazienza. Imparare a sopportare, quando
necessario, dà forza e si trasforma in vita: chi ti
è accanto, alla fine, lo capisce e lo apprezza. Così
qui, come in una grande famiglia, ci si sopporta sempre
a vicenda: ma ciò dà fiducia, forza, crea unione e
fa sì che ciò che si costruisce venga edificato non
sulla sabbia, ma su un terreno solido. Perciò questa
filosofia fa parte del dna dell’azienda, ed è la carta
vincente del gruppo”.
Anche un Paese è una grande famiglia?
“Senza dubbio. La filosofia della famiglia
va vista in prospettiva generale. In qualsiasi contesto
ci si trovi, qualsiasi cosa si realizzi, la si dovrebbe
guardare come una grande famiglia. Anche un Paese,
dunque, va visto e trattato come una famiglia. Questo
è il segreto. Se poi uno poi crede, è avvantaggiato.
La fede aiuta molto”.
Che vantaggi porterebbe la fede, magari anche sul lavoro?
“La fede aiuta ad andare avanti, dà forza, e fornisce anche delle
grandi risposte. Ad esempio, siamo tutti scontenti?
Beh, basterebbe guardarsi intorno per capire, al contrario,
che siamo tutti fortunatissimi a prescindere: apparteniamo
a quelle poche centinaia di milioni di benestanti
del pianeta, mentre tutti gli altri vivono nella guerra,
nella violenza. Solo questo dovrebbe renderci felici
e soddisfatti – pur con le legittime ambizioni di
ciascuno a migliorare sempre la propria posizione.
La gente, invece, sembra aver dimenticato tutto questo.
E la fede aiuta a ricordarlo meglio. Pensare a chi sta peggio, aiutare
chi soffre, fa sì che ci trasformiamo da potenziali
grandi egoisti - chiusi nell’arida e vuota solitudine
di una vita spesa per il proprio ego e nient’altro – a persone che si danno,
si donano agli altri. E sono da sempre certo che ciò
che si dà gratuitamente agli altri alla fine “torna
indietro”: il bene che si fa è esattamente quello
che si riceve, in un circuito virtuoso che crea apertura,
reciproco scambio e miglioramento per tutti”.
Mi ricorda la morale calvinista – il successo nel lavoro come segno della
grazia di Dio, e viceversa.
“Si tratta semplicemente di valori morali,
di correttezza e serietà. Io sono e voglio essere
sempre a disposizione dei miei collaboratori: loro
sanno che farò qualsiasi cosa, con tutta la mia passione,
per aiutarli. Un grande capo deve sempre mantenere
ciò che dice, anche a costo di fare il più grande
dei sacrifici: su questo non ci sono alternative,
altrimenti perde credibilità. Questo mi ha insegnato
la vita. Non avendo nessuno dietro le spalle, ti devi
formare, devi chiedere lumi alla Provvidenza. E il
bene fatto darà i suoi frutti, in ogni campo”.
E chi non crede?
“In primo luogo, per me tutti siamo credenti: qualsiasi cosa in cui
io credo, è stata generata da Dio, è una sua manifestazione.
Se io ho fede, perché mi è stata trasmessa e sono
cresciuto in un certo modo, non ho nessun merito:
ma, ugualmente, nessun demerito va a chi la fede non
ce l’ha perché magari non gli è stata trasmessa. Dobbiamo
cancellare dunque queste divisioni: abbattere certi
muri e renderci conto che siamo tutti uguali. Smettiamola
di andare a cercare le pagliuzze negli occhi altrui,
e guardiamo piuttosto le travi che sono dentro di
noi. Se faremo così, di certo questo mondo andrà meglio”.
Di recente la Chiesa è stata messa più volte sotto giudizio, anche dai mass
media e sui mass media: inchieste giornalistiche,
come quella di “Exit” sull’omosessualità fra i sacerdoti, o
testimonianze dirette, come il “prete innamorato”
Don Sante Sguotti, hanno fatto emergere un mondo sommerso,
di cui peraltro da tempo si parlava.
“Guardi, a proposito del lavoro di “Exit”, io posso anche condividere
l’aspetto giornalistico dell’inchiesta, ma non mi
è piaciuto il modo in cui si è andati a stigmatizzare
e quasi ad enfatizzare quell’aspetto negativo della
Chiesa che, indubbiamente, è stato dato da quei quattro
preti. Il fatto è che la Chiesa non sono quei quattro
preti: io, come padre di famiglia, condanno loro nella
maniera più totale, ma la Chiesa è ben altro, è un’altra
entità.
La Chiesa è quella che lotta in Brasile, in Africa, adoperandosi
nel mondo: è l’ultimo baluardo che ha il male dinanzi.
Dopodiché non resta che la distruzione totale del
pianeta. Quella puntata di “Exit” mi ha ferito un
po’. Va bene aver fatto l’inchiesta. Ma mi piacerebbe
se ora Ilaria D’Amico facesse una puntata concedendo
lo stesso spazio al racconto di tutte le splendide
e straordinarie azioni realizzate dalla Chiesa, ovunque,
dalle associazioni caritatevoli, da personaggi come
Madre Teresa di Calcutta, Padre Pio, i grandi santi.
Peccato che operazioni del genere non accadano mai”.
Perché, secondo lei?
“Per una sorta di perversione mentale
ormai invalsa nella nostra società e nei mezzi di
comunicazione. È il dramma esistenziale dei paesi
più industrializzati: tutto ciò che è negativo fa
audience, tutto quel che è bene non lo fa. Questo,
più che un errore, è un orrore: si tengono in vita
trasmissioni che potrebbero essere di grandissima
utilità – e lo sono anche: ma non fanno il loro dovere
fino in fondo”.
I mass media sono responsabili di offrire un modello negativo, che incrementa
il male già presente nel mondo, in noi stessi?
“Esattamente. Pensiamo anche ai telegiornali che vediamo ogni sera.
Non fanno che offrirci immagini di persone che bruciano
il padre o uccidono la madre, stuprano ragazzine,
si cimentano in ogni forma di violenza… Queste cose,
però, sono sempre esistite: con ciò non le giustifico
certo, semplicemente dico che fanno parte dell’essere
umano. Il male va combattuto: ma, portandolo quotidianamente
dinanzi ai nostri figli, lo enfatizziamo, creando
un modello che rimane stampato nelle loro teste sin
dalla culla, in base al quale davvero rischiano di
crescere e di formarsi.
Io adoro i ragazzi: sono la parte più importante della nostra società
benché, oggigiorno, sia pure necessario fare attenzione
a dire quanto li amiamo. Basta un niente e si rischia
di essere presi per orchi assassini che vogliono fare
loro del male. E proprio questo è il punto: la società,
coi mass media, ci ha educato a questi modelli solo
negativi, ad essere sempre guardinghi verso tutti.
Non va bene: non ci stiamo godendo questo mondo straordinario
che ha creato il Padreterno. Occorre dunque fare di
tutto per enfatizzare il bene, ciò che fa bene e fa
crescere sani i nostri figli. Del male si accorgeranno
da soli, strada facendo. Noi, nel frattempo, dovremmo
combatterlo, non dargli voce”.
In che modo la televisione
potrebbe fare questo?
“Anzitutto realizzando un’informazione giornalistica seria, mirata
non a spettacolarizzare il problema, ma semmai a portarlo
di fronte alle autorità competenti, riservatamente,
affinché lo risolvano davvero. Si potrebbe andare
là dove il problema sussiste, filmarlo con una telecamera
e poi sottoporre tutto alle autorità: stimolandole
così a fare il loro lavoro, precisando che, in caso
non ci si comporti di conseguenza e con responsabilità,
allora sì che il filmato o l’intervista saranno mandate
in onda. Ma solo poi: solo se le precedenti e importanti
vie ufficiali non sono servite. Dall’altra parte,
diamo vita ad un altro tipo di televisione. Io sono
per natura un uomo positivo in tutto: e una tv del
genere vorrei che nascesse”.
Dalla realizzazione
tecnica delle tv ai contenuti dei programmi: quale
tv creerebbe?
“È vero, ho tante idee e mi piacerebbe portarle anche come possibili
contenuti creativi di trasmissioni. Bisognerebbe avere
la forza di trovare degli editori che, comprendendo
l’importanza della fase che viviamo, implementino
un modo di pensare in positivo. Chi farà questo avrà
il futuro in mano. Anche perché la tv generalista
è destinata a cadere sempre più sotto i colpi di Internet:
e se non creiamo un modello di televisione di questo
genere, sarebbe la fine. C’è il serio rischio che
la gente finisca col rifugiarsi solo nel mondo virtuale
di Internet: una realtà capace di far deragliare definitivamente
chiunque”.
Condanna radicale anche per Internet?
“Ancora di più. Internet sarebbe uno strumento
tecnologico bellissimo se utilizzato per buoni scopi.
Ma l’uomo nasce con una piaga dentro, il male: e dentro
il web c’è come un moltiplicatore dei vizi, è l’espressione
massima delle nostre debolezze. Internet è morbosità,
bisogna davvero essere fortissimi per non cedere alla
curiosità e lasciarsi tentare dall’andare su certi
siti che mostrano cose bruttissime, per l’uomo, per
la donna. Perciò è ovvio che prima o poi, in un momento
di debolezza o stanchezza, Internet possa far deragliare
chiunque, spingendo la persona a rifugiarsi in un
meccanismo perverso che conduce all’autodistruzione.
Così, meglio tenersene lontani. Si guardi intorno:
io qui, nel mio ufficio, non ho proprio computer:
non ho niente, così evito ogni tentazione. Quando
ho bisogno di una ricerca per lavoro, la faccio fare
o da mia moglie o dalle mie collaboratrici. Mi evito
questo trappolone e sto bene così”.
Gli strali che ha lanciato, le sue forti critiche contro una certa tv
e contro Internet non hanno adombrato però il suo
sorriso.
“So di essere una mosca
bianca, ma a me piace vivere così. Vado avanti, cerco
di lavorare bene e mi fido di quel che mi manda la
divina Provvidenza”.
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