INTERVISTE

“QUANDO PERTINI E SARAGAT ERANO A REGINA COELI”

Tra aneddoti personali e schietti giudizi, Giuliano Vassalli rievoca quasi un secolo della storia d’Italia

Matteo Lo Presti *

“È vero nel 1978 fui candidato alla Presidenza della Repubblica. Fu Craxi a proporre la mia candidatura, ma i comunisti si opposero per il mio atteggiamento possibilista su un gesto da compiere per la liberazione di Aldo Moro, mi tacciarono di essere anticomunista. Craxi aveva tentato anche la candidatura di Antonio Giolitti, ma Cossutta prima e Napolitano poi si opposero all’una come all’altra candidatura.

Ma io sarei scappato piuttosto che fare il Presidente della Repubblica, non ero all’altezza. Però non dimenticherò mai che Berlinguer andava in giro per la Camera dei Deputati con un articolo nel quale compariva una mia intervista che perorava la causa della liberazione di Aldo Moro. Io sono sempre stato un secchione, ho saputo solo studiare nella mia vita ed ho il rimpianto di avere trascurato la famiglia, non certo di non essere stato eletto Presidente della Repubblica”.

Giuliano Vassalli, nato il 25 aprile del 1915, nel suo fastoso studio ricolmo di libri, tutti bene ordinati, (su una sedia impilati, sempre con molto ordine, “quelli che devo leggere nei prossimi giorni”) racconta con toni pacati uno dei tanti episodi che incoronano una vita spesa al servizio della democrazia e di un Paese che non sempre è stato capace di riconoscere la magnanimità dei suoi cittadini migliori.

I giovani conoscono Giuliano Vassalli? Cosa sanno della sua storia intrepida di militante antifascista, sopravvissuto alle torture in via Tasso, nel cuore di Roma, per un caso fortunato del destino? Parlamentare, Ministro delle Giustizia, professore universitario, avvocato penalista di grido, Presidente della Corte Costituzionale, una forte personalità impastata di intelligenza e di grande rigore morale, Giuliano Vassalli, con toni miti e atteggiamento schivo, con precisione sistematica, rievoca la sua vita senza scordare dettagli, con una forza analitica invidiabile e un pizzico di ironia sorniona e divertita. Il racconto non può che partire da lontano.

“Sono stato un alunno precoce, studiavo per la prima classe elementare con mia madre, a Genova, in casa; agli esami per frequentare la seconda ero così ben preparato che mi ammisero alla terza. Il ginnasio inferiore lo frequentai dai Barnabiti. Poi a Roma, sempre seguendo i trasferimenti di mio padre, mi iscrissi al liceo Visconti nella sezione C. Lottavo con la matematica, avevo un professore che si chiamava Golisciani, piccolo piccolo, vestito con divisa militare di colonnello di artiglieria che al primo compito mi diede, come voto, zero spaccato. Mi sembrava di essere meglio orientato verso la storia e la filosofia.

Mio padre docente di diritto mi lasciò libertà di scelta, alla fine decisi di iscrivermi alla facoltà di giurisprudenza. Ero, ovviamente, come tutti i giovani, iscritto al Guf, ma riuscivo sempre a svignarmela. Politicamente, come tutti i giovani, avevo idee variegate: attraversai il periodo in cui mi dichiaravo comunista, perché mi piaceva seguire questo ideale astratto di uguaglianza e di giustizia sociale. Poi durante la guerra d’Etiopia, sventolata con grande clamore, si risvegliò in me un forte sentimento nazionalista. Ricordo che persino Vittorio Emanuele Orlando ebbe a dire “Mi metto a disposizione per puro spirito di servizio”.

Ma la sua formazione socialista che itinerario ha seguito?

“Ha influito molto sulle mie idee socialiste la vicenda drammatica e bella dello zio materno Mario Angeloni, antifascista dichiarato, medaglia di argento della Prima Guerra mondiale, che fu confinato nel 1926 ad Ustica, proprio tra i primi avversari del regime. Scoppiata la guerra civile in Spagna morirà in combattimento il 28 agosto del 1936.

Poi toccò all’Italia essere coinvolta nella guerra. Sotto le armi mi trovai prima imboscato sul fronte francese e poi, a Torino, membro della commissione che doveva controllare l’armistizio con la Francia. Il generale comandante era Pietro Pintor, zio del giovane Giaime, che morì saltando su una mina e di cui si parla molto in questi ultimi anni, per le sue idee e per le sue scelte politiche. Io navigavo già con sicurezza verso le idee socialiste. Ricordo che Raimondo Craveri, esponente del partito d’azione, mi sfotteva “Ma cosa fate, rifondate il Partito Socialista? e direttore dell’Avanti chi proponete Benito Mussolini?”.

Poi con l’8 settembre 1943 la vita di Vassalli prese una direzione drammatica. Il professore ne parla con accenti piani, quasi a sostenere soltanto che quelle scelte avevano il senso giusto di una doverosa normalità.

“Quella data mi vide presente a Roma presso il tribunale militare. Con Mario Zagari, Leo Solari, Giacinto Cardona e Tullio Vecchietti era stato rifondato il PSI con il nome di PSIUP e, nella semiclandestinità, ci adoperammo per fare liberare tutti i confinati”. E il racconto di Vassalli mette in evidenza nobiltà e coraggio di un mondo tragicamente dilaniato.

“Pertini e Saragat erano in carcere a Regina Coeli, Nenni insisteva per liberare Saragat. Organizzammo con Alfredo Monaco, medico socialista che lavorava all’interno del carcere, una evasione legalizzata. Con l’aiuto di Massimo Severo Giannini mi impadronii di alcuni moduli con i quali costruimmo falsi ordini di scarcerazione. In modo rocambolesco sette uomini, tra cui appunto Pertini, e Saragat riuscirono a fuggire”.

La storia narra anche che Pertini non volesse uscire se non fossero stati liberati tutti i socialisti. Al momento dell’evasione, uno del gruppo dei sette da fare fuggire si attardava in fureria perché voleva gli fossero restituiti gli oggetti sequestrati all’ingresso in carcere: Pertini, da dietro, gli diede un calcio negli stinchi e gli bisbigliò: “Non capisci che stiamo evadendo?”.

Vassalli aggiunge sornione “Pertini rimase, in seguito, scherzosamente molto arrabbiato con Nenni perché aveva saputo che Saragat era l’ostaggio preferito da liberare e gli urlava bofonchiando “E già! Io vecchio carcerato potevo pure morire in carcere!”.

Vassalli non vuole raccontare dei due mesi in cui fu rinchiuso nelle stanze di via Tasso. Entrato, sanguinante, per le percosse subite in via del Corso per un tentativo di evasione dalla auto in cui le SS lo avevano sequestrato, dal 3 aprile ’43 al 3 giugno ’43 fu sottoposto a torture indicibili. Si porta solo le mani alla testa per rimuovere ricordi agghiaccianti, ma si è saputo che con i polsi legati dietro la schiena con il filo di ferro, era costretto a mangiare nella gamella buttata sul pavimento “come i cani” dirà in una sua preziosa testimonianza.

“Mio padre era amico di Francesco Pacelli, fratello del papa Pio XII; si erano conosciuti durante i lavori per la firma del Concordato del 1929. La sera del 3 giugno mi venne incontro un sacerdote tedesco, padre Pancrazio Pfeiffer: pensai fosse giunto il momento dell’esecuzione; era invece il sacerdote che aveva ottenuto la mia scarcerazione”.

Docente di procedura penale a Genova, dove aveva anche studiato qualche anno al Vittorino da Feltre, durante un trasferimento del padre nel capoluogo ligure, salito poi in cattedra, in contemporanea vive da protagonista una grande stagione della politica nazionale. Sempre autonomista, è Capo di gabinetto di Pietro Nenni, vice Presidente del Consiglio; hanno un contenzioso sulle strategie del partito: Vassalli vuole dare le dimissioni, Nenni lo prega di rimanere. Partecipa alla scissione di palazzo Barberini, diventa segretario del PSLI (poi PSDI).

Dopo l’unificazione tra i due tronconi storici del socialismo italiano diventa parlamentare dal ’68 al ’72. È molto impegnato nella riforma dei Codici e nella attuazione della Carta Costituzionale, ma esercita, anche con grandi successi, la professione di avvocato penalista.

“Al famoso processo Montesi difendevo l’imputato Ugo Montagna: fu definito il processo del secolo. Implicato, come si ricorderà, anche Piero Piccioni figlio del ministro DC Attilio Piccioni. Un processo che era una montatura: il mio assistito era completamente innocente, poi difesi, anni dopo, il collega Antonio Lefebvre, incriminato per lo scandalo Lockheed che costò al Presidente della Repubblica Leone le dimissioni e l’arresto in aula di Mario Tanassi, accusato dal suo ex compagno di partito il Presidente della Corte Costituzionale, il socialdemocratico Paolo Rossi. Poi ho difeso al processo Bebawi (1964) il marito accusato dalla moglie di avere ammazzato l’amante libanese della donna :lei accusava lui, lui accusava lei,furono assolti per insufficienza di prove. Processi importanti non ne ho mai persi”.

Vassalli fu anche Palermo, come testimone, a difendere Andreotti per i provvedimenti legislativi che da Presidente del Consiglio aveva preso contro la mafia (la legge per bloccare l’uscita dalle carceri, per scadenza di termini, di circa quaranta capi della mafia già condannati in primo grado). Senatore dall’83 all’87, Ministro delle Giustizia dall’87 al 91. È stato uno stretto collaboratore di Bettino Craxi, del quale dice:

“Avevo un ottimo rapporto con lui, non abbiamo quasi mai litigato, se non sulla valutazione di certi personaggi; non era, come si pensa, un decisionista assoluto, ma, invece, molto riflessivo e, certamente, un autonomista riformista di grande valore. Aveva un pessimo carattere, usava una eccessiva brutalità, trattava male la gente e, soprattutto, trattava male gli avversari. Nessuno nel partito osava fargli rimproveri o critiche. La gestione del partito non andava bene, grandi spese, architetti, effetti scenici, queste esagerazioni non conquistavano i vecchi socialisti, come me, che non apprezzavano e, io stesso, ero diventato brontolone. Ma riuscimmo a portare in porto la modifica del Codice di Procedura Penale che si trascinava da sei legislature, con l’aiuto del democristiano Martinazzoli e del comunista genovese Raimondo Ricci”.

Domanda inevitabile sullo stato delle giustizia nel nostro paese.

“Troppe sofferenze nel campo della giustizia per tante cause, soprattutto un conflitto permanente tra la politica e i magistrati: vedi il caso Mastella. La Carta Costituzionale vede il Ministro come sostegno dei magistrati, ma i magistrati, sia i giudici sia i pubblici ministeri, sono governati dal Consiglio Superiore della Magistratura e il conflitto tra governo e CSM è facilmente interpretabile: o i ministri si sottomettono, si piegano o si alimenta una conflittualità permanente, con disagi continui. C’è la Corte Costituzionale che da sempre è un organo al di sopra delle parti. Anche il popolo di sinistra si è accorto che riformare il CSM è una cosa spaventosa: i magistrati fanno un uso smodato di personalismi, con scarsa disponibilità a rispondere delle loro azioni. Il Presidente Giorgio Napolitano ha messo, talvolta, il dito nella piaga anche in questi mesi, ma i magistrati fanno sempre finta di niente”.

Sarà mai stato attratto Vassalli dalla professione del magistrato?

“Assolutamente no. Né giudicare, né accusare il prossimo è mestiere che mi si addice”.

Un’ultima riflessione sulla attualità della politica italiana.

“Il partito democratico è una importante novità, ma ricordo che Occhetto rifiutò qualsiasi compromesso con la parola socialista. Un errore che la sinistra sta scontando ancora oggi”.

Come Ministro della Giustizia portò a compimento importanti riforme legislative, oltre alla riforma del Codice di Procedura Penale: il patrocinio gratuito dei non abbienti, la riforma della legislazione antimafia, quella della legislazione antidroga. È decorato di medaglia d’argento e di croce di guerra.

Una volta ha scritto “Il contributo morale della Resistenza fu altissimo. Questo consentì all’Italia di collocarsi tra i paesi assertori della libertà e del riscatto dall’orrore del nazismo. Gli ideali da trasmettere ai giovani sono quelli dell’umanità, della giustizia, della libertà e della pace. Ma mai quelli della pace a ogni prezzo, contro la dignità e la libertà degli uomini”.

Herbert Kappler l’esecutore della strage delle Fosse Ardeatine gli gridò mentre si allontanava libero dalla prigione: “Signor Vassalli faccia in modo di non dovermi mai più rivedere”. La storia avrebbe predisposto diversamente: Kappler condannato all’ergastolo e Vassalli testimone dell’ amore per la democrazia e capace di affermare “Sono un veterano, ma anche un apprendista, ogni giorno apprendo sempre un’infinità di cose”.

Il colloquio è finito, il tempo di assaggiare un dolce, offerto con grande generosità e accarezzare la copertina di un libro su Garibaldi appena avuto in omaggio. Roma appare più bella, più tersa, l’aria della libertà ha proprio un buon profumo.


* Dice di sé:
Matteo Lo Presti. Nato a Spilimbergo (Pordenone) il 24 luglio 1944 . I genitori, padre siciliano e madre friulana, si incontrarono per merito dell’8 settembre. Ha studiato a Genova al liceo Colombo. Affascinato, giovanissimo, dalle virtù etiche e politiche di Sandro Pertini, è da più di quaranta anni iscritto al PSI. Docente di storia e filosofia, ha svolto intensa attività giornalistica. Cesare Lanza, personaggio raro nelle sue tante virtù e nei suoi non pochi, ma innocenti, difetti, già direttore del quotidiano socialista “Il Lavoro” di Genova, gli ha insegnato il lieto, allegro e duraturo sentimento della autentica fedeltà all’amicizia.

ANTOINE DE SAINT-EXUPERY

Il piccolo principe si sedette sul tavolo ansimando un poco. Era in viaggio da tanto tempo. (…) "Che cosa fate qui?". "Sono un geografo", disse il vecchio signore. "Che cos'e un geografo?". "È un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti". (…) "Le geografie", disse il geografo, "sono i libri più preziosi fra tutti i libri. Non passano mai di moda. È molto raro che una montagna cambi di posto. È molto raro che un oceano si prosciughi. Noi descriviamo delle cose eterne".

(Da "Il piccolo principe", 1943)