INTERVISTE
DOPPIA
PERSONALITÀ, CON UN SOLO AMORE: LA SARDEGNA
Cronista
precisa e sbeffeggiatrice dei costumi moderni: le complicate
facce di Marella Giovanelli
Francesco
Canino *
Confesso che il mio
doppio mi aiuta molto, mi salva la faccia. In realtà
sono un uomo che rispetta le convenienze. Evacuo nella
scrittura le fantasie e la follia. Metto nelle parole
tutto quello che posso e ritengo così di salvarmi
la pelle. Ci tengo a questa chiarezza. Nascondo la
faccia e vado avanti, come una statua cieca guidata
dall’alto. Di volta in volta tutto ciò mi diverte
oppure mi angoscia. Manco alla poesia nella vita quotidiana.
Manco di follia.
(“Lo scrivano”, Tahar Ben
Jelloun, Einaudi, 1996)
A Punta Lada è arrivato l’autunno. La frenesia dell’estate, il tripudio
dei grandi yacht supertecnologici e le magnum di Cristal,
che innaffiano le feste dei magnati russi, sono solo
ricordi di un passato recente. Le nuvole basse annunciano
la pioggia che forse non arriverà prima di sera, il
mare freneticamente agitato s’infrange sulla scogliera
che si staglia al fondo del grande prato verde di
una casa sarda, di quelle che vivono tutto l’anno
e non solo nei febbrili mesi estivi. Una puntuta tramontana
soffia portando con sé il profumo di mirto e sempreverdi,
e scompiglia i ricci biondi e ribelli della padrona
di casa, donna dall’involucro appariscente, morbidi
seni, languide curve, dal contenuto sobriamente ironico
e malinconico.
Sotto il pergolato che durante l’estate ha ospitato pranzi leggeri
e cene fatte per tirare fino a tardi con gli amici
di una vita, avvolta in una calda coperta rossa ecco
Marella Giovannelli: sfida il primo freddo, guardando
rapita il mare stranamente rabbioso della sua terra
e chiede a quelle increspature ancora un po’ d’ispirazione
per i suoi versi. Perché Marella Giovannelli, più
conosciuta come giornalista e “regina del gossip”
(l’investitura ufficiale è arrivata quest’estate dalle
pagine del “Corriere della Sera”, che le ha dedicato
un ritratto nella rubrica “Tipi d’estate”), ha per
la poesia una passione di quelle che scoppiano immediate
e incontenibili.
“Il mare si veste d’inverno/le onde rapite/dalle guglie di pietra/e
schiuma di perle/sulle rocce lucide/di sole freddo”
scriveva nel 1997, in un libretto dal titolo “Mareamore”.
E proprio mentre il mare della sua Sardegna si veste
d’inverno la incontriamo per raccontare come “le parti
del doppio”, quelle delle nostra personalità, possono
convivere senza conflitto. Perché quest’avvenente
signora che vent’anni fa ha lasciato una brillante
carriera da interprete parlamentare e la spensieratezza
della Roma craxiana degli anni ’80 per tornare nella
sua terra, è Marella Giovannelli ma è anche Mara Malda:
una parte della sua personalità è dominata dalla precisa
e seriosa cronista e scrittrice, l’altra dalla impertinente
osservatrice/sbeffeggiatrice dei costumi moderni.
Nel mezzo la passione quasi primordiale per la sua
terra, e la poesia vissuta come fluido che sgorga
dall’anima.
“Non avevo scritto, né letto una poesia fino al 1990. Non m’interessava,
mi sembrava una cosa immensamente distante da me.
Poi c’è stato un evento molto doloroso, un lutto difficile
da superare. Un giorno avevo un foglio bianco davanti,
ho sentito l’esigenza di prendere in mano una penna
e ho iniziato a scrivere versi”.
E così, parola dopo parola, è riuscita a mettere assieme tre raccolte
di poesie (“L’estranea”, “Mareamore”, “Equatore celeste”) che si trovano sul
suo sito, e a curare, almeno in parte, attraverso
la poesia le ferite dell’anima che quel dolore le
ha procurato. Ora sta preparando un’antologia con
novanta poesie ispirate ai quattro elementi (aria,
acqua, terra e fuoco) con un progetto grafico davvero
accattivante.
Ma le sue creazioni non
sono solo versi malinconici o tetri racconti di un
cuore spezzato. Sono un inno alla Sardegna, al suo
mare, alla sua gente. Ed è proprio partendo da una
delle sue poesie, “Estate nel paradiso perduto”, che si può ragionare
su cosa è oggi la Costa Smeralda, se davvero Porto
Rotondo è diventato “Morto Rotondo” (copyright di
Dagospia) e su come i “personaggi” sono stati scalzati
dai “personacci”, come scrive provocatoriamente Mara
Malda.
In estate
nel paradiso perduto
della mia terra
geneticamente modificata
ad uso e consumo
del mercato e della stampa
impetuoso scorre
il fiume di neve bianca.
Vizi pubblici
da esibire in branco
nella Corte dei Miracoli
studiati a tavolino.
Sciami di elfi glabri e fatine seminude
guidati da Re Magi in processione
salgono sulla giostra del Pavone Brizzolato.
Nella villa del Pifferaio-Burattinaio
nidificano gli esemplari più belli
da rivendere e mostrare
dietro percentuale.
Alla Fiera della Vanità
sono tutti in posa
mai per qualcuno
sempre per qualcosa.
Compratori e venditori
adulatori e imbonitori
sfoderano sorrisi
da sfingi e mummie.
Mai una risata o un pianto
privi di agenti chimici
l'isteria è ancora meglio
fa più divina creatura
tra storie d'amore confezionate
misteri ingloriosi
e carni esotiche pronta cassa.
L’ironia si fa palpabilmente amara, perché amaro è il ritratto della
Sardegna dei nostri tempi invasa da sciami di personaggi
famosi (o convinti di essere tali) che vivono questa
terra come trampolino di lancio per carriere destinate
a durare tanto quanto un battito di ciglia o forse
il tempo di leggere l’articolo che li riguarda su
un settimanale patinato. Così non è difficile capire
che il “Pavone Brizzolato” è l’astuto Flavio Briatore
e che la “villa del Pifferaio-Burattinaio” è quella
del reuccio di viale Monza, Lele Mora, o che la “Fiera
della Vanità” è quel calderone dentro cui si mescolano
gli interessi dei settimanali scandalistici (un business
sul quale sarebbe interessante indagare ancora), quelli
di agenti senza scrupoli e di pseudo artisti disposti
a tutto e, inevitabilmente, quelli di una terra che
grazie a loro campa, anche se un certo disprezzo si
fa sempre più malcelato.
“Io parlo proprio perché sono stata una delle prime a raccontare
cosa succedeva in Costa Smeralda. Ho assistito al
mutamento di questi anni, al moltiplicarsi di locali
e ristoranti, all’invasione dei turisti che ha indubbiamente
fatto molto per l’economia della Regione, non dobbiamo
dimenticarcelo. Sono la prima a non provare fastidio
nei confronti del cosiddetto gossip, che è una specie
di fabbrica dei sogni…”.
Anche perché con lo pseudonimo di Mara Malda ne hai raccontati di
pettegolezzi, hai svelato retroscena e amori, ultimo
in ordine di tempo quello sul nome dell’accompagnatore
estivo di Valeria Marini. Tanto che il “Corsera” ti
ha incoronato “regina del gossip”.
“No, ha scritto che ero la regina del gossip”.
Perché hai spiegato
attraverso una metafora, che è come se avessi fatto
indigestione di ciliegie: hai scritto e detto talmente
tanto che ti è venuta “l’orticaria al solo pensiero
di scrivere ancora di sagre lelemoriche, briatore,
venturiche e certosine”.
“Esatto, continuo a pensarla così, ma voglio chiarire che
cosa mi turba. Sono nata ad Olbia, amo la mia terra
e in questi anni ho assistito ad un mutamento che
ha creato in me, e in molte altre persone, un fastidio
quasi epidermico: perché la Sardegna è diventata una
vetrina, una piazza mediatica dove chiunque può venire,
prendere notorietà e glamour e poi andarsene senza
dare niente in cambio. La considero una cosa molto
triste e faccio un esempio recente, che ha fatto parlare
molto quest’estate.
Quando Zucchero è venuto a cantare al Cala di Volpe è successo
un mezzo putiferio perché, come forse qualcuno saprà,
ha iniziato prendendosela con una signora che maneggiava
un cellulare ed è finito con l’insultare il pubblico
perché lì in mezzo c’erano i cosiddetti “ricchi”,
direi anche qualche multimiliardario. Insomma, gente
che qui ha investito già dagli anni ’60, e lui li
ha trattati come colpevoli. Vorrei chiedere a quell’arrogante
e villano chi gli ha dato i trecento mila euro per
cantare in quell’albergo, che è stato costruito proprio
da quelli che lui ha trattato a pesci in faccia”.
Insomma, come ha scritto
il Corriere, continui “da vent’anni a non mancare
ad un appuntamento mondano, alto o basso che sia”.
“Ovvio perché sono una giornalista e racconto tutto quello che succede
da queste parti”.
Poi nel 2001 decidi
che Marella Giovannelli continuerà a raccontare la
Costa, la cronaca, gli eventi istituzionali e culturali,
ma che c’era bisogno di far venire fuori l’altra parte
di te, quella più pungente e scanzonata, che raccontasse
i retroscena, il “non detto”, gli episodi più indiscreti:
nasce così Mara Malda, lo pseudonimo che cela l’identità
più frivola.
“Mara Malda è il mio lato ironico e birichino”.
Ma nel tuo caso vale
ciò che scriveva Cartesio, e cioè che “ci sono cose
create, siano esseri viventi e non viventi, che hanno
una natura tale che non possono esistere senza alcune
altre?”, in sostanza Marella e Mara possono esistere
l’una senza l’altra, oppure sono parti troppo contraddittorie
e opposte per “sopportarsi”?
“Credo che abbiano bisogno l’una dell’altra e non penso siano in
conflitto. Semplicemente avevo bisogno di una specificazione
più netta: quando scrivo di gossip sono Mara, quando
scrivo di cose più serie sono Marella”.
Sta di fatto che lei
in Costa Smeralda, Mara o Marella, è una delle voci
più accreditate, tutti la invitano e tutti sanno di
poter contare sulla sua riservatezza.
“Perché non racconto tutto quello che so, ci mancherebbe! Ho grande
rispetto per gli altri”.
È lei a decidere se
far arrivare al grande pubblico il tale amore piuttosto
che la tale litigata, se raccontare o tacere tutti
i particolari di una cena: a lei dobbiamo la foto
di Berlusconi in versione Tony Manero, completo bianco
e camicia aperta sul petto, ma anche quelle del Cavaliere
neo trapiantato con bandana in testa in piazzetta
a Porto Cervo con Tony Blair.
“Ultimamente mi tocca pure smentire certe notizie. La “bufala Smeralda”
di quest’estate era la storia di Berlusconi che alla
festa di compleanno della cantante Ana Bettz aveva
indossato una collana con una croce di smeraldi: la
notizia è rimbalzata su tutti i quotidiani, ma io
alla festa c’ero e posso dire che non aveva nessuna
croce di smeraldi, tanto che poi la mia foto ha fatto
il giro del mondo.
Un episodio di “costume-scostume”, come dico io, nato da un’invitata
che è stata contattata nel corso della cena da un
fotografo che non era riuscito ad entrare nella villa:
e lei ha pensato bene di inventarsi questa storia
senza aver nemmeno visto da vicino l’ex Premier”.
Lei invece Silvio Berlusconi
l’ha incontrato più di una volta, visto che è la sua
“vicina di casa” a Punta Lada, in via della Certosa,
e la sua villa confina con il famoso Parco. Pochi
giorni fa l’ha sorvolato in elicottero scattando alcune
foto che mostrano proprio
le trasformazioni del parco, che fino a pochi
anni fa era completamente abbandonato.
“Il giudizio sull’uomo politico lo tengo per me. Posso, però, giudicarlo
per cosa ha fatto per questa terra. Al parco ci andavo
a correre tanti anni fa e ricordo quanto fosse malmesso
e quanto certe aree fossero degradate: ettari di bosco
non curati erano diventati una specie di discarica
a cielo aperto e il famoso laghetto della sua villa
era una pozza di liquami dove chiunque poteva andare
e scaricarci di tutto. Lui ha rimesso tutto in sesto,
anche grazie all’architetto Gianni Gamondi, che mi
ha fatto visitare la tenuta pochi anni fa, e ha aperto
la proprietà alle visite private: ad esempio le scuole
di Olbia e dei dintorni vengono qua in gita per visitare
il maestoso orto botanico”.
Torniamo però alla
“vita Smeralda”, quella di ieri e quella di oggi.
In primo luogo è cambiato il turismo, che una volta
era di èlite e oggi è diventato di massa, con stuoli
di persone che armati di macchina fotografica vagano
in cerca del “vippetto” di turno.
“C’è un episodio che mi ha molto colpito. Quest’estate ero in piazzetta
a Porto Rotondo all’ora dell’aperitivo: ho visto arrivare
l’Āgā Khān con cinque o sei uomini
d’affari di livello internazionale. Improvvisamente
ho visto un codazzo di gente con macchinette digitali
a portata di mano spostarsi verso di lui e ho pensato
che se le persone erano interessate a lui forse qualcosa
stava cambiando. L’illusione è sparita dopo pochi
secondo quando ho visto materializzarsi Lele Mora”.
Eppure hai dichiarato
che secondo te “è molto abile e sa fare molto bene
il suo mestiere”.
“Lo confermo, è uno che sa anticipare le esigenze del mercato. Ma
nelle mie cronache non entrano né lui né Fabrizio
Corona, uno che campa grazie alle disavventure giudiziarie.
Purtroppo, e ne ho avuto la conferma proprio qui in
Sardegna, l’inchiesta “Vallettopoli” non ha cambiato
proprio niente: speravo in un’inversione di tendenza,
che certi “personacci” scegliessero un profilo basso
e invece niente, gli “avanzi di galera” continuano
ad avere la meglio. Si continua a riempire con la
rissosità e con la cialtroneria la noia e il nulla
che avanza”.
Cosa c’è di diverso
tra le feste da “bullonaire” dei “morti di fama”,
come scrive D’Agostino, e quelle che organizzava Marza
Marzotto o il conte Luigi Donà delle Rose?
“C’è un abisso, perché nelle feste che si organizzano oggi, il divertimento
è finto, sponsorizzato, e poi c’è sempre un doppio
fine che è quello di apparire sui giornali o essere
paparazzato. E poi sembrano tutti zombi, con la musica
a volumi insostenibili, non si parlano nemmeno. Una
volta in casa di Marta Marzotto incontravi Inge Feltrinelli,
il poeta Dario Bellezza che ti raccontava di Alberto Moravia, di Elsa Morante o di Pier
Paolo Pasolini, e ancora Coveri che ti faceva vedere
le sue ultime creazioni. C’erano grandi personalità,
artisti e intellettuali veri”.
Di quelli che si possono incontrare ancora oggi, non al Billionaire
o al Sottovento, ma nelle ville immerse in sublimi
parchi, circoli chiusi dove i “veri” personaggi fanno
vita ritirata: così, se chiedete a Marella Giovannelli
quali sono gli incontri che l’hanno più colpita quest’estate,
non aspettatevi i soliti nomi del jet set internazionale,
Woody Allen a parte. Perché lei è stata l’unica giornalista
italiana ad incontrarlo a Porto Rotondo, prima che
il regista di “Misterioso omicidio a Manhattan” volasse
al Festival del cinema di Venezia, grazie alla complicità
dell’amica Adriana Chiesa, vedova del direttore della
fotografia Carlo Di Palma, per lunghi anni assistente
del regista newyorkese.
Ma la sua attenzione è stata interamente rapita da tre sardi famosi
nel mondo e cioè Mario Ceroli, Pinuccio Sciola e Salvatore
Niffoi. Di quest’ultimo, vincitore dal Premio Campiello
nel 2006 con “La vedova scalza”, ha scoperto la poco
conosciuta abilità pittorica che si manifesta con
una serie di quadri che evocano suggestioni oniriche
intense e potenti. È stata la Giovannelli la prima
a svelare che Mario Ceroli (fino al 6 gennaio prossimo
al Palazzo delle Esposizioni di Roma, riaperto dopo
cinque anni di lavori, con un allestimento monografico
di Mark Rothko e una mostra su Stanley Kubrick) tornerà
a lavorare a Porto Rotondo, lì dove quarant’anni fa
ha iniziato la sua carriera di scultore, e dove porterà
a termine le cosiddette “incompiute”.
“Ceroli è un uomo di grande carisma, e grazie all’interessamento
del conte Donà Delle Rose, si occuperà del portone
della Chiesa di San Lorenzo a Porto Rotondo, un monumento
nel monumento: è, infatti, composto da mille lastre di
vetro che, intersecandosi tra loro, grazie all’effetto
della luce - presa sia dall’esterno sia dall’interno
- del colore e dello spessore, creano il disegno della
croce. Ma si occuperà anche del rosone e soprattutto
del campanile in legno, un’opera unica al mondo per
materiali e dimensioni. Interverrà poi sull’anfiteatro
e su Piazzetta Rudalza”.
Anche Pinuccio Sciola, scultore e pittore di
fama internazionale, l’uomo che fa “cantare le pietre”
interverrà nel centro storico della città, in via Riccardo Belli (che diventerà una
grande opera d’arte a cielo aperto), dove istallerà
un tappeto di pietre con dei segni e negli spazi lungo
la strada realizzerà dei piccoli salotti monolitici
e una serie di sculture sonore.
“L’incontro con Sciola è stato molto emozionante perché è una persona
che ha mantenuto un contatto con la sua terra, nonostante
il successo mondiale. Ho avuto addirittura il piacere
di provare a far suonare le sue sculture, blocchi
di pietra sapientemente intagliati e penetrati da
profonde lame, che diventano strumenti se si accarezzano
più o meno intensamente. Il maestro mi ha spiegato
che il calcare non è altro che acqua fossilizzata perciò la memoria
della materia è rimasta all’interno della pietra quindi
sfiorandola produrrà un rumore che ricorda lo scorrere
dell’acqua, mentre se si “suona” il basalto il suono
ricorda il divampare del fuoco”.
Sciola, che ha recentemente esposto alla Biennale
di Venezia, ha impressionato anche i Frati Francescani
della Basilica di Assisi, che hanno scelto di mettere
una sua opera accanto alla tomba di San Francesco.
“Tutte le volte che mi
chiedono quali sono gli incontri che mi hanno colpito
maggiormente rispondo dicendo che sono questi tre
grandi sardi. Vorrei davvero che la Sardegna non fosse
nell’immaginario collettivo solo la terra della “invasioni”
dei “personacci”: per loro è tutto uguale, non notano
se una Chiesa torna a risplendere per l’intervento
di un grande scultore, non sanno che questa non è
solo la terra raccontata dalla cronaca rosa. Intravedo
un’inversione di tendenza che mi fa ben sperare, c’è
voglia di arte e di cultura. Un buon auspicio? E che
il 2008 sia per la Sardegna l’anno della grande rinascita!”.
* Dice di sé:
Francesco
Canino. Nato a Torino ventisei anni fa, laureando
(per la gioia di mamma) in Scienze Politiche, con
una tesi sulla “metamorfosi dell’intervista”. Amerebbe
scrivere un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo
di innovatore nella comunicazione politica italiana.
Pur non credendo nella reincarnazione, nella vita
precedente pensa di essere stato un ozioso aristocratico
dell’antica Roma morto (continuando a mangiare) durante
l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. In quella futura
spera di essere la nuova Raffaella Carrà. Collabora
con i settimanali della Mondadori “Tu” e “Confidenze”.
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HENRY
JAMES
A
Bologna trovai una festa, o per meglio dire
due feste, una civile e l'altra religiosa, che
si svolgevano in un clima di reciproca diffidenza
(…). La lunga prospettiva viaria, tra i portici,
era ornata di festoni e di ghirlande scarlatte
e cariche d'orpelli; i paramenti, le croci,
i baldacchini dei sacerdoti, le nuvole di fumo
carico di essenze, i veli candidi delle giovinette
(…). A dire il vero fu quella la prima volta
che una festa italiana offrì veramente al mio
sguardo quel piacevole ardore e quei particolari
romantici promessi dalle canzoni e dalla storia.
(Da "Ore italiane", 1873)
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