PADRI & FIGLI
PINO
RAUTI DOLCE MEDIATORE IN FAMIGLIA,
IN POLITICA ASPRO
E INTRANSIGENTE
La
sua immagine pubblica? Molto diversa da quella privata
di padre:
perché, talvolta, il gioco degli stereotipi
è il più semplice da praticare
Isabella
Rauti *
Il ticchettio dei tasti
della vecchia Olivetti risuona in tutta la casa e
sono solo le cinque del mattino.
Se chiudo gli occhi, è questa la prima immagine che ricordo di mio padre,
Pino Rauti. Avrò avuto cinque anni e lui, all’epoca
giornalista de “Il Tempo”, si occupava delle cronache
della Provincia. Spesso, per farsi perdonare le prolungate
assenze, mi portava una bambola caratteristica di
una regione o di un paese straniero che aveva visitato.
Finii per averne una collezione. E poi ricordo ancora
i giorni spensierati delle vacanze: quelli al mare,
trascorsi a Cattolica, dove papà ci raggiungeva, di
tanto in tanto, specie nel fine settimana, e quelli
in montagna, a Glorenza, luogo che ci ha visti protagonisti
di interminabili passeggiate. Io approfittavo di quei
momenti per stargli vicino, sempre vicino, tanto che,
alla fine, lui mi attribuì il soprannome di “francobollo”,
perché gli stavo, letteralmente appiccicata.
I viaggi nei ricordi non sono sempre facili,
perché, insieme alla nostalgia, che sembra rendere
tutto più dolce e sopportabile, fanno riaffiorare
anche la memoria di eventi che ci hanno procurato
piccole e grandi ferite: così, in qualche modo, il
ricordo riapre quelle ferite, che, forse, non si sono
mai rimarginate.
E, a volte, mi chiedo, come potrebbero. Proprio in questi giorni al mio
ottantenne papà è stata comunicata la richiesta di
rinvio a giudizio per la strage di Brescia, 1974.
Sono passati “solo” trentaquattro anni. E pur considerando
la totale fiducia che mio padre ha sempre nutrito
nei confronti delle istituzioni, non posso non pensare
ad un preciso intento persecutorio che si muove dietro
queste accuse, prive di elementi probanti.
“Non c’è mai una penna vicina al telefono”, “ma dove vai con quel trabiccolo?”,
“non ti sciupare”, “perché non ti compri un capino
elegante?”. Queste erano le frasi che, con mia madre
e mia sorella Alessandra, gli sentivamo dire più spesso.
Nascondono, ancora oggi, un misto di tenerezza ed
apprensione per tutte noi e, di sicuro, anche l’estrema
cura che aveva per l’ordine: la mancanza di una penna
vicina al telefono era, davvero, motivo di vivaci
discussioni. Ma un uomo solo, contro tre donne, poteva
poco. Era sommerso dall’universo femminile. Subiva
le liti tra me e mia sorella, le discussioni tra noi
figlie e mia madre. E lui, tutte le volte, provava
a mediare, a ricucire, a risolvere piccoli e grandi
conflitti. Ecco, a distanza di anni, nonostante la
mia famiglia avesse certamente una gestione matriarcale,
riconosco a mio padre la capacità di essere stato
un grande mediatore familiare.
Aveva autorevolezza, ma non esercitava l’autorità maschile, tipica di
quei tempi. Credo che ad essere “atipica”, comunque,
fosse la mia famiglia nel suo complesso. La politica
militante è stata, infatti, per noi, un tratto tipico,
una sorta di collante. I miei genitori si erano conosciuti
nella federazione romana del Movimento sociale italiano.
Mia madre, all’epoca, era fiduciaria di istituto per
il Partito e mio padre un esponente nazionale giovanile.
Tutte le loro scelte successive, sia di vita privata
sia professionali, sono state influenzate da questo
credo profondo. Anche lo stare a casa di mia madre
è da intendersi come una scelta di “militanza”: perché
mio padre potesse svolgere al meglio la sua attività
politica era necessario che la gestione familiare
fosse nelle sue mani. Questo non le impediva, tra
l’altro, di partecipare attivamente a tutte le attività
di partito e di fare la militante come si definisce
tutt’ora.
Avevo nove anni quando entrai per la prima volta alla sezione Balduina
del Movimento sociale. Mi ci portò mia sorella Alessandra
che allora aveva quattordici anni. L’unica cosa che
potevo fare, a quell’età erano, le pulizie della Sezione
ed arrotolare i manifesti. Ma da allora in poi è stato
un impegno ininterrotto ed ovviamente crescente. E
mio padre, che ci ha sempre lasciate libere di fare
le nostre scelte, ha avuto, da allora, come principale
preoccupazione quella della mia formazione politica
e culturale. Ancora oggi mi ritaglia articoli di giornale
o mi segnala convegni che ritiene possano essermi
utili. Un po’ come, quando ero piccola, e la sera
mi sedeva accanto e mi raccontava i suoi “fatterelli”:
erano storie della guerra e degli anni immediatamente
successivi, in cui i tratti storici si intrecciavano
a quelli della fantasia. Un giorno, tornando a casa
dopo scuola, felice perché, insperatamente, avevo
avuto un buon voto al compito di matematica, trovai
delle persone che non conoscevo e che, mi disse mia
madre, avrebbero portato via papà. Alla mia richiesta
di spiegazioni, rispose con educazione uno di quegli
uomini, che mi rassicurò dicendomi che papà sarebbe
tornato presto. Erano agenti in borghese, venuti per
arrestare mio padre; la detenzione durò poco tempo,
ma per essere completamento prosciolto dovemmo aspettare
molti anni!
E fu così che, qualche giorno dopo, quando la maestra, per un compito
in classe, ci chiese di descrivere un evento particolare,
io raccontai dell’arresto di mio padre. Di come la
casa, da quel giorno si fosse riempita di piccoli
animali che fino a quel momento i miei genitori ci
avevano impedito di avere, del motorino che mia sorella
avrebbe comprato, e di mia madre che ci tranquillizzava,
quotidianamente, sul fatto che il papà era innocente
e che dovevamo avere fiducia. Conclusi il compito
scrivendo che, nonostante tutto quello che era accaduto,
se qualcuno mi avesse chiesto quale fosse il mio cognome,
avrei risposto sempre più fieramente “Rauti”. Quel
tema venne pubblicato, nel 1972, sul “Secolo d’Italia”,
con richiamo in prima pagina. Ricordo il mio rammarico
per la cornicetta da me disegnata attorno al titolo
del compito e che non era per niente carina.
Come dicevo, il ricordo può addolcire certi eventi, ma di certo non cancella
il dolore al quale con grande dignità la mia famiglia
ha sempre reagito. Le scritte infamanti, che c’erano
sempre state, cominciarono ad invadere ogni spazio
della nostra vita, dal portone al pianerottolo di
casa, ai muri della scuola. Per non dire dei problemi
avuti con gli scout, con i genitori di alcune mie
amiche, dei freni tagliati al motorino di mia sorella.
Episodi che, invece di indebolire hanno rafforzato
la mia famiglia, per merito, ne sono convinta, anche
di mia madre che, negli anni, è stata nostro riferimento
costante.
A partire dalle scuole medie, fui iscritta ad una scuola privata perché
la pubblica, allora, con il mio cognome, poteva essere
troppo pericolosa. Il tempo della politica sarebbe
arrivato dopo. A tredici anni e mezzo, mi iscrissi
al Fronte della gioventù. Mio padre, come genitore,
era preoccupato per quella mia scelta, ma come politico
certamente non poteva impedirmela. La sua unica raccomandazione
era di non rinunciare agli impegni ed intrattenimenti tipici dei ragazzi della mia età. Cercai di
seguire il suo consiglio. Ma la politica continuava
ad esercitare il suo fascino preferenziale.
Qualche aneddoto familiare e politico? Accompagnavo spessissimo mio padre
in giri di Partito; andammo ad un convegno a Civitavecchia
(erano i primi anni ’80),e mi ero vestita, completamente,
di rosa. Inaspettatamente, mio padre mi chiese se
mi ero vestita così per il “bel Tony”, un dirigente
di allora. Fui colta totalmente di sorpresa da quella
domanda che fu rivelatoria, e dovetti riconoscere
che aveva ragione. Mi conosceva meglio di quanto io
conoscessi me stessa. La storia con il “bel Tony”
cominciò qualche tempo dopo e lui lo venne a sapere
da un “pettegolezzo”. In un incontro di partito, papà
lo avvicinò dicendogli, più o meno “So che mia figlia
ti guarda; ma sappi, è troppo piccola per te, ha un
brutto carattere, è polemica, discute su tutto è impegnativa”.
Penso che lo abbia scoraggiato.
Quando si trattò del fidanzamento con Gianni (che poi è diventato mio
marito), mi impegnai molto a tenere la cosa segreta.
Ma come era inevitabile che fosse, lui venne a saperlo.
Del resto, la figlia di Rauti fidanzata con
giovane dirigente di spicco, forniva materiale
per più di una chiacchiera. Mio padre mi disse che
avrebbe preferito saperlo da me, “non per avere la
mia approvazione, ma per stare tranquilla con la tua
coscienza”. Aggiunse anche che quell’unione poteva
essere “perfetta e micidiale”, perché lui non aveva
mai conosciuto due persone più pignole e cocciute
di noi. Oggi, a distanza di tanti anni, posso affermare
che quella frase è stata profetica.
Era il 1995, quando a Fiuggi si celebrava l’ultimo congresso del Movimento
Sociale e si apriva il primo di Alleanza Nazionale.
Mio padre, come tutti sanno, andò via, con altri,
da Fiuggi, per fondare in seguito la Fiamma Tricolore.
Quando io decisi di seguirlo, mi raccomandò di scegliere
liberamente, di non sentirmi obbligata nei suoi confronti.
Mi fece una raccomandazione molto paterna: “Io e tua
madre siamo stati sempre insieme”. Laddove quel “sempre”
stava ad indicare anche i periodi più bui, quando,
forse, per mia madre sarebbe stato più semplice tirare
i remi in barca. “Metti la famiglia al primo posto”,
continuava a dirmi, ma, ciononostante, non ha mai
commentato le mie scelte, né allora né oggi, non ha
mai espresso giudizi sulle scelte politiche di mio
marito, pur non condividendole, né fatto commenti.
Di tutto questo, oggi gliene sono profondamente grata.
Gratitudine che nutro, in particolare, per l’aiuto avuto durante i primi
anni di vita di mio figlio, quando approfittando delle
sue abitudini mattiniere, affidavo al nonno il piccolo
e mi concedevo qualche ora di sonno. Oggi, seppure
in modi differenti, nonno e nipote si adorano e vivono
una grande complicità, grazie soprattutto al primo
che concede al secondo cose impensabili per noi figlie,
da piccole. Un esempio per tutti: gli consentiva di
sedersi sulla sua scrivania, spostando le carte che
c’erano sopra. Conoscendo la sua ossessione per l’ordine,
direi che questa è una delle più grandi concessioni
che abbia fatto a mio figlio.
In politica sono sempre stata al suo fianco dagli anni Settanta ai primi
anni del 2000: questo non significa che con mio padre
non ci siano mai state discussioni, anzi. Le nostre
querelle erano all’ordine del giorno, in merito all’organizzazione,
alla scelta dei collaboratori, alla modalità di affrontare
certi problemi e, ovviamente, di risolverli. La differenza
generazionale si traduceva, per forza, in una differenza
di linguaggi e di visioni, ma non di sentire. Quello
ci ha sempre accomunato e ci accomuna ancora.
Anche sul piano professionale ho avuto la fortuna di agire sempre in assoluta
libertà. Anche se, talvolta, devo confessarlo, avrei
voluto che lui mi avesse preparato, in qualche modo,
al mondo del lavoro. Invece non ha mai insegnato a
me o a mia sorella “come” si può fare carriera o come
si sgomita. Ha sempre creduto in una società meritocratica.
“Fai quello che ti piace, quello in cui credi ed il
tuo lavoro verrà riconosciuto” erano le sue uniche
raccomandazioni.
Di certo, non posso dire che il mio cognome non mi abbia condizionato.
Prima del mio arrivo spesso la gente ha già un’idea
di me, senza avermi mai vista o conosciuta. Sono come
preceduta dal pre-giudizio. E questo, di sicuro, non
mi ha mai agevolato. E proprio in virtù di ciò, mio
padre mi ha sempre spronato a fare bene, a fare meglio,
e se possibile, a lavorare fino all’eccesso.
Una volta con estrema lucidità mi disse “Non capisco perchè una come te
non abbia fatto il concorso in magistratura” – “Perché
sono laureata in lettere”, risposi. Questo per dire
quanto fosse profonda la cifra della sua discrezione
nei nostri confronti: nessun condizionamento di sistema.
Una cosa alla quale teneva profondamente e che ripeteva
spesso era che se avessi deciso di fare politica,
non avrei dovuto fare della politica un lavoro. Lui
stesso, era stato avvocato prima e giornalista poi.
Dunque dovevo trovarmi un lavoro, così da essere libera di non dipendere
dalla politica o da un marito. Così è stato: prima
insegnante, poi giornalista, contrattista di ricerca
e poi professore a contratto e, l’impegno negli Organismi
di pari opportunità ed ora al Ministero del Lavoro
come Consigliera nazionale di Parità, che attualmente,
assorbe la maggior parte del mio tempo.
E credo che questa pulsione verso la giustizia sociale e la passione per
i temi della parità tra i generi siano, in qualche
misura, una eredità lasciatemi da mio padre, sfatando,
così, anche in questo, un altro pregiudizio semplicistico
su di lui: che un uomo del Sud, di destra, per giunta,
non potesse avere un’attenzione preferenziale per
la condizione sociale del mondo femminile. E invece,
il rispetto della donna e la sua indipendenza sono
stati valori che mio padre mi ha sempre trasmesso.
Anche quando nel 2004 ho aderito ad Alleanza Nazionale,
lui non ha commentato in alcun modo questa mia decisione.
Non ne era particolarmente entusiasta, ma ha detto
che mi capiva. Credo, infatti, che l’unica cosa che,
davvero, gli avrebbe procurato un dispiacere sarebbe
stato se il mio sentire fosse stato diverso dal suo.
E quello, come dicevo prima, non è mai cambiato. Passo
diverso, sì, ma medesimo sentire, sempre.
Ci sono giorni in cui vorrei ancora dire di essere il suo francobollo.
E sebbene il nostro rapporto sia necessariamente cambiato
nel tempo, rimane sempre profondo, quasi viscerale,
come quando da piccola mi ammalavo perché, come scoprì
dopo molto girovagare, un vecchio pediatra, soffrivo
per la lontananza di mio padre. Così, ancora oggi,
lui continua a seguire la mia formazione, nonostante
qualche acciacco di salute ed io, in cambio, mi offro
per piccole commissioni che, però, lui tende sistematicamente
a rifiutare. È un padre tenero ed accogliente, senza
essere troppo protettivo. Anzi, come ho più volte
sottolineato, mi ha lasciata libera, fin troppo, di
scegliere e di sbagliare.
La politica per lui è stata ed è ancora una grande passione. Il suo atteggiamento
è di quelli che “se anche mi dicessero che morirò
domani, stanotte pianterei un albero nel mio giardino”.
Si accinge, tra l’altro, ad opere che non vedrà crescere,
ma questo non frena in alcun modo
la sua voglia di fare e questo vale per la
politica, ma non solo. Mi piace utilizzare una recente
affermazione di Marcello Veneziani, che vedrei bene
applicata per definire la generazione politica di
mio padre, quella dell’ante politica. Una generazione
di politici, cioè, che hanno vissuto, coerentemente,
l’idea di politica come passione, come bene comune
ed interesse nazionale. Forse è anche per questo che
oggi più di prima, gli è riconosciuta una certa autorevolezza,
anche dagli avversari.
Perché, per lui,
la politica è socialità, idealità, prima di essere
ideologia e progettualità. E forse oggi la debolezza
di una certa politica sta nell’incapacità di trovare
risposte adeguate ai problemi nuovi ed ai nuovi bisogni,
elaborando.
Pino Rauti è mio padre, ma per molte generazioni della destra italiana
è stato un riferimento politico ed intellettuale;
invecchiare è uno degli eventi più naturali della
vita, ma anche uno di quelli che si riescono ad accettare
di meno, e questo vale sia come figlia sia come “militante”.
So bene che la sua immagine pubblica, per forza di
cose, appaia profondamente diversa da quella vera
e privata; del resto, il gioco degli stereotipi è
il più semplice da praticare: repubblichino, fascista…
sembravano dire tutto, invece riassumevano e non abbastanza,
perché con questi schemi molto della sua persona e
personalità resta escluso. Ma i pregiudizi, si sa,
sono difficili da estirpare: sarebbe come abbandonare
delle comode e rassicuranti certezze per impegnarsi
nella fatica del conoscere e dell’andare in profondità.
Cosa vorrei dire a mio padre oggi? Molte cose, e gliele dirò! Intanto,
per piacere, comprati una macchina nuova!
* Dice di sé:
Isabella
Rauti. Laureata in Lettere e in Pedagogia, ha iniziato
la sua carriera come insegnante nelle scuole superiori.
Giornalista professionista e docente universitario
a contratto, non ha mai abbandonato l’attività politica
che la vede impegnata in prima fila sin dalla gioventù.
Oggi si dedica principalmente ad attività associative
ed istituzionali nel campo della parità di genere
e delle pari opportunità. Ambito che la vede protagonista
come autrice di libri, tra cui “Istituzioni politiche
e rappresentanza femminile”, Editoriale Pantheon,
2004 e “La presenza delle donne nelle Istituzioni
politiche: un deficit di democrazia”, Nuove Idee,
2005.
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JACK
KEROUAC
Adesso
considera un po' questi qua davanti. Hanno preoccupazioni,
contano i chilometri, pensano a dove devono
dormire stanotte, quanti soldi per la benzina,
il tempo, come ci arriveranno... e in tutti
i casi ci arriveranno lo stesso, capisci. Però
hanno bisogno di preoccuparsi e d'ingannare
il tempo con necessità fasulle o d'altro genere,
le loro anime puramente ansiose e piagnucolose
non saranno in pace finché non riusciranno ad
agganciarsi a qualche preoccupazione (…) e una
volta che l'avranno trovata assumeranno un'espressione
facciale che le si adatti e l'accompagni.
(Da "Sulla strada", 1957)
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