PADRI & FIGLI

OTTO SETTEMBRE, APPUNTAMENTO COL DESTINO

Il ricordo di Giuseppe Oriana * e di una giornata particolare che avrebbe cambiato la storia d’Italia

Federico Filippo Oriana

I miei genitori si erano incontrati nell’agosto del 1943 sulla spiaggia di Pegli, a Genova, non uno dei momenti migliori per conoscersi. Mio Padre, l’allora Tenente di Vascello Giuseppe Oriana, era 2° Direttore di Tiro del Regio Incrociatore Garibaldi in quel momento in banchina a Genova.

L’atmosfera a bordo era in quei giorni surreale: la bellissima unità, vanto della cantieristica italiana, era pronta a muovere e quello che si sapeva e pensava era che la destinazione, l’ultima, sarebbe stata il basso Tirreno per l’estrema battaglia, il supremo sacrificio della Flotta contro un nemico ormai soverchiante che era stato onorevolmente combattuto per oltre tre anni. Tutto l’equipaggio era al corrente della sproporzione di forze, soprattutto aeree, in quella zona dove gli Alleati (ora anche gli americani) stavano concentrando mezzi senza precedenti in vista di uno sbarco: si trattava, quindi, per dirla chiaramente, di un olocausto al quale un equipaggio stupendo di oltre 800 persone, di tutte le provenienze geografiche, sociali e culturali, si stava preparando con uguale serenità e composta consapevolezza.

Non mancarono in quei giorni episodi commoventi, come sottufficiali e marinai di Genova che andavano a terra per portare qualcosa, ma soprattutto l’ultimo saluto,  alle famiglie che pensavano di non rivedere più. Era frequente che il personale prendesse il coraggio di fermare gli ufficiali, soprattutto i più giovani, per domandare che cosa stesse per accadere, ma quei brevi colloqui finivano sempre con la stessa, comune e condivisa conclusione: “Fare il proprio dovere!”. E senza neppure sapere quale fosse.

L’8 settembre arrivò l’ordine di cambiare ormeggio per mettersi in condizione di uscire più rapidamente dal porto: qualcosa, evidentemente, stava per succedere! Mio Padre, che era a casa dei miei nonni materni in visita, fu richiamato e riportato a bordo da un motociclista: non avrebbe rivisto mia Madre per venti mesi. E lì, ormeggiati tra due boe in parallelo alla diga foranea, nel pomeriggio si diffuse come un lampo la notizia dell’armistizio.

Il Comandante, l’allora Capitano di Vascello Giorgio Ghe, cercò subito di comunicare telefonicamente con il Comando Squadra sulla Regia Corazzata Roma a La Spezia e, dopo varie difficoltà, ricevette finalmente l’ordine di salpare insieme a tutta la VIIª Divisione Navale dislocata a Genova e di riunirsi in alto mare alle altre unità delle Forze Navali da Battaglia provenienti da Spezia e dirette alla Maddalena dove vi sarebbe stato il contatto con i comandi alleati.

Era già buio e mio Padre aveva come posto di manovra la poppa: quando arrivò l’ordine di mollare prese il megafono e gridò al rimorchiatore di lasciare la cima, aggiungendo - come da consuetudine -: “Grazie, Comandante”. E quello con il suo megafono rispose: “Buona fortuna, ma noi rimaniamo qui con quelli là!”. Alludeva ai tedeschi: la incredibile lucidità dei semplici!

Gli uomini si erano comportati perfettamente, nonostante la stanchezza di quaranta mesi di guerra combattuta in stato di perenne inferiorità tecnica e di mezzi. Ma il disorientamento era visibile, sottufficiali e marinai, molti dei quali avevano le famiglie in Liguria, si chiedevano che senso avesse salpare e per andare dove? La guerra era finita… perché non andare a casa? Mio Padre era stato contattato da molti uomini e sempre con gli stessi interrogativi che agitavano gli animi e turbavano le menti.

Quando ebbe la possibilità di salire in plancia chiese al Comandante cosa stesse davvero succedendo. Il Comandante Ghe gli rispose: “il Governo del Re mi ha ordinato di andare alla Maddalena, io ho giurato fedeltà al Re e questo è il mio Dovere. E lei Oriana cosa pensa di fare?” “Il mio Dovere, Comandante!”.

Il Dovere! Incredibile che una sola parola fosse bastata a muovere un’intera e immensa Squadra Navale. Era l’atmosfera dominante la Marina del tempo e in tanti anni di carriera dopo la guerra, come Comandante (anche delle due Scuole più importanti, l’Accademia Navale e il Morosini), come Ammiraglio, persino come Parlamentare mio Padre non si è stancato di ripetere ai giovani il valore di quella parola che da sola aveva salvato – caso unico nella storia - la flotta intera e unita di una Potenza sconfitta, flotta sulla quale – come aveva profetizzato subito l’Ammiraglio Carlo Bergamini, il Comandante in Capo delle Forze Navali da Battaglia, nel suo famoso ordine del giorno della sera dell’ 8 settembre - la Nazione avrebbe in un breve volgere di tempo riedificato le proprie fortune.

Dopo il ricongiungimento nella notte con il resto della Squadra, intorno alle 15 del 9 settembre, a ovest della Sardegna, si affacciarono in cielo gli aerei tedeschi. Il Garibaldi seguiva di poppa il Roma e si videro in aria delle strisce rosse. Mio Padre aveva sentito parlare, da un ufficiale, di collegamento tedesco di missili teleguidati che i tedeschi stavano sperimentando per colpire le navi dagli aerei. Così quando le vedette gridarono “Segnala!”, mio Padre dall’aletta di plancia di sinistra urlò invece, immediatamente, “Razzi!”.

Il Comandante Ghe – che da un precedente brutto incontro con un sommergibile nemico davanti a Punta Mesco aveva imparato a fidarsi di mio Padre, che in anni di guerra in Egeo ne aveva viste di tutti i colori - ordinò, con pari prontezza, un’immediata accostata a dritta e il razzo, pur teleguidato, a quella velocità non fece in tempo a correggere e finì in mare cinquanta metri di prora alla nave sulla sinistra.

Fu così che il Garibaldi si salvò dal primo attacco missilistico della storia navale, mentre analoga fortuna non ebbe il Roma che fu centrato da un razzo successivo. Mio Padre vide attonito la prora della nave Ammiraglia quasi gonfiarsi per l’esplosione e in un attimo perdersi le vite del suo Comandante in Capo, l’Ammiraglio Carlo Bergamini, e di più di 1.200 persone tra le quali molti suoi amici e perfino compagni di corso.

La notizia dell’immane tragedia arrivò subito a terra e mia Mamma - si può immaginare con quale stato d’animo - pensò che mio Padre potesse essere tra gli scomparsi. Per molti mesi, con un’Italia divisa in due, non ebbe notizie, sino a quando, con l’aiuto della Chiesa (unica organizzazione ancora capace di collegare il Sud e il Nord dell’Italia, più forte delle varie linee Sigfrido e Gotica) riuscì a sapere che mio Padre era sano e salvo e stava partecipando alla guerra di Liberazione. Ne attese il ritorno e nel 1945 si sposarono con un felice matrimonio durato quasi sessant’anni fino alla morte di mia Mamma nel dicembre 2003 e del mio Papà l’8 settembre – il suo giorno del destino - 2007.


* Dicono di lui:
Giuseppe Oriana. Ammiraglio di Squadra (c.a.). Onorevole e Senatore. Medaglia di Bronzo al Valor Militare “sul campo”, tre Croci di Guerra al V.M., tre Croci al Merito di  Guerra, Medaglia Mauriziana al merito di dieci lustri di servizio militare, Medaglia d’Oro per Lunga Navigazione nella Marina Militare, Stella d’Oro per Lungo Comando Navale, Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana;          53 anni di servizio allo Stato (1934- 1987): al momento del suo ritiro era il più lungo in assoluto in Italia (anche rispetto ai parlamentari che erano stati membri della Costituente); Primo Comandante della prima nave lanciamissili di costruzione italiana, il CT Impavido, (di cui aveva curato personalmente l’allestimento come Direttore di Marinalles Genova); Comandante del Collegio Navale F. Morosini di Venezia dal 1964 al 1967; Comandante l’Accademia Navale di Livorno dal 1967 al 1969; Comandante in Capo dell’Alto Tirreno dal 1974 al 1978; Senatore della Repubblica nell’8^ e nella 9^ legislatura per il collegio di La Spezia (primo ed unico Ammiraglio di Squadra ad essere stato eletto Senatore nella storia della Repubblica Italiana); Membro della Commissione Difesa del Senato nell’8^e nella 9^ legislatura (promotore e relatore di  importanti leggi a favore del personale militare e della gente di mare) (con l’attività in Commissione Difesa ha realizzato  un servizio alle F.F.A.A. lungo 53 anni che costituisce un primato nella storia italiana almeno dopo  l’ultima guerra); Premio Marinaro “Il Leudo di Riva Trigoso” nel 1986  (per una vita dedicata al mare); Cavaliere di Gran Croce – Distintivo Blanco al merito della Repubblica del Perù; Presidente Onorario dell’Associazione Scuola Navale Militare F. Morosini  (della quale e’stato fondatore) ininterrottamente dal 1982 al 2007.

MARCO POLO

Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Persia e di Tarteria, d'India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide.

(Da "Il Milione", 1298-1299)



JULES VERNE

Si precipitò sul foglio di carta e con occhi scintillanti e voce commossa lesse interamente il documento, risalendo dalle ultime lettere alle prime. Ecco che cosa c'era scritto. "Discendi nel cratere di Yocul dello Sneffelsche, l'ombra dello Scartaris viene a lambire prima delle calende di luglio, viaggiatore ardito, e perverrai al centro della terra. E questo ho fatto io. Arne Saknussem".

(Da "Viaggio al centro della terra", 1864)