AMARCORD

DARIO HO POSATO, COME SAI UNA ROSSA ROSA…

Lettera in rosso a Dario Bellezza. Per Pasolini il miglior poeta della sua generazione

Fiammetta Jori *

A Dario

- ancora -

Dario

ho posato, come sai

una rossa rosa

sul tuo petto, accanto

ad un fragile piccolo ramo

di palma.

- È solo tua questa Domenica delle Palme-

Nell’umida dissolvenza

del mio pianto

vedo la palmetta striminzita

e la rosa in boccio

sul tuo cuore che riposa.

L’allegoria

che il destino ha voluto

è già poesia.

Quella palma di fede,

dell’eterno mistero e

questa rosa

dell’effimero splendore

della vita

sono insieme,

per sempre e non casuali,

a scrivere per te

sul candore del panno

che ti avvolge,

come messaggio di una pagina estrema,

l’universale verità

dell’anima.

Ma non potrà la mia rosa

Appassire,

sul rosso mai esangue del ricordo

del tuo, nel mio,

cuore vivo.

Fiammetta Jori

31 marzo 1996

“L’amore, sì: un mucchietto di cenere. Ma per chi possiede, ed è una maledizione, il ben dell’intelletto, è difficile farsi capire. L’intelligenza è la prima forma della solitudine, della perfidia, della separazione, dell’esclusione: e sono contento di aver trovato te almeno per non essere frainteso, se tutto questo è un gioco che non prevede nessuna immortalità. Addio”.

(Da “Lettere da Sodoma”, Dario Bellezza, Garzanti, 1977)

         Ho dimenticato, Dario, che siamo carne ed ossa, leggendo tutto d’un fiato questo piccolo bel libro che Massimo, tuo amico antico e presente, ha voluto dedicarti con affetto travolgente.

         Le lunari coincidenze, che imprigionano le nostre vite, hanno voluto che lo stesso editore me ne desse una copia, (invitandomi alla presentazione del volume anche quale “testimone” di giornate passate con te e mai dimenticate), proprio in occasione di un incontro promosso dall’Istituto tecnico superiore Garrone di Albano ed al quale mi era stato chiesto di intervenire, e ne fui onorata, essendo il tema inscindibile da ciò che sono “Pier Paolo Pasolini – 30 anni senza”.

         Ancora e sempre Pasolini, tuo Mentore ed estimatore che, per primo, ti incoronò quale “miglior poeta della nuova generazione”.

         È tuo quel lauro e mai poeta fu più “regale” nel portarlo!

         Ma voglio tornare a raccontarti la piccola, minima cronaca di quanto accaduto: leggendo, sono rimasta immobile per circa due ore, forse più, tenendo il libro ed il cuore spalancato. Era una posizione innaturale, girata su un fianco, ma senza inerzia, a nervi tesi, le braccia allungate verso la piccola veilleuse; protesa la mente a captare impercettibili lacerti di memoria. Senza muovere altro, se non le pagine. Allontanavo il mobile braccio dell’abat-jour, che un artista ha realizzato per le mie letture notturne, poiché non volevo che il cono di luce disturbasse Hassan che mi dormiva accanto. Ancorché lui sia “arreso” ormai alle mie inquietudini, e tu lo sai.

         Era poco dopo l’alba.

         Quel libro di Massimo (spesso insieme andavamo da lui, un po’ fuori Roma; lui diceva di volermi bene – l’unica donna ammessa dall’OMPO - ; si ricorda ancora di me?) mi ha riportato indietro negli anni, ad amici “storici” che con te ho condiviso, a cose che di te sapevo bene perché ti piaceva raccontarmele.

         Nelle tue affabulazioni, telefoniche e non, mi facevi “parte” della tua vita. Lontani giorni, quando ci univano delle prospettive poetiche e qualche disperata speranza.

         Così, non mi sono mossa di un millimetro, senza rendermene conto… leggevo, ricordavo, ti rivedevo, gioioso e d’improvviso cupo, nel caleidoscopico mutare del tuo umorale carattere. Ho anche, credo, sorriso a qualche passaggio colorito sugli appassionati “complici del sodomizio”, il rivoluzionario sodalizio gay che accelerava negli anni ’70, i battiti del cuore di Roma… la rosa dei nomi di persone che ho sfiorato (per limiti anagrafici), frequentato, amato – Sandro Penna, Luce D’Eramo, Enzo Siciliano, Beppe Costa, Franco Cordelli, Antonio Veneziani, Amelia Rosselli… -.

So che ti piaceva il mio passarti a prendere nella mitica Via dei Pettinari, e a bordo della mia Flavia coupé Bluette, tu mi guidavi, perfetto chaperon, per raggiungere le variegate “mete” che abbiamo condiviso. Ti divertiva definirmi, con affetto, una vera “etera blasée”; mi ostentavi, talora, forse per i miei capelli rossi da “allumeuse” consumata, ma poi facevi scenate (qualcuna epica, come quella all’uscita da un party a casa di Ricky Tognazzi!) ai vari corteggiatori di turno. Arrivavo e ripartivo con te; una “coppia” improbabile e deliziosamente sfrontata (qualcuno dei tuoi ragazzi mi avrà odiato per questo, pur tra le lusinghe e le suadenti parole). Ma i Giuda, si sa, hanno il loro fascino! Ricordi Giuseppe Berto e il suo “Vangelo”? Entrambi l’abbiamo amato… Entrambi: che bella parola!!

         Al capitolo dedicato, con teneri eufemismi, al male che ti ha condotto “au but de la nuit”, ho riprovato lo stesso orrore di quando ti accompagnai, per l’ultima, vana, volta a sottoporti agli impulsi elettro-magnetici di un astruso macchinario ai cui “benefici” fingevi di credere, rifiutando la prassi terapeutica della medicina ufficiale. Rosario malinconico, i tuoi ultimi giorni…

         Quel terribile pomeriggio Anna Maria, tua amica e vicina di casa, non ce la faceva più ad accudirti e, appena mi vide, quasi scappò via, lasciandomi le chiavi di casa e la raccomandazione di condurti alla seduta settimanale della tua “cura”, che forse somigliava più ad una pratica “sciamanica” che scientifica. Avrei voluto fuggire, era insopportabile vederti così e, come un automa, ti alzai dal letto, ti vestii abbracciandoti, per non farti cadere. È un ricordo sfumato, confuso anche dalla stessa emozione del ricordo in sé. Non mi pesava il tuo corpo, mi pesa di più oggi rivedere quel fotogramma.

         Poi il lungo pianerottolo, l’ascensore, un percorso che mi parve infinito e saliti in macchina fu un tormento. Guidavo in trance e tu mi indicavi il percorso da seguire, che io non conoscevo; stavo attenta a non frenare, perché ogni tanto ti vedevo reclinare la testa in avanti, come se le forze ti abbandonassero.

Ci perdemmo nella campagna romana, oltre Vitinia (dove arrivammo molto più tardi, miracolosamente, poiché lì abitava il tuo “guaritore”); non ti sei mai sbagliato con le strade e quella, certo, la conoscevi bene. Sono sicura, oggi più di allora, che la tua amnesia fu un “lapsus” benedetto e bellissimo; ricordo che sorridesti quando, palesemente, ci scoprimmo fuori strada. Azzardo: per un instante, in quella terra di nessuno, fosti felice. O almeno mi illudo che così sia stato.

         Volevi concederti l’arbitrio di un “disorientamento”; altri approdi, altre linee di confine. Volevi non ritrovare la strada, “quella strada”, ed io, lo sai, le avrei percorse tutte, anche i più impervi sentieri; e viottoli sterrati, dimenticati tratturi, salite senza fine, per salvarti davvero.

         - Chiuso il libro – alzandomi dal letto, spossata, ho avuto un dolore lancinante alla spalla ed al braccio sinistro; una scossa violenta, imprevista come un terremoto fisico. Il (mio?) braccio non lo muovevo più, in un crampo infinito. E solo allora ho capito che, per non so quanto tempo, non mi ero mossa di uno scarto. Avevo letto, marmorea, il piccolo libro grigio, muovendo unicamente la mia mano – stavo per dire anima – che voltava le pagine, leggere.

         Noi siamo carne ed ossa. L’avevo dimenticato!

         Siamo sangue ed il mio, nelle vene del braccio, non scorreva più, fermo, come tutta me stessa, nel coagulo del ricordo, nell’estasi della nostalgia, nella tenera visione del passato.

         Così, paralizzata dalla lettura, avevo, non metaforicamente, trascurato il mio corpo che, offeso, mi puniva. È forse questo il dolore?

         Il sintomo, la prova “viva” che abbiamo sbagliato qualcosa o che, comunque, abbiamo tradito, infranto, rotto, disatteso, tralasciato un quid misterioso… Tutto può essere vero, se tale ci sembra e tutto, allo stesso modo, può sembrarci falso, fino ad esserlo; veramente.

         Ma è “verità” la carne e verità sono le ossa, il sangue, la pelle, e allora l’anima, la nostra “anima”, tanto permalosa, tradita, e trascurata troppo a lungo, se ne va. Fuori da noi, fuori dal mondo cui abbiamo creduto di “appartenere”. E tu l’hai “seguita” la tua anima, Dario, Darietto, e ti invidio, credimi, per quel poco che la viltà terrena mi concede. Stupido questo povero braccio dolente, questa spalla malefica (che Hassan, amorosamente, mi ha massaggiato appena sveglio, senza commentare, ma ripetendomi la familiare nenia araba, che da sempre porto nel cuore: “Maktub habibti” – Tutto è scritto, amore mio -) e questi insulsi nervi, tendini, legamenti o altro “cordame” che ci portiamo addosso… li odio, perché ci impediscono i movimenti, gli atteggiamenti della libertà. Il volo!

         “La carne vuole sangue”, il grido di Pier Paolo che avevi fatto tuo… è questa “carne”, davvero, la nostra prigione?

         Finalmente, come un balsamo o una esaudita preghiera, si è attutito il dolore, quando mi è parso di udire, in un’eco lontana, la morbida inflessione della tua voce cara: “Adesso sono libero, chérie…”.

Ed io voglio crederlo. Dario, mi ascolti? Resterà nel tuo nome la “bellezza” che ora mi manca.

Tua

Fiammetta

P.S. Ti ho scritto in rosso, perché il nero del nastro della mia Olivetti è ormai sbiadito. Non riesco a trovarne uno nuovo, ma il computer non mi avrà! Lo detesto. Però, in rosso, è stato più bello scriverti. È vero?


* Dice di sé:
Fiammetta Jori. Chi volesse risponderle sappia che iniziando con www.fj.it, per lei sarà come leggere tre volte “evviva”!

FRANCESCO PETRARCA

Di pensier in pensier, di monte in monte
mi guida amor, ch'ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se 'n solitaria piaggia, rivo o fonte,
se 'nfra duo poggi siede ombrosa valle,
ivi s'acqueta l'alma sbigottita .

(Da "Canzoniere", 1501)



MELANIA MAZZUCCO

La scrittura, per me, è il più libero e avventuroso dei viaggi, il viaggio che sta all'inizio e alla fine di ogni spostamento fisico. Anche perché comprende in sé l'unico luogo nel quale davvero sento di dover abitare: la lingua, la mia. Che è il mio vestito, la mia ricchezza, l'unica eredità che porto sempre con me.