SCIENZE

CAMILLO GOLGI VERSUS SANTIAGO CAJAL STORIA DI UN ODIO, ACCADEMICO, TRA DUE NOBEL

Al centro, complesse ed estenuanti ricerche su come funziona il nostro cervello

Tiziana Stallone *

Si è appena all’inizio della conoscenza dei misteri della vita e bisogna lasciarla.

(Camillo Golgi, 1843-1926)

Fintanto che il cervello resterà un mistero, resterà un arcano anche l’universo che ne riflette la struttura.

(Santiago Ramòn y Cajal, 1852-1934)

Questa è una storia di scoperte scientifiche e di misteri svelati in uno dei campi che, ancora oggi, è tra i più lacunosi per la medicina, il sistema nervoso ed il relativo funzionamento della intricata rete di neuroni che lo compongono, ma è anche una storia di uomini, scienziati di professione, ma comunque persone, con le proprie debolezze, i propri difetti, con le zone d’ombra caratteriali, geni capaci di bassezze, studiosi appassionati ed incontenibili disseminatori di veleni.

È la storia di un maestro troppo giovane ed un allievo brillante ed ambizioso, che dopo essersi osservati e lisciati per decenni, sono divenuti agguerriti rivali fino a che, come l’esimio prof. G.C. Requier dichiarò all’epoca, una crudele ironia della sorte aveva accoppiato i due grandi emuli a guisa di fratelli siamesi uniti per la schiena”. Destino beffardo, infatti, quello che ha voluto l’italiano Camillo Golgi e lo spagnolo Santiago Ramòn y Cajal spartirsi nel 1906, per gli ineguagliabili studi che avevano, autonomamente, condotto sulla struttura del cervello, il premio Nobel per la medicina, il Nobel dell’odio, come venne soprannominato dai cronisti dell’epoca, lo stesso anno del Nobel per la letteratura a Giosuè Carducci.

Le invenzioni e le scoperte negli anni diventano conoscenza oggettiva, scandita da date, eventi, pubblicazioni ed onorificenze, ma l’aspetto umano dei protagonisti della storia, purtroppo, si perde e, assieme ad esso, si affievolisce anche la curiosità per il passato. È per questo che la scienza e le rigide regole della umana natura, se estrapolate dai sentimenti più o meno nobili, rischiano di sembrare sterili, noiose e troppo fredde per chi a queste si accosta per la prima volta. Ed è anche per questo che la scienza può restare indigesta e talvolta divenire nemica, ma questo è un altro discorso che mi sta nel cuore e che ora ci porterebbe lontano.

Da persona curiosa, che si è mossa per qualche anno tra i banconi di laboratorio, mi ha sempre colpito, più che la tecnica ed il risultato, colui che compiva l’esperimento, come si muoveva con i superiori ed i sottoposti. Ricordo abili ricercatori accudire caramente i propri campioni sperimentali e mostrarsi glaciali con i colleghi, o menti d’eccezione, capaci di compiere clamorosi scivoloni morali. Mi sono sempre chiesta come si potesse sperimentare, intuire, rielaborare, estrapolare, pur essendo privi della minima intelligenza empatica o, ancora, come si potesse insegnare senza esser capaci di godere generosamente dei successi dei propri allievi.

Questo dualismo, tuttavia, è già insito nel sistema nervoso, dove le aree cognitive sono anatomicamente separate da quelle istintuali. Nel nostro cervello, infatti, una scorza razionale – la corteccia encefalica - avvolge e, purtroppo, talvolta soffoca un cuore emotivo - il sistema limbico - o, al contrario, quest’ultimo è in grado di prorompere e sopraffare la ragione. Da questo dualismo, quindi, non sono immuni nemmeno le menti straordinarie, vittime anch’esse del defatigante equilibrio tra ragione e sentimento. In queste stesse menti, la ragione ipertrofica può anche convivere con una sensibilità rudimentale.

Quella che sto per raccontarvi è, quindi, una storia di grandi scoperte, ma anche di umani limiti.

Due personalità completamente diverse quelle di Camillo Golgi e di Santiago Ramòn y Cajal. Il primo italiano, di Córteno, un piccolo paese della provincia di Brescia, nato nel 1843, il secondo, spagnolo di Petilla, città della regione di Aragona, di nove anni più giovane, nato nel 1852. Secondo la descrizione di un allievo, il prof. Medea, sulla Rivista d’Italia nel 1918.La caratteristica di Golgi è la grande modestia, l’estrema riservatezza; nessuna di quelle arie di grand’uomo che spesso si danno quelli che lo sono e quelli che vorrebbero esserlo; così, la sua riservatezza confina talvolta con una specie di timidezza per la quale, dopo tanti anni di insegnamento, egli era ancora esitante nella voce all’inizio della sua lezione”.

Seppur volessimo considerare autentica questa descrizione, tuttavia non possiamo sottovalutare il fatto che essa sia opera di un allievo desideroso di omaggiare il Maestro, già premio Nobel, e per giunta ancora in vita. Golgi era sicuramente uno studioso meticoloso e solitario, un perfezionista nel lavoro, più un tecnico che un ideatore.

Caratterialmente era introverso, razionale, riflessivo, calcolatore, un accademico calzato, formale, distaccato, competitivo, permaloso, un uomo potente tanto da ricoprire il ruolo, nell’anno 1900, di senatore del Regno Italico. Che il suo distacco derivasse da un’intrinseca timidezza, suona più una giustificazione dal sapore psicanalitico. Sicuramente egli era un insicuro, come si evince dalla fitta corrispondenza con i colleghi a lui più vicini, al punto che la lettura magistrale tenuta a Stoccolma per la cerimonia del Nobel, l’aveva gettato in uno stato di angoscia più totale, tanto da confidare agli amici: “il maggior desiderio sarebbe quello di tenermi nascosto”.

Cajal, invece, era un temperamentale, estroverso, spocchioso, impulsivo, sincero, entusiasta, egocentrico, che mal sopportava le critiche, fino a divenire aggressivo, un provocatore. A differenza di Golgi, la cui produzione letteraria fu prevalentemente di carattere scientifico, Cajal ha lasciato, oltre ai lavori tecnici, una colorita ed ironica biografia “Recuerdos de mi vida”, in cui palesa i suoi difetti ed elenca i requisiti imprescindibili che dovrebbe avere uno scienziato di successo, tra i quali una moglie ricca (cosa che per altro non fece, nel suo matrimonio d’amore con Silveria Garcìa, una donna di ceto sociale modesto, dalla quale ebbe sette figli, di cui due morti nell’infanzia).

Gli studi di Golgi furono variegati, dalle malattie infettive - memorabile è il suo contributo sul ciclo di infezione della malaria - alla pellagra, alla còrea, fino alla descrizione della struttura di cellule e tessuti, primo tra tutti il sistema nervoso. La scoperta sicuramente più grande di Camillo Golgi (che gli valse il Nobel) fu la reazione nera, ovvero una tecnica di colorazione rivoluzionaria per visualizzare il sistema nervoso, messa a punto nel 1873, detta anche colorazione cromo-argentica o metodo di Golgi, che ancora oggi, a più di un secolo di distanza dal suo primo utilizzo, è una metodologia di elezione per localizzare i neuroni.

Osservare al microscopio ottico, un preparato di tessuto nervoso colorato con il metodo di Golgi, è come inforcare un paio di lenti dopo anni di miopia: le fini diramazioni del citoplasma della cellula nervosa, divengono improvvisamente visibili come un groviglio di fili arboriformi e convoluti, in uno spettacolo di suggestiva bellezza.

Cajal nutriva per la microanatomia del sistema nervoso la stessa autentica passione di Golgi, che egli però perseguiva con una dedizione totale. La sua produzione scientifica è, infatti, monotematica. Per Cajal osservare al microscopio era una naturale via di incontro tra la volontà paterna di continuare la tradizione medica familiare e la sua spiccata attitudine artistica. Cajal passava giornate intere ad osservare sezioni di tessuto ed a riprodurle in tavole anatomiche di rara bellezza, le stesse insostituibili tavole che, ancora oggi, gli studenti delle facoltà biomediche ritrovano sui loro libri di testo. Era un acuto osservatore e un disegnatore compulsivo.

Nell’anno 1887, quando era ancora un giovane ricercatore, egli ebbe modo di conoscere per la prima volta, grazie allo psichiatra Luis Simarro Lacabra, i preparati di tessuto nervoso con colorazione cromo-argentica dell’allora già noto istologo italiano Golgi, e ne rimase folgorato. Da allora, Cajal beneficiò della tecnica di Golgi per i suoi studi, che divennero sempre più importanti e numerosi, introducendone anche delle valide varianti.

Da che conobbe gli studi di Golgi, Cajal si lanciò in entusiastici tentativi di collaborazione e non mancava occasione per esternare in pubblico la sua stima per il noto scienziato italiano: “Io ammiro i lavori di Golgi e professo per la sua personalità scientifica il più grande rispetto e la più alta considerazione”. Cajal sfrontato ed ambizioso, non temeva e non teneva conto delle rigide regole accademiche, che si basavano – e ancora oggi si basano - sulle gerarchie e che tracciano dei precisi confini invalicabili, per i quali un professore ed un giovane ricercatore non interloquiscono mai allo stesso livello.

Ricordo che, quando ero una assistente universitaria di anatomia, prima della mia attuale professione, un tecnico, il quale era solito instradare i ricercatori volenterosi con estenuanti paternali, per altro non richieste, mi istruì subito sul fatto che all’università esistono delle regole precise, che non sono scritte da nessuna parte, per le quali un superiore va sempre assecondato.

Ancora stride nella mia memoria e sulla mia dignità, quel suo consiglio di non nominare mai il monosillabo “no” di fronte ad una richiesta di un professore. Forse erano proprio queste regole che Cajal ignorava - regole che, tra l’altro, negli atenei italiani sono particolarmente radicate -, perciò egli era solito inviare a Golgi le sue pubblicazioni più valide e richiedeva insistentemente di incontrarlo, per esternargli la sua stima, stringere una collaborazione con lui e confrontarsi sulle reciproche posizioni scientifiche; tentativi che, però, Golgi ricambiò sempre con un glaciale silenzio.

All’indomani del congresso di anatomia che si tenne a Berlino nel 1889, Cajal annunciò, per iscritto, a Golgi che sarebbe passato per Pavia, ma egli non si fece trovare, evento al quale seguì il seguente amaro commento: “Il suo grande merito non lo dispensa dal riconoscere i meriti modesti acquisiti da coloro che confermano i meriti del Maestro, si onorano di portare il titolo di suoi allievi e continuatori”.

Non credo che Golgi ignorasse l’abilità del suo allievo, acquisito contro la sua volontà, poiché i meriti di Cajal sulla conoscenza del sistema nervoso, ottenuti proprio grazie alla tecnica di colorazione del Golgi, iniziarono a circolare nei consessi scientifici, come per altro iniziarono a diffondersi anche i pettegolezzi di una presunta invidia del professore italiano. Tra l’altro le opinioni dei due scienziati, in merito alla struttura del sistema nervoso, iniziarono a farsi antitetiche.

Ignorare l’emergente ricercatore spagnolo divenne, dunque, impossibile, per cui ritroviamo, ad esempio, in una comunicazione di Golgi del 1890 affermazioni diplomatiche come questa: “Ho di questo giovane ricercatore la massima considerazione e come ho ammirato la sua grande attività ed iniziativa, così apprezzo l’importanza delle originali sue osservazioni. Le poche divergenze tra le conclusioni sue e mie non hanno, né potrebbero aver riflesso di sorta su questi miei sentimenti, essendo io, anzi, profondamente convinto, che siffatte divergenze, collo spingere alle indagini, riescono sempre proficue alla scienza”.

Intuizioni, come quella che Cajal ebbe nella sua carriera di ricercatore, sono rare ed identificano i fuoriclasse. Egli fu il primo a fornire prove dell’esistenza dei neuroni, le cellule del sistema nervoso, che per lo scienziato dovevano possedere un’individualità anatomica, genetica e funzionale. Alla fine dell’ottocento, le idee sul sistema nervoso erano confuse e in tal senso Golgi, influenzato dal medico tedesco Joseph Gerlach, aveva maturato la convinzione dell’esistenza nel tessuto nervoso di reti sinciziali, cioè di tubuli fusi tra di loro. Egli credeva che, a differenza degli altri tessuti, quello nervoso non fosse formato da cellule, ma da reti filamentose (teoria della rete nervosa diffusa).

All’interno di questa rete di fibre nervose, l’impulso nervoso era delocalizzato. Teoria difficile da spiegare, poiché artificiosa e fatua, oltre che errata, come però si poté dimostrare solo anni dopo. Ben più concreta e lucida la teoria di Cajal che, partendo dall’interpretazione dei disegni ricavati dalle sue osservazioni, individuò, anatomicamente, i neuroni, la loro distribuzione e le interconnessioni - le sinapsi - e propose un’ipotesi di propagazione dell’impulso nervoso in maniera direzionale (e non diffusa) dai dendriti all’assone (entrambi componenti del neurone), teoria che ricalca, esattamente, quanto scoperto, grazie alla fisiologia, anni dopo.

Lo scienziato italiano aveva seminato e lo spagnolo aveva raccolto i frutti e, mentre tra una generazione di istologi infervorava la disputa tra reticolasti (con Golgi) e cellularisti (con Cajal), i due scienziati si scontravano civilmente e si contendevano la priorità su alcuni studi. La polemica continuò per diversi anni, pendendo sempre più a favore del ricercatore spagnolo.

         La mattina del 26 ottobre del 1906, un telegramma indirizzato al senatore Camillo Golgi e a Santiago Ramòn y Cajal, rese noto che, per quell’anno, il premio Nobel, di lire 200.000, era stato assegnato ai due scienziati in comune. Golgi fu presentato come pioniere nella neuroanatomia, e Cajal come colui che aveva fatto assumere a questi studi una connotazione più moderna.

Golgi arrivò nella stazione di Stoccolma la sera dell’8 dicembre e lì, oltre a parecchi professori a lui vicini ed alla moglie, trovò Cajal ad attenderlo a sorpresa. Non ci sarebbe potuta essere occasione di riappacificazione migliore, come ci si sarebbe naturalmente aspettati da uno scienziato più maturo verso il suo allievo, ma la resa non avvenne né allora e né mai. Al contrario, il professor Golgi si esibì durante la cerimonia in un’aspra critica contro il suo collega, con una relazione volta a smontare, punto per punto, la teoria del neurone, parole che suonarono come un inelegante gesto anche verso l’Accademia, che aveva deciso l’assegnazione del Nobel, e che accelerarono il passaggio dello scienziato italiano dalla notorietà all’oblio, come ben raccontato in una recente biografia di Camillo Golgi “Il premio Nobel dimenticato”, di Paolo Mazzarello.

A sorpresa, lo scienziato spagnolo, amareggiato e stanco della superbia e della sussiegosità del Maestro, condusse una relazione più distaccata, anche se nella sostanza antitetica all’avversario, ma per nulla volta a combatterlo e nella quale non mancò di lodare il maestro italiano.

Questa storia termina così, con l’amaro in bocca. Da allora, a memoria, tra i due scienziati non vi furono più occasioni d’incontro e di scontro.


* Dice di sé:
Tiziana Stallone. Biologo e dottore di ricerca in anatomia umana, svolge la libera professione di nutrizionista clinico. Le sue passioni: lavoro, musica, cinema, viaggi, alberi e cimiteri. tiziana.stallone@virgilio.it.

MICHEL DE MONTAIGNE

A chi mi domanda la ragione dei miei viaggi, solitamente, rispondo che so bene quello che fuggo, ma non quello che cerco.

(Da "Diario del viaggio in Italia attraverso la Svizzera e la Germania" 1774)