LETTURE
NIENTE
DI SPECIALE.
UNA GIORNATA DI SCOMMESSE SUI CAVALLI.
DALLA DISFATTA AL SOGNO DI UNA PRODIGIOSA RIVINCITA
Mauro
della Porta Raffo *
Nel bel mezzo dei mitici anni Settanta
“Senti, Flora, oggi
ho bisogno della macchina. Lo so, dovevi pagare l'affitto
dello studio, ma, se sei d'accordo, lo faccio io prima
di andare a Milano e stasera, quando torno, ti porto
la ricevuta”.
Cerco di essere del
tutto indifferente e di controllare il tono della
voce e, intanto mi chiedo se la devo guardare in faccia
o no. Come sarei più credibile?
Comunque sia, le parole devono essere quelle giuste perché Flora
dice subito di sì e si alza da tavola per andare a
prendere le chiavi della macchina ed i soldi che ha
accantonato in qualche suo rifugio segreto.
“Guarda, però, che
oggi è l’ultimo giorno. Da domani sarei in mora e
certe figure non mi piacciono, lo sai”, mi dice porgendomi
il tutto.
Ogni cosa secondo i
piani... magnifico!
Aspetto ancora un quarto
d'ora e, poi, alle due precise, esco di casa per “andare
al lavoro”, dopo aver salutato. Mi accorgo che sto
scendendo le scale fischiettando e sorrido di me stesso.
“Calma, non farti sentire così allegro, si può insospettire...”.
Due minuti e sono al volante. Ingrano la marcia e
via, verso la sala corse di Gallarate. Fantastico...
so già cosa farò con tutta la grana che mi appresto
a vincere. Nessun pentimento, perbacco. Dopo tutto
è come se i soldi di Flora li andassi a depositare
in banca. Che fortuna quella mattina incontrare Giovanni
mentre me ne gironzolavo sotto i portici del centro
non sapendo bene che fare.
Erano almeno due anni che non lo vedevo e lui, incredibilmente, come
se ci fossimo lasciati solo la sera prima, aveva cominciato
a parlarmi senza che neppure gli passasse per la mente
di dirmi dove era stato per tutto quel tempo. Macché!
Anzi, mi disse: “Ti stavo cercando. Ce li hai un paio
di milioncini. Ci sarebbe un affare sicuro oggi pomeriggio,
per uno veloce. Un impiego fruttifero” e mi aveva
preso sotto braccio parlando con quella sua aria complice
che ben conoscevo.
“Di che si tratta”, gli chiesi, “due testoni sono sempre una bella
somma e non li tengo sotto il materasso. Spiegati
meglio”. E così era venuta fuori la storia della “soffiata”.
Quello stesso pomeriggio, all'ippodromo di Torino-Trotto,
nell'ultima corsa correva una cavallo che “non poteva
perdere”. Garantito da un suo amico che lavorava nelle
scuderie e che, naturalmente, doveva avere una fetta
del guadagno “Diciamo un dieci per cento”, concluse
Giovanni.
“Beh”, gli risposi, “scusami, sai, ma se “deve” vincere pagherà ben
poco. Chissà quanti lo sanno oltre a noi e se tutti
lo “caricano” il totalizzatore non ci darà niente
o quasi. Si rischia per nulla”. “Sarà anche vero,
ma una soluzione c'è. Basta trovare una sala corse
che funzioni anche da bookmaker. Tu lo giochi a quota
fissa e sai già cosa vinci. Mi dicono che a Gallarate
è possibile, quindi, ...” e lasciò in sospeso la frase.
Mentre parlava, mi stavo lambiccando il cervello.
Dove diavolo li trovavo due milioni e, poi, perché
proprio quella cifra. Non si poteva giocare di meno?
Ora che ci pensavo Flora aveva da parte almeno un milione e mezzo
per l'affitto del suo studio. Dovevo trovare il modo
di farmeli dare quei quattrini. Poi, magari, potevo
anche non giocarli, ma, intanto, almeno averli in
mano. In un attimo ero arrivato alla soluzione. Tutto
così semplice.
“Senti, Giovanni, io lo so come vanno a finire queste cose. Il cavallo
“rompe” o succede qualcos'altro e addio soldi. Niente
da fare per me. Ti faccio i migliori auguri di trovare
un altro finanziatore. In bocca al lupo”. Ci rimase
decisamente male: “Ma come? Sei cambiato così tanto?
Guarda che almeno metà della giocata te la garantisco
io. Sarebbe la mia quota. Adesso sono un po’ a secco,
ma, se dovessimo perdere (e non succederà di certo),
te li ridò appena posso”. Avevo proprio capito tutto:
Giovanni era senza una lira e cercava di giocare con
i miei soldi. Così, alla fine, se si vinceva entrava
in grana e se si perdeva tanti saluti e arrivederci.
“Ascolta”, gli dissi, allora, “ecco la verità. Sono in crisi nera
anch'io e non saprei proprio dove prendere centomila
lire, figurati due milioni. Ciao, eh, stammi bene”
e me ne andai decisamente. Fatti duecento metri ed
accertatomi che non mi avesse seguito, mi infilai
nella prima cabina telefonica che trovai libera. Il
numero lo sapevo a memoria.
“Pronto. Sì, pronto. Mi può passare Sergio... Grazie aspetto all'apparecchio”.
La strada giusta da seguire per fare il colpo da solo!
“Ciao Sergio, come va? Senti, ho una soffiata per
oggi a Torino. Mi dicono che nell'ultima c'è un cavallo
che vince di sicuro, ma non ne conosco il nome. Tu,
con le tue amicizie, magari...”.
Sergio era uno che capiva al volo: “Dimmi dove sei, dammi un recapito
telefonico al quale rispondi solo tu e aspetta un'oretta.
Va bene?” e mise giù dopo che gli avevo dettato il
numero dell'apparecchio pubblico nel quale mi trovavo.
Tanto per passare il tempo, comprai un giornale all'edicola
all'angolo e mi sedetti, in attesa, su una panchina
che si trovava nei pressi. Che sofferenza! Leggevo
e rileggevo le stesse parole senza capirne il significato.
Friggevo proprio e speravo bene. Meno di tre quarti d'ora ed il telefono
squillò. “Pronto”, era Sergio, “guarda che devi aver
capito male. La corsa truccata è la seconda e non
l'ottava di Torino ed il cavallo è Torquemada, proprio
come il grande Inquisitore. Capito? Per il resto fa’
un po’ quel che ti pare. Ciao.” e mise giù. Torquemada
alla seconda? Strano, ma se lo dice Sergio... lui
sa queste cose, se vuole.
E così, eccomi qui
davanti all'agenzia ippica di Gallarate con un milione
e mezzo in tasca. Anzi, in mano. Li ho appena ricontati
quei bei biglietti da centomila.
Pronto all'azione?
Entro in sala mani in tasca, con aria indifferente e, lentamente,
mi avvicino al tabellone che riporta le corse di Torino.
Bene, bene, a fianco dei partenti ci sono le quote
che il direttore accetta. Alla seconda, dieci partenti,
Torquemada numero quattro, quota fissa otto contro
uno. Proprio niente male. Adesso si tratta di decidere
quanto giocare. Ho circa venti minuti prima della
chiusura delle scommesse e così mi siedo in un angolo
a pensare.
Che faccio? Mollo o me ne vado? Gioco centomila così, tanto per essere
in corsa? Un milione e mi metto a posto per un bel
po’? O tutto o non se ne parli più? E se perdo, chi
glielo dice a Flora stasera? Finisce che non ci torno
più a casa... I pensieri si accavallano nella mia
mente. All'ora giusta, mi avvicino al cassiere.
“Senta” gli dico, “me lo può dare a dieci Torquemada vincente?”.
“Dipende da quanto gioca”, mi risponde, indifferente.
“Un milione e mezzo”, mi sento dire. Le parole sono
uscite da sole. “Aspetti”, mi fa quello, più interessato,
“non posso decidere da solo. Vado a sentire il capo”
e si allontana dal suo posto dandomi un ultimo sguardo.
Pochi istanti soltanto ed eccolo che riappare accompagnato
da un tale che conosco di vista.
“Ah, è lei? Bene, mi hanno riferito la sua richiesta. Accettiamo
la giocata: dieci contro uno” e mi porge lo scontrino
sul quale sta scrivendo mentre mi parla ed io gli
passo i soldi. Oramai è fatta! Resta solo da vedere
come va a finire. Metto il biglietto in tasca e me
ne torno lentamente al mio posto.
Inutile rimuginarci sopra: come va, va e buonanotte.
Mancano sì e no due minuti alla partenza della corsa quando vedo
entrare in sala Giovanni con un tipo alto e dall'aria
decisamente arrabbiata. Nascondermi non posso ed allora
mi faccio avanti io.
“Ciao, sei proprio la mia rovina. Sono anni che non giocavo e, invece,
dopo il nostro incontro di stamattina... mi è venuta
una voglia...”. “Hai fatto il furbo?”, mi fa, ma sorride
nel dirlo. “Ma che ti prende? Guarda che non me l'hai
neanche detto il nome del tuo vincente e quindi...
Anzi, tu giochi all'ottava ed io ho giocato alla seconda.
Torquemada, mi piaceva il nome. Ventimila, così, per
vedere come va” e mi allontano verso il televisore
per seguire la corsa.
Giovanni mi si mette di lato con quel tale (dev'essere il suo nuovo
finanziatore a quel che ho capito). Gara tranquilla.
Allo stacco della macchina dello starter, Torquemada
subito al comando. Bella trottata in testa senza problemi
fino alla piegata finale quando, dalle retrovie, come
un fulmine comincia a progredire il numero dieci.
Che Dio lo stramaledica! I due cavalli in lotta fino
sul palo. Fotografia per il primo posto, ma so già
d'aver perso. Il cavallo in rimonta vince novantanove
volte su cento. Giovanni mi batte una mano sulla spalla
come per confortarmi. “Mi sa che è andata male, peccato”
e si allontana.
Tengo stretto in mano il biglietto della giocata e spero che succeda
qualcosa: che squalifichino il dieci, che mi sia sbagliato
io, che si sia sbagliato il bookmaker a scrivere il
numero del cavallo. Niente da fare. Ho perso “per
una narice” un milione e mezzo anzi, che dico, sedici
milioni e mezzo! Sono solo le tre e un quarto e già
devo cominciare a pensare a come potrò tornare a casa
alle otto. Lo so, lo so, per prima cosa bisogna restare
calmi, come non fosse accaduto nulla e così faccio,
malgrado tutto.
Dopo una decina di minuti, decido di fare un puntatina al
bar, lì all'angolo della strada. Un tè non può che
farmi bene. È la cosa che bevo più volentieri e, mentre
lo sorseggio, ho il tempo di pensare. Appena entrato,
mi trovo davanti quel tale, l'amico di Giovanni. “Che
ne dici”, mi fa, “di due tiri al biliardo tanto per
passare il tempo. Noi aspettiamo l'ultima di Torino
e ci vogliono più di tre ore...”. “Va bene, ma guarda
che ho ben poco da perdere”, gli rispondo sincero.
“Ventimila a partita, poi si vede come va”, replica
lui.
Ho giusto i soldi per pagare la prima e, quindi, devo proprio vincere
se voglio avere una qualche speranza di alzare un
po' di lira. La sala biliardo, sul retro, è appartata
e tranquilla: un'oasi.
“All'italiana?”, gli chiedo, cominciando a disporre i cinque birilli
al centro del panno verde. “Va bene”, mi fa lui, mentre
ingessa la punta di una stecca, “giochiamoci la partenza”,
e via. Questo dannato gioca proprio sul serio e davo
darmi da fare per stargli dietro. Poi, verso la fine,
quando praticamente ha in mano la partita, sbaglia
clamorosamente e mi regala punti e palla in mano.
“Bene, bene”, mi dico mentre incasso le ventimila,
“vuoi vedere che questo è uno che se la fa sotto nei
momenti decisivi. Speriamo”.
“Che ne dici, facciamo il doppio o continuiamo così?”, gli chiedo
allora. “Il doppio è ok per me”, mi risponde. “Figurati
per me”, penso alla fine della seconda partita che
vinco molto più facilmente. “Adesso smette e addio”,
penso nell'infilare i soldi in tasca.
Macché, questo tipo mi è proprio stato mandato dal cielo! Perde con
bella regolarità, urla, bestemmia, ma continua a giocare
e, cosa più importante ancora, a pagare. Però, per
quanto vinca, prima di arrivare a recuperare le mie
perdite... Trascorrono così un bel paio d'ore durante
le quali faccio in modo di fargli vincere anche una
o due partite, così, per dargli l'idea che anche lui
ha qualche possibilità e per invogliarlo a continuare.
Per tutto il tempo non si affaccia nessuno nella saletta del biliardo.
Anzi, no, ecco che, in silenzio, entra Beatrice -
la puttana del bar - che si siede in fondo e ci sta
a guardare per un po'. Ha l'aria rassegnata. Lo sa
che con chi gioca non si riesce a battere chiodo.
Troppo l'impegno per pensare anche alle donne! Dopo
un mezz'ora, se ne va salutandoci con un cenno di
mano e non ha neppure fiatato. Una vera professionista!
Poi arriva Giovanni. “Che fate? Due tiri tra amici?” ed ha l'aria
preoccupata. “È quasi ora d'andare”, dice rivolto
al socio. “Bene, finiamo e lo lascio tutto a te”,
gli rispondo mentre studio il tiro. Giacomo (si chiama
così, dopo tutto, il mio avversario) lo guarda in
silenzio, segue il giro delle mie palle, tira il suo
colpo, beve ed appoggia con rabbia la stecca al bordo
del biliardo.
“Non se ne parla per niente. Sono sotto di un bel po' e voglio continuare.
Dei cavalli non me ne può importare di meno”. Deciso,
sicuro, incazzato. Non c’è niente da dire. Giovanni
prende atto e se ne va. Lo sento mormorare, come parlando
a se stesso: “Oggi non me ne va bene una”. “Senti”,
mi fa Giacomo, sempre più tirato in viso, “prima di
continuare sarà bene che mi faccia un po' di conti,
no?” e tira fuori di tasca il rotolo di bigliettoni
che mi aveva così ingolosito quando lo avevo visto
la prima volta.
Riprende dopo pochi secondi “perdo già quattrocentomila. Ti faccio
una proposta: ci giochiamo tutto nella prossima partita
al centocinquantuno. Per te il doppio o niente. Che
ne dici?”. In un altro momento non avrei certo accettato
di mettere a rischio il “lavoro” di due ore in dieci
minuti, ma adesso... “Certo”, penso tra me e me, “se
mi va bene ho gia recuperato più di metà della perdita”.
Magari vado dal proprietario dello studio di Flora, gli racconto
quattro storie, gli do le ottocento e gli dico che
domani o dopo gli porto il resto. Si può fare con
più del cinquanta per cento. Perché mi dovrebbe dire
di no? E, poi, non stiamo neanche in mora, il termine
scade oggi...”.
“D’accordo”, gli faccio, “però è proprio l'ultima perché se vinci
siamo pari, ma se dovessi perdere tu la cifra comincerebbe
a diventare impegnativa e non mi va di portarti via
troppo, sono fatto così” e gli sorrido. Bella tattica,
spero lo ammorbidisca perché non si sa mai e, poi,
chi lo conosce questo? È vero, finora ha pagato come
un santo, sia pure tra sospiri e lamenti, ma dopo,
chi lo sa? Un'ultima partita che non finisce mai.
Sono impegnato al massimo e ce la faccio per un pelo. Butto la stecca
sul panno verde e mi volto verso Giacomo che, buio
in volto ed ancor più arrabbiato, se possibile, sta
tirando fuori di nuovo il rotolo. Sembra incredibile
tutto quel che mi sta accadendo, ma questo paga. Smania,
ma paga. Mi pare quasi di volare. “Senti”, gli faccio,
“permettimi almeno di offrirti qualcosa al bar”. Macché,
non ne vuol sentire parlare e va fuori deciso. Lo
seguo e vedo che salta in macchina e parte con una
sgommata da lasciarci le ruote.
Ottocentomila lire! Le ho infilate nel portafoglio. Non le devo più
neanche toccare. Come se non le avessi. Sono pieno
di buoni propositi e spero proprio di cavarmela con
Flora. Rientro nel bar e, calmo, ordino un altro tè
al latte. Sorseggio e, intanto, penso a questo strano
pomeriggio. Fortunato o sfortunato? Chi può dirlo?
E, poi, non è ancora finito. Chissà cosa può succedere.
Lo so, mi conosco, sto già pensando che le corse non
devono essere finite e la sala è lì, a dieci metri,
che mi aspetta. Una breve lotta con me stesso e, dopo,
eccomi in agenzia. Per il momento (ho deciso) mi guardo
intorno, vedo le gare ancora aperte e se qualche cavallo
mi ispira. Non sono certo obbligato a giocare.
“Vedi”, mi sono appena detto, “tutto sta a capire se questa è una
“gobba” o no perché se lo è bisogna insistere. È vero,
se parto dall'inizio a contare, sto perdendo, ma dopo
la trottata di Torquemada tutto è cambiato e sono
proprio in un buon momento. Se è una “gobba” va sfruttata
fino in fondo”. Da almeno vent'anni, chiamo “gobba”
la serie favorevole e “sfiga” quella contraria. Le
riunioni di galoppo di Livorno e Roma-Capannelle sono
già finite e di Torino-Trotto non voglio neanche più
sentir parlare.
Però, ad Aversa, ippodromo Cirigliano, sono in grave ritardo: mancano
addirittura due corse e già si sono accese le luci
artificiali sul campo (lo vedo bene nel televisore).
Cirigliano... quel nome mi fa subito venire in mente
il vecchio Ciro. È di quelle parti lui. Gran giocatore!
E cosa fa quando non sa più a che santo votarsi? Quando
le “dritte” avute si rivelano sbagliate? Quando gli
rimangono pochi quattrini in tasca? Si affida alla
cabala: gioca l'accoppiata uno-otto senza neanche
guardare chi corre.
Va bene, ho deciso. Calmo, mi avvicino al banco e gioco due accoppiate,
una per ciascuna corsa mancante, da cinquantamila
lire l'una. “Uno-otto alla settima e all'ottava di
Aversa”, dico sicuro e, intascati i biglietti, me
ne torno al bar. Non voglio sentire le cronache. Meglio
non soffrire in diretta. Rientrerò in sala fra un
tre quarti d'ora, mi avvicinerò al tabellone e poi
sarà quel
che deve essere. Basterà un attimo di fortuna, che
la mia “gobba” tenga ancora per qualche minuto.
Non ci voglio pensare più! Nel bar c'è un televisore e così cerco
di seguire quel che succede su quello schermo e di
dimenticare che, intanto, su quelli dell'agenzia...
Sono quasi le sette.
È ora di andare a vedere. Nel fare i pochi passi occorrenti
cerco di analizzare i miei pensieri: un tumulto indecifrabile.
Entro e mi avvio al tabellone di Aversa. Bene, vedo
da lontano che il risultato della settima corsa è
già scritto.
“Fa’ che l'accoppiata sia uno-otto”, dico tra me rivolto non so bene
a chi. Come in un sogno... un magnifico sogno! Là,
sul foglio bianco c'è scritto, bello grande: primo
classificato numero otto, secondo numero uno. Poi,
più sotto, la quota che mi interessa: accoppiata seicentodieci.
Il massimo! Il massimo! Ho vinto tre milioni e cinquantamila
lire. “La “gobba tiene” e quasi mi metto a urlare di
gioia. Mi precipito all'incasso seguito dai pochi
giocatori rimasti e dai loro commenti assai pepati.
“Bel colpo, eh?” Mi dice il cassiere contandomi i biglietti da cento.
“Perbacco”, rispondo e non so dire di più. Dopo, più
calmo, messi i soldi nel portafoglio, mi siedo nel
solito angolo e aspetto. Sono certo che vincerò anche
all'ottava. È così; quando si vince, si vince. È come
un'onda che riesci a cavalcare; finché ci stai su
e l'onda tiene...
Il televisore comincia
a trasmettere la cronaca dell'ottava di Aversa, ma
neppure lo guardo. Tanto, l'accoppiata è uno-otto.
Non lo guardo, ma sento la cronaca e, come è giusto e sacrosanto,
tutto fila liscio. Sono arrivati. Mi alzo, mi sistemo
davanti alla cassa e passo al cassiere la giocata.
“Scommette che sono altri tremilioni?”, gli dico sbruffoneggiando.
Sorride (tanto i soldi non sono suoi). Aspettiamo
le quote del totalizzatore che tardano un poco. Già
qualcuno dei presenti s'è fatto avanti. “Senti sono
rimasto a secco, dammi almeno un deca per mangiare”.
“Ehi, tu, se m'allunghi un venti ti dò un cavallo
sicuro per domani”. “Devo tornare a casa e non ho
neanche i soldi per il treno”.
E così via come capita sempre a quei pochi che fanno davvero un grosso
colpo in sala corse. “Va bene, va bene” e distribuisco
quelli che a me, adesso, sembrano solo spiccioli.
È come fare un'assicurazione. Mi sembra doveroso verso
me stesso e penso che se un giorno, mi capiterà di
trovarmi al posto di uno dei questuanti qualcuno sarà
generoso con me. Lo stesso ragionamento che faccio
quando dò l'elemosina.
“Ha proprio indovinato”, mi fa, all'improvviso, il cassiere “seicentodieci
massimo di quota e tre milioni cinquantamila lire
la sua vincita” e comincia di nuovo a contare. Esco
quasi di corsa e mi rifugio in macchina. Avvio e faccio
d'un fiato tutta la strada fino al casello d'imbocco
dell'autostrada. Qui giunto, mi fermo di lato, tiro
fuori il denaro e conto. Ho nel portafoglio sei milioni
e mezzo più un bel po’ di biglietti da dieci che mi
infilo in tasca, senza stare a vedere quant'è. Che
gioia! Che delizia!
Riparto, giro a destra verso il passaggio riservato al Viacard e
là, proprio al casello, ecco Giovanni. Sta cercando
un passaggio: fa l'autostop. Mi fermo, mi riconosce,
lo carico e via. Tutto in silenzio. Non so che dirgli.
Anzi non so se dirgli qualcosa e, quindi, taccio.
Lui guarda fisso davanti e si vede che soffre del
mio atteggiamento. Poi, passati cinque minuti, non
ce la fa più.
“Bell'amico che sei. Prima mi dici no alla giocata, poi mi peli il
socio a biliardo e lo fai incazzare tanto che mi ha
praticamente mandato a quel paese e, adesso, non mi
parli neppure. Lo so che hai vinto, ti si legge in
faccia. Hai avuto una fortuna sfacciata ed è merito
mio. Se non mi incontravi stamattina, qui nemmeno
ci venivi”.
“Beh”, penso, “ha ragione” e mi infilo nell'area di servizio prima
dell'ingresso in città. “Vieni, ti offro qualcosa”,
gli dico, “e quel tuo cavallo che doveva vincere?”,
gli chiedo entrando nel grill. “L’hanno ritirato,
tu pensa”, mi fa di rimando, “si vede che si era sparsa
la voce e così nisba”. Un caffè per lui e un bicchiere
d'acqua per me e torniamo verso la macchina. Mi fermo,
appena vicino alla portiera, tiro fuori il denaro,
conto veloce dieci biglietti da cento ed, entrando
in auto, glieli metto in mano.
Mi guarda stupito ma,
intanto, intasca.
“È la tua quota”, gli dico, “e non mi devi niente. Ho avuto una “gobba”
e tu, in fondo, sei stato il vero motore di tutto.
È merito tuo e adesso siamo pari. Andiamo a casa”.
“Andare a casa?”, mi fa Giovanni, tutto infervorato,
“ma sei matto? Se è una “gobba” non devi mollare.
Andiamo a Campione, a Saint Vincent o in qualsiasi
altro casinò che tu voglia. Non perdere il momento
magico”. “Ci ho già pensato da solo, figurati. Ma
non ne faccio niente”, gli dico mentre entriamo in
città. “Mi sta bene così. E poi sento che la “gobba”
è finita”.
Sono circa le otto quando suono la porta di casa. Mi aprono ed entro
tranquillamente. “Ciao Flora. Eccoti qua la ricevuta
dell'affitto dello studio. Ce l'ho fatta per un pelo
(e lei non saprà mai quanto questo sia vero in tutti
i sensi). Ci sono andato dieci minuti fa”. “Bene,
meno male”, fa lei, tranquilla, riponendo la quietanza
nel cassetto, “e come è andata la giornata? Il lavoro?”.
“Così, così, cara. Niente di speciale” ed affondo il cucchiaio nella
minestra.
* Dice di sé:
Mauro
della Porta Raffo. Narratore e saggista, classe 1944,
svolti più o meno svogliatamente mille diversi mestieri,
ha cominciato a scrivere nel 1996 su sollecitazione
di Giuliano Ferrara, che lo ha ribattezzato “il Gran
Pignolo” per la sua curiosità onnivora, per la propensione
alla cultura erudita e la precisione dimostrata. Per
lo stile asciutto al servizio di un’informazione che
di una notizia premia l’originalità e l’inedito, della
Porta Raffo è collaboratore passato e presente di
tutte le principali testate nazionali (“Corriere della
Sera”, “Il Sole 24 Ore”, “La Stampa”, “Il Giornale”,
“Il Foglio”, “Panorama”, “Oggi”, “Gente”, “Capital”,
“La Gazzetta dello Sport”, “Vanity Fair”, “Il Giorno”,
“Il Tempo”, “La Provincia”, “La Prealpina”). Ha partecipato
su Rai 3 alla trasmissione “È la stampa, bellezza!”
ed è stato consulente al “Quiz Show” e a “Ritorno
al presente” di Rai 1. Tra le sue pubblicazioni si
ricordano: “Sale, Tabacchi e...” (1999), “Tato fuma”
(2001), “Vecchi barbieri, antiche barberie” (2003),
“Dodici giorni in un’altra città” (2005), “Piero Chiara”
(2005), “Eminenti varesini” (2006), la raccolta di
racconti “Prendere la vita di petto e guadagnarci
in salute” (2002) e i saggi “Obiettivo Casa Bianca,
come si elegge un presidente” (2002), “I Signori della
Casa Bianca” in due edizioni (2004 e 2005) e “Dieci
anni di Pignolerie” (2006). Ha almeno un altro milione
di storie da raccontare e tutte maledettamente buone!
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EMILIO
SALGARI
Il vascello, che poco prima non si poteva ben discernere
per la profonda oscurità, non si trovava allora
che a mezza gomena dal piccolo canotto. Era
uno di quei legni da corsa che adoperavano i
filibustieri della Tortue per dare la caccia
ai grossi galeoni spagnoli, recanti in Europa
i tesori dell'America centrale. Buoni velieri,
muniti d'alta alberatura per potere approfittare
delle brezze più leggere, colla carena stretta,
la prora e la poppa soprattutto altissime come
si usavano in quell'epoca, e formidabilmente
armati.
(Da "Il Corsaro Nero", 1898)
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VOLTAIRE
Il maestro del villaggio, sorridendo, gettò per terra le
gemme, guardò un momento la figura di Candido
con stupore e continuò il suo cammino. I viaggiatori
non lasciarono di raccorre l'oro, i rubini e
gli smeraldi. "Dove siamo noi?" grida Candido
"bisogna che i figli del re di questo paese
sieno bene educati, perché s'insegna loro a
sprezzar l'oro e le gemme".
(Da "Candido", 1759)
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