PROVOCAZIONI
DONNE
IN TV? O PER TESSERA O PER PASSERA
Una
carrellata di presenze femminili, prestigiose o futili,
nel piccolo schermo
Barbara
Leone *
La Tv è femmina ed esprime valori femminei.
Pare dunque giusto e naturale che le donne (nude se è il caso) occupino
il piccolo schermo. Non esiste televisione senza le
donne come, oggi, non esiste donna giovane e carina
che non pensi a sé stessa nella finestra dei 24 pollici.
“Voglio fare la velina” non è un’aberrazione come
sentenziano i soloni moralisti, che parlano dalle
cattedre delle Terze pagine dei grandi giornali, ma
una sana, onesta, rispettabile ambizione.
Le veline fanno vacanze di sogno su yacht di lusso, flirtano con
calciatori miliardari, sono inseguite e corteggiate
dai fotografi, godono dell’amicizia di Briatore, danzano
al “Billionaire”, esprimono pareri motivati di diritto
civile, matrimoniale e politico. E allora dov’è il
peccato, dov’è la vergogna se, furiosamente o languidamente,
seducono. Che altro può fare una bella donna? Ah le
donne che cinguettano garrule o seriose dalle 20 alle
20 e trenta o nella mezz’ora successiva. Le donne
che esibiscono generose grazie negli show estivi o
negli impegnativi salotti invernali. Tutto vogliamo
sapere di loro, anche i particolari più dementi e
prendiamo per buone le loro incantevoli bugie, ci
inteneriamo per le loro pose maliarde, specie se -
come facevano alcune fanciulle Old Style - ci parlano
da una dormeuse. Le donne della Tv sono tutte belle,
sono tutte sirene glassate, agghindate, patinate e
a volte persino conturbanti, ma, ahimè, raramente
affascinanti.
La loro esistenza s’inizia col “buona sera”, si chiude con un cenno,
un sorriso che pare un invito, una strizzatina dell’occhio
destro che vale una promessa. Sono le ragazze che
le donne invidiano, gli uomini sognano e desiderano,
ma con le quali non stabilirebbero mai una convivenza
perché - si sa - la routine uccide.
Sono le ragazze fichissime del piccolo schermo, scicchissime e sempre
in ordine, sono le ragazze fashion. Sono le ragazze
di oggi. C’è la verginella, la figlia del deserto,
la casta Susanna, quella che ha studiato dalle Orsoline,
la contadinotta ripulita, la “mamma Ciccio mi tocca”,
l’ossuta fremente, quella che non la dà a nessuno,
la sposa intemerata e quella che se, non ti stai attento,
te la rifila a schermo spento. Non manca, ovviamente,
la stronzona e, che ne parliamo fare, l’intellettuale
superimpegnata.
Ce n’è per tutti i gusti, alla faccia delle racchie universali e
degli inglesi del “Financial Times” che ci rimproverano
di mettere in mostra belle donne e per giunta discinte.
Orrore, raccapriccio, disgusto, grande sconfitta per
i movimenti di liberazione femministi (ma quando mai!),
trionfo del maschilismo dirompente senza contare la
mercificazione pallosa e polverosa del corpo femminile.
Ma lo vogliamo dire che è tutta invidia?
Quelli, dalle loro parti, con le donzelle butirrose che si ritrovano,
una come la Canalis se la sognano. Fanciulle in fiore.
Una volta, le ragazze della generazione di mia mamma,
volevano fare le hostess. Mestiere nuovo, affascinante
avventuroso. Roba di classe diceva chi (maschio) ne
rimorchiava una su un volo transcontinentale. In realtà,
poverine, facevano le domestiche di bordo, avevano
il ciclo mestruale sballato e non vedevano l’ora di
essere assegnate (con raccomandazione) ai sevizi a
terra per godersi il fidanzato e un orario sanamente
routinier.
La televisione dunque è delle donne. Ma - e non sembri una contraddizione
- più le donne sono complicate (e lo sa Iddio se lo
sono), più la televisione per essere efficace e comprensibile,
dev’essere semplice, anzi elementare. Non so se Berlusconi
abbia meriti politici, ma sono certa che il suo criterio
d’impianto della tv commerciale partì dalle donne,
dall’esibizione in video delle tette e dei glutei
femminili, in quella discutibile trasmissione che
si chiamava “Drive In” ideata, se non mi sbaglio,
da Antonio Ricci e che ora è un “cult” e un punto
di riferimento in qualsiasi manuale del settore e
per chiunque voglio allestire un show per il piccolo
schermo. Tette generosamente esposte, culi sapientemente
levigati, un po’ di musica, qualche battuta da caserma
e il gioco fu fatto.
Rispetto a questo guizzo d’ingegno, la Rai della Riforma era ferma
ai “vicari” (manco si trattasse di dire Messa), ai
nuclei ideativi e produttivi, alle seghe mentali e
agli arzigogoli degli intellettuali della Sinistra
di allora, come al solito lenti (se non inadatti)
a capire la realtà in cui la tv opera. Berlusconi
fu geniale. Fece una tv stracciona, imbecille e volgare,
una tv moderna e adatta ai tempi e non ci poterono
- contro di lui - manco i pretori d’assalto.
La Rai annaspava, rispondeva con le inchieste, gli approfondimenti,
le squisitezze e i compassati annunciatori (maschi)
che venivano tutti dal Giornale radio, parlavano col
“birignao”, avevano una dizione perfetta e risultavano
francamente noiosi e privi di appeal. Ci volle quel
rude e intelligente carrarmato irpino di Biagio Agnes,
che giustamente De Mita volle al posto di Direttore
generale, per capire che bisognava inseguire Berlusconi
giù per la discesa, lungo la china del peggio.
Agnes Biagio da Serino (Av) aveva un fratello, Mario, che con una
sorella monaca-laica, viveva in Vaticano e dirigeva
l’Osservatore Romano. Le cronache dell’epoca narrano
che don Biagio dicesse di sé “Mario con gli studi,
io col naso”. E il naso lo portò lontano. Via gli
annunciatori in gessato e cravatta, avanti i giornalisti
e anche un po’ di femmine, (con juicio, sempre Dc
siamo), via gl’intellettuali raffinati e “segaioli”,
via le mutandone che avevano afflitto le Kessler,
via i programmi del perbenismo nazionale, avanti con
la scempiaggine diffusa perché - e questa fu la grande
intuizione - la tv è la fabbrica della cretineria
nazionale, deve parlare scemo, deve soprattutto interessare
le donne, toccare i loro problemi con il gusto, la
ciabattoneria, la cultura, i tic di una casalinga
qualunque, abiti essa a Capo Passero o sulle Dolomiti,
non ha alcuna importanza.
Fu il primo passo. Le annunciatrici (chi non ricorda la mitica Nicoletta
Orsomando) furono dotate di sala trucco e relativa
indennità per ombretti e belletti e comparvero aggiustate
come per la festa da ballo. Che alcune di loro non
conoscessero perfettamente la lingua italiana perse
d’importanza. Ci fu una ragazza dalle fulve chiome
che in video invece di dire Naja per indicare il servizio
militare, disse Nacha alla spagnola, ma fu perdonata
perché “arraposa” e guai a toglierla del video.
Passò dalle cronache alla storia del piccolo schermo quella bionda
e ammiccante annunciatrice, che si chiamava Mariolina
Cannuli che, con aria complice e gattona, diceva:
“ e…. al termine…. il telegiornale della notte”. I
rotocalchi dell’epoca si gettarono su questa invitante
ghiottoneria e stabilirono che quello della signora
era un’audace ammiccamento se non un esplicito invito
per una notte da sogno, ovviamente da trascorrere
insieme con lei. C’è da osservare che i nostri padri
si contentavano con poco.
Il secondo passo, quello che sancì l’appropriazione del piccolo schermo
da parte delle donne, lo compì quell’estroso napoletano
che risponde al nome di Antonio Ghirelli, che posto
da Craxi alla Direzione del TG2 non capiva un acca
della tecnica televisiva, ma aveva intelligenza sufficiente
per comprendere che i valori in uso per la carta stampata
non avevano corso davanti alla telecamera. Ghirelli
intuì immediatamente che la tv è innanzi tutto spettacolo,
che il tenore e la qualità delle notizie fornite hanno
relativa importanza e che la bella scrittura, il periodare
rotondo, l’arguzia e la cultura, doti indispensabili
per il giornale scritto, in tv sono soltanto un impaccio
e un gravoso fardello.
Da vecchio e sperimentato annusatore di femmine, Ghirelli stava chiotto
chiotto, come il gatto col sorcio in bocca quando
gli si presentò una vispa e intraprendente giovinotta
bolzanina con una pila di cassette da esaminare (non
userò mai il termine visionare, orribile). Il Direttore
considerò la modesta statura dell’aspirante, valutò
la verve della fanciulla e non si diede manco il tempo
di riflettere. “Ma questa qui è un barattolo di pepe.
Mettetela in video”.
E fu una rivoluzione. Assunta la postura di sguincio, mentre di solito
il cameraman si poneva piattamente di fronte al lettore,
la signorina Dietlinde Gruber, detta Lilli, offrì alla platea
degli spettatori del TG2 delle ore 13.00 il suo capino
biondo e riccioluto a ornamento di un visetto aggraziato
e birichino. Era saltato il Vallo Atlantico, ora le
donne potevano passare e occupare il video perché,
era chiaro che rendevano più degli uomini, i quali,
a loro confronto, sembravano marionette impagliate,
rigidi e lugubremente austeri come sacerdoti di una
remota e triste divinità orientale.
Ma come dice il Tao cinese “le donne tendono a straripare e hanno
bisogno di argini”. Certo, ma chi mai poteva permettersi
di imporre regole di contenimento alla signorina Gruber
che intanto era passata al TG2 delle 20.30 e aveva
personalizzato il Tg facendolo diventare il palcoscenico
della sua personale bravura? A questo punto chi poteva
impedirle di ambire alla “conduzione” del Telegiornale
maggiore della rete ammiraglia. Gloriosa e trionfante
la ragazza Gruber passò al TG1 dove esordiva enfaticamente
“E… buona sera, buona sera” e chiudeva in questo modo:
“Io mi fermo qui. Noi ci vediamo domani”. Alcuni colleghi
(maschi), certamente rosi dall’invidia, fecero osservare
al Direttore che quello non era modo. Innanzi tutto
lei non si fermava, ma il telegiornale terminava e
poi quel “noi” tendeva a stabilire un rapporto privilegiato,
assolutamente inammissibile, tra lo speaker e i fruitori
del sevizio pubblico.
Il Direttore fece spallucce, la giornalista fu dichiarata inamovibile
sia per la vasta e meritata notorietà conquistata
sia perché nessuno poteva dimenticare che la medesima,
insieme con Carmen Lasorella e il fido Badaloni avevano
capeggiato il movimento “democratico” “abbonato fatti
sentire” e s’erano pure scomodati (con ampio visone
di scorta) ad aprire un banchetto per le firme a Porta
Portese, il Mercato delle Pulci di Roma.
Dietro la Gruber venne dapprima lo sciame delle gruberine, sghembe
davanti alla telecamera, ma nessuna col fascino e
la personalità della capostipite la quale, dal canto
suo, capì perfettamente che conquistare il potere
è il meno, difenderlo è arduo specie se le concorrenti
sono donne o quando si incorre in qualche piccola
distrazione che gli avversari imputano a scorrettezza,
ma che può essere giustificato come lapsus linguae
o momentaneo obnubilamento da stress emotivo.
Accadde infatti, una sera, che la Gruber nel “lanciare” il servizio
di una importante collega incespicasse con la lingua
e invece di dire correttamente “sentiamo Daniela Tagliafico”
dicesse, forse maliziosamente, “Daniela Tagliafica.
Oh, scusate Tagliafico”. Peggio, “el tacon del buso”
come dicono i veneziani. La smentita è una notizia
data due volte. La Tagliafico (e non Tagliafica),
una sicula rovente, chiese giustizia e non l’ottenne
e la sospettata, invece, ormai salda in arcione, scavalcò
un traguardo dopo l’altro e tra libri, rischiose missioni
di guerra con tanto di paschmina al seguito, conferenze,
consulenze e quant’altro approdò gloriosamente al
Parlamento europeo dove ora, operosamente, lavora,
al contrario del sodale Santoro Michele (da Furore-Sa)
che non ha saputo resistere alla calamita del video
e ha preferito un discusso ritorno in Rai al prestigio
dello scranno europeo.
Il video è una malattia incurabile e senza rimedi o palliativi. Giornalisti
seri, onesti padri di famiglia, professionisti intemerati
si sono visti genuflettere davanti alle scrivanie
dei capi per ottenere improbabili riammissioni e sono
caduti nella fossa delle depressioni più buie quando
il loro destino è apparso segnato. La televisione
dà autorevolezza e prestigio, alle donne, poi, certificazione
di potere acquisito. La scatoletta quadrata è un filtro
magico capace di trasformare una banale ragazotta
in una diva del varietà di collaudata memoria.
“Ho scelto un nome eccentrico Ninì Tirabusciò”. E dunque non deve
sorprendere che sulla scia della Gruber, le gruberine
si siano moltiplicate tanto da ridurre la capostipite
a una pallida controfigura. Reggerebbe il confronto
la rossa ragazza di Bolzano con il fascino esotico
e la sofisticata avvenenza della signorina Jebreal
(quella tipa un po’ abbronzata disse di lei il leghista
Calderoli) che pur esibendosi da una tv di nicchia
è ora diventata, certo con merito, una “conduttrice
di prestigio e di successo?”.
Ma gli uomini? Le nuove dive del piccolo schermo li hanno surclassati
e ammazzati. La tv si addice alle donne, è tagliata
sulle loro enormi possibilità emotive ed espressive.
Gli uomini, per quanto possano essere femminilizzati
(e lo sono, oggi) non hanno strumenti di seduzione
adatti, sono impagliati, rigidi, non sanno porgere,
non sanno emozionare, coinvolgere, ammiccare con battito
di ciglia, un sorriso, un gesto della manina su per
l’aria.
Il nuovo direttore del TG1 Gianni Riotta l’ha capito e nei dibattiti
ha tolto ai giornalisti la giacca, ha imposto la camicia
bianca con cravatta scura alla maniera americana,
ma più che un rimedio è l’ammissione di una sconfitta.
Volete mettere una generosa scollatura o una maliziosa
minigonna che accompagni un accavallamento di gambe
durante un acceso dibattito con le maniche di camicia
di un qualsiasi giornalista con gli occhiali?
Oddio a volte la grazia può essere connaturata e spontanea come in
Daria Bignardi, la ormai celebre moderatrice del talk
show “Le invasioni barbariche”. La signora Bignardi
è naturalmente elegante, un tantino snob (che non
guasta) e fornita di sapiente ironia quanto basta.
Ma rispetto a vecchie ciabatte del mestiere come Mentana,
Vespa e compagnia bella la signora è una pivella che
sta all’abbecedario del mestiere, eppure i giornali
la considerano, la lodano, la glorificano e perché?
Ma perché è una donna, ha il sorriso soave e al fascino
femminile è difficile sottrarsi; lo chic culturale
non si improvvisa e qualche donna lo ha di suo, indipendentemente
dalla scienza e dalla sapienza professionale. A un
uomo non sarebbe stato riservato lo stesso trattamento?
Quando lasciai il violino per questo mestiere mi dissero “ricordati
che è sempre il giornale che fa il giornalista mai
viceversa. Se stai al Corriere sei un grande giornalista,
ma se stai all’Eco di Peretola sei una schiappa”.
Non è vero, ora lo posso dire. Se stai sullo sgabello
e sei di coscia lunga l’avvenire televisivo è tuo
e andrai lontano. Se stai a Baghdad, vai sulla terrazza
dell’albergo e ti mostri in pashmina i giornali parleranno
di te, farai moda e tendenza e non importa se avrai
scoperto chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti
o se era giusto o meno esportare la Democrazia (con
la d maiuscola) nel Vicino Oriente. I valori tradizionali
di questo mestiere (perché è un mestiere il nostro
e non una professione) sono stati sovvertiti dalla
tv e il primo a capirlo – perché non dargliene atto
– fu il vecchio Maurizio Costanzo che ai beati tempi
di “Bontà Loro” compiva gesti apparentemente futili
e insensati come aprire e chiudere una finestra o
spostare una sedia, ma che i giornali e gli esegeti
di scienze televisive riempirono di significati profondi.
Che vorrà dire l’ottimo Maurizio con il ritornello “Cosa c’è
dietro l’angolo?” Il papà del talk show all’amatriciana
la sapeva più lunga degli eccelsi Barbini, Virgilio
Lilli, Buzzati, Piovene e Montanelli messi insieme.
Capì innanzi tempo che la tv è regno delle femmine
e inventò la Maria De Filippi che gli snob detestano,
ma che accorti critici come Aldo Grasso stimano per
i modelli nazional-popolare che propone.
Non caschiamo nell’errore di considerare un personaggio Costantino
e gli altri “tronisti”. I personaggi della De Filippi
sono le donne che si avvicendano davanti al trono
e il successo di opere mediocri e noiose come “Sex
and City” lo dimostra senza equivoci. I problemi,
le ansie, i sospiri, le ciarle delle donne hanno conquistato
la tv e hanno persino messo in fuga gli uomini asserragliati
nell’ultima trincea di loro spettanza, lo sport.
“Perché perché – cantava Rita Pavone gli anni Cinquanta – la domenica
mi lasci sempre sola, per andare a vedere la partita
di pallone”. Il pallone era degli uomini, fuit
come dicevano i Romani antichi, ora è solo delle
donne. Corrono col “gelato” in mano, intervistano,
blaterano, commentano (dal campo, da studio) e se
sono presentabili, una bella scollatura e un paio
di braghette attillate non fa mai male anche se si
tratta di leggere solo le tabelline dei risultati
della domenica pallonara.
Ah le donne al volante. “Donne al volante sepoltura aperta”. Ma quando
mai. Forse le nostre mamme. Ora le donne regnano in
Formula Uno, strillazzano tra rombi di motori, sudori,
caschi integrali, puzza di benzina, pioggia e sole
cocente e sono in grado stabilire se Massa è meglio
di Raikkonenn o se Alonso merita la Pole o è stato
scorretto nei confronti del compagno di scuderia.
Invidia la mia ? Forse, ma io le colleghe col fucile a tracolla non
le amo e non mi piacciono le “guerrigliere” del TG3,
detesto le “tenebrose” che si affacciano dalla finestrella
del telegiornale con l’occhio torbido, la ciocca pendula
e il sorriso ambiguo, non prediligo le “pasionarie”
- come la Gabanelli, la signora di “Report” - che
sembra vogliano redimere il mondo e raddrizzare i
torti e non perché gli argomenti siano banali, ma
è il tono che è insopportabile.
“Ogni eccesso è difetto” diceva Totò. “Le donne non hanno il senso
della misura” sostenevano i vecchi maschilisti, ma
è vero fino a un certo punto. È certamente vero quando
ci s’imbatte in personaggi come la signora Barbara
D’Urso, carina, per carità, aggraziata, nessuno lo
nega, ma anche esagerata nelle sue pretese. All’età
di 48 anni suonati (ora ne avrà 49) la gentile dama
disse che certo voleva un uomo, ma bello, ricco, intelligente,
appassionato, colto e premuroso.
Nient’altro?, commentarono i maligni. Certo la facile popolarità
ubriaca le donne, ma non tutte. Le giornaliste che
“conducono” il TG2 sono infatti un esempio di civiltà
e correttezza professionale. Non si propongono mai
come “star”, come personaggi, mai eccentriche o eccessive
non deviano sulla loro persona l’attenzione dello
spettatore, vanno lodate in blocco sia che, come la
Vergara, parlino dal Quirinale sia che – in piedi
e composte – leggano il telegiornale.
Ma provate ad andare a Saxa Rubra, palazzina A, secondo piano… redazione
TG1, per intenderci. Lì la Gruber ha fatto scuola
e le sue epigoni e imitatrici le potete vedere ogni
sera. C’è chi parla a mitraglia e scuote la bionda
chioma, quella che s’è rifatti gli zigomi, l’altra
che esibisce i denti appena limati e tutte hanno un
“riferimento” e tutti, maschi e femmine, fanno la
fila davanti alle porte dei Capi per una comparsata
in video. I nomi? Ma no, in Rai, per maschi e femmine,
non ci sono nomi senza padrinato, è la legge dell’azienda.
A volte basta una parola, un tono fuori posto e sei fritto. Ma anche
se nessuno ha il coraggio di ammetterlo, è a tutti
(o quasi) cosa nota. In Rai si entra e si fa carriera
in due soli modi: o per tessera o per passera, altra
via non c’è. E a Mediaset? Elementare: dalla Domenica
del villaggio a Palazzo Chigi il passo è breve. Basta
saperci fare. In fondo… le vie del Cavaliere sono
infinite!
* Dice di sé:
Barbara
Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma
mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi
e i poeti maledetti. Il mio compagno di vita e di
avventure è un cane nero chiamato Maffino.
|