PROVOCAZIONI

PIÙ DELLA MORTE, HO PAURA DELLA BELLEZZA

Sfidare la natura e il decadimento fisico mostra la totale utopia degli attuali canoni estetici

Nancy Cacchiarelli *

 

Ci sono tanti tipi di bellezza, tanti quanti sono i modi di cercare la felicità.

Charles Baudelaire

Chissà se esiste un sentiero da percorrere o se abita da qualche parte un dirupo da superare per conquistare la felicità, chissà dove vive, se nelle promesse di vita nei giuramenti di amore eterno, nella ricerca del bello sublime o dell’assoluto.

Cerchiamo la felicità più importante, quella più profonda, quella che rimane per sempre, dimenticando che mentre la cerchiamo, sul nostro sentiero, il sole è meno luminoso, qualche nuvola sta avvolgendo la sommità delle montagne e tutto ciò che ci sembrava reale e raggiungibile con il passare del tempo diventa impervio e apparente.

Sfidare la natura, il decadimento fisico e la mortalità, sembra essere diventata la “promessa di felicità”, quasi ossessione, della società occidentale contemporanea, abitata da corpi perfettibili e imperituri, da associazioni cosmetologiche fugaci e “atelier per corpi” da tagliando conservativo, che confortano utilizzi esasperati facendo leva sul comune senso di inadeguatezza.

L’idea di bellezza, come il raggiungimento dell’estasi, si è negli ultimi anni evoluta e le radici, ma soprattutto le logiche di tale falsificazione, sono il punto mediano su cui ruotano le aspirazioni del cosmo. Se il punto di partenza è analizzare i principi di grazia, il punto di arrivo sono le stelle, le star irraggiungibili divine e anche la febbrile necessità di rivolgersi ai “numi” pur di arrivare alla bellezza.

Nel suo senso più profondo, la bellezza dà alla luce due realtà percepibili nell’animo del mondo naturale: la bellezza “celeste” e quella “terrestre”. La prima, ultraterrena, che genera fascino e suggestioni positive verso l’universo nella sua astrazione, nella sua spontaneità e naturalezza, come lo splendore nell’eruzione di un vulcano, nelle montagne o nelle maree, nelle preghiere o nello spazio.

La seconda, la bellezza degli esseri viventi, è la bellezza “terrestre” che solleva gli occhi e i pensieri di ognuno. L’incanto caduco che oltrepassa lo spirito e aleggia lieve su fisici messi in rilievo dal leggero cesello dei muscoli con la tinta degli occhi e il lampo biondo o bruno che aureola la testa. Quei corpi statuari che la perfezione connota di sensualità, quella perfezione innata scevra da sovrastrutture, senza false mimetizzazioni.

Per vocazione il concetto di bellezza di ognuno è coniugato, in grazia, al concetto e al gusto che porta in sé, ma non nella nostra cultura estetica, dove lo splendore riferito alla prorompenza fisica, si salda a dei canoni prettamente utopistici, e sulla base di un archetipo di bellezza pubblicizzato per anni come accordo di felicità. Canoni di bellezza e princìpi di armonia che si rincorrono disperatamente dietro una esilità struggente, visi turgidi che contornano labbra carnose, molto spesso ricercati e non posseduti, ovviamente.

Lettini di chirurghi, pericoli ambulanti che, nel raggiungimento dell’inarrivabile, attuano stratagemmi di bellezza mendace, una bellezza abbagliante raggiunta ad ogni costo e sulla base della richiesta di un mercato che crea delle alleanze di successo sotto mentite spoglie con la bramosia di piacere comunque in cambio di potere economico e successo.

“Ho paura della bellezza, la temo più della morte, poiché beltà fa rima con felicità. Ho paura della bellezza, che rischia sul filo del rasoio…”, come cantava Bob Dylan in “Shelter from the storm”, un giorno la farò mia e sulle note di questo brano si consuma la tragedia della vita: molti ammirano la bellezza da lontano, osando sul filo, ed altri la contemplano, se ne vogliono impadronire, e molto spesso impugnano quella lama del rasoio per sfigurarne i tratti. La paura che alla fine non sia la saetta del bello a condurci alla verità, ma che la bugia sia la vera realtà.

Nessuno ha più angoscia per la bellezza di coloro che hanno lo scellerato bisogno di sentirsi tali, e si sottomettono ad essa che tutto placa. Io penso che la vita sia come un viaggio, non un‘esplorazione qualsiasi, ma un cammino straordinario in cui, ad ogni passo, dobbiamo scoprire qual’è il nostro destino, in cui ad ogni passo dobbiamo scegliere quello per cui vale la pena vivere, amare, soffrire. La rarità di questo viaggio è che inizia tutti i giorni, ogni volta che si alza il sole all’orizzonte, e che l’alba accompagna i nostri sogni, questo viaggio inizia come d’incanto.

Come possiamo intervallare il nostro straordinario tragitto con soste a bivi inutili, dove rallentiamo la conquista della serenità solo per aver barattato la felicità con una ricerca di bellezza virtuale intesa come sinonimo di malattia e sofferenza? Questo viaggio si apre per strade che non avremo mai voluto solcare, per sentieri che era meglio non scoprire.

Se bellezza, giovinezza e magrezza sembrano essere diventati l’unico salvacondotto per l’indorato mondo dello star system, dall’altra parte l’icona della conseguenza, che questo messaggio ha generato, è meglio rappresentata dalle foto di Oliviero Toscani della modella Carla, che ricorda il dramma delle morti per anoressia, che ci conduce per mano per una via interiore, la via del superamento di sé, quando la bellezza deturpante diventa emblema di un’altra ricerca: la fame, senz’altro di qualcos’altro che non sia la bellezza terrestre.

Un giorno, lontano nel tempo, e così prossimo da essere ancora atteso, la dolce fanciulla si rivolse al vecchio saggio chiedendo con la sua flebile voce: “Ma dimmi, buon saggio, io tanto ho cercato risposte a una domanda che ogni giorno mi sovviene alla mente e a cui non trovo risposta, sai dirmi tu qual’è? Io cerco la felicità e tanti mi assicurano cosa sono tenuta a fare, come devo comportarmi, tanti sostengono che se vorrò essere felice dovrò raggiungere il sublime, l’assoluto, se vorrò essere felice dovrò essere “bella”, ricca ed avere potere, e per avere tutto questo dovrò sottomettermi, ma io non capisco cosa c’entrino tutte queste cose con la felicità. Sai dirmi tu, cosa devo fare per essere felice?”. Il vecchio saggio, che aveva ascoltato le parole della giovane, alzò il capo al cielo, e dopo aver profondamente sospirato, iniziò.

“Vedi mia bambina, troppo spesso i grandi confondono la felicità con ciò che non ne è neppure una parvenza e la scambiano con l’essere soddisfatto di qualcosa. La bellezza è la dissimulazione di questa ricerca e troppo spesso diventa rappresentazione del mondo di felicità; ma solo la bellezza dell’animo può riflettere il mondo. La vera felicità nasce dallo scorgere nuove possibilità che contrastano con crepe e abissi che abbiamo creato, che ci alimentano e contaminano il nostro cammino. Soltanto in questa maniera, mentre molliamo la presa per quell’errato fardello, ci accorgiamo d’essere diversi, come se separarsi da qualcosa, dalle convinzioni sbagliate fosse una liberazione; dove la vita diventa più leggera la felicità cresce perché non è una prigione dorata in cui ci siamo messi”.

Nicolas Kabasilas, un mistico del quattordicesimo secolo, riferendosi alla bellezza afferma: “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo è consono aspirare. Una consapevolezza della bellezza che abbia a che fare con il dolore, un labirinto che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi, ma li imprigiona totalmente in se stessi”.

Alla bellezza ci si aggioga di buona lena, crediamo di aver bisogno di creme, di labbra rigonfie, di seni alti e sodi, abbiamo creduto e ci siamo persuasi ancora che la taglia 38 sia il numero vincente per camminare su anguste passerelle e cavalcare una felicità invisibile Se sei garante dell’imperturbata bellezza hai strade aperte nel lavoro, il sorriso di una realtà priva di valori e virtù dove per convivere è richiesta grazia e armonia esasperata, diventate ormai una liturgia che fino allo stremo ci costringe alla sua espugnazione.

La bellezza che non è una promessa, sembra invece un inganno. È una promessa di felicità, una parola non mantenuta, assicura ciò che non può garantire, nutrendosi voracemente di continue dimostrazioni concrete e assolute con statuti e modelli irraggiungibili, che anelano alla giovinezza e alla gracilità intramontabile.

Penso a Dostoevskij “la bellezza ci salverà”, ma chi salverà la bellezza?

* Dice di sé:
Nancy Cacchiarelli. È la giusta simmetria di un equilibrio che razzola in un cielo azzurro, è l’irrazionalità che naviga in un mare in tempesta. È l’immediatezza e la sensibilità nell’unico paradiso perduto della scrittura che è raggiungibile a tutti.

LUCHINO VISCONTI

Per un tardo pomeriggio di novembre, sotto un cielo chiuso e carico di neve, una carrozzella se ne viene al trotto senza affrettarsi nell'ora deserta, saltellando e scartando con balzi secchi giù per la strada larga e mal lastricata di un borgo. Di tanto in tanto cala giù fra le case una ventata invernale che scompiglia per un momento la prima nebbia ferma a livello dei tetti e il fumo nero che, dai camini, fila diritto e lento come lunghe sciarpe di lutto.

(Da "Angelo", 1933)