CINEMA

UN LUCERTOLONE CHE SI AGGIRA NEL PECCATO

Ritratto di Lucio Fulci, un complesso cineasta che sapeva come spaventare e terrorizzare il pubblico

Federica Cresci *

Nel 1994 in un locale della mia città, Cremona, proiettarono, per pochi estimatori, due film di Lucio Fulci, “Quella villa accanto al cimitero” e “L’aldilà”. Fu per me una sorta di folgorazione. Da estimatrice del genere horror, non trovavo degno di nota nessuno dei film girati nei primi anni novanta. Tematiche sfruttate, colpi di scena scontati ed efferatezze “splatter” erano l’unica base su cui si fondavano i nuovi horror, seguiti per lo più da platee di adolescenti.

Dopo il boom negli anni settanta-ottanta, il genere continuava a sopravvivere grazie al settore dell’home video, alle proiezioni estive, ad una programmazione tv di tarda serata. Anch’io stavo perdendo interesse, quando la visione di quei film di Fulci risvegliò in me l’antica passione. Nei quattro anni successivi mi procurai in videocassetta parte dei suoi film, alcuni dei quali versavano in condizioni pietose (versioni monche, doppiaggi che modificavano radicalmente il senso delle frasi) e cominciai a studiare il suo cinema. Allora non c’erano le nuove edizioni in dvd, né erano ancora usciti i dettagliati libri, italiani e stranieri, a Fulci, in seguito, dedicati.

Proprio in quel periodo si avviava, però, il processo di rivalutazione di Fulci (attraverso siti Internet, fanzine, tesi di laurea, retrospettive), anche grazie ad acclamati registi e autori internazionali che non perdevano occasione per citarlo tra i loro maestri (Quentin Tarantino, John Carpenter, Wes Craven, Clive Barker). Insomma, il regista romano sembrava seguire le sorti di un altro suo omologo rivalutato post mortem, Mario Bava, le cui opere suscitarono, in origine, l’ammirazione di una ridotta schiera di amanti dell’horror e che oggi è insignito del titolo di maestro del genere.

Quella rivalutazione, ancora in corso, Fulci la meritava tutta.

Egli, infatti, ha svolto un ruolo importante nell’avventurosa storia del cinema italiano. Non ha fatto parte delle vicende alte e celebrate del cinema d’autore, ma si è collocato piuttosto in quella zona autarchica, fantasiosa e spregiudicata che è stata rappresentata dal cosiddetto “cinema di consumo”. E si è inserito in quel cono d’ombra consapevolmente, con smaliziato senso umoristico.

Non è mai stato un pedissequo imitatore o uno squallido epigono. Nella video intervista curata da Antonietta De Lillo e Marcello Garofalo “La notte americana del dottor Lucio Fulci” (1994), si definiva un “terrorista dei generi” (e un recente volume dedicato a Fulci, di Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore, si intitola proprio così, “Il terrorista dei generi”). Il suo cinema, infatti, si può definire oltranzista: un cinema che va oltre i generi, un cinema visionario, destabilizzante, sconveniente, non omologabile. Non era un semplice mestierante che seguiva la moda e un sicuro guadagno, ma un regista abile e coerente, con una precisa poetica, rintracciabile in tutti i suoi lavori.

Il primo Fulci era molto diverso dall’autore che diventerà oggetto di culto: era stato sceneggiatore e aiuto regista per alcuni film di Steno o con protagonista Totò, autore di canzoni di Adriano Celentano (“Ventiquattromila baci”, “Il tuo bacio è come un rock”), regista di film musicali, con protagonisti i più noti cantanti italiani degli anni sessanta, da Fred Buscaglione a Celentano (“Urlatori alla sbarra”, “I ragazzi del juke box”, “Uno strano tipo”), regista di numerosi film comico-demenziali con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Anche quando non aveva ancora sconfinato nel cinema dell’orrore, però, era già scomodo, estremo e ribelle. Ad esempio in “Beatrice Cenci”, film storico datato 1969, descrive una Roma sordida, dominata dallo strapotere del papa, dove un fattaccio di cronaca diviene specchio della società. Il film fu definito maledetto, satanico (conteneva tra l’altro delle realistiche e sanguinose scene di tortura), e in Italia non ebbe alcun successo. Anche un film popolare, “All’onorevole piacciono le donne” (1970) con Lando Buzzanca, denota una grande volontà di ribellione.

Fu sequestrato per oscenità e impietosamente tagliato, ma non per le scene di nudo bensì per il contenuto polemicamente politico… “Zanna bianca” (1973) e “Il ritorno di Zanna bianca” (1974) sono due film disneyani, ma con in più un elemento tipico del cinema di Fulci: la crudeltà. Zanna Bianca è un animale antropomorfo, che soffre le pene dell’uomo, un perdente che lotta contro le cattiverie degli uomini. E avevano il tipico segno estremo anche i suoi western, girati in piena crisi del genere, come “I 4 dell’Apocalisse” e “Le colt cantarono la morte e fu tempo di massacro”. Il primo fu vietato ai minori per le scene di eccessiva violenza, il secondo nascondeva dietro la cornice western una storia psicanalitico-artaudiana.

Nei thriller, altro genere in cui Fulci si è distinto, merita di essere citato “Non si sevizia un paperino” (1972), giallo all’italiana innovativo per l’ambientazione (il profondo Sud) e le tematiche: l’ignoranza popolare, le tarantolate, la magia e la religione, il prete assassino; la storia narra di feroci delitti compiuti su dei fanciulli ad opera di un giovane prete, reso folle dall’ossessione del peccato che avrebbe presto contaminato la loro purezza.

Ma sarà l’horror il genere dove Fulci avrà il destino di primeggiare, con 14 pellicole che lo renderanno un maestro, da “Zombi 2” (1979) a “Le porte del silenzio” (1992), una serie di film improntati ad una visione del mondo sadica, violenta e perversa, a suo modo coerente, ove è riuscito a imporre uno stile personale e riconoscibile. Egli si è così pienamente rivelato come un autore singolare ed eccessivo, che ama mostrare l’orrore in tutta la sua terribile forza, accomunandosi a registi del fantastico d’oltreoceano come Tobe Hooper, Wes Craven e George Romero.

Scene spinte all’eccesso visivo, come quelle dei film di Fulci, sono state una vera rivoluzione. Il suo cinema horror è senza protezioni, una delirante rassegna di affascinanti e ripugnanti immagini di sofferenza e morte che la macchina da presa analizza in tutta la loro mostruosità. La sua esaltata regia inventa mondi violenti (come in “Paura nella città dei morti viventi”, 1980, e “L’aldilà”, 1981) dove dominano le perversioni più nascoste, la solitudine, il terrore della morte. Le capacità di Fulci si segnalano nelle sequenze oniriche e in certe ossessioni morbose, che compongono un mosaico di orrori di forte impatto visivo, sequenze shock folgoranti alternate ad altre assai elaborate, in una partitura complessa e allucinatoria fondata sul raccapriccio.

Lucio Fulci ha ricavato un’idea di narrazione proprio dalla coazione a ripetere scene efferate, dall’ostentazione del disgustoso e dalle variazioni sul tema dei delitti atroci. In questo senso “Lo squartatore di New York” (1981) rappresenta l’apoteosi e la sintesi del suo cinema, dove si riscontrano tutte le caratteristiche dell’autore: manipolazione della suspense, gusto per il particolare raccapricciante, ossessioni misogine, poesia del macabro, brillante orchestrazione delle immagini e atroce pessimismo di fondo. Ma i gore (genere horror) fulciani degli anni ottanta, al di là delle atrocità e dei linguaggi gotici, sono anche estremamente ironici: la presenza di alcune aberrazioni trasformano il parossismo dell’orrore quasi in ridicolo.

Le sue opere forniscono un quadro ampio di quello che era il suo pensiero: dai contenuti ricorrenti dei suoi film si può dedurre l’opinione che aveva su temi come il peccato o la psicanalisi. Quelli di Fulci, del resto, sono essenzialmente film proprio sul peccato, come dimostra tra i tanti il giallo onirico “Una lucertola con la pelle di donna” (1971). E molte sue pellicole sono pervase da un impeto iconoclasta. Diffidava del potere ecclesiastico e metteva spesso in scena una religiosità corrotta: suore peccaminose, preti succubi di una lettura deformata delle sacre scritture, oppure posseduti dal demonio.

Per la psicanalisi dimostrava una sorta di avversione, denunciata in “Un gatto nel cervello” (1990), ironico e pungente ritratto della follia che può impossessarsi anche di chi si assume il compito di guarire la mente altrui. E per “Quella villa accanto al cimitero” (1981) inventò il personaggio del dottor Freudstein, testimone di quanto la mente e il pensiero possano creare mostri. Non è un caso che gli occhi, specchio dell’anima, abbiano tanta importanza nei film di Fulci. I primissimi piani di occhi sono ricorrenti e quasi ossessivi, gli scambi di sguardi sono carichi di mistero, quasi che da soli potessero sostituire azioni e dialoghi. Ed ecco giustificata la continua estirpazione di bulbi oculari o la presenza di personaggi ciechi dotati di misteriosi poteri.

Un cineasta complesso, dunque: sapeva spaventare, sapeva come terrorizzare il pubblico, ma è stato anche un uomo con personalissime ossessioni visive, paure da esorcizzare e una morale ben delineata. La rivalutazione di Lucio Fulci è andata avanti, da quel lontano 1994. Ma sono ancora tanti i lati da scoprire del suo cinema.


* Dice di sé:
Federica Cresci. Nata a Cremona nel 1974, laureata in Storia del cinema al Dams di Bologna. Coltiva diverse passioni: al primo posto il cinema, di cui è bulimica, a seguire gli animali, la lettura, il mezzopunto e il sudoku.