Ciò era vero nell’Europa di allora e fu vero in seguito.
Vero, ma tragico. Se l’America non ha avuto i totalitarismi
europei e l’Europa ha avuto i dispotismi e perduto più volte
democrazia e libertà, non è forse perché la tesi di
Tocqueville – che la democrazia non minaccia la libertà solo
se la società mantiene un vincolo religioso – era corretta?
C’è nella “Democrazia in America” una riflessione che non
poteva dispiacere a Mario Pannunzio e che oggi non dovrebbe
dispiacere ai liberali come lui. Confrontando il ruolo
sociale della religione in America con quello in Europa,
Tocqueville si chiede: “Perché questo quadro non è
applicabile a noi?”. E si risponde: “perché esiste una
“causa accidentale” o una “causa particolare”. Si tratta
della “intima unione della politica e della religione. In
Europa, il Cristianesimo ha permesso che lo si unisse
intimamente alle potenze terrene. Oggi queste potenze
cadono, ed egli è come sepolto sotto le loro rovine. È un
vivente che hanno voluto legare a dei morti: tagliate i
legami che lo trattengono, ed egli si rialzerà”.
Davvero Tocqueville auspica la separazione fra religione e
politica? Davvero raccomanda una ricetta che è, palesemente,
antiamericana, dal momento che, per ammissione dello stesso
Tocqueville, in America questa seconda separazione non c’è?
E se così fosse, come si potrebbe risolvere il suo stesso
problema: “Che fare di un popolo padrone di se stesso, se
non è sottomesso a Dio?”. Non penso che Tocqueville
raccomandasse la separazione fra religione e politica.
Né penso che questa raccomandazione sia da accogliere.
Penso, piuttosto, che Tocqueville avesse ragione nel dire
che in Europa, per troppo tempo, un vivente (l’altare) si è
legato a dei morti (il trono) e penso anche che, alla fine,
i morti abbiano seppellito i morti.
La separazione fra Stato e Chiesa non implica la separazione
fra religione cristiana e politica, almeno non la implica in
una società e in uno Stato liberali. La prima separazione è
doverosa, perché sorregge l’autonomia della sfera statale da
quella ecclesiale; la seconda è pericolosa, perché mette a
rischio gli stessi fondamenti della libera sfera statale e
la stabilità della società civile. L’una riguarda i regimi
istituzionali, l’altra riguarda la nostra libertà. Soltanto
un paese come l’Italia, che non supera la memoria dello
sforzo anticlericale compiuto per ottenere la separazione
Stato-Chiesa, e ha triste ricordo della tenacia
clericale che cercò di negarla, può pensare di accompagnare
alla separazione Stato-Chiesa la separazione
religione-politica.
Evitare che ciò avvenga è per me un compito anche dei laici,
soprattutto dei laici liberali. Applicata alle istituzioni,
la laicità comporta piena autonomia dello Stato, ma, per
quanto riguarda lo Stato liberale, non comporta né
estraneità né rifiuto dei valori del cristianesimo. A che
cosa i liberali potrebbero appendere la loro stessa fede
liberale o con che cosa potrebbero nutrire la loro stessa
religione della libertà? Su che cosa potrebbero basare la
cultura dei diritti umani fondamentali ora scritti nelle
Carte internazionali?
“La religione della libertà” di Croce non serve affatto,
perché vola così alto che, da quella distanza, le sembra di
vedere la libertà all’opera persino nei gulag e nei lager.
Il “principio liberale” di J.S. Mill favorisce sì la libertà
dei singoli, ma, nell’epoca dell’individualismo,
dell’eudemonismo e della bioetica, disgrega la società. Il
liberalismo politico di Rawls “mette tra parentesi” tutte le
dottrine del bene e tutte le religioni, compresa quella a
cui il liberalismo è legato. Quanto al “patriottismo
costituzionale” di Habermas, che vuol essere strumento di
democrazia e di inclusione, è invece, nell’epoca della
rinascita virulenta dell’islam, l’ultimo ritrovato laicista
per la resa della nostra civiltà.
“Scegliere” la ragione non è opera della ragione. Occorre
una fede. Ma se è una fede rivelata, allora questa è il
cristianesimo, la religione del Logos. Se invece è una fede
non rivelata, allora essa arriva alle stesse conclusioni del
cristianesimo: l’uguaglianza di tutti gli uomini, la
responsabilità individuale di ciascuno, la dignità di ogni
individuo in quanto persona, l’unità del genere umano. Su
questi assiomi si basa il liberalismo. Come scrisse
Tocqueville, “fu necessario
che Gesù Cristo venisse sulla Terra per far capire che tutti
i membri della specie umana erano per natura simili e
uguali”.
Credo che questi assiomi del liberalismo noi oggi dobbiamo
riprenderli con umiltà e riconsiderarli con serietà. Abbiamo
alle spalle le tragedie immani dei totalitarismi europei,
quando l’Europa, che sembrava avviarsi sulla strada
dell’America nel coniugare libertà e uguaglianza, rifiutò i
valori della civiltà cristiana e ritornò pagana; quando
confidava nella Provvidenza laica della libertà e precipitò
nella dittatura; e quando consumò per intero “il dramma
dell’umanesimo ateo”.
Abbiamo di fronte una sfida di civiltà, che cerchiamo,
colpevolmente, di esorcizzare perché non ci riesce
responsabilmente di affrontare. Le circostanze non ci sono
benigne. Siamo vittime della memoria storica e prigionieri
di gabbie che hanno recinto in cagnesco i liberali da un
lato e i credenti dall’altro. Ce lo ricorda la stessa
vicenda di Pannunzio e di molte belle menti del Mondo – da
Salvemini a Rossi a Calogero ad Antoni – ai quali tante
volte la doverosa polemica a difesa dello Stato laico contro
l’invadenza della Chiesa fece premio sul riconoscimento del
legame fra liberalismo e cristianesimo, al punto che quelle
stupende intelligenze furono ingenerose di riconoscimenti
alla Chiesa, e alla Democrazia cristiana, per il contributo
da esse dato nel 1948 alla sconfitta del comunismo.
Il dato, amaro, ma ineludibile, è che siamo una nazione che
si è fornita di uno Stato appena ieri, in polemica e in
guerra con sé e la Chiesa. E abbiamo avuto una Chiesa che
tante, troppe volte si è mostrata in ritardo sulla
modernità, sul liberalismo, sulla democrazia, sulla laicità,
sacrificando e mortificando talora le migliori coscienze
degli stessi cattolici. Anche Pannunzio, i suoi e molti
altri liberali ne sono stati vittime. Si trovarono a
combattere il clericalismo e non riuscirono ad utilizzare
niente di meglio dei vecchi strumenti risorgimentali. Di
questa situazione abbiamo sofferto tutti e ne portiamo
ancora i segni, a
cominciare da quella nostra Costituzione repubblicana che
all’articolo 1 dice che l’Italia non è una Repubblica
fondata sulla libertà, ma sul "lavoro”, all’articolo 3 si fa
compito di garantire “l’effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale
del Paese”, e all’articolo 7 non coniuga lo spirito di
libertà e lo spirito di religione, come avrebbe voluto
Tocqueville, ma sancisce un concordato, persino un
commercio, fra due istituzioni terrene.
Ci viene ancora spontaneo ripetere in modo irriflessivo la
vecchia formula risorgimentale “liberali, e quindi
anticlericali”, come se tra cristianesimo e liberalismo ci
fosse opposizione ontologica. E ci viene più naturale
dividerci fra clericali e anticlericali – “collitorti” e
“mangiapreti”, come si diceva ieri, o “teocon” e “laicisti”,
come si dice oggi – che ripensare le vecchie e non più
adatte categorie intellettuali che abbiamo bevuto col latte
materno. Così, ciò che è accaduto rischia di ripetersi, in
farsa e tragedia. Ci occorrerebbero liberali “di tipo
nuovo”, come Tocqueville diceva di se stesso. Ma la crisi
della nostra cultura liberale ci fa dimenticare persino
quelli di tipo antico.
Nell’introduzione a “La democrazia in America”, Tocqueville
descrisse il dramma della sua epoca con parole lapidarie:
“Gli uomini di fede combattono la libertà, e gli amici della
libertà attaccano la religione”. E aggiunse: “I partigiani
della libertà hanno visto la religione schierata contro i
loro avversari, e questo è loro bastato”. Senza saperlo,
Tocqueville descriveva Pannunzio, gli intellettuali del
Mondo e tanti esponenti della cultura liberale
contemporanea: anche loro pensavano che bastasse. Per più di
un secolo l’anticlericalismo è stato un fenomeno di
reazione, oggi è un movimento di aggressione. Le circostanze
stanno cambiando, molto – va detto onestamente e con
gratitudine – ad opera di un Papa (Benedetto XVI) che più di
altri suoi predecessori si è mostrato attento e aperto alle
ragioni della cultura laica.
Istruiti, anziché armati, dalla memoria, dovremmo fermarci
per tempo. Perché o noi ci adoperiamo per costruire
un’alleanza fra “amici della libertà” e “uomini di fede”,
come li chiamava Tocqueville, oppure non solo il nostro
liberalismo come dottrina e i nostri Stati liberali come
istituzioni, ma anche la nostra intera civiltà
andrà incontro ad un altro dramma.