ATTUALITA'

I POLITICI?

CANI DA RIPORTO DEI MASS MEDIA


Giorgio Benvenuto, con rigore e schiettezza, indica errori e possibili

soluzioni per un Paese in cui la mancanza di cultura, civiltà

ed educazione impedisce di chiedere ai cittadini di non avere paura


 

Matteo Lo Presti*

 

 

“C’è un’inadeguatezza della politica. La situazione metaforicamente è quella del cacciatore che per addestrare il suo cane gli lancia un bastone per farselo riportare. Nella vita politica italiana i mezzi di comunicazione lanciano il bastone di una qualunque notizia e i politici, con fedeltà inossidabile, riportano al padrone il bastone infiocchettato. Così accade per la cronaca nera, così accade per l’aborto, per l’immondizia di Napoli. Qualche decennio fa la politica era animata da grandi passioni, da grandi idee, dalla voglia di costruire il futuro, c’erano anche, purtroppo, ideologie che soffocavano modernità e prospettive di sviluppo, ma, occorre dirlo, era tutta un’altra situazione”.

Giorgio Benvenuto – all’anagrafe Antongiorgio – una vita passata in mezzo ai tormenti e gli onori del laboratorio sindacale, con un corollario di lotte, scontri, dialoghi, vittorie, sconfitte, attese, in un continuo confronto con le durezze delle realtà, lancia giudizi fulminanti sull’attualità. Nel suo studio di presidente della commissione Finanze del Senato racconta, con pacatezza e con l’aria serena di chi sa tenere bene in mano le fila del ragionamento politico, la lunga trama della sua vita e di un impegno costruito per durare ancora per molto.

“Sono nato a Gaeta, l’otto dicembre 1937, dove mio padre, nato a Barletta, si trovava per lavoro. Era ufficiale di Marina e come molti marinai era chiaramente antifascista, aveva girato molto, era stato a Pola, poi a Barcellona. Dopo l’otto settembre ci trovammo a Chieti, feci l’esame per saltare la terza classe. All’esame mi chiesero se ero parente del medico condotto, che, in effetti, era mio zio e credo che questo abbia favorito l’esito dell’interrogazione. Capii allora che la vita era molto strana. La quarta e la quinta elementare le frequentai a Messina. Le medie nuovamente a Chieti. Finalmente il ginnasio ed il liceo al Giulio Cesare.

Ero un bravo studente, ma non secchione, studiavo sempre all’ultimo momento, perché passavo molto tempo a leggere cose diverse, fui anche rimandato in latino e francese al ginnasio. Al liceo andò tutto meglio, tra i miei compagni di classe c’era Vito Melchiorre che divenne capo della polizia stradale. Avevo ottimi professori, quello d’italiano ci faceva studiare sul manuale di Natalino Sapegno che era un libro molto difficile e aveva l’abitudine di declamare i versi dei poeti.Una volta declamò Gozzano si inciampò ed io continuai la recita. Cose che accadevano solo in altri tempi. Alla maturità ero il più giovane della classe, avevo solo 17 anni. All’università subii pressioni da mio padre: volevo fare l’ingegnere perché ero molto bravo in matematica, mio padre insisteva perché facessi giurisprudenza ed il mio destino fu segnato”.

Ma la scuola di sindacalista dove ha avuto inizio?

“In casa – risponde con allegria Giorgio Benvenuto – mio zio, Silvio Benvenuto, era il segretario generale degli statali della Cgil, un grande personaggio, un vero maestro di vita, coraggioso antifascista, un uomo magnanimo. Venni a sapere che negli uffici dell’allora segretario delle Uil Viglianesi cercavano un giovane, che si occupasse del controllo del tesseramento e del monitoraggio delle elezioni delle commissioni interne. Io ero molto timido, ma la frequentazione del mondo del lavoro mi portò ad acquistare maggiori sicurezze. Nel frattempo mi ero laureato con il mitico professor Santoro Passatelli, con la tesi “Natura e funzioni delle commissioni interne”, nella quale avevo sfoderato tutta la mia abilità di sindacalista in erba. Ero anche fidanzato con Maria, che poi è diventata mia moglie e che ha condiviso con me, senza mai farmelo pesare, i tormenti di una vita che non ha certo seguito i binari della tranquillità, dell’ordinaria amministrazione”.

Una carriera nel sindacato ineguagliabile: nel ‘62 capo dell’ufficio organizzazione, nel ‘64 entra nella segreteria dei metalmeccanici, nel ‘68 diventa segretario confederale e, un anno dopo, segretario generale della UILM; poi nel ‘76 il grande balzo in sostituzione del repubblicano Raffaele Vanni, per un accordo tra gli iscritti al PSI e quelli aderenti al PSDI. Benvenuto diventa segretario generale della Uil, incarico che manterrà fino al 1992. Anni di soddisfazioni e di dolenti riflessioni.

“Il contratto dell’autunno caldo fu senz’altro un momento di grande importanza, ma offuscato dalla tragedia di piazza Fontana; la gioia per l’approvazione dello statuto dei lavoratori voluto dal generoso compagno Giacomo Brodolini, la morte di Aldo Moro, una tragedia che secondo me si poteva evitare. Un momento cupo che si riversò anche sulla condizione dei lavoratori. Si tentò la strada dell’unità sindacale, che vedevo di buon occhio perché non nuoceva alle strategie riformiste, che invece, nella concorrenza tra le sigle, vengono più spesso sacrificate”.

La Uil, però, compì a partire dal 1985 una grande svolta, si dedicò ad un solido impegno socio-educativo.

“Decisi di fondare una sigla che accompagnasse l’impegno nella società, definendo le nostre strutture “Il sindacato dei cittadini”.

Ci piovvero addosso critiche tumultuose, specie dal sindacalismo antagonista, mentre noi cercavamo ricomposizioni con la società, che spesso ci diedero buoni frutti; soprattutto quando penso alle nostre battaglie, quando si indicono gli scioperi nel settore dei servizi: si penalizzano gli utenti e si colpiscono altri lavoratori”.

Giorgio Benvenuto non nasconde di avere una formazione atipica nei suoi itinerari culturali.

“Ho studiato in America agli inizi degli anni sessanta. Ho approfondito la formazione della tecnica contrattuale e le tematiche della globalizzazione in anni in cui occorreva una visione pragmatica della politica, della politica economica e fiscale dello Stato”.

Poi improvvisamente nel ‘92 l’abbandono della sede Uil di via Lucullo per diventare segretario generale del ministero delle Finanze, incarico abbandonato per diventare, quasi a sorpresa, segretario del PSI, in sostituzione di Bettino Craxi travolto dalla amara vicenda di tangentopoli. Solo pochi mesi, dal febbraio al maggio ‘93 durò quel prestigioso incarico. Perché così breve quell’esperienza?

“Solo cento giorni e fu anche un mio errore. Prima di tutto non ero in grado di sostituire un uomo come Craxi: venivo da un altro pianeta, la visione del mondo di un sindacalista è più ristretta, quella dell’uomo politico è una fatica più ampia e complessiva. Insomma non ero all’altezza. E poi con Craxi furono compiuti, da troppe persone, errori clamorosi.

Avevamo vinto insieme il referendum sulla scala mobile, giusta battaglia che contribuì a modernizzare il paese. Ma Craxi alla fine, nonostante la concreta giustezza di molte sue analisi, perse: il Craxi che era capace di mostrare il petto, fu sconfitto perché molti anche all’interno del nostro partito scelsero di fare di Craxi il capro espiatorio, venne meno la solidarietà tra i socialisti. Claudio Martelli pronunciò a Genova un terribile discorso dicendo che occorreva ridare dignità ai socialisti. Un colpo tremendo per Craxi che si trovò anche di fronte alla profezia di Turati che aveva annunciato molti decenni prima la sconfitta del Pci, ma non seppe approfittarne.

E pensare che allora PCI e Dc insieme raccoglievano il 70 per cento degli elettori ed oggi il PD non si sa se supererà il 30. Fu tentata un’unificazione tra riformisti di Nenni e di Saragat che fallì, eppure allora le forze di sinistra potevano contare su oltre la metà dei consensi degli italiani. Iniziò una lunga marcia di transizione che non trova ancora oggi conclusione: un passato che non passa. Una paralisi incredibile”.

Dopo l’esperienza ai vertici del PSI per Giorgio Benvenuto inizia una storia diversa come parlamentare. Confluisce nell’Ulivo ed è eletto alla Camera dei Deputati dal ‘96 al 2001. Col governo Berlusconi, Benvenuto è nominato portavoce dell’opposizione e dal 2006 è senatore. Oggi di fronte ai tormentoni di una vicenda politica che si sta trasformando in una sceneggiatura già vista, spiega:

“La politica vive una vicenda che non mi piace. Il PD è troppo Zelig: ci deve essere al suo interno più socialismo, non si può rinnegare il passato, un partito non nasce in provetta, invece di restringersi si allarghi, cessino queste liti virulente tra laici e cristiani, basta con le liti sui giornali, con Berlusconi che fa proclami salendo sul predellino di un’auto. Un partito deve avere sue strutture, dove discutere in modo plebiscitario sulle prospettive del cambiamento.

Una volta di fronte alla situazione dell’immondizia a Napoli Pci e Psi, la stessa Dc, si sarebbero riuniti in loco, si sarebbe presa qualche decisione concreta: oggi dove si discute del problema? Negli studi di Vespa e queste scelte allontanano sempre più la gente dalla politica”.

Ma le idee socialiste hanno ancora oggi spazio o sono state accantonate?

“Le idee, i progetti socialisti nella società italiana sono come le acque carsiche, ora emergono ora spariscono. Ci sono oggi delle inadeguatezze, che impediscono di chiedere ai cittadini italiani di non avere paura del futuro, mancano le idee, i politici sono, come dicevamo prima, cani da riporto di piccole tensioni da consumare nel quotidiano”.

Più arduo e drammatico l’aspetto delle relazioni umane e Benvenuto, con grande schiettezza, non si sottrae neanche alla domanda se in politica esista la possibilità di fondare rapporti di amicizia, di un possibile sentire comune.

“Nel sindacato si soffriva insieme, ognuno portava contributi di rispetto e di solidarietà e insieme si gioiva. Confesso: in politica sono a disagio, trovo molto opportunismo, posizioni che si bruciano nell’attimo dell’utile personale e poi non tollero le bugie o lo scaricare sempre le colpe sugli altri. Non ho mai frequentato le sponde del moralismo, ma non c’è disciplina, non si rispettano le regole.

Oggi vige il fai da te e impera la televisione che è una cattiva maestra. E gli errori sono iniziati, lo dico con un po’ di nostalgia, da quando la scuola non si è più preoccupata di valorizzare i professori. Bei tempi quelli in cui nelle assemblee pubbliche si ascoltavano le inquietudini delle persone. Oggi tutto è credibile se nasce dai sondaggi, ma questo è un modo orribile di ammettere che mancano i rapporti umani con le persone e la possibilità di verificare in comune le scelte politiche. Aveva un grande valore un brindisi nelle fabbriche e nelle sezioni dei partiti a cementare desiderio di libertà, solidarietà, giustizia”.

Un dirigente sindacale come Benvenuto ha alle spalle anche dei rimpianti, errori compiuti?

“Avrei dovuto spingere di più il sindacato verso posizioni unitarie: nel 1985 avendo vinto il referendum sulla scala mobile, dormimmo sugli allori, pensavamo di vivere una rendita di posizione.

Sbagliai con Lama, con Pizzinato, con Carniti e Marini a non dare maggiore attenzione alla globalizzazione e nel cercare di indicare strategie unitarie e riformiste. Certo fummo sconfitti dalla marcia torinese dei quarantamila quadri intermedi, ma nessuno di noi lavorava per la gloria personale. Trentin che ci ha da poco lasciati, non temeva le novità, mai settario.

Così si è conquistato un posto nella storia del sindacalismo italiano”.

E infine il discorso scivola su altri argomenti che Benvenuto sa analizzare con passione e arguzia.

“Il papa Benedetto XVI ha una straordinaria cultura, ma non sa distinguere la bontà del progresso che è utile o no, solo se al suo interno esistono buone regole gestionali. E siamo qui a rimpiangere il fascino di Giovanni Paolo II capace di aperture che mi piacerebbe definire “laiche”: era capace di chiedere scusa, capace di riconoscere le difficoltà della politica mondiale, smussando le sue certezze per rivederle alla luce di più attente visioni critiche,
insomma un grande papa”.

Ma gli uomini politici hanno anche lo spazio per una vita privata?

“Leggo molto, ritorno ai libri di Sciascia e di Pirandello, mi piacciono i film in bianco e nero: Don Camillo, Miracolo a Milano, i film di Gassman. Mi vedo spesso con Pierre Carniti. Coltivo un mio ottimismo sulla società italiana anche se molte volte la guardiamo con lenti offuscate. Penso spesso che il 40 per cento delle dichiarazioni dei redditi hanno indirizzato l’otto per mille a organizzazioni di volontariato. Un paese di cittadini, di persone di giovani e di donne generose che si prodigano in mezzo a mille difficoltà e che non alimentano lo share degli ascolti televisivi.

Mi piacerebbe essere aiutato a dire basta alla politica senza anima, senza riferimenti di cultura, di civiltà, di educazione”.

Ed eccoci infine allo scenario della vicenda politica del dopo Prodi e Benvenuto non usa mezze parole.

“Il logorio del governo era nella realtà di una alleanza che faceva fatica a sopravvivere. Bisognava inaugurare prima un nuovo processo di riforme che non doveva riguardare solo il metodo elettorale, ma anche i regolamenti parlamentari, un bicameralismo che deve essere eliminato, intuizioni che il Psi aveva captato ed elaborato già trenta anni fa.

Occorre ora elaborare un programma e su questo costruire un’alleanza e non come si è fatto fino a qui, prima l’alleanza sfilacciata di troppi partiti diversi e poi un programma mastodontico di difficile attuazione.

Il nostro paese si merita di nuovo Berlusconi, cioè il vecchio che avanza, già cinque volte competitore principale di campagne elettorali? Dal 1994, vertice di Napoli del G8, di quei premier che con lui erano stati fotografati, il solo Berlusconi è rimasto in carica.

Per due volte, prima con D’Alema, poi con Veltroni, non ha rispettato i patti e le prospettive di una soluzione dei gravi problemi del paese. Certo poche settimane fa Berlusconi era alle corde e Veltroni gli ha dato un aiuto tipo Croce Rossa per consentirgli di tornare alla ribalta.

Dopo le possibili elezioni, i problemi rimarranno invariati. Chi avrà più amore per il nostro paese sarà capace di affrontare con rigore appuntamenti risolutivi e poi Berlusconi non ha mica ancora vinto. Il potere d’acquisto dei salari è invariato giusto dagli anni in cui Berlusconi andò al governo.

Gli elettori se lo ricorderanno, sono sicuro che se lo ricorderanno”.

Su Internet i dati biografici di Giorgio Benvenuto sono scarni, nessuna concessione alla retorica, essenziali riferimenti alla concretezza del suo impegno sociale, alla sua passione per la politica, tanta, efficace, rigorosa attenzione per i suoi molti costruttivi interventi parlamentari. Il sapore di una testimonianza originale di magnanimità e di ostinata fiducia nelle sue idee. Giorgio Benvenuto confessa:

“Una mia virtù? Tenacia e determinazione. Un mio difetto? Nelle riunioni politiche esibisco sempre la mia anima socialista”.



* Dice di sé:

Matteo Lo Presti nato a Spilimbergo (Pordenone) nel 1944: dal padre siciliano ha ereditato il gusto prepotente per la libertà e dalla madre friulana il sapore onesto per il rigore e la solidarietà umana. Cresciuto a Genova ha studiato al Liceo Colombo lo stesso frequentato da Fabrizio De Andrè ed Enzo Tortora. Laureato in filosofia, ha imparato da Pietro Nenni e Sandro Pertini cosa valgano nella vita giustizia e libertà.
Giornalista da tanti anni: Cesare Lanza suo direttore al quotidiano “Il Lavoro” gli ha insegnato a non avere paura delle notizie e del potere.





 

JOHN KEATS



Se la poesia non viene naturalmente

come le foglie vengono ad un albero,

è meglio che non venga per niente.

(Da “Poetica”, 334-330 a.C.)

 





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