Leggendo
la sua biografia, il dato sorprendente è l’età. A 40
anni è arrivato alla presidenza della Compagnia
delle opere, quando in Italia arrivare da giovani a
poltrone di potere è difficile. Come è stato
possibile?
“Le poltrone di potere sono altre, non certo quella
di Compagnia delle Opere. Quello che facciamo
concretamente, nel rapporto con gli associati, è un
aiuto affinché ciascuno possa esistere, affinché
ogni impresa associata possa essere sostenuta.
Comunque, per fortuna, in questo impegnativo compito
non sono solo, dato che la mia responsabilità e
condivisa con tanti amici”.
Quali erano i suoi sogni. Cosa desiderava fare da
grande?
“Avrei voluto fare l’ingegnere meccanico. Invece è
finita che mi sono laureato in filosofia. Però una
parte del sogno si è avverata, dato che oggi insegno
agli ingegneri”.
La sua carriera come è andata avanti?
“Come per tutti, attraverso le circostanze, ma
soprattutto attraverso la possibilità di
confrontarmi sulle scelte con degli amici veri”.
La sua formazione è cristiano-cattolica, in un
momento storico in cui la fede è spesso dimenticata
o strumentalizzata. Come è possibile conciliare fede
e lavoro?
“L’esperienza cristiana, come l’ho incontrata, mi ha
affascinato proprio perché mi ha reso evidente che
il cristianesimo non è una fuga dalla realtà, ma la
via per affrontarla. Anzi, proprio nell’affrontare
ogni circostanza del reale trova la possibilità di
diventare una vera esperienza personale. Ma è vero
anche il percorso opposto: prendendo in
considerazione sul serio il lavoro non si può non
arrivare a porsi una domanda su quale sia il suo
vero significato. Il lavoro non può essere risposta
a se stesso”.
Sposato, con tre figli. In che modo armonizza un
impegno come il suo e i compiti di marito e padre?
“Io vorrei che i miei figli comprendessero che la
vita vale se è spesa per un ideale più grande;
questo però non è una giustificazione per motivare
un’assenza da casa. Io cerco di esserci il più
possibile. Certo non potrei fare quello che faccio
se mia moglie non mi sostenesse”.
L’istituzione della famiglia sta vivendo una crisi
profonda. Quali sono le priorità su cui intervenire?
“La crisi della famiglia è innanzitutto una crisi
educativa. Ciò non significa – come diceva Péguy –
una crisi di insegnamento, ma una crisi di vita. È
anche vero che una famiglia senza una comunità viva,
che educhi continuamente a un ideale, ha davanti a
sé una missione quasi impossibile. Per questo la
priorità principale è sostenere chi nella nostra
società ha un compito educativo”.
Attualmente è professore a contratto presso il
Politecnico di Milano, dunque non un imprenditore;
ciononostante è presidente della Cdo. Perché?
“Come il mio predecessore, Giorgio Vittadini, ho
sempre reputato che sia meglio che il presidente di
Cdo non abbia interessi economici in gioco. Questa è
una libertà grande per l’associazione, ma è una
libertà ancora più grande per me”.
La Compagnia delle opere è una realtà relativamente
giovane – ha poco più di venti anni – eppure a lei
fanno capo circa 34.000 realtà imprenditoriali,
piccole o medie. Quali sono i valori e gli interessi
che le tengono insieme? E cosa la Cdo offre loro?
“Il primo interesse che tiene insieme gli associati
è quello di trovare un ambito dove il loro tentativo
imprenditoriale possa essere compreso e aiutato. La
condizione normale in cui si trovano gli
imprenditori è quella di una solitudine: soli di
fronte al mercato, di fronte alle nuove sfide, a
clienti e fornitori, soli di fronte a un fisco che
li vessa e a normative di cui spesso non capiscono
il senso. Vincere questa solitudine è il primo
compito di Compagnia delle Opere.
Questo rapporto,
che noi chiamiamo “amicizia operativa” arriva sino
al punto più interessante dell’attività
imprenditoriale: quella tensione che nel rapporto
con la realtà esprime la ricerca del senso delle
cose. Al fondo è questo che muove ogni imprenditore.
Compagnia delle Opere esiste per aiutarsi a fare
meglio impresa e in questo richiamarsi al motivo per
cui si fa tutto. Come mi ha detto un associato: “Cdo
mi è indispensabile, perché voi ci aiutate ad alzare
la testa dal tornio””.
Parlando di piccole e medie imprese, lei sostiene
che siano il vero motore dell’Italia, ma che una
politica errata le stia soffocando invece che farle
diventare il volano della crescita. Come agire?
“Bisogna agire su due versanti. Il primo è di
carattere culturale: in Italia esiste ancora una
sorta di sospetto preventivo verso chi fa impresa,
come se l’imprenditore fosse uno che si mette in
proprio per qualche motivo losco e comunque per
frodare lo Stato. Invece non è così: il Pil, non
dimentichiamolo, lo fanno le imprese; il benessere e
l’occupazione nascono dalle imprese, non dai decreti
dello Stato. Quindi è necessario ricreare una
cultura che sia favorevole all’impresa.
In secondo luogo l’impresa si favorisce anche con
politiche fiscali e normative che sostengano il
rischio imprenditoriale; anzi, in fondo sarebbe
sufficiente avere politiche e normative che non lo
ostacolino. E poi è importante premiare i virtuosi,
ad esempio defiscalizzando gli investimenti. Chi
reinveste gli utili crea sviluppo e crescita
economica, e questo deve essere sostenuto”.
Il suo ultimo libro ha come titolo la frase che
sarebbe stata pronunciata da Galileo Galilei al
tribunale dell’Inquisizione al termine dell’abiura
dell’eliocentrismo “Eppur si muove”. Perché l’ha
scelta?
“Si dice che Galileo uscito dal Tribunale abbia
battuto un piede per terra e abbia detto, appunto,
“Eppur si muove”. A fronte di slogan facili quanto
errati, secondo i quali le piccole e piccolissime
imprese non possono innovare, la mia esperienza sia
di presidente sia di studioso di innovazione dice
esattamente il contrario: che le piccole imprese
italiane, quanto all’innovazione, non sono seconde a
nessuno”.
Nel libro lei pone il capitale umano e l’innovazione
come fattori centrali nella gestione delle piccole e
medie imprese. Ma davvero l’innovazione è tanto
difficile da attuare in piccole realtà?
“L’innovazione non è, come sosteneva Marx, una
sovrastruttura, ma è strettamente legata alle
caratteristiche delle persone, alla qualità del
capitale umano. Quindi, proprio perché è il capitale
umano la fonte dell’innovazione, questa non ha nulla
a che fare con le dimensioni delle imprese”.
Inusuale è il richiamo che fa al gusto del bello.
Qualcosa che, sottolinea, non si impara a scuola. Ma
si può imparare in azienda?
“Il gusto del bello è frutto di un ambiente
favorevole. Noi, da questo punto di vista, siamo tra
i più fortunati: l’Unesco stima che 2/3 del
patrimonio culturale mondiale si trovi in Italia.
Siamo immersi in una continua educazione al bello
ogni volta che apriamo gli occhi. Questo gusto del
bello, però, si può imparare ovunque, anche in
azienda. Purché ci sia qualcuno che te lo faccia
vedere”.
Cosa pensa della gestione familiare di moltissime
aziende? È possibile considerarlo un vantaggio
competitivo?
“Il primo vantaggio di un’impresa familiare è
l’aspetto ideale, che dà una spinta in più. Le porto
l’esempio di un imprenditore del Sud che si è messo
in proprio a una certa età, abbandonando un lavoro
sicuro, solo per dare lavoro ai suoi quattro figli
che erano disoccupati.
Questo imprenditore ha un di più, anche a livello
competitivo, che gli altri non hanno. Infatti nel
giro di pochi anni è stato capace di sviluppare
un’azienda che oggi conta circa 60 dipendenti e che
è in prima linea sul fronte dell’innovazione, ad
esempio costruendo cabine per elicotteri con
materiali avanzati. E poi molti fanno erroneamente
coincidere azienda familiare con piccola azienda.
Non è vero: Auchan, ad esempio, è un’azienda
familiare. E non dimentichiamo che praticamente
tutte le aziende sono nate come aziende familiari”.
Cina e India. Come possono, soprattutto le imprese
piccole e medie, confrontarsi sul mercato
internazionale con colossi come questi ed accedere
ai nuovi mercati che queste portano con sé?
“I piccoli sono più veloci dei grandi. Non è detto
che la piccola dimensione sia sempre uno svantaggio.
Sul fronte dell’internazionalizzare le piccole
imprese hanno diversi punti deboli, ma possono
mettersi insieme, creare dei consorzi. Del resto la
cultura collaborativa fa parte del Dna del sistema
delle imprese italiane. Non è un caso che in questi
anni così difficili le aziende collocate all’interno
dei distretti abbiamo ottenuto nell’export risultati
migliori rispetto a quelle fuori dai distretti”.
Tre anni fa ha creato l’appuntamento del
Matching. In cosa consiste?
“Matching è un evento pensato appositamente
per la piccola e media impresa, che favorisce le
relazioni tra le PMI. Si tratta di un appuntamento
business to business il cui obiettivo è quello di
mettere in contatto diretto le imprese. Il successo
di questa iniziativa è testimoniato dal numero dei
partecipanti, passato in tre anni da 500 a oltre
1.600.
A Matching i protagonisti dell’evento sono
gli imprenditori stessi che si incontrano, si
conoscono, avviano trattative commerciali,
stabiliscono rapporti di partnership per fare
meglio, per essere sostenuti nella propria attività
generando occasioni e opportunità di crescita. È un
altro esempio, anzi il più significativo, di una
rete in atto”.
Lei definisce imprenditore qualcuno che nell’impresa
cerca il proprio destino; è davvero così? E in che
modo questo si realizza?
“Un uomo che intraprende lo fa per cercare, anche se
magari in modo inconsapevole, il proprio compimento,
il proprio destino. Se così non fosse, se l’unico
obiettivo fosse il profitto, allora forse farebbe
molto meglio a giocare in Borsa; guadagnerebbe di
più faticando meno. Invece l’imprenditore mette in
gioco qualcosa in più: vuole costruire qualcosa, e
dentro questa costruzione cerca di realizzare se
stesso”.
Lei parla spesso del valore della gratuità. Una
nozione che sembra fare a pugni con l’idea di
profitto che comunque è legata al fare impresa. Ce
lo può spiegare?
“La gratuità è strettamente legata al fare impresa.
Basti pensare al fatto che il rischio, per sua
stessa natura, è nemico del calcolo; così come anche
la gratuità è nemica del calcolo. All’origine di
tante nostre imprese c’è un atto gratuito così come
molte hanno trovato un sostegno senza tornaconto o
un contesto favorevole che non hanno creato da sé.
Quanto dell’economia italiana basata sul turismo si
appoggia su una bellezza naturale e una ricchezza
artistica che non abbiamo costruito noi? E ancora,
non ha a che fare con la gratuità il fatto che
l’impresa genera un benessere di cui tutti ne
beneficiano?”.
Lo scandalo dei rifiuti a Napoli sembra marcare
ancora di più la distanza tra un’Italia del Nord
comunque in crescita ed un Sud che fa sempre più
fatica a riscattarsi. I punti essenziali per una
svolta reale?
“Occorre un’educazione al senso ideale della vita,
solo da qui si può ripartire. Napoli non è solo
quella descritta dai cumuli di rifiuti. Penso ad
esempio alcuni amici laureati e professionalmente
affermati che continuano a vivere al Rione Sanità, e
lì hanno creato opere educative, sociali e
imprenditoriali, che sono una speranza per tutti. È
questa
la vera novità a cui guardare. Si può ripartire solo
dal positivo che c’è, non da quello che manca. E di
fatti come questi ce n’é tantissimi”.
In un mercato del lavoro nel quale, oggettivamente,
si fa sempre più fatica a trovare il proprio spazio,
quali consigli darebbe ad un ragazzo che volesse
realizzare il proprio destino in un’impresa? Da dove
partire? E su cosa puntare?
“Direi di puntare in alto, a una vera ricerca della
propria realizzazione. I nostri giovani non devono
cercare di sistemarsi, non devono cercare “il
posto”: devono essere educati a concepire
l’avventura lavorativa come qualcosa in cui
implicare totalmente la propria persona, i propri
interessi, i propri ideali”.
La politica è un ambito che può affascinare. Lei ha
mai pensato di scendere in campo?
“Secondo lei lavorare con tante realtà economiche e
di risposta ai bisogni, non è già fare politica?
Chiedere un mercato del lavoro per cui chi non ha
un’occupazione possa realmente trovarla, non è
politica? E si potrebbe continuare a lungo con una
serie di attività di Cdo che hanno questo genere di
orizzonte. Fare queste cose per noi significa
scendere in campo per la res publica, cioè per il
bene comune”.