INTERVISTE

L’IMPRENDITORE È UN UOMO

ALLA RICERCA DEL PROPRIO DESTINO


Raffaello Vignali, 45 anni, bolognese, dal 2003 è Presidente della

Compagnia delle Opere, associazione di piccole e medie imprese

e realtà non profit, nata nel 1986 per promuovere e tutelare

la presenza dignitosa delle persone nel contesto sociale e lavorativo


 

Antonella Parmentola



Leggendo la sua biografia, il dato sorprendente è l’età. A 40 anni è arrivato alla presidenza della Compagnia delle opere, quando in Italia arrivare da giovani a poltrone di potere è difficile. Come è stato possibile?

“Le poltrone di potere sono altre, non certo quella di Compagnia delle Opere. Quello che facciamo concretamente, nel rapporto con gli associati, è un aiuto affinché ciascuno possa esistere, affinché ogni impresa associata possa essere sostenuta. Comunque, per fortuna, in questo impegnativo compito non sono solo, dato che la mia responsabilità e condivisa con tanti amici”.

Quali erano i suoi sogni. Cosa desiderava fare da grande?

“Avrei voluto fare l’ingegnere meccanico. Invece è finita che mi sono laureato in filosofia. Però una parte del sogno si è avverata, dato che oggi insegno agli ingegneri”.

La sua carriera come è andata avanti?

“Come per tutti, attraverso le circostanze, ma soprattutto attraverso la possibilità di confrontarmi sulle scelte con degli amici veri”.

La sua formazione è cristiano-cattolica, in un momento storico in cui la fede è spesso dimenticata o strumentalizzata. Come è possibile conciliare fede e lavoro?

“L’esperienza cristiana, come l’ho incontrata, mi ha affascinato proprio perché mi ha reso evidente che il cristianesimo non è una fuga dalla realtà, ma la via per affrontarla. Anzi, proprio nell’affrontare ogni circostanza del reale trova la possibilità di diventare una vera esperienza personale. Ma è vero anche il percorso opposto: prendendo in considerazione sul serio il lavoro non si può non arrivare a porsi una domanda su quale sia il suo vero significato. Il lavoro non può essere risposta a se stesso”.

Sposato, con tre figli. In che modo armonizza un impegno come il suo e i compiti di marito e padre?

“Io vorrei che i miei figli comprendessero che la vita vale se è spesa per un ideale più grande; questo però non è una giustificazione per motivare un’assenza da casa. Io cerco di esserci il più possibile. Certo non potrei fare quello che faccio se mia moglie non mi sostenesse”.

L’istituzione della famiglia sta vivendo una crisi profonda. Quali sono le priorità su cui intervenire?

“La crisi della famiglia è innanzitutto una crisi educativa. Ciò non significa – come diceva Péguy – una crisi di insegnamento, ma una crisi di vita. È anche vero che una famiglia senza una comunità viva, che educhi continuamente a un ideale, ha davanti a sé una missione quasi impossibile. Per questo la priorità principale è sostenere chi nella nostra società ha un compito educativo”.

Attualmente è professore a contratto presso il Politecnico di Milano, dunque non un imprenditore; ciononostante è presidente della Cdo. Perché?

“Come il mio predecessore, Giorgio Vittadini, ho sempre reputato che sia meglio che il presidente di Cdo non abbia interessi economici in gioco. Questa è una libertà grande per l’associazione, ma è una libertà ancora più grande per me”.

La Compagnia delle opere è una realtà relativamente giovane – ha poco più di venti anni – eppure a lei fanno capo circa 34.000 realtà imprenditoriali, piccole o medie. Quali sono i valori e gli interessi che le tengono insieme? E cosa la Cdo offre loro?

“Il primo interesse che tiene insieme gli associati è quello di trovare un ambito dove il loro tentativo imprenditoriale possa essere compreso e aiutato. La condizione normale in cui si trovano gli imprenditori è quella di una solitudine: soli di fronte al mercato, di fronte alle nuove sfide, a clienti e fornitori, soli di fronte a un fisco che li vessa e a normative di cui spesso non capiscono il senso. Vincere questa solitudine è il primo compito di Compagnia delle Opere.

Questo rapporto, che noi chiamiamo “amicizia operativa” arriva sino al punto più interessante dell’attività imprenditoriale: quella tensione che nel rapporto con la realtà esprime la ricerca del senso delle cose. Al fondo è questo che muove ogni imprenditore.

Compagnia delle Opere esiste per aiutarsi a fare meglio impresa e in questo richiamarsi al motivo per cui si fa tutto. Come mi ha detto un associato: “Cdo mi è indispensabile, perché voi ci aiutate ad alzare la testa dal tornio””.

Parlando di piccole e medie imprese, lei sostiene che siano il vero motore dell’Italia, ma che una politica errata le stia soffocando invece che farle diventare il volano della crescita. Come agire?

“Bisogna agire su due versanti. Il primo è di carattere culturale: in Italia esiste ancora una sorta di sospetto preventivo verso chi fa impresa, come se l’imprenditore fosse uno che si mette in proprio per qualche motivo losco e comunque per frodare lo Stato. Invece non è così: il Pil, non dimentichiamolo, lo fanno le imprese; il benessere e l’occupazione nascono dalle imprese, non dai decreti dello Stato. Quindi è necessario ricreare una cultura che sia favorevole all’impresa.

In secondo luogo l’impresa si favorisce anche con politiche fiscali e normative che sostengano il rischio imprenditoriale; anzi, in fondo sarebbe sufficiente avere politiche e normative che non lo ostacolino. E poi è importante premiare i virtuosi, ad esempio defiscalizzando gli investimenti. Chi reinveste gli utili crea sviluppo e crescita economica, e questo deve essere sostenuto”.

Il suo ultimo libro ha come titolo la frase che sarebbe stata pronunciata da Galileo Galilei al tribunale dell’Inquisizione al termine dell’abiura dell’eliocentrismo “Eppur si muove”. Perché l’ha scelta?

“Si dice che Galileo uscito dal Tribunale abbia battuto un piede per terra e abbia detto, appunto, “Eppur si muove”. A fronte di slogan facili quanto errati, secondo i quali le piccole e piccolissime imprese non possono innovare, la mia esperienza sia di presidente sia di studioso di innovazione dice esattamente il contrario: che le piccole imprese italiane, quanto all’innovazione, non sono seconde a nessuno”.

Nel libro lei pone il capitale umano e l’innovazione come fattori centrali nella gestione delle piccole e medie imprese. Ma davvero l’innovazione è tanto difficile da attuare in piccole realtà?

“L’innovazione non è, come sosteneva Marx, una sovrastruttura, ma è strettamente legata alle caratteristiche delle persone, alla qualità del capitale umano. Quindi, proprio perché è il capitale umano la fonte dell’innovazione, questa non ha nulla a che fare con le dimensioni delle imprese”.

Inusuale è il richiamo che fa al gusto del bello. Qualcosa che, sottolinea, non si impara a scuola. Ma si può imparare in azienda?

“Il gusto del bello è frutto di un ambiente favorevole. Noi, da questo punto di vista, siamo tra i più fortunati: l’Unesco stima che 2/3 del patrimonio culturale mondiale si trovi in Italia. Siamo immersi in una continua educazione al bello ogni volta che apriamo gli occhi. Questo gusto del bello, però, si può imparare ovunque, anche in azienda. Purché ci sia qualcuno che te lo faccia vedere”.

Cosa pensa della gestione familiare di moltissime aziende? È possibile considerarlo un vantaggio competitivo?

“Il primo vantaggio di un’impresa familiare è l’aspetto ideale, che dà una spinta in più. Le porto l’esempio di un imprenditore del Sud che si è messo in proprio a una certa età, abbandonando un lavoro sicuro, solo per dare lavoro ai suoi quattro figli che erano disoccupati.

Questo imprenditore ha un di più, anche a livello competitivo, che gli altri non hanno. Infatti nel giro di pochi anni è stato capace di sviluppare un’azienda che oggi conta circa 60 dipendenti e che è in prima linea sul fronte dell’innovazione, ad esempio costruendo cabine per elicotteri con materiali avanzati. E poi molti fanno erroneamente coincidere azienda familiare con piccola azienda. Non è vero: Auchan, ad esempio, è un’azienda familiare. E non dimentichiamo che praticamente tutte le aziende sono nate come aziende familiari”.

Cina e India. Come possono, soprattutto le imprese piccole e medie, confrontarsi sul mercato internazionale con colossi come questi ed accedere ai nuovi mercati che queste portano con sé?

“I piccoli sono più veloci dei grandi. Non è detto che la piccola dimensione sia sempre uno svantaggio. Sul fronte dell’internazionalizzare le piccole imprese hanno diversi punti deboli, ma possono mettersi insieme, creare dei consorzi. Del resto la cultura collaborativa fa parte del Dna del sistema delle imprese italiane. Non è un caso che in questi anni così difficili le aziende collocate all’interno dei distretti abbiamo ottenuto nell’export risultati migliori rispetto a quelle fuori dai distretti”.

Tre anni fa ha creato l’appuntamento del Matching. In cosa consiste?

Matching è un evento pensato appositamente per la piccola e media impresa, che favorisce le relazioni tra le PMI. Si tratta di un appuntamento business to business il cui obiettivo è quello di mettere in contatto diretto le imprese. Il successo di questa iniziativa è testimoniato dal numero dei partecipanti, passato in tre anni da 500 a oltre 1.600.

A Matching i protagonisti dell’evento sono gli imprenditori stessi che si incontrano, si conoscono, avviano trattative commerciali, stabiliscono rapporti di partnership per fare meglio, per essere sostenuti nella propria attività generando occasioni e opportunità di crescita. È un altro esempio, anzi il più significativo, di una rete in atto”.

Lei definisce imprenditore qualcuno che nell’impresa cerca il proprio destino; è davvero così? E in che modo questo si realizza?

“Un uomo che intraprende lo fa per cercare, anche se magari in modo inconsapevole, il proprio compimento, il proprio destino. Se così non fosse, se l’unico obiettivo fosse il profitto, allora forse farebbe molto meglio a giocare in Borsa; guadagnerebbe di più faticando meno. Invece l’imprenditore mette in gioco qualcosa in più: vuole costruire qualcosa, e dentro questa costruzione cerca di realizzare se stesso”.

Lei parla spesso del valore della gratuità. Una nozione che sembra fare a pugni con l’idea di profitto che comunque è legata al fare impresa. Ce lo può spiegare?

“La gratuità è strettamente legata al fare impresa. Basti pensare al fatto che il rischio, per sua stessa natura, è nemico del calcolo; così come anche la gratuità è nemica del calcolo. All’origine di tante nostre imprese c’è un atto gratuito così come molte hanno trovato un sostegno senza tornaconto o un contesto favorevole che non hanno creato da sé. Quanto dell’economia italiana basata sul turismo si appoggia su una bellezza naturale e una ricchezza artistica che non abbiamo costruito noi? E ancora, non ha a che fare con la gratuità il fatto che l’impresa genera un benessere di cui tutti ne beneficiano?”.

Lo scandalo dei rifiuti a Napoli sembra marcare ancora di più la distanza tra un’Italia del Nord comunque in crescita ed un Sud che fa sempre più fatica a riscattarsi. I punti essenziali per una svolta reale?

“Occorre un’educazione al senso ideale della vita, solo da qui si può ripartire. Napoli non è solo quella descritta dai cumuli di rifiuti. Penso ad esempio alcuni amici laureati e professionalmente affermati che continuano a vivere al Rione Sanità, e lì hanno creato opere educative, sociali e imprenditoriali, che sono una speranza per tutti. È questa la vera novità a cui guardare. Si può ripartire solo dal positivo che c’è, non da quello che manca. E di fatti come questi ce n’é tantissimi”.

In un mercato del lavoro nel quale, oggettivamente, si fa sempre più fatica a trovare il proprio spazio, quali consigli darebbe ad un ragazzo che volesse realizzare il proprio destino in un’impresa? Da dove partire? E su cosa puntare?

“Direi di puntare in alto, a una vera ricerca della propria realizzazione. I nostri giovani non devono cercare di sistemarsi, non devono cercare “il posto”: devono essere educati a concepire l’avventura lavorativa come qualcosa in cui implicare totalmente la propria persona, i propri interessi, i propri ideali”.

La politica è un ambito che può affascinare. Lei ha mai pensato di scendere in campo?

“Secondo lei lavorare con tante realtà economiche e di risposta ai bisogni, non è già fare politica? Chiedere un mercato del lavoro per cui chi non ha un’occupazione possa realmente trovarla, non è politica? E si potrebbe continuare a lungo con una serie di attività di Cdo che hanno questo genere di orizzonte. Fare queste cose per noi significa scendere in campo per la res publica, cioè per il bene comune”.




 

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