INTERVISTE

1954. ELDA LANZA, LA “TATA”

CHE HA VISTO NASCERE LA TV


Il primo volto della televisione italiana, giornalista, scrittrice,

esperta di comunicazioni, di buone e cattive maniere, docente

presso l’Accademia d’Arte di Osaka, corporate coach


 

 

 

Che cosa si prova a essere Elda Lanza?

“La gradevole sensazione di non essere passata inosservata”.

Sei stata il primo volto della televisione italiana…

“Detto così sembra che io sia stata un manifesto pubblicitario. Oltre tutto la definizione è sbagliata: il primo volto della televisione, che riprendeva gli esperimenti negli anni cinquanta in modo continuativo, è stata l’annunciatrice Fulvia Colombo”.

Com’era?

“Bellissima. Alta, bionda, diplomata in pianoforte, voce gradevole, ottima dizione, elegante, sorriso garbato. Un emblema della nascente televisione.

In un’epoca in cui le ragazze sapevano a malapena l’italiano, lei si esprimeva correttamente in francese e in inglese. È andata più volte in America a rappresentare la nostra televisione. Ecco, lei era in assoluto il volto della televisione”.

E tu?

“Io sono stata la prima presentatrice. Credo che il termine lo abbiano inventato per me. Io conducevo i programmi. Sulle locandine all’inizio della trasmissione la dicitura esatta era: Presenta Elda Lanza oppure A cura di Elda Lanza. Ero io”.

Come sei arrivata in Televisione? Venivi dal teatro?

“No, assolutamente. Quando ero piccola e mi chiedevano che cosa avrei voluto fare da grande rispondevo: Greta Garbo, come se fosse una professione. A vent’anni mi ero iscritta alla scuola del Piccolo Teatro, con Jacobbi, Grassi e Strehler. Mi sono appassionata di teatro, non del palcoscenico. Ero timida. E non ero un’attrice. Tuttavia in quell’anno di corso ho imparato molto. Non ho mai dimenticato le lezioni di Strehler, che mi sono servite in tutto quello che ho fatto negli anni, dalla televisione all’insegnamento, alla comunicazione.

La televisione è arrivata alcuni anni più tardi. E non per caso. Stavo terminando l’università, filosofia. Una straordinaria agente letteraria, Matilde Finzi, leggendo per caso un mio testo, mi propose di scrivere un romanzo per un editore argentino. Iniziai in questo modo la mia collaborazione, che durò qualche anno: in Argentina ero conosciuta, scrivevo romanzi a puntate, novelle, romanzi a fumetti.

“BoleroFilm”, che stava nascendo in Mondadori contro il rivale “Grand Hotel”, acquistò i diritti dei miei romanzi argentini e Luciano Pedrocchi, il direttore, volle che collaborassi al suo giornale. Frequentando la Mondadori mi capitò di incontrare Nuccia Pressi, giornalista di “Grazia”, che mi offrì una piccola rubrica di arredamento: testo e disegni. Di moda e costume scrivevo invece sul settimanale, diretto da Martinelli. Ora non so dirti come sia capitato; è successo tutto insieme e tutto all’improvviso, in una combinazione di eventi imprevedibile e straordinaria.

A Milano stava nascendo la televisione italiana, nel senso che stava organizzandosi in programmi e palinsesti ancora sperimentali. Il direttore dei programmi, Attilio Spiller, autore di riviste e programmi radiofonici di successo, stava progettando una trasmissione al femminile, con rubriche varie: può sembrare naturale che consultasse riviste femminili come “Grazia”. Era un apprezzato collezionista; amava l’antiquariato, ma gli piaceva il connubio di antico e moderno, che io trattavo spesso nelle mie rubrichette perché era una moda del momento.

Seguendo le mie collaborazioni sui giornali era arrivato a chiedere di me, senza conoscermi. Martinelli, al quale si era rivolto, mi domandò se poteva interessarmi scrivere testi anche per la televisione. Per me la televisione era quello scatolone che ogni tanto vedevamo nei film americani. Ma era lavoro. Durante la guerra la mia famiglia aveva perso molto e lavorare non era un passatempo. Quindi ho accettato”.

Quando è successo, te lo ricordi?

“Potrei dimenticarlo, secondo te? Era il 26 giugno del 1952. L’appuntamento con Spiller, in corso Sempione al 27, secondo piano, era per le undici. Alle dieci e mezzo io camminavo già avanti e indietro davanti al palazzo della RAI, senza trovare il coraggio di salire quei sette gradini, spingere la porta a vetri ed entrare. Mi dicevo con calma che qualunque fosse stato il risultato di quell’incontro, nella mia vita non sarebbe cambiato niente. Mi chiedevano dei testi. Io ero capace di scrivere, che paura avevo? Invece avevo paura. Mia madre mi aveva consigliato un vestito di cotone a quadrettini azzurri, a maniche corte e accollato, come usava allora. Era una giornata torrida. Con quell’abituccio di cotone, i capelli incollati dal caldo, a Spiller devo essere sembrata una ragazzina…”.

Quanti anni avevi, se vuoi dirlo?

“Pensi davvero che voglia nasconderti la mia età? Io sono orgogliosa dei miei ottantatré anni. Allora ne avevo ventisette. Ma sembravo molto più giovane: faccino pulito, senza trucco, tacchi bassi, timidissima…”.

Scusa, se ti ho interrotto, continua…

“Quello studio al secondo piano. Una stanza enorme, che un architetto aveva sicuramente arredato perché fosse imponente. Lo era. Dietro una scrivania lucida, ancora nuova, su una poltrona di cuoio con lo schienale che avanzava di mezzo metro oltre la sua testa, sedeva il direttore, il dottor Attilio Spiller. Non potrò mai dimenticare con quale sguardo mi accennò la poltroncina scomoda accanto alla scrivania. Era deluso, naturalmente. Si aspettava una giornalista, magari architetto, spigliata ed elegante. Una donna, insomma. Io gli ero sembrata un verme. Una ragazzina inaffidabile.

Mi disse che gli occorrevano dei testi di arredamento, proprio come quelli che pubblicavo su “Grazia”, che una ragazza bellissima, alta e bionda, che stavano cercando, avrebbe letto in Televisione. Sorprendentemente cominciai a parlare, a chiedere che tipo di rubriche aveva in mente, che cosa si aspettava dai miei testi. Se avessi dovuto tenere un tono discorsivo… Non riconoscevo me stessa: timida com’ero, sembravo scatenata. Volevo quel lavoro a ogni costo”.

E l’hai ottenuto, infatti.

“No, non subito. Stavamo ancora parlando, Spiller e io, di come avrei dovuto impostare la rubrica, quando dal fondo dello studio venne verso di noi un giovanotto alto e biondo, con il viso mezzo nascosto da una sciarpa bianca, del quale non mi era accorta. Toscano. Mi tese la mano e si presentò con il tono di chi è sicuro di essere conosciuto. “Sono Franco Enriquez”, disse. Non l’avevo mai sentito nominare. Mi soccorse Spiller: Il regista, suggerì. Mi alzai e arrossii. Fu Enriquez a pretendere da Spiller che mi facessero un provino. “Questa parla con gli occhi, con la faccia, con la voce… falle un provino. Faglieli dire a lei i suoi testi”. Discussero di me, come se io non ci fossi. Spiller insisteva sul suo progetto: voleva una donna bellissima, alta, bionda, elegante… Enriquez ribatteva che erano sciocchezze, fantasie, che io ero più credibile. Gli piaceva la mia voce. Volle a ogni costo farmi fare un provino della voce e la fece risentire a Spiller: questa è una voce che va diritta allo stomaco, altro che alta e bionda”.

E così hai cominciato.

“Credi davvero? Allora le cose non erano così facili. Mi sottoposero a quattordici provini…”.

Quattordici provini? Perché?

“Sognavano, per quel ruolo, una donna alta e bionda, elegante, un po’ sofisticata. Parlavano di abiti scollati e orecchini pendenti. Io ero come sono. In quattordici provini ho dovuto dimostrare che io sarei stata meglio.

Uno stanzone, che poi è diventato se non ricordo male lo studio 3 di corso Sempione, al pianterreno. Una sola telecamera, molte persone che si aggiravano da un punto all’altro dello studio, una parete di vetro dietro la quale, suppongo, ci fossero il regista e altri dirigenti che assistevano ai provini, una telecamera con il carrello e una gru con il microfono. Una sedia. L’assistente di studio mi disse quello che dovevo fare, sedermi, alzarmi lentamente per non farmi “tagliare la testa”, provare il tono di voce per il microfono, aspettare che si accendesse la lucetta rossa sopra l’obiettivo. Quando si accende lei parli. Per dire che cosa? Tutto quello che leviene in mente.

Per quel giorno e i giorni successivi, per quattordici volte e per alcune ore ogni volta, ho raccontato brani di esami che avevo dato, favole, pezzi di arredamento che avevo scritto, viaggi, incontri. Non ero più la ragazza timida che conoscevo: ero una donna che voleva a ogni costo quel lavoro. Cominciava a piacermi; volevo farcela. Al termine del quattordicesimo provino scese in studio un signore alto e magro che si presentò: era Niccolò Carosio. Mi strinse la mano e mi domandò, con un sorriso, se mi interessavo anche di calcio. Gli confessai con molto imbarazzo che di calcio non avrei saputo dire niente. “Meno male, altrimenti avrei dovuto cercarmi un altro lavoro. Comunque, lei è formidabile”. Capii allora di aver battuto la ragazza alta bionda dei loro sogni”.

Quando sono iniziate le trasmissioni?

“Mi convocarono per la fine d’agosto. Concordammo il tipo di trasmissione: tre rubriche, arredamento, moda, arte. Febo Conti, che faceva parte del gruppo di attori che lavorava in radio per le trasmissioni di Spiller, quindi con un nome noto al pubblico, avrebbe presentato la trasmissione che aveva un titolo antiquato anche per l’epoca: “Per voi signora”.

Io avrei scritto il testo e avrei presentato la rubrica di arredamento, che apriva la trasmissione. Altre due persone, che ricordo poco perché non ho più rivisto, presentavano le due rubriche successive, con una sfilata di cappelli e un’intervista ad Aligi Sassu. Regista sarebbe stato Franco Enriquez, assistente alla regia Dada Grimaldi, che poi diventò regista di altre mie trasmissioni, e non solo, a Torino.

La sera dell’8 settembre 1952, nello studio due di Milano, ebbero ufficialmente inizio le trasmissioni sperimentali della televisione italiana. Trasmissioni cioè con un palinsesto ridotto e continuamente modificabile, ma continuativo. Una trasmissione pomeridiana, i telegiornali, una trasmissione serale… di varia umanità”.

Ti ricordi come iniziava la tua prima trasmissione televisiva di quella sera?

“Sì, naturalmente. Avrei iniziato la trasmissione arrampicata su una scaletta con un martello in mano, che mi sarei data su un dito nel tentativo di piantare un chiodo per appendere un quadro. Niente di più scontato e di più falso, ma la televisione italiana cominciò con queste parole recitate da me: “Buonasera. Quante volte vi sarà capitato un piccolo incidente come questo…”. Non so come continuasse, non me lo ricordo”.

Quindi, sei entrata in televisione né per tessera né per caso…

“Neppure perché fossi particolarmente affascinante. Inoltre, all’epoca, ero fidanzatissima con il ragazzo che è diventato mio marito. Ero socialista, di quel socialismo vero di allora. La televisione era democristiana, non ti dimenticare che Guala è stato uno dei nostri direttori. Eppure mi hanno sempre lasciata lavorare. Quando ci hanno presentati a Guala, tutti in fila, noi che eravamo la TV, qualcuno ha bisbigliato all’orecchio del direttore che io ero “socialista”, come una colpa da sopportare con pazienza. Guala, arrivato a me, mi fece una carezza sulla guancia: “Però è brava”, disse. Meglio di quelli di adesso”.

Questi gli inizi…

“Sì, solo l’inizio di un percorso durato vent’anni esatti. Dal 1952 al 1971. Vent’anni di contratti a termine e di trasmissioni che riprendevano ogni anno con lo stesso titolo e lo stesso modulo”.

Com’era la tua televisione?

“Straordinaria, con una premessa. È stata un’avventura fantastica e entusiasmante nei primi anni, dal 1952 al ’54, finché la televisione è stata sperimentale. Dopo è diventato un lavoro; non come tutti, ma certamente come tanti. In quei primi due anni io ho vissuto in una dimensione che non saprei paragonare a niente. Venivo da una famiglia più che borghese; otto anni di collegi privilegiati; università; buone letture e buone amicizie. Un fidanzato che “faceva” la pubblicità. Una ragazza “bene” come si intendeva allora, abbastanza colta, politicamente informata, educata e timida. Mi sono trovata, senza alcuna premessa, scaraventata in un ambiente di teatro, frequentato da guitti eccezionali, da attori che sarebbero diventati grandi, ma che allora raccoglievano tutto quello che potevano, mimi, cantanti, ballerine, soubrette… Parlavano un linguaggio che stentavo a capire, e che non mi scandalizzava perché a ogni costo volevo crescere. Mi scoprii spiritosa”.

Perché soltanto attori?

“Soprattutto comici, gente da avanspettacolo. Perché Spiller li conosceva; ma soprattutto perché era gente che andava all’impronta, a braccio. Che un guasto della telecamera non avrebbe messo in difficoltà. Quello che pochi sanno, perché nessuno ne parla mai, è che gli inizi della televisione sono nati sulle battute, le smorfie, i guizzi di attori che il grande pubblico ignorava. A volte di sera andavamo con Spiller nei teatrini della periferia a cercare nuovi talenti; spesso li trovavamo. Alcuni sono diventati famosi. Dario Fo e Giustino Durano facevano coppia anche in teatro, ma erano agli inizi. Inventavano e recitavano per noi le loro gag, che io trascrivevo velocemente per recuperarle in trasmissione. Erano in tanti, tutti bravi. E tutti modesti.

Scusa, non cerco nessun nome perché ne dimenticherei qualcuno e mi dispiacerebbe. Per allegria vorrei poterli citare tutti: per ringraziarli per quello che mi hanno dato. Mi ricordo la prima volta che si è presentato da noi Nino Manfredi: diceva le sue battute in un dialetto che per me era incomprensibile e restava a guardarmi per accorgersi se le avevo capite. Aspettava che ridessi: “se chissa ride fa’ ride”. E faceva ridere davvero”.

Da come ne parli sembra che fossero tutti uomini, e tu là in mezzo l’unica donna?

“Molti uomini ti proteggono, e quelli non erano i Proci. Comunque i provini continuavano e ogni tanto arrivava una ragazza nuova, soprattutto annunciatrici. Quando arrivava una presentatrice nuova, io le cedevo una delle trasmissioni in prova. Era così che andavano le cose allora”.

Un esempio?

“Ciao, Ragazzi” – una trasmissione che avevo iniziato io e che ho passato a Biancamaria Piccinino. La rivista “Un Due e Tre”, iniziata con Febo Conti e poi lasciata a Tognazzi e Vianello. Anche “Una risposta per voi” era una mia trasmissione, che il Professor Cutolo ha poi continuato con molto successo”.

Hai conosciuto Mike Bongiorno?

“No mai. La sua prima trasmissione di “Arrivi e Partenze” l’abbiamo fatta insieme, dubito che se ne ricordi: lui a Roma e io a Milano”.

Mandavate in onda soltanto trasmissioni d’intrattenimento?

“No, assolutamente. Gli attori venivano impiegati per lo spettacolo di rivista che andava in onda una volta la settimana. Poteva capitare che Febo Conti e io partissimo di sera, dopo una trasmissione del pomeriggio, e andassimo a Torino, cambiandoci vestito in auto, per intervistare Macario o Rascelo Dapporto.

Molte interviste, dopo il telegiornale, anche a personaggi della cultura o dell’arte, raramente della politica. Improvvisavo. Il mio idolo era Vittorio Veltroni, cercavo di imparare da lui a fare domande e aspettare risposte. Era un maestro. Le trasmissioni del pomeriggio erano invece dirette ai ragazzi o alle signore. Le mie trasmissioni”.

Com’era strutturata “Per voi signora”?

“Un pistolotto iniziale, una rubrica di moda, una di cucina; una rubrica di libri; una rubrica di arte, spiegata e visualizzata; e poi, a scelta, rubriche di lavori a maglia, di bellezza, di portamento e comportamento, puericultura, interviste. Terminavamo con un cantante o un pianista… anche per questo quegli anni sono stati magici. La prima apparizione televisiva di Domenico Modugno, nella mia trasmissione con U’piscispada. Un contenitore vario e variegato, disponibile a tutto. La moda italiana è nata a Firenze, ma ha avuto il suo battesimo ufficiale nella mia trasmissione”.

E tu, la signora della televisione… come ti hanno battezzata i giornalisti.

“No, questa è un’altra storia. Eravamo tutte educate e gentili allo stesso modo. Io sono stata la prima donna della Tv a sposarmi, nel 1955: sono diventata la signora della TV, suppongo, per questo. Ero anche la meno giovane. L’unica che avesse la responsabilità di una trasmissione scritta e pensata in perfetta autonomia. Nella mia trasmissione avevo il compito di collegare le varie rubriche, di presentare gli ospiti. A volte mi riservavo un piccolo spazio per un discorso che ritenevo importante. Erano gli anni del femminismo, bisognava parlarne. Andavamo in diretta, quindi le trasmissioni erano sotto la mia diretta responsabilità e io lo sapevo.

Tuttavia in quegli anni, in una trasmissione che ha fatto storia, ho raccomandato alle donne – le donne di allora, quelle che di pomeriggio alle diciassette e trenta stavano davanti al televisore – di imparare a camminare da sole per essere pronte a camminare meglio in due.

Un mezzo scandalo; arrivarono telefonate dalla direzione generale, mi fu raccomandato di moderare parole e idee. Un conformismo paventato e diffuso che durò parecchi anni.

Dovevamo stare attenti a quello che dicevamo e a come. Spesso passavo da un’intervista a un politico a una trasmissione di varietà. Ero sola, eravamo pochi e tutti indispensabili per far crescere televisione e tecnici. Manovalanza, altro che signora della Tv. Saltellavo da una trasmissione all’altra, magari per sostituire qualcuno all’ultimo momento. A volte facevo due trasmissioni in un giorno, una nel pomeriggio e l’altra la sera, cambiando soltanto il vestito; ma ogni venerdì pomeriggio tornavo fedelmente alla mia trasmissione”.

Quanti anni è durata questa tua trasmissione?

“Dal 1952 al 1954, poi con un titolo diverso, voluto da me “Vetrine”, altri tre anni, fino alla nascita di mio figlio nel 1957”.

Evento che ti ha costretto a lasciare la televisione.

“Per la verità non è stata la nascita di mio figlio, ma la pubblicità dei Pavesini. Era già deciso che avrei ripreso nel giugno dell’anno successivo con una nuova serie. Mentre ero incinta… sai che sono riuscita a mandare in onda la mia gravidanza, settimana dopo settimana con l’aiuto specialistico del mio ginecologo? Purtroppo dopo le prime settimane a qualcuno è venuto il sospetto che fosse eccessivamente osé, e l’hanno fatta saltare (Bonolis è stato più fortunato di me: altri tempi).

Comunque… sì, mentre ero incinta e ormai in vacanza, mi telefonò il signor Pavesini: mi voleva per i suoi Caroselli a una cifra che mi sarebbe stato difficile rifiutare. Andai a parlare con Sergio Pugliese, direttore generale, ormai trasferito a Roma. Mi disse che se accettavo di fare pubblicità avrei dovuto rinunciare per sempre alla televisione. Mi ricordo che ero enorme, mi muovevo a fatica. Mi alzai per congedarmi. “Ci pensi”, mi disse. “La televisione è il suo lavoro”. Ma quelli erano soldi, tanti e subito: la televisione me li avrebbe dati in dieci anni. Mi congedai con un guizzo d’orgoglio: se la televisione avrà ancora bisogno di me, mi richiamerete. Accettai la pubblicità”.

E infatti sei tornata in televisione.

“Sì, l’anno successivo. La mia trasmissione del pomeriggio per le signore era passata con un altro titolo (che a me sembrò bruttissimo: “Lei e gli altri”), più o meno con la stessa impostazione, a una giornalista di moda non particolarmente telegenica. Non durò molto, ma mi feci carico di non guardarla mai. Bene, dopo un anno in cui mi ero goduta la mia casa e il mio bambino, era febbraio, l’ora di pranzo, ero a tavola, squillò il telefono.

Era la televisione: come avevo previsto, per una trasmissione di libri per ragazzi, “Avventure in libreria”. Lo scrittore che l’aveva ideata e avrebbe dovuto presentarla alle tre e mezza di quel pomeriggio, aveva dato forfait, paralizzato dalla paura. Mentre mi truccavano lessi il copione, per fortuna presentava libri che conoscevo bene, la trasmissione fu un successo. Che durò altri sette anni. La più bella trasmissione di libri e per ragazzi che la televisione abbia mai mandato in onda”.

Perché ridi?

“La Tv di allora era stupidamente bacchettona. Nella trasmissione c’era un siparietto in cui giocavo con il famoso Topo Gigio. Me l’hanno tolto perché il Topo sembrava un po’ troppo languido con me. Dissero anche che Mazzullo (lo straordinario doppiatore del Topo) fosse innamorato di me”.

Il resto della storia è recente: “Avventure in libreria” è stata soppressa per volontà di un dirigente degli studi di Torino, e al suo posto ti hanno costretta a realizzare per altri sei anni una trasmissione per le ragazze, interamente con risorse locali. Com’è finita?

“È finita. Mi sono annoiata. Avevo intanto aperto una mia agenzia di comunicazione d’impresa. Avevo successo in un campo nuovo per me, e molto eccitante. Anche in questo caso, una delle prime in Italia. Mi piaceva. Con molta cortesia e altrettanta fermezza ho salutato tutti e ho annunciato che non sarei più tornata in televisione,
la mia personale avventura televisiva era conclusa. Ci siamo separati educatamente e senza rimpianti. Io avevo da vivere un’altra avventura”.

Davvero senza rimpianti?

“Davvero. Avevo dato moltissimo e moltissimo avevo ricevuto. Non volevo sciupare un periodo così importante della mia vita trascinandomi da una porta a un portone. Mi hanno richiamata, qualche volta sono tornata: una trasmissione su Gabriele D’Annunzio dal Poldi Pezzoli; una storia del cinema, molto interessante; una splendida esperienza con il regista Maurizio Corgnati per una trasmissione sugli artisti di strada, alla quale eravamo d’accordo di dare un seguito. Anni prima mi avevano richiesto per il “Festival di Sanremo”; ma avendo avuto un’esperienza terribile con un Festival internazionale del Jazz, da Sanremo, teatro del Casinò, ho rifiutato”.

Hai conosciuto molti personaggi importanti, quali ricordi soprattutto?

“Quelli che sono diventati importanti dopo”.

Un ricordo da salvare?

“Tutti i ricordi andrebbero salvati. Ti passano davanti agli occhi così in fretta che non hai il tempo di trattenerli. Il profumo di Wanda Osiris, il colore degli occhi di Gérard Philipe, la statura di Ingrid Bergman, Lelio Luttazzi al piano, le battute cattivissime di Umberto Eco, che con Furio Colombo è stato assistente dei mie programmi a Milano, la gelida cortesia di Vittorio De Sica, la malizia adorabile di Totò, la voce di Modugno, lo scilinguagnolo inarrestabile di Walter Chiari.

E sopra a tutti, un genio dello spettacolo, l’uomo che mi ha insegnato, anche strapazzandomi, i tempi teatrali in un esercizio di comunicazione che mi ha accompagnato tutta la vita. Quell’uomo è Attilio Spiller: mi dispiace di non averglielo mai detto”.

Anche ai tuoi tempi c’erano le raccomandazioni “molto speciali”?

“No, certamente. Erano poche le aspiranti e pochi quelli che contavano: la televisione aveva bisogno di noi se voleva crescere. Nessuno avrebbe rischiato”.

Cosa pensi della tv di oggi? Ha un suggerimento da dare?

“La mia televisione era povera di mezzi, ma ricca di idee. Se ci riprovassimo?”.

Perché nelle rievocazioni non vieni mai citata?

“Per mancanza di materiale, suppongo. Allora si andava in diretta e non si facevano replay”.

Non hai mai raccontato queste tue esperienze, perché?

“Bisognerebbe avere il coraggio di dimenticare i propri ricordi. Comunque in parte li ho raccontati nel mio romanzo, “La bambina che non sapeva piangere”. Una specie di autobiografia vera al cinquanta per cento: anche se non dirò mai quale”.

Non c’e’ contraddizione in quello che hai detto? I ricordi andrebbero salvati o dimenticati?

“Non devono diventare rimpianti. Di una cosa sono sicura, io mi sono inventata una vita felice”.


r.d.a.



 


GIOVANNI TORTI


Un romor misurato, un magistero

di parole assortite e a pochi intese,

muto di passione e di pensiero,

onde son ricantate antiche imprese,

o amor si finge, o pastoral concento,

o è laudato chi più in alto ascese:

tal rechiam noi dal pueril convento

tipo di poesia, grazie a coloro

ond’ogni saper nostro ha fondamento.

(Da “Sulla Poesia-Sermone”, 1818)

 



 

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