“La gradevole sensazione di non essere passata inosservata”.
Sei stata il primo volto della televisione italiana…
“Detto così sembra che io sia stata un manifesto
pubblicitario.
Oltre tutto la definizione è sbagliata: il primo volto della
televisione,
che riprendeva gli esperimenti negli anni cinquanta in modo
continuativo, è stata l’annunciatrice Fulvia Colombo”.
Com’era?
“Bellissima. Alta, bionda, diplomata in pianoforte, voce
gradevole,
ottima dizione, elegante, sorriso garbato. Un emblema della
nascente televisione.
In un’epoca in cui le ragazze sapevano a malapena
l’italiano,
lei si esprimeva correttamente in francese e in inglese. È
andata più
volte in America a rappresentare la nostra televisione.
Ecco, lei era
in assoluto il volto della televisione”.
E tu?
“Io sono stata la prima presentatrice. Credo che il termine
lo
abbiano inventato per me. Io conducevo i programmi. Sulle
locandine
all’inizio della trasmissione la dicitura esatta era:
Presenta Elda
Lanza oppure A cura di Elda Lanza. Ero io”.
Come sei arrivata in Televisione? Venivi dal teatro?
“No, assolutamente. Quando ero piccola e mi chiedevano
che cosa avrei voluto fare da grande rispondevo: Greta
Garbo, come
se fosse una professione. A vent’anni mi ero iscritta alla
scuola del
Piccolo Teatro, con Jacobbi, Grassi e Strehler. Mi sono
appassionata
di teatro, non del palcoscenico. Ero timida. E non ero
un’attrice.
Tuttavia in quell’anno di corso ho imparato molto. Non ho
mai dimenticato
le lezioni di Strehler, che mi sono servite in tutto quello
che ho fatto negli anni, dalla televisione all’insegnamento,
alla comunicazione.
La televisione è arrivata alcuni anni più tardi. E non per
caso. Stavo terminando l’università, filosofia. Una
straordinaria
agente letteraria, Matilde Finzi, leggendo per caso un mio
testo, mi
propose di scrivere un romanzo per un editore argentino.
Iniziai in
questo modo la mia collaborazione, che durò qualche anno: in
Argentina ero conosciuta, scrivevo romanzi a puntate,
novelle, romanzi
a fumetti.
“BoleroFilm”, che stava nascendo in Mondadori contro il
rivale
“Grand Hotel”, acquistò i diritti dei miei romanzi argentini
e
Luciano Pedrocchi, il direttore, volle che collaborassi al
suo giornale.
Frequentando la Mondadori mi capitò di incontrare Nuccia
Pressi, giornalista di “Grazia”, che mi offrì una piccola
rubrica di arredamento:
testo e disegni. Di moda e costume scrivevo invece sul
settimanale, diretto da Martinelli. Ora non so dirti come
sia capitato;
è successo tutto insieme e tutto all’improvviso, in una
combinazione
di eventi imprevedibile e straordinaria.
A Milano stava nascendo la televisione italiana, nel senso
che stava organizzandosi in programmi e palinsesti ancora
sperimentali.
Il direttore dei programmi, Attilio Spiller, autore di
riviste e
programmi radiofonici di successo, stava progettando una
trasmissione
al femminile, con rubriche varie: può sembrare naturale che
consultasse riviste femminili come “Grazia”. Era un
apprezzato collezionista;
amava l’antiquariato, ma gli piaceva il connubio di antico
e moderno, che io trattavo spesso nelle mie rubrichette
perché era
una moda del momento.
Seguendo le mie collaborazioni sui giornali era arrivato a
chiedere di me, senza conoscermi. Martinelli, al quale si
era rivolto,
mi domandò se poteva interessarmi scrivere testi anche per
la televisione.
Per me la televisione era quello scatolone che ogni tanto
vedevamo
nei film americani. Ma era lavoro. Durante la guerra la mia
famiglia aveva perso molto e lavorare non era un passatempo.
Quindi ho accettato”.
Quando è successo, te lo ricordi?
“Potrei dimenticarlo, secondo te? Era il 26 giugno del 1952.
L’appuntamento con Spiller, in corso Sempione al 27, secondo
piano,
era per le undici. Alle dieci e mezzo io camminavo già
avanti e
indietro davanti al palazzo della RAI, senza trovare il
coraggio di salire
quei sette gradini, spingere la porta a vetri ed entrare. Mi
dicevo
con calma che qualunque fosse stato il risultato di
quell’incontro,
nella mia vita non sarebbe cambiato niente. Mi chiedevano
dei testi.
Io ero capace di scrivere, che paura avevo? Invece avevo
paura. Mia
madre mi aveva consigliato un vestito di cotone a
quadrettini azzurri,
a maniche corte e accollato, come usava allora. Era una giornata
torrida. Con quell’abituccio di cotone, i capelli incollati
dal caldo, a
Spiller devo essere sembrata una ragazzina…”.
Quanti anni avevi, se vuoi dirlo?
“Pensi davvero che voglia nasconderti la mia età? Io sono
orgogliosa dei miei ottantatré anni. Allora ne avevo
ventisette. Ma
sembravo molto più giovane: faccino pulito, senza trucco,
tacchi
bassi, timidissima…”.
Scusa, se ti ho interrotto, continua…
“Quello studio al secondo piano. Una stanza enorme, che un
architetto aveva sicuramente arredato perché fosse
imponente. Lo
era. Dietro una scrivania lucida, ancora nuova, su una
poltrona di
cuoio con lo schienale che avanzava di mezzo metro oltre la
sua testa,
sedeva il direttore, il dottor Attilio Spiller. Non potrò
mai dimenticare
con quale sguardo mi accennò la poltroncina scomoda accanto
alla scrivania. Era deluso, naturalmente. Si aspettava una
giornalista,
magari architetto, spigliata ed elegante. Una donna,
insomma.
Io gli ero sembrata un verme. Una ragazzina inaffidabile.
Mi disse che gli occorrevano dei testi di arredamento,
proprio
come quelli che pubblicavo su “Grazia”, che una ragazza
bellissima,
alta e bionda, che stavano cercando, avrebbe letto in
Televisione. Sorprendentemente cominciai a parlare, a
chiedere che
tipo di rubriche aveva in mente, che cosa si aspettava dai
miei testi.
Se avessi dovuto tenere un tono discorsivo… Non riconoscevo
me
stessa: timida com’ero, sembravo scatenata. Volevo quel
lavoro a
ogni costo”.
E l’hai ottenuto, infatti.
“No, non subito. Stavamo ancora parlando, Spiller e io, di
come avrei dovuto impostare la rubrica, quando dal fondo
dello studio
venne verso di noi un giovanotto alto e biondo, con il viso
mezzo
nascosto da una sciarpa bianca, del quale non mi era
accorta.
Toscano. Mi tese la mano e si presentò con il tono di chi è
sicuro di
essere conosciuto. “Sono Franco Enriquez”, disse. Non
l’avevo mai
sentito nominare. Mi soccorse Spiller: Il regista, suggerì.
Mi alzai e
arrossii. Fu Enriquez a pretendere da Spiller che mi
facessero un
provino. “Questa parla con gli occhi, con la faccia, con la
voce…
falle un provino. Faglieli dire a lei i suoi testi”.
Discussero di me,
come se io non ci fossi. Spiller insisteva sul suo progetto:
voleva una
donna bellissima, alta, bionda, elegante… Enriquez ribatteva
che
erano sciocchezze, fantasie, che io ero più credibile. Gli
piaceva la
mia voce. Volle a ogni costo farmi fare un provino della
voce e la
fece risentire a Spiller: questa è una voce che va diritta
allo stomaco,
altro che alta e bionda”.
E così hai cominciato.
“Credi davvero? Allora le cose non erano così facili. Mi
sottoposero
a quattordici provini…”.
Quattordici provini? Perché?
“Sognavano, per quel ruolo, una donna alta e bionda,
elegante,
un po’ sofisticata. Parlavano di abiti scollati e orecchini
pendenti.
Io ero come sono. In quattordici provini ho dovuto
dimostrare
che io sarei stata meglio.
Uno stanzone, che poi è diventato se non ricordo male lo
studio 3 di corso Sempione, al pianterreno. Una sola
telecamera,
molte persone che si aggiravano da un punto all’altro dello
studio,
una parete di vetro dietro la quale, suppongo, ci fossero il
regista e
altri dirigenti che assistevano ai provini, una telecamera
con il carrello
e una gru con il microfono. Una sedia. L’assistente di
studio
mi disse quello che dovevo fare, sedermi, alzarmi lentamente
per
non farmi “tagliare la testa”, provare il tono di voce per
il microfono,
aspettare che si accendesse la lucetta rossa sopra
l’obiettivo.
Quando si accende lei parli. Per dire che cosa? Tutto quello
che leviene in mente.
Per quel giorno e i giorni successivi, per quattordici volte
e
per alcune ore ogni volta, ho raccontato brani di esami che
avevo
dato, favole, pezzi di arredamento che avevo scritto,
viaggi, incontri.
Non ero più la ragazza timida che conoscevo: ero una donna
che voleva
a ogni costo quel lavoro. Cominciava a piacermi; volevo
farcela.
Al termine del quattordicesimo provino scese in studio un
signore
alto e magro che si presentò: era Niccolò Carosio. Mi
strinse la
mano e mi domandò, con un sorriso, se mi interessavo anche
di calcio.
Gli confessai con molto imbarazzo che di calcio non avrei
saputo
dire niente. “Meno male, altrimenti avrei dovuto cercarmi un
altro lavoro. Comunque, lei è formidabile”. Capii allora di
aver battuto
la ragazza alta bionda dei loro sogni”.
Quando sono iniziate le trasmissioni?
“Mi convocarono per la fine d’agosto. Concordammo il tipo
di trasmissione: tre rubriche, arredamento, moda, arte. Febo
Conti,
che faceva parte del gruppo di attori che lavorava in radio
per le trasmissioni
di Spiller, quindi con un nome noto al pubblico, avrebbe
presentato la trasmissione che aveva un titolo antiquato
anche per
l’epoca: “Per voi signora”.
Io avrei scritto il testo e avrei presentato la rubrica di
arredamento,
che apriva la trasmissione. Altre due persone, che ricordo
poco perché non ho più rivisto, presentavano le due rubriche
successive,
con una sfilata di cappelli e un’intervista ad Aligi Sassu.
Regista sarebbe stato Franco Enriquez, assistente alla regia
Dada
Grimaldi, che poi diventò regista di altre mie trasmissioni,
e non
solo, a Torino.
La sera dell’8 settembre 1952, nello studio due di Milano,
ebbero ufficialmente inizio le trasmissioni sperimentali
della televisione
italiana. Trasmissioni cioè con un palinsesto ridotto e
continuamente
modificabile, ma continuativo. Una trasmissione pomeridiana,
i telegiornali, una trasmissione serale… di varia umanità”.
Ti ricordi come iniziava la tua prima trasmissione
televisiva di quella
sera?
“Sì, naturalmente. Avrei iniziato la trasmissione
arrampicata
su una scaletta con un martello in mano, che mi sarei data
su un dito
nel tentativo di piantare un chiodo per appendere un quadro.
Niente
di più scontato e di più falso, ma la televisione italiana
cominciò con queste parole recitate da me: “Buonasera.
Quante volte vi sarà capitato
un piccolo incidente come questo…”. Non so come continuasse,
non me lo ricordo”.
Quindi, sei entrata in televisione né per tessera né per
caso…
“Neppure perché fossi particolarmente affascinante. Inoltre,
all’epoca, ero fidanzatissima con il ragazzo che è diventato
mio marito.
Ero socialista, di quel socialismo vero di allora. La
televisione
era democristiana, non ti dimenticare che Guala è stato uno
dei nostri
direttori. Eppure mi hanno sempre lasciata lavorare. Quando
ci
hanno presentati a Guala, tutti in fila, noi che eravamo la
TV, qualcuno
ha bisbigliato all’orecchio del direttore che io ero
“socialista”,
come una colpa da sopportare con pazienza. Guala, arrivato a
me,
mi fece una carezza sulla guancia: “Però è brava”, disse.
Meglio di
quelli di adesso”.
Questi gli inizi…
“Sì, solo l’inizio di un percorso durato vent’anni esatti.
Dal
1952 al 1971. Vent’anni di contratti a termine e di
trasmissioni che
riprendevano ogni anno con lo stesso titolo e lo stesso
modulo”.
Com’era la tua televisione?
“Straordinaria, con una premessa. È stata un’avventura
fantastica e entusiasmante nei primi anni, dal 1952 al ’54,
finché
la televisione è stata sperimentale. Dopo è diventato un
lavoro;
non come tutti, ma certamente come tanti. In quei primi due
anni
io ho vissuto in una dimensione che non saprei paragonare a
niente. Venivo da una famiglia più che borghese; otto anni
di collegi
privilegiati; università; buone letture e buone amicizie. Un
fidanzato che “faceva” la pubblicità. Una ragazza “bene”
come si
intendeva allora, abbastanza colta, politicamente informata,
educata
e timida. Mi sono trovata, senza alcuna premessa,
scaraventata
in un ambiente di teatro, frequentato da guitti eccezionali,
da
attori che sarebbero diventati grandi, ma che allora
raccoglievano
tutto quello che potevano, mimi, cantanti, ballerine,
soubrette…
Parlavano un linguaggio che stentavo a capire, e che non mi
scandalizzava perché a ogni costo volevo crescere. Mi
scoprii
spiritosa”.
Perché soltanto attori?
“Soprattutto comici, gente da avanspettacolo. Perché Spiller
li
conosceva; ma soprattutto perché era gente che andava
all’impronta, a
braccio. Che un guasto della telecamera non avrebbe messo in
difficoltà.
Quello che pochi sanno, perché nessuno ne parla mai, è che
gli
inizi della televisione sono nati sulle battute, le smorfie,
i guizzi di attori
che il grande pubblico ignorava. A volte di sera andavamo
con
Spiller nei teatrini della periferia a cercare nuovi
talenti; spesso li trovavamo.
Alcuni sono diventati famosi. Dario Fo e Giustino Durano
facevano coppia anche in teatro, ma erano agli inizi.
Inventavano e recitavano
per noi le loro gag, che io trascrivevo velocemente per
recuperarle
in trasmissione. Erano in tanti, tutti bravi. E tutti
modesti.
Scusa, non cerco nessun nome perché ne dimenticherei
qualcuno
e mi dispiacerebbe. Per allegria vorrei poterli citare
tutti: per
ringraziarli per quello che mi hanno dato. Mi ricordo la
prima volta
che si è presentato da noi Nino Manfredi: diceva le sue
battute in un
dialetto che per me era incomprensibile e restava a
guardarmi per
accorgersi se le avevo capite. Aspettava che ridessi: “se
chissa ride
fa’ ride”. E faceva ridere davvero”.
Da come ne parli sembra che fossero tutti uomini, e tu là in
mezzo
l’unica donna?
“Molti uomini ti proteggono, e quelli non erano i Proci.
Comunque i provini continuavano e ogni tanto arrivava una
ragazza
nuova, soprattutto annunciatrici. Quando arrivava una
presentatrice
nuova, io le cedevo una delle trasmissioni in prova. Era
così che andavano
le cose allora”.
Un esempio?
“Ciao, Ragazzi” – una trasmissione che avevo iniziato io e
che ho passato a Biancamaria Piccinino. La rivista “Un Due e
Tre”,
iniziata con Febo Conti e poi lasciata a Tognazzi e
Vianello. Anche
“Una risposta per voi” era una mia trasmissione, che il
Professor
Cutolo ha poi continuato con molto successo”.
Hai conosciuto Mike Bongiorno?
“No mai. La sua prima trasmissione di “Arrivi e Partenze”
l’abbiamo fatta insieme, dubito che se ne ricordi: lui a
Roma e io a Milano”.
Mandavate in onda soltanto trasmissioni d’intrattenimento?
“No, assolutamente. Gli attori venivano impiegati per lo
spettacolo di rivista che andava in onda una volta la
settimana.
Poteva capitare che Febo Conti e io partissimo di sera, dopo
una trasmissione
del pomeriggio, e andassimo a Torino, cambiandoci vestito
in auto, per intervistare Macario o Rascelo Dapporto.
Molte interviste, dopo il telegiornale, anche a personaggi
della cultura o dell’arte, raramente della politica.
Improvvisavo. Il
mio idolo era Vittorio Veltroni, cercavo di imparare da lui
a fare domande
e aspettare risposte. Era un maestro. Le trasmissioni del
pomeriggio
erano invece dirette ai ragazzi o alle signore. Le mie
trasmissioni”.
Com’era strutturata “Per voi signora”?
“Un pistolotto iniziale, una rubrica di moda, una di cucina;
una rubrica di libri; una rubrica di arte, spiegata e
visualizzata; e poi,
a scelta, rubriche di lavori a maglia, di bellezza, di
portamento e
comportamento, puericultura, interviste. Terminavamo con un
cantante
o un pianista… anche per questo quegli anni sono stati
magici.
La prima apparizione televisiva di Domenico Modugno, nella
mia
trasmissione con U’piscispada. Un contenitore vario e
variegato, disponibile
a tutto. La moda italiana è nata a Firenze, ma ha avuto il
suo battesimo ufficiale nella mia trasmissione”.
E tu, la signora della televisione… come ti hanno battezzata
i giornalisti.
“No, questa è un’altra storia. Eravamo tutte educate e
gentili allo stesso modo. Io sono stata la prima donna della
Tv a
sposarmi, nel 1955: sono diventata la signora della TV,
suppongo,
per questo. Ero anche la meno giovane. L’unica che avesse la
responsabilità di una trasmissione scritta e pensata in
perfetta autonomia.
Nella mia trasmissione avevo il compito di collegare le
varie rubriche, di presentare gli ospiti. A volte mi
riservavo un
piccolo spazio per un discorso che ritenevo importante.
Erano gli
anni del femminismo, bisognava parlarne. Andavamo in
diretta,
quindi le trasmissioni erano sotto la mia diretta
responsabilità e
io lo sapevo.
Tuttavia in quegli anni, in una trasmissione
che ha fatto
storia, ho raccomandato alle donne – le donne di allora,
quelle che
di pomeriggio alle diciassette e trenta stavano davanti al
televisore
– di imparare a camminare da sole per essere pronte a
camminare
meglio in due.
Un mezzo scandalo; arrivarono telefonate dalla direzione
generale, mi fu raccomandato di moderare parole e idee. Un
conformismo paventato e diffuso che durò parecchi anni.
Dovevamo stare attenti a quello che dicevamo e a come.
Spesso passavo da un’intervista a un politico a una
trasmissione
di varietà. Ero sola, eravamo pochi e tutti indispensabili
per far
crescere televisione e tecnici. Manovalanza, altro che
signora della
Tv. Saltellavo da una trasmissione all’altra, magari per
sostituire
qualcuno all’ultimo momento. A volte facevo due trasmissioni
in un giorno, una nel pomeriggio e l’altra la sera,
cambiando soltanto
il vestito; ma ogni venerdì pomeriggio tornavo fedelmente
alla mia trasmissione”.
Quanti anni è durata questa tua trasmissione?
“Dal 1952 al 1954, poi con un titolo diverso, voluto da me
“Vetrine”, altri tre anni, fino alla nascita di mio figlio
nel 1957”.
Evento che ti ha costretto a lasciare la televisione.
“Per la verità non è stata la nascita di mio figlio, ma la
pubblicità dei Pavesini. Era già deciso che avrei ripreso
nel giugno
dell’anno successivo con una nuova serie. Mentre ero
incinta…
sai che sono riuscita a mandare in onda la mia gravidanza,
settimana dopo settimana con l’aiuto specialistico del mio
ginecologo?
Purtroppo dopo le prime settimane a qualcuno è venuto il
sospetto che fosse eccessivamente osé, e l’hanno fatta
saltare
(Bonolis è stato più fortunato di me: altri tempi).
Comunque… sì, mentre ero incinta e ormai in vacanza, mi
telefonò il signor Pavesini: mi voleva per i suoi Caroselli
a una cifra
che mi sarebbe stato difficile rifiutare. Andai a parlare
con
Sergio Pugliese, direttore generale, ormai trasferito a
Roma. Mi
disse che se accettavo di fare pubblicità avrei dovuto
rinunciare
per sempre alla televisione. Mi ricordo che ero enorme, mi
muovevo
a fatica. Mi alzai per congedarmi. “Ci pensi”, mi disse. “La
televisione è il suo lavoro”. Ma quelli erano soldi, tanti e
subito: la televisione me li avrebbe dati in dieci anni. Mi
congedai con un
guizzo d’orgoglio: se la televisione avrà ancora bisogno di
me, mi
richiamerete. Accettai la pubblicità”.
E infatti sei tornata in televisione.
“Sì, l’anno successivo. La mia trasmissione del pomeriggio
per le signore era passata con un altro titolo (che a me
sembrò
bruttissimo: “Lei e gli altri”), più o meno con la stessa
impostazione,
a una giornalista di moda non particolarmente telegenica.
Non durò molto, ma mi feci carico di non guardarla mai.
Bene,
dopo un anno in cui mi ero goduta la mia casa e il mio
bambino,
era febbraio, l’ora di pranzo, ero a tavola, squillò il
telefono.
Era la televisione: come avevo previsto, per una
trasmissione
di libri per ragazzi, “Avventure in libreria”. Lo scrittore
che
l’aveva ideata e avrebbe dovuto presentarla alle tre e mezza
di
quel pomeriggio, aveva dato forfait, paralizzato dalla
paura.
Mentre mi truccavano lessi il copione, per fortuna
presentava libri
che conoscevo bene, la trasmissione fu un successo. Che durò
altri
sette anni. La più bella trasmissione di libri e per ragazzi
che la
televisione abbia mai mandato in onda”.
Perché ridi?
“La Tv di allora era stupidamente bacchettona. Nella
trasmissione
c’era un siparietto in cui giocavo con il famoso Topo
Gigio. Me l’hanno tolto perché il Topo sembrava un po’
troppo languido
con me. Dissero anche che Mazzullo (lo straordinario
doppiatore
del Topo) fosse innamorato di me”.
Il resto della storia è recente: “Avventure in libreria” è
stata soppressa
per volontà di un dirigente degli studi di Torino, e al suo
posto
ti hanno costretta a realizzare per altri sei anni una
trasmissione
per le ragazze, interamente con risorse locali. Com’è
finita?
“È finita. Mi sono annoiata. Avevo intanto aperto una mia
agenzia di comunicazione d’impresa. Avevo successo in un
campo
nuovo per me, e molto eccitante. Anche in questo caso, una
delle
prime in Italia. Mi piaceva. Con molta cortesia e
altrettanta fermezza
ho salutato tutti e ho annunciato che non sarei più tornata
in televisione,
la mia personale avventura televisiva era conclusa. Ci siamo
separati educatamente e senza rimpianti. Io avevo da vivere
un’altra
avventura”.
Davvero senza rimpianti?
“Davvero. Avevo dato moltissimo e moltissimo avevo ricevuto.
Non volevo sciupare un periodo così importante della mia
vita trascinandomi da una porta a un portone. Mi hanno
richiamata,
qualche volta sono tornata: una trasmissione su Gabriele
D’Annunzio dal Poldi Pezzoli; una storia del cinema, molto
interessante;
una splendida esperienza con il regista Maurizio Corgnati
per una trasmissione sugli artisti di strada, alla quale
eravamo
d’accordo di dare un seguito. Anni prima mi avevano
richiesto per
il “Festival di Sanremo”; ma avendo avuto un’esperienza
terribile
con un Festival internazionale del Jazz, da Sanremo, teatro
del
Casinò, ho rifiutato”.
Hai conosciuto molti personaggi importanti, quali ricordi
soprattutto?
“Quelli che sono diventati importanti dopo”.
Un ricordo da salvare?
“Tutti i ricordi andrebbero salvati. Ti passano davanti agli
occhi così in fretta che non hai il tempo di trattenerli. Il
profumo di
Wanda Osiris, il colore degli occhi di Gérard Philipe, la
statura di
Ingrid Bergman, Lelio Luttazzi al piano, le battute
cattivissime di
Umberto Eco, che con Furio Colombo è stato assistente dei
mie programmi
a Milano, la gelida cortesia di Vittorio De Sica, la malizia
adorabile di Totò, la voce di Modugno, lo scilinguagnolo
inarrestabile
di Walter Chiari.
E sopra a tutti, un genio dello spettacolo, l’uomo che mi ha
insegnato, anche strapazzandomi, i tempi teatrali in un
esercizio di
comunicazione che mi ha accompagnato tutta la vita.
Quell’uomo è
Attilio Spiller: mi dispiace di non averglielo mai detto”.
Anche ai tuoi tempi c’erano le raccomandazioni “molto
speciali”?
“No, certamente. Erano poche le aspiranti e pochi quelli che
contavano: la televisione aveva bisogno di noi se voleva
crescere.
Nessuno avrebbe rischiato”.
Cosa pensi della tv di oggi? Ha un suggerimento da dare?
“La mia
televisione era povera di mezzi, ma ricca di
idee.
Se ci riprovassimo?”.
Perché nelle rievocazioni non vieni mai citata?
“Per mancanza di materiale, suppongo. Allora si andava in
diretta e non si facevano replay”.
Non hai mai raccontato queste tue esperienze, perché?
“Bisognerebbe avere il coraggio di dimenticare i propri
ricordi.
Comunque in parte li ho raccontati nel mio romanzo, “La
bambina che non sapeva piangere”. Una specie di
autobiografia vera
al cinquanta per cento: anche se non dirò mai quale”.
Non c’e’ contraddizione in quello che hai detto? I ricordi
andrebbero
salvati o dimenticati?
“Non devono diventare rimpianti. Di una cosa sono sicura,
io mi sono inventata una vita felice”.