INTERVISTE

ALAIN ELKANN: “CHI DICE CHE OGGI

È MORTA LA CULTURA?”


Lo stato di salute del sapere nell’epoca dei mass media secondo

il noto scrittore e giornalista di La7, che però avverte:

“Evitare la fuga dei cervelli? L’Italia deve fare sistema”


 

Rachele Zinzocchi*



Figura raffinata ed elegante del nostro panorama culturale e televisivo, Alain Elkann appare come un intellettuale d’altri tempi, con una classe distaccata, ma partecipe, che resta peraltro sempre tutt’uno con il nostro tempo e la nostra epoca, di cui è uno dei conoscitori più acuti. Scrittore e giornalista nato a New York, Elkann sembra sempre un passo avanti e sopra: senza però mai lasciare indietro nessuno, vista la sua cristallina chiarezza ed il suo spirito pungente.

Conduttore della nota rubrica su La7 “Due minuti un libro”, dove ogni giorno un nuovo libro e il suo autore divengono protagonisti come in un agorà dell’antica Grecia, Elkann si occupa anche di altre rubriche come “L’Intervista” o “La settimana”. È online con video e approfondimenti all’interno del canale News di LA7.it. E la sua poliedrica attività si estende anche oltre: collabora con “La Stampa” e lo “Specchio”, “Capital” e “Amica”. E, soprattutto, è un grande scrittore. Qualcuno dei suo libri? Da “Vita di Moravia”, tradotto in oltre quindici lingue, a “Cambiare il cuore”, con Carlo Maria Martini, da “Essere ebreo”, con Elio Toaff, a “Emma, intervista a una bambina di undici anni”. E, ancora, “Il Messia e gli ebrei”, con Elio Toaff, dove vengono toccati i punti principali della fede ebraica, e “Il padre francese”, un grande ricordo in memoria del padre scomparso.

Per questa sua capacità di unire e coniugare insieme cultura d’altri tempi e conoscenza della realtà di oggi, abbiamo chiesto ad Alain Elkann di riflettere con noi sulla situazione della cultura nell’epoca attuale: un’epoca dominata da tv, mass media, quella che si chiama “globalizzazione” – la tèchne o “tecnica”, evocata già un secolo fa dal filosofo tedesco Martin Heidegger come prospettiva del nostro mondo.

L’epoca attuale, dominata dalla tecnologia, sembra lontana dalla cultura, da una autentica coltivazione dell’amore per essa. Che fine ha fatto la cultura oggi? C’è ancora spazio per le sue forme espressive, voglia di libri, di arte, di musica?

“Da tempo ormai è invalsa la paura dilagante che la cultura sia dimenticata dai mass media. In realtà, però, le cose stanno diversamente. Non ricordo che ci sia mai stato un periodo di così grande divulgazione e diffusione della cultura come quello in cui viviamo oggi.

Possiamo discutere sul fatto che, magari, se ne diffonda sempre troppo poca rispetto alle reali esigenze: ma lo spazio attualmente lasciato alla cultura ed alla sua espressione è enorme. Suscettibile di discussione è anche la qualità della cultura che viene diffusa e comunicata oggi. Questo, però, va riferito ad un altro problema: la qualità, anzitutto, della nostra epoca.

La cultura – così come la politica – riflette sempre il mondo in cui ci troviamo a vivere: il nostro habitat, la società, le situazioni in cui il Paese si trova. La cultura che abbiamo è la cultura di questa nostra epoca: bella o brutta che sia.

Se questa sia un’epoca debole o importante – e pertanto, di conseguenza, se importante o debole sia la cultura di cui ci cibiamo oggi – è difficile da dire: siamo contemporanei, e un giudizio reale potrà essere dato solo dopo. Di certo, però, non si può dire che i mass media, i mezzi di comunicazione attuali ghettizzino la cultura: che è anzi in uno dei periodi di sua maggiore espressione”.

Cultura, specchio della società: che epoca viviamo oggi?

“Questo è appunto un giudizio complicato da dare. Siamo troppo radicati nel nostro tempo per poterci distaccare e guardare tutto dal di fuori.

Di certo, però, posso dire che io, ad esempio, ho modo di occuparmi di tante forme di cultura: sia attraverso la divulgazione televisiva, sia tramite i giornali, senza contare la museologia. Il mio principale lavoro, però, sin da ragazzo è quello di scrivere. Ecco, una delle cose che più mi colpiscono da sempre è che non si fa che parlare della presunta “fine del romanzo”. Invece, ogni volta, resto sorpreso da quanti romanzi di valore vengono realizzati, da quanti bravissimi scrittori ci sono oggi.

Abbiamo una grandissima produzione letteraria, anche a livello europeo: francese e inglese, americana e russa, tedesca, ma che viene anche da paesi lontani come l’India o la Cina, l’Africa, il mondo arabo e musulmano. Insomma, tutto si può dire tranne che la letteratura oggi sia morta. E questo vale anche per l’arte contemporanea, che gode di uno dei suoi periodi più fertili. Se poi si tratti di grande arte o meno, questo non lo sappiamo, né dunque possiamo dirlo”.

È già importante e innovativo sottolineare che la cultura oggi è viva.

“Assolutamente: la cultura è vivissima. Per esempio, osserviamo il modo in cui si sviluppa la fruizione della cultura oggi. Sono presidente del Museo Egizio di Torino: ogni volta c’è un afflusso straordinario di visitatori, soprattutto di bambini. Resto stupefatto anche io: ci sono bambini e ragazzini attentissimi, intenti a prendere appunti, fare domande e informarsi. Sappiamo che il nostro sito è consultato in tutto il mondo. Il motivo per cui molti pensano che oggi, nel mondo attuale, la cultura sia morta è che non focalizzano con attenzione il fatto che oggi i modi per avvicinarsi alla cultura, per fare cultura, si sono differenziati e moltiplicati.

Sono modi diversi, ma non meno validi. Da un lato, è vero che c’è una massificazione delle cose; dall’altro però va obiettivamente riconosciuto lo sforzo incredibile che sempre più spesso viene fatto”.

Senza dubbio, vista la sua attività, il suo è un punto di vista privilegiato.

“Abito in due città, Torino e Roma, dove la vivacità culturale è enorme. I sindaci danno alla cultura un’importanza molto grande: che si parli di musica o teatro, cinema o letteratura, in ogni caso l’attenzione per la cultura è enorme. Nei restauri, ad esempio, vedo una grandissima vitalità: c’è quasi la voglia di fare rivivere le cose. Per farle capire l’offerta: adesso mi sto recando alla presentazione di un libro al Museo Egizio, stasera poi avrei un concerto a cui tengo molto. E ci sono almeno altre dieci cose da fare. E siamo solo a Torino…”.

Dopo la passione per l’arte che ha potuto riscontrare nei bambini, quale impressione ha avuto invece degli studenti più grandi? Si parla tanto del fenomeno “fuga di cervelli”, per cui l’Italia si lascerebbe sfuggire tutte le sue migliori intelligenze: la questione è legata soprattutto alle discipline scientifiche, ma anche le realtà umanistiche non possono che risentirne. Che impressione si è fatto?

“La scuola e l’università hanno tanti problemi, ma tra tutti il più urgente è quello del nostro immobilismo, della nostra infinita complessità burocratica. Mi spiego: il Paese è ancora legato ad una forte burocratizzazione. E la gente è ancora fissata con l’idea del posto fisso: è quello che vuole sopra ogni cosa, che vede come obiettivo. Le persone sono meno abituate alla elasticità che invece il lavoro dovrebbe avere. Con questo desiderio, si scontra poi la realtà della difficoltà di trovare il posto che si desidererebbe. È problematico trovare un impiego, un posto di lavoro dopo.

Perciò l’Italia vive questa condizione. Sarebbe necessario uno svecchiamento mentale del nostro Paese per far sì che in Italia i giovani possano trovare più facilmente lavoro. Al momento sono tutti legati alle loro poltrone. D’altronde, così come l’arte è lo specchio del paese, i difetti di un popolo si riflettono anche sulla sua classe dirigente”.

C’è qualcosa in particolare che l’Italia potrebbe fare per iniziare un miglioramento anche in questo?

“A Torino c’è un esempio virtuoso di un atteggiamento che riterrei vincente per tutto il Paese: la capacità di “fare sistema”. È una dote non ancora troppo sviluppata ovunque, ma che sarebbe davvero importante.

Gli italiani sono un popolo di persone brillanti: ma se mancano di questa capacità di fare sistema è ovvio che i cosiddetti “cervelli” finiscano con l’andare là dove il sistema funziona. Cioè all’estero. Mi pare inoltre che, forse, manchi un po’ di ambizione. Forse sono troppo privilegiate le materie umanistiche: questo ci ritarda rispetto alle altre realtà”. Lei oggi è presidente anche della Fondazione CittàItalia e di Mecenate 90, associazione che dal 1990 svolge attività di promozione e assistenza tecnica nei settori della valorizzazione e della gestione dei beni culturali e dello sviluppo locale. Qual è l’obiettivo della sua attività?

“Si tratta di due realtà che danno grandi soddisfazioni. Stimolano infatti il privato a farsi carico del bene culturale, del patrimonio museale del nostro Paese, talmente enorme che lo Stato non potrebbe farsene carico interamente.

A mio avviso, è giusto che i cittadini si responsabilizzino. Ad esempio, abbiamo cercato di organizzare aste di opere d’arte realizzate da artisti che mettevano a disposizione i loro lavori. I proventi di tali aste andavano a restaurare una opera d’arte che necessitava di “rivivere”.

In questo modo, chi compra arte contemporanea vede in maniera diretta e tangibile che i suoi soldi andranno a salvare un’altra opera d’arte.

Questo è il segreto per alimentare e tenere in vita una attività del genere: il cittadino deve poter vedere ciò che fa. È una responsabilizzazione che facilita un atteggiamento specifico verso i nostri beni culturali: che così non vengono né dimenticati, né trascurati, con indiscutibile vantaggio per la nostra cultura nel suo complesso”.

Nella sua rubrica ha presentato centinaia di libri: quale le è rimasto nel cuore?

“Guardi, si parla di circa 360 libri all’anno: non potrei prediligere nessuno dei miei ospiti in particolare.

A ognuno diamo la massima dignità, cercando al contempo la massima varietà nella presentazione. Tengo davvero tantissimo alla rubrica “Due minuti un libro” su La7: è un servizio importante oggi, perché al libro viene data la stessa importanza di qualsiasi altro prodotto. Un elemento in più che fa distinguere La7 una volta ancora come tv indipendente: un’emittente di qualità che, tra l’altro, ogni giorno rende protagonista un pezzo della nostra cultura”.


* Dice di sé:
Rachele Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita, ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa – sulla metafisica e la finitezza umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa “pensare”: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina.





GIOVANNI BERCHET


Tutti gli uomini, da Adamo in giù, fino al calzolaio

che ti fa i begli stivali, hanno nel fondo dell’anima

una tendenza alla poesia. Questa tendenza, che in pochissimi è

attiva, negli altri non è che passiva, non è che una corda

che risponde con simpatiche oscillazioni al toco della prima.

(Da “Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo”, 1816)





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