INTERVISTE

E TORINO CAMBIA COSÌ,

CON LA VOCE DI CARLO FRUTTERO


In un documentario, progetto innovativo di Rai Sat Cinema,

si fa il punto su una città in pieno fermento


 

Francesco Canino*



Raccontare una città non è facile. Raccontarne i cambiamenti, ancora meno. Ci sono probabilmente tanti modi per farlo quanti sono gli occhi dei suoi abitanti. Nel caso di Torino, che di abitanti ne ha quasi un milione, ci sono almeno due milioni di prospettive differenti, con migliaia di sfaccettature che si mescolano ed entrano in gioco. Una studentessa universitaria ventiduenne, un meccanico di cinquantacinque e un designer di trentotto ci descriverebbero probabilmente sfumature e sensazioni, passioni e disincanti diversi, ma complementari. Una mattina di gennaio, seduti su una panchina in Piazza Vittorio. Ora di pranzo. Fino a qualche minuto prima c’era una nebbia, di quelle impenetrabili, che non ti fa vedere che sul marciapiede opposto c’è una signora che porta a spasso il cane o un barbone che se ne sta intirizzito ad aspettare due spicci di elemosina.

Un leggero colpo di vento si trasforma in una brezza più sostenuta e comincia a spazzare via il grigio nebuloso, svelando un sole caldo che ti avvolge con un tepore già primaverile. Su quella panchina si parla di grigio.

“Da piccola quando chiedevo ai miei cugini di venirmi a trovare a Torino mi rispondevano sempre di no. Dicevano che era troppo grigia e triste”. “Da ragazzino al mare d’estate, quando giocavo in spiaggia e conoscevo qualche altro coetaneo, ogni volta che dicevo di venire da Torino mi rispondevano: che brutta, è così grigia! Ci rimanevo sempre malissimo”.

Da bambini ancora non si conosce il significato di luogo comune. “Il grigiore di Torino, di cui per primo parlò su “Casabella” negli anni trenta del secolo scorso Filippo Burzio, riferendosi all’astrattezza e alla razionalità del capoluogo subalpino, è oggi una leggenda metropolitana. Tanto che, dopo i recenti interventi di restauro, che hanno restituito al centro storico i suoi colori originari, già mortificati qui come altrove dall’incuria e dallo smog, la città sta recuperando le tinte solari amate da Nietzsche, e da questi cantate nelle lettere all’amico Peter Gast” ha scritto Giuseppe Culicchia su “Torino è la mia città”, una “non guida” della città edita nel 2005 da Laterza, un libro di grande successo tanto da registrare fino ad oggi ben ventitré ristampe. “Torino, già militare e poi industriale, non è più né militare né industriale. E giorno dopo giorno cerca la sua nuova identità. Puntando, si dice, sulla cultura” sintetizza Culicchia.

Incontro Chiara Bacilli proprio su una panchina. Lato sinistro di Piazza Vittorio Veneto, di fronte a noi il Po, la Chiesa della Gran Madre e la collina che fino a poche ore prima era nascosta, come una quinta teatrale, dalla nebbia densa. “Questa piazza mi ricorda un porto…” mi dice subito Chiara.

È una giornalista, una conduttrice radiofonica di Radio Rai e collabora dal 1999 con Rai Sat Cinema.

Le parli per un’ora e ti sembra di conoscerla da sempre: usa un linguaggio chiaro, mai sintetico né troppo arzigogolato, ti racconta del montaggio del suo ultimo documentario sul “Torino Traffic Festival” e capisci che in tutto ciò che fa ci mette passione. E ironia.

“Ho trentasei anni e continuano a definirmi la “giovane” conduttrice radiofonica, la “giovane” regista… mi chiedo che effetto mi farà quando smetteranno di chiamarmi così!”.

Dalla sua testa e da quella di Davide Di Leo (il tastierista dei Subsonica più conosciuto come Boosta) è nato un progetto, apparentemente ambizioso, e sicuramente ben riuscito: raccontare come una città, Torino appunto, sia riuscita con un percorso faticoso e lungo quasi trent’anni a cacciare in un angolo i luoghi comuni che la riguardavano, per diventare una realtà completamente diversa e vivere una stagione di instancabile fermento.

Così è nato “Surfin’ Torino”, un documentario prodotto da Rai Cinema (Carlo Brancaleone, Responsabile Produzione Film d’Esordio e Sperimentali, ha colto con entusiasmo l’idea, tanto che potrebbe essere il primo di una serie di documentari prodotti per raccontare le tante belle realtà italiane) nel quale trentaquattro torinesi raccontano come la città “negli anni sessanta e settanta (ma anche prima, e perfino dopo!) era una città grigia, nebbiosa, a volte tetra.

Una città industriale, poco invitante di giorno e deserta di notte. Si animava quando la notte fonda s’incrociava con l’alba, e gli operai della Fiat popolavano tram e autobus: chi andava, chi tornava, erano comunque gli unici a movimentare la città. Non era così, come veniva descritta, nemmeno allora. Ma quel che è certo è che non è così adesso.

Ingredienti del film sono la musica, la creatività e la passione, sapientemente mescolati alla voce (e spesso al volto) del narratore, lo scrittore Carlo Fruttero.

Del resto chi meglio di lui, mai banale, sempre ironicamente disincantato, profondamente torinese, poteva guidare lo spettatore in un percorso (a volte) così complicato, ma terribilmente intrigante?

Vorrei partire da una domanda, apparentemente banale, ma che costringe in qualche modo a fare un po’ il punto della situazione. Se dovesse descrivere Torino usando solo tre aggettivi, quali userebbe?

“Effettivamente non è facile… La prima cosa che mi viene in mente è “appassionante”. Mi capita spesso di viaggiare, perché per Rai Sat seguo i festival del cinema di mezzo mondo: ci sono posti in cui mi trovo davvero bene, come a Berlino, però dopo un paio di giorni sento crescere una strana impellenza.

È quella di voler tornare subito a Torino… questa è casa mia! Poi direi che è “sincera” perché si mostra per quella che è: ci sono delle zone dove è chiusa e impenetrabile e altre, invece, dove è estremamente aperta. Sa farsi apprezzare solo da chi si sforza di capirla.

E il terzo aggettivo potrebbe essere “indefinibile” perché mi vengono in mente almeno altri cento aggettivi: ci sono mille modi per descrivere questa città che, per chi si ferma al primo colpo d’occhio, può risultare dubbia e stratificata, ma invece è poetica e accogliente”.

Per decenni l’unico aggettivo usato per descriverla è stato “grigio”. Poi sono arrivate le Olimpiadi Invernali del 2006 ed è stato come se i colori dei cinque cerchi olimpici avessero irradiato di colpo tutta Torino. Il cambiamento è iniziato lì?

“Assolutamente no! Le Olimpiadi sono state in qualche modo il coronamento di un percorso che è iniziato almeno vent’anni prima.

Come abbiamo cercato di raccontare in “Surfin’ Torino”, intorno agli anni ’80 è nato un attivismo giovanile che ha dato vita ad un movimento culturale e creativo che viaggiava su più binari: musicale, teatrale, letterario con una continua mescolanza di esperienze, di storie, di vite.

“È una ripresa che parte da una presa. Di corrente” è un po’ la frase che sintetizza al meglio questo cambiamento: perché Torino è stata davvero scossa da un’onda di suoni e di rumori che hanno cominciato a mutarla profondamente”.

La notte, dite nel film, è “lo specchio che misura questo cambiamento”.

“Fino alla fine degli anni ’70 la città ad una certa ora si spegneva, completamente, per poi svegliarsi solo quando gli operai del primo turno iniziavano ad uscire di casa. Poi c’è stata l’esplosione dei club, in cui hanno iniziato a mescolarsi artisti, poeti e musicisti di vario genere e Torino ha iniziato a vivere anche di notte.

Chiaramente nel film raccontiamo una delle tante chiavi di lettura di questo cambiamento, che è corso parallelo su più fronti che si sono inevitabilmente incrociati ed intrecciati”.

“Questa è una città scandita dal ritmo delle sirene” scriveva Carlo Levi. La storia dell’industria è connaturata a quella di Torino. La Fiat è stata il motore della città e quando questo si è inceppato la città stessa ha arrancato. Oggi che l’azienda ha ripreso a correre e i conti non sono più in rosso, sembra però tutto meno Fiat-centrico.

“Beh non è facile descrivere in poche parole un cambiamento epidermico e di sostanza, che storici e sociologi ancora oggi cercano di indagare.

Ci sono stati anni molto difficili e le ricadute della crisi della Fiat sono state molto forti, perché tutto l’indotto ne ha di conseguenza sofferto.

Ma già negli anni ’90 c’è stato un cambiamento e i protagonisti della storia di questa città si sono prima diversificati e poi moltiplicati: giovani designer, musicisti, piccoli editori, registi, architetti hanno cominciato ad essere una parte sempre più attiva di Torino. La parola chiave è diventata creatività”.

Parte di quest’onda creativa, come l’avete definita lei e Boosta, è confluita nelle immagini del vostro film, in cui sono raccolte le testimonianze di trentaquattro torinesi illustri, da Luciana Littizzetto, alla stilista Kristina Ti, passando per il regista Davide Ferrario e Don Piero Gallo, fino ad arrivare a John e Lapo Elkann: tutti raccontano il loro punto di vista sul percorso che ha portato Torino da città dell’industria a città culturale e creativa. Come li avete scelti?

“Non è stato facile. Un giorno ci siamo ritrovati a casa mia e avevamo un cartellone con quasi trecento nomi. Abbiamo ragionato un po’, incastrato idee e volti, sfoltito l’elenco dandoci due spunti iniziali: ci siamo detti, non facciamo un ritratto “istituzionale” e scegliamo tutte le persone che, con un po’ di fortuna, si possono incontrare in giro per la città”.

Quali sono stati i personaggi che l’hanno più colpita?

“Senza dubbio Carlo Fruttero. È la torinesità fatta persona. Incontralo è stato scoprire che l’immagine che avevo di lui corrisponde al vero: è di un’ironia senza paragoni, ha uno stile di fronte al quale non si può che restare ammirati… e poi sa smorzare gli entusiasmi e riportare alle cose concrete come pochi altri. Forse quello che mi ha sorpreso più di tutti è stato John Elkann: ha quell’aria da bravo ragazzo, tutto serio e compunto, ma sa essere molto divertente ed è stato estremamente disponibile”.

Abbiamo accennato prima alle Olimpiadi. Sono state un grandissimo evento e, oltre ad essere ben riuscite, hanno proiettato in tutto il mondo un’immagine completamente diversa di Torino. Il cambiamento dell’immagine della città ha lasciato tutti a bocca aperta… per primi forse gli stessi torinesi.

“Io la vedo proprio così. I torinesi più accorti, quelli che sanno guardarsi attorno, si erano resi conto che le cose erano cambiate già da un bel pezzo. Quelli più sonnolenti si sono svegliati di colpo, si sono guardati in tivù e si sono piaciuti.

Le Olimpiadi sono state davvero uno scatto d’orgoglio e di autostima e sono state un momento molto particolare perché Torino, che guarda e scruta senza il desiderio di essere vista, si è aperta al mondo mantenendo ben salda la sua identità di comunità”.

L’identità si costruisce anche sulle radici della sua storia. Marco Revelli, docente di Scienze della politica all’Università del Piemonte Orientale, che si è occupato a lungo della storia dei processi produttivi, ha scritto che “tutto è in frantumi, ci sono rovine dappertutto, come se l’esperienza industriale non si potesse riciclare. La storia di questa città, nell’ultimo secolo, sta scomparendo senza memoria, perché Torino non riesce a costruire memoria”.
Un’analisi impietosa.

“Catastrofica, secondo il mio punto di vista, ma in parte condivisibile. Il problema della memoria è un problema culturale. Ai giovani manca la voglia di sapere da dove veniamo e cosa siamo stati, ma credo sia una questione che tocca tutta l’Italia e non solo Torino.

Quanti giovani torinesi, ad esempio, sanno che i locali che frequentano ai Murazzi (le sponde del Po, ndr) erano, nel secolo scorso, officine, approdi e rimesse delle barche? O che i Docks Dora, che oggi sono pieni di locali, set fotografici, studi di designer erano capannoni industriali? Sono in pochi, ma perché nessuno glie lo dice”.

Sempre Revelli, che ha il merito di suscitare dibattiti su argomenti che i media mettono in rilievo solo quando scoppia “la tragedia”, dice che “Torino è sempre più come la Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l’altra”. Sono passati quasi tre mesi dall’incidente
alle acciaierie Thyssen Group. C’è chi ha scritto che una parte della città non si è nemmeno accorta dei sette operai
morti.

“Questo non lo credo. Sono state dette e scritte tante parole in libertà in quell’occasione. Chi si è dimenticato di loro? La gente comune o chi avrebbe dovuto occuparsi della sicurezza sul lavoro di quegli operai?

La città ha partecipato ai funerali, ha fatto un gesto (forse quello più visibile) bloccando tutte le manifestazioni di festa per il Capodanno, visto che l’ultimo operaio è morto poche ore prima dell’ultimo dell’anno, e soprattutto è stata solidale, ma nel silenzio: Torino non è la città dei gesti eclatanti e per questo può sembrare arida, ma in quell’occasione ha dimostrato ancora una volta di sapere essere comunità.

Basta passare davanti alla Thyssen e vedere quanti fiori ancora oggi i torinesi portano lì davanti… proprio perché non hanno dimenticato e non vogliono farlo”.

Senza dire che le famiglie delle vittime stanno avendo un sostegno concreto da parte del comune, col sindaco Sergio Chiamparino impegnato in prima persona per trovare un impiego a chi ne aveva bisogno, e che quasi cento ex operai della Thyssen (che è stata definitivamente chiusa) hanno già trovato un lavoro grazie all’Amma, l’Associazione degli Industriali Metallurgici, Meccanici e affini. Anche questo è parte dello spirito di questa città.

“Credo sia proprio così. Se potessi aggiungere altri due aggettivi, per rispondere alla tua domanda iniziale, direi che Torino è solidale e collettiva. Protegge e si protegge, ma è aperta e accogliente.

Piazza Vittorio, in fondo, è come un porto, dove si mischiano, anche solo per qualche istante, vite e realtà diverse. Basta una fotografia di questo posto ora: stiamo seduti a parlare su questa panchina e in quella alla nostra destra c’è una studentessa che ripassa per un esame, un meccanico in pausa pranzo e un designer che parla al cellulare e gli chiede un accendino per fumarsi una sigaretta”.

C’è un porto, ma non il mare.

“Per quello basta un po’ di fantasia. Torino il mare non ce l’ha, ma è come se l’avesse ed è percorso da una “buona onda” di creatività che arriva da lontano.

Se poi l’onda dovesse diventare “cattiva” non c’è problema… basta prepararsi e cogliere il suggerimento ironicamente geniale che Carlo Fruttero dice alla fine di “Surfin’ Torino”: “Un surf è sempre meglio averlo in casa: non si sa mai che uno tsunami risalga il Po”.

Dicono di Torino
Evelina Christillin (Presidente della Fondazione Teatro Stabile di Torino, Presidente dell’Orchestra Filarmonica ‘900 del Teatro Regio di Torino e vicepresidente del Toroc, il Comitato per le Olimpiadi di Torino 2006).

Contemporanea. Torino è forse la città più europea d’Italia, non solo sta al passo coi tempi, ma spesso li anticipa. È più vivace di Roma o Milano, c’è un fermento continuo e un’offerta culturale impareggiabile. È una grande città laboratorio che non teme il confronto.

Aperta. Non ha paura di accogliere l’immigrazione e il cambiamento non la spaventa. C’è un tessuto umano pulsante che non si arrende e non si ferma davanti alle difficoltà e ai drammi. E chi dice che la questione operaia è dimenticata si sbaglia, ne abbiamo avuto la prova con i sette morti della Thyssen: la città ha saputo fermarsi a riflettere sulla questione del lavoro e si è stretta vicino alle famiglie degli operai, proprio perché ben sa che la loro storia è la storia di Torino. Ha saputo cambiare poggiandosi saldamente sulle proprie origini e radici: l’innovazione
sarebbe nulla senza la tradizione. Il carattere militare e industriale ha resistito proprio perché senza queste connotazioni si sarebbe persa la bussola.

Progettuale. Torino sa ripartire e darsi degli obiettivi. Penso al 2003/2004 quando sono mancati Gianni Agnelli, Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio: la città aveva perso le sue figure più carismatiche e c’era uno sconforto tremendo, quasi una rassegnazione. Poi sono arrivate le Olimpiadi e c’è stata una ripartenza, è come se la città si fosse rimessa in moto. Oggi vibra, si muove e si evolve. Ho vissuto tutta la storia di Torino degli ultimi trent’anni, ero in giro per la città il giorno in cui uccisero Carlo Casalegno, ricordo la marcia dei 40 mila e posso dirlo: oggi si sta molto meglio di vent’anni fa e i torinesi sono cambiati e hanno imparato, con pacatezza, a misurarsi con una nota del proprio carattere che fino a qualche tempo fa tenevano ben nascosta. L’autostima.

Erika Cordero (diplomata nel 2003 alla Scuola Holden di Alessandro Baricco, subito dopo è entrata nel gruppo Mondadori ed è una giornalista del settimanale “Confidenze”).

Doppia. Torino la vedo come un ossimoro. Ha due facce diverse e apparentemente inconciliabili: una è affascinante, in continuo movimento, aperta al confronto, quasi patinata. Poi c’è quella opposta, completamente conservatrice, chiusa e un po’ fredda: secondo me questa è ancora la sensibilità che continua a prevalere, anche se ci sono sempre più spesso persone interessanti nell’ambito culturale e artistico, magari poco conosciute, ma piene di nuove idee. Forse è proprio questa contraddizione a tenere viva Torino.

Decadente. Metà della città mi ricorda un nobile decaduto, di quelli un po’ fané, ma che mantengono comunque uno stile decoroso ed elegante. C’è un posto della città, davanti all’ospedale Mauriziano, nel quale sin da piccola ho sempre pensato che si respirasse il vero profumo di Torino: in quello slargo si incrociano un lato squallido (che è forse quello più interessante) ed uno invece più elegante: per me quello è un po’ il confine tra le due Torino che percepisco. Penso che sia proprio dall’incrocio delle due facce che possa venire fuori il meglio dell’arte e della cultura che Torino riesce ad offrire.

Rinascente. Scelgo questo aggettivo proprio per il dualismo che contraddistingue Torino. Ad una faccia della medaglia che vedo scura, se ne contrappone una chiara.

C’è una spinta propositiva che si sente in sottofondo, come se continuasse a bollire qualcosa in pentola e stesse per venire a galla: il bello di questa città è che anche quando tutto sembra finito, quando sembra che la crisi sia irreversibile, è sempre capace di rinascere e rigenerarsi. Anche dai drammi o dalle vicende negative, come nel caso dalla morte dei sette operai della Thyssen, Torino riesce a cogliere una sfumatura per andare avanti e progredire senza dimenticarsi del proprio passato e della propria storia.

Marianna Martino (Nel 2005 ha fondato la “Zandegù”, casa editrice della quale è direttrice editoriale. Pubblica principalmente narrativa italiana surreale e testi di autori italiani inediti).

Bella. Torino è come la donna di cui tutti gli uomini vorrebbero innamorarsi: è sempre bella come la prima volta che l’hai vista. Io ci vivo da cinque anni e tutte le volte che esco di casa mi sento fortunata perché mi piace starci, passeggiare per le vie del Quadrilatero o prendere un caffè in Piazza Vittorio. Mi piacerebbe solo che fosse più pulita e che ci fosse meno traffico.

Pulsante. C’è un grande fermento culturale e Torino offre davvero la possibilità, a chi ci mette impegno e passione, di partire da zero e costruire qualcosa. Il mio esempio è forse significativo: a 22 anni ho deciso di fondare una casa editrice e a piccoli passi, con l’aiuto dei miei genitori e dei miei amici, ci sono riuscita: mi sono trasferita dalla provincia, che per me era diventata claustrofobica, e mi sono inventata un lavoro. Dopo due anni di attività posso provare a tirare un bilancio che considero molto positivo: abbiamo editato dodici libri e nel 2007 abbiamo avuto uno spazio nella sezione “Incubatore”, l’area riservata agli editori esordienti, alla Fiera del Libro di Torino e quest’anno esordiremo tra i “big”.

Poetica. Ci sono parti della città che resteresti a guardare per ore perché sono scorci rubati ad una cartolina. C’è un posto che mi rapisce completamente ed è Piazza Bodoni: quanto ho un po’ di tempo libero mi siedo su una panchina e ascolto la musica che esce dal Conservatorio. Ma anche le vecchie aree industriali, magari abbandonate e lasciate a se stesse, non turbano la vista.

Non credo a chi dice che Torino non abbia memoria: parlo spesso con molti miei coetanei e non sono per niente ingrati né tanto meno miopi ma, al contrario, sanno qual è la storia di questa città, quanto devono alla tradizione e alla cultura operaia.


* Dice di sé:
Francesco Canino. Nato a Torino ventisei anni fa, laureando (per la gioia di mamma) in Scienze Politiche, con una tesi sulla “metamorfosi dell’intervista”. Amerebbe scrivere un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella comunicazione politica Italiana. Pur non credendo nella reincarnazione, nella vita precedente pensa di essere stato un ozioso aristocratico dell’antica Roma morto (continuando a mangiare) durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. In quella futura spera di essere la nuova Raffaella Carrà. Avrebbe voluto un professore di filosofia più motivato nello spiegargli la materia, invece ha studiato “La critica alla ragion pura” di Immanuel Kant senza averci capito nulla. Collabora con i settimanali della Mondadori, “Tu” e “Confidenze”.





THOMAS STEARNS ELIOT


Le parole si tendono si lacerano

e talora si spezzano sotto il peso,

sotto la tensione

incespicano scivolano muoiono

imputridiscono per imprecisione

non vogliono stare al loro posto

non vogliono restare ferme.

(Da “Quattro quartetti”, 1943)




 

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