BELPAESE?

MAI COSÌ POCHI

HANNO FATTO MALE A COSÌ TANTI


Svaniti, o quasi, i punti di forza sono rimasti quelli di debolezza:

sistema politico mediocre, amministrazione burocratica, scuola

inidonea, università baronale, populismo giornalistico-sindacale,

avversione per il libero mercato


 

Federico Filippo Oriana*



I pessimistici auguri del nostro Direttore, i discorsi che corrono inquesto periodo in ogni dove, anche nelle segrete stanze imprenditoriali, perfino in articoli della stampa internazionale, mi hanno suggerito il tema dei temi: il nostro Paese ha speranze? siamo veramente e finalmente al declassamento vero e proprio? Cosa c’è per noi dietro l’angolo?

Il tema del declino: anche se, ha correttamente osservato Vittorio Feltri, i declini di nazioni sono fenomeni storicamente lunghi, che non si visualizzano in un anno o due. È vero, però, anche che, al di là della questione nominalistica, se i tradizionali punti di forza del Belpaese si fossero spenti rimanendo solo gli altrettanti tradizionali
punti di debolezza, sarebbe in corso un processo di fondo magari di lunga durata, ma di cui alcuni elementi visibili costituirebbero un sintomo rivelatore.

È da qui, dunque, che bisogna partire, dai punti strutturalmente forti e deboli per giungere, solo dopo, agli aspetti contingenti, alle politiche seguite e da seguire. Quello che pochi hanno il coraggio di riconoscere, e nessuno sulla stampa “ufficiale”, è che la ricostruzione e poi il miracolo economico italiano furono sostanzialmente fondati su sei fattori:

1) evasione fiscale;

2) evasione contributiva;

3) svalutazione internazionale della moneta;

4) inflazione interna;

5) aiuti di stato alle imprese;

6) Piano Marshall, ossia aiuti americani.

Queste situazioni – tutte lontane dalle regole del diritto o del mercato – fecero – come scrisse “The Economist” nel suo famoso rapporto del 1971 – “entrare un popolo scalciante e urlante nel ventesimo secolo”. Se solo si pensa alle condizioni dell’Italia del dopoguerra, non solo e non tanto di rovine fisiche, ma di profonda arretratezza culturale e tecnologica di gran parte della popolazione, quella delle campagne e del Mezzogiorno, entrare negli anni ’70 nel G7 e sfiorare negli anni ’80 la posizione di quarta economia mondiale fu effettivamente vero miracolo.

Ma questi presupposti di allora (fattori di insorgenza in linguaggio tecnico) sono tutti evaporati. Cominciando dal fondo:

1. agli americani (per ora) non interessiamo più per la scomparsa del comunismo (la Cina è comunista solo di nome, in realtà è un paese dittatoriale di capitalismo selvaggio e, comunque, a differenza di quello che si diceva negli anni ’80, è lontana, almeno per noi che nessun contributo militare possiamo dare al suo containment);

2. gli aiuti di stato sono proibiti dall’Unione Europea (quindi le crisi tipo Alitalia non si possono più risolvere con i metodi old style di una bella palata di denaro pubblico);

3. l’inflazione è impedita dalla forza dell’euro e dal patto di stabilità europeo su cui vigila la BCE;

4. la svalutazione della moneta non si può più tentare per il semplice motivo che non abbiamo più la moneta;

5. l’evasione fiscale e contributiva sono diventati fenomeni marginali, salvo forse che al Sud, per vari motivi: anche su di loro vigila l’Europa in quanto fattori di potenziale concorrenza sleale intracomunitaria, si sono affinati enormemente gli strumenti di controllo e con l’informatica si è evoluto il livello culturale degli operatori e con esso la sensibilità sociale e civile.

Contemporaneamente lo scenario internazionale si è anch’esso molto modificato: sono entrati – e non solo a livelli bassi della divisione del lavoro – nuovi players di dimensioni straordinarie come l’India e la Cina, sono praticamente cadute tutte le barriere al commercio internazionale, Internet ha fatto irruzione sulla scena e il mercato si è, quindi, globalizzato favorendo le realtà economiche capaci di giocare a livello planetario e travolgendo le rendite di posizione.

La globalizzazione economica può essere fonte di opportunità (enormi) o di problemi (altrettanto enormi), dipende se sei capace di giocare a quel gioco: ma per l’Italia, al momento, i problemi eccedono i vantaggi perché, tradizionalmente, la sua industria vede la prevalenza, quantitativa e qualitativa, delle piccole imprese, cioè di realtà che non hanno né nel loro DNA né nelle loro possibilità, ad esempio, una campagna pubblicitaria a livello planetario.

Lo stesso discorso può essere fatto per l’euro: opportunità grandissima o vincolo terribile. Per chi, come noi, deve far mangiare due volte al giorno quasi 60 milioni di anime (metà dei quali ubicati in aree degradate e povere) e ha, quindi, più bisogno di sviluppo che di stabilità, di lavoro purchessia che di qualità, il problema eccede l’opportunità.

Di fatto, l’euro ha presentato per noi sinora un solo vantaggio concreto: se avessimo ancora la lira con il costo del barile di petrolio quadruplicato in cinque anni, il prezzo di benzina e gasolio sarebbero il doppio di quello attuale, già alto. Per il resto l’euro avrebbe costituito una vera opportunità se gli assetti politico-istituzionali-sindacali interni fossero stati in grado di compiere rapidamente un processo virtuoso di adeguamento, ma così non è stato (come, del resto, era assolutamente prevedibile e in effetti previsto).

Ci troviamo, quindi, in mano un altro fattore economico esplosivo: una valuta fortissima per un’economia zavorrata da costi pubblici in eccesso, da inefficienze sistemiche, da posti di lavoro che vengono mantenuti solo per considerazioni sociali, da alta fiscalità e da oneri impropri sulle buste paga. Questa situazione blocca lo sviluppo economico del Paese e divide gli italiani tra chi si è potuto avvantaggiare (operatori medi e piccoli operanti in mercati non esposti alla concorrenza internazionale) della valuta forte e chi, come dicevano Mogol e Battisti, al 21 (magari anche al 15) del mese ha già finito i soldi, un numero enorme (e purtroppo crescente) di italiani.

In questo scenario, così poco promettente, perché abbiamo ancora un’economia più grande di paesi di popolazione simile, come il Brasile, la Turchia o (forse) la Spagna? Per l’esercito sterminato di piccole e medie imprese. In qualunque direzione si esca da Milano si cammina per ore, senza soluzione di continuità, tra strati di stabilimenti e così per le altre città lombarde, per le province del Veneto, dell’Emilia, del Piemonte.

È (ancora) il Paese del milione di imprese e delle duecentomila industrie, di ogni genere, settore, tipologia e dimensione. Questa caratteristica – che riguarda almeno tutto il Nord, Toscana, Umbria, Marche e la metropoli romana – ci ha dato un grande vantaggio negli anni in cui – sotto la spinta del primo e del secondo shock petrolifero – era essenziale ristrutturare per contenere i costi (ricordate il piccolo è bello degli anni ’70 e 80?), ma diventa un handicap quando si tratta, come ora, di aumentare i ricavi per giocare su scenari globali: la piccola impresa ha, infatti, più flessibilità, ma minori economie di scala. È, tuttavia, il nostro esercito economico, l’unico che abbiamo.

Svanendo, quindi, i punti di forza sono rimasti quelli, atavici, di debolezza. Una pubblica amministrazione di (mediocre) impronta giuridica, a differenza di quella, ad esempio, a formazione tecnica degli Stati Uniti: anche il problema di una lampadina bruciata o di un marciapiede rotto diventa allora l’interpretazione di una norma (che in
genere – l’ho sperimentato amministrando un comune – spiega perché la cosa non si può fare) invece che la risoluzione dell’inconveniente.

Una scuola di marca gentiliana, assolutamente inidonea a far comprendere e amare ai giovani la tecnologia. Un’università burocratica e baronale, chiusa ai veri talenti e fuori da ogni logica di mercato a differenza, ad esempio, dell’America (dove le migliori università prendono i migliori docenti e i migliori studenti cercano quindi di entrare nelle migliori università anche a 4.000 miglia di distanza, rendendo dinamica la competizione per il lavoro e quindi l’intera società).

La scarsissima propensione per l’inglese e per le altre lingue. Un sistema giuridico-giudiziario causidico e formalista. Il populismo politico-giornalistico-sindacale dominante. Una pregiudiziale avversione per il libero mercato e per le sue dure – ma salutari e inevitabili – implicazioni in un mondo dove è rimasto solo il sistema di produzione e scambio di tipo capitalista.

Last but not least, il sistema politico-istituzionale. Sistema che si giustifica con un unico scopo: servire il popolo, la nazione, la gente, come si preferisce dire. E in questo senso l’Italia non è mai stata fortunata. Le performance mediocri sono cominciate subito dopo l’Unità e attraverso scandali (vedi la Banca Romana ancora nell’800), guerre coloniali ridicole e tardive, cariche mortali sulla gente affamata alla Bava Beccaris, interventismo, fascismo, democrazia cristiana con la sola eccezione dell’inimitabile De Gasperi, via via venendo verso il presente, il sistema politico ha reso all’Italia un ben misero servizio. Anzi, in genere è stato il problema e non la soluzione.

Dire, come fanno i poveri Presidenti della Repubblica (lo farei anch’io al loro posto), “cercate di andare un po’ più d’accordo” mi sembra poco rispetto alla profondità della crisi del sistema politico italiano, crisi che non è nata con la cosiddetta seconda repubblica, visto che era già ben visibile da almeno vent’anni prima. La seconda repubblica ha costituito, anzi, un tentativo serio e necessario di rispondere all’improduttività e alla stagnazione sistemica che impediva all’Italia di restare al passo con l’Europa e con gli Stati Uniti, ossia con paesi tutti costituzionalmente alternativisti.

L’esperimento, per ora, non ha funzionato per ragioni che sarebbe o superficiale o troppo complesso esaminare qui: solo si può accennare all’incompiutezza del percorso che ha portato a innestare una legge elettorale maggioritaria e alternativista su un impianto costituzionale opposto, che non vi è stata la possibilità di modificare.

All’interno di un servizio politico-istituzionale-amministrativo alla società, complessivamente, di infimo livello, spiccano, poi, delle punte negative: pensiamo, ad esempio, ad un certo tipo di sindacalismo inconcludente, senza sbocchi, di presa in giro dei lavoratori quale quello che ha affossato l’Alitalia. Pensiamo a un certo ambientalismo, che diffonde solo inquinamento materiale, morale ed atmosferico come quello che ha demolito le centrali nucleari e impedito la costruzione degli inceneritori con le conseguenze sia sul piano del costo dell’energia sia su quello dei rifiuti in questo periodo sotto gli occhi di tutti.

Ma allora si stava meglio quando si stava peggio? Probabilmente sì, anche se non è possibile far tornare indietro le lancette dell’orologio e le condizioni al contorno di 30, 40 e 50 anni fa non sono riproducibili. Quello che è sicuro è che rimandare indietro la gente, richiedere quella frugalità di vita alla quale ci ha invitati il Papa negli scorsi giorni non è, purtroppo, possibile: nessuno rinuncia a quello che ha già avuto perché non comprende, non può comprendere perché non possa più averlo e a cosa serva dannarsi nel lavoro se non vi è prospettiva di miglioramento, anzi…

E il “benessere” o “malessere” percepito – così come il freddo o il caldo – non sono solo legati a dati numerici – economici o statistici – né ai parametri seguiti dagli studi dei giornali sulle città dove “si vive meglio” (che danno sempre vincenti città gelide in tutti i sensi, come Bolzano, Aosta, Sondrio, Udine, dove nessuna persona sana di mente, potendo scegliere, vorrebbe vivere…). Ma ad un insieme di elementi di stato d’animo complessivo con forte valenza psicologica, spesso alimentata – in un senso o nell’altro – dalle aspettative sul futuro.

Tutto ciò posto, cosa c’è dietro l’angolo? Ho visto nella mia vita crisi apparentemente peggiori, quale quella degli anni ’70, quando terrorismo e crisi economica si accoppiavano. Ma allora si sapeva cosa si sarebbe dovuto/potuto fare per uscire dalle secche e si disponeva degli strumenti per farlo. Ora la globalizzazione e l’Europa ci hanno tolto, la prima, i margini di risanamento autoctono e, la seconda, gli strumenti per farlo. Le altre volte avevo sempre creduto nel famoso stellone, ora sarei più cauto.

Certamente si può migliorare e la continuazione del precedente Governo sarebbe stato un segnale importante di stabilità e avrebbe dato il tempo minimo per tentare un risanamento di marca liberal-imprenditoriale: parafrasando Churchill, mai così pochi hanno fatto male a così tanti (penso a quei 23.000 elettori leghisti che hanno votato per sbaglio una lista di disturbo consegnando il premio di maggioranza alla Camera al centrosinistra…).

Si possono prefigurare due scenari: uno normale e uno pessimistico. Quest’ultimo dipende, paradossalmente, dalle banche: dico paradossalmente perché è il colmo che un operatore come il sottoscritto scriva che il bene dell’Italia e il bene delle banche convergano con tutta la polemica che – con buoni motivi – sviluppiamo ogni giorno contro di loro.

Però la verità è che non sappiamo quali rischi, esattamente, il sistema bancario italiano si sia preso con la partecipazione a salvataggi industriali e, soprattutto, con i mutui e i prodotti derivativi: se ci dovesse essere un’insolvenza a livello mondiale della finanza “avanzata” temo che non sarebbero le (relativamente) piccole banche
italiane a salvarsi e questo vorrebbe dire il disastro, con l’unica consolazione che non saremmo soli. Lo stesso se si determinasse una diserzione di massa nel pagamento dei mutui da parte della clientela privata.

Credo di più nello scenario “normale”, di un Paese cioè in dolce, opulento e tranquillo declino che perderà posizioni e opportunità senza neppure accorgersene. Ma la storia di un Paese millenario non finisce domani e un’azione governativa di impronta liberale avrà altre occasioni e dovrà necessariamente essere ripresa, io spero già da quest’anno. Tuttavia gli altri corrono e noi stiamo sprecando anni. Quindi, anche se io non vedo la catastrofe all’orizzonte, non credo che la mia generazione potrà vedere di nuovo un’Italia posizionata come lo era negli anni ’80 (sia pure con il contributo di una crescita esplosiva del debito pubblico).


* Dice di sé:
Federico Filippo Oriana. Avvocato immobiliarista, presidente dell’Aspesi – Associazione nazionale società immobiliari, operatore giuridico-economico nel comparto immobiliare, appassionato di problemi istituzionali, internazionali e della difesa, presidente del Comitato regionale ligure delle comunicazioni (ente regionale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni). Non è sportivo e non ha hobby, se non leggere e scrivere (non per “épater le bourgeois”, ma perché è vero…).





GIOVANNI GHERARDINI

Chiamasi poeta chi possiede la facoltà di concepire

l’idea del Bello e di renderlo sensibile ad altrui.

Quindi la poesia, considerata come produzione del poeta,

altro non è che la manifestazione del Bello

da esso lui concepito. Il fine cui tende la poesia

è di signoreggiare il cuore e la fantasia,

ovvero l’uno e l’altra insieme, rendendo sensibile ad altrui

il Bello concepito dal poeta.

(Da “Manuale di poetica”, 1856)




 

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