BELPAESE?
I BARONI COMUNICANO?
SÌ, PER ESERCITARE IL POTERE
Occorre creare consenso intorno all’idea che l’intero
patrimonio
intellettuale può contribuire a quel
rinascimento culturale di cui
l’Italia percepisce l’urgenza per affrontare le
sfide del millennio
Flavia Carrara*
Comunicare è un atto rivoluzionario, incompatibile
con il
mantenimento di equilibri costituiti, basati su
logiche di potere,
e per questo la comunicazione nella sua vera
accezione
è da quest’ultimo temutissima; risponde solo a quel
potere acquisito
attraverso il merito dell’aver operato attraverso
logiche di pensiero e
che attraverso logiche di pensiero continua ad
operare. Presuppone
apertura, capacità di rischiare per mettere in gioco
il proprio patrimonio
di idee in nome di ciò che di inedito può derivare
dall’incontro
con l’altro. Nella comunicazione vince chi ha idee
da mettere in
gioco; chi invece fa del suo presidio nozionistico
uno strumento per
acquisire importanza a livello istituzionale perde,
inesorabilmente, a
meno che la comunicazione non riesca ad eliminarla,
a meno di non
metterla nelle mani di un burocrate.
Se la deroga alla vera natura della comunicazione
può essere
compresa in un’azienda quotata in borsa o in una
pubblica amministrazione,
non può esserlo in un’istituzione che allo sviluppo
di intellettualità
è preposta per sua propria inderogabile missione. Lo
scorso 26 gennaio Vittorio Sgaramella ha scritto su
Repubblica che
per sbloccare l’impasse in cui versa l’università
italiana occorrerebbe
reclutare docenti stranieri, i cosiddetti “peers”.
Forse c’è un altro
metodo, reclutare veri comunicatori, che abbiano
rango di peers nei
confronti dei docenti, dall’estero o dall’Italia
poco importa, l’Italia
in termini di creatività è difficilmente superabile,
purché non burocrati:
i baroni scomparirebbero nel giro di poco tempo.
La questione dell’università italiana non sta nella
redistribuzione
dei finanziamenti pubblici, né nei processi di
valutazione dei docenti, né in tutto ciò di cui si
sente argomentare abitualmente.
Risiede nel fatto che chi dovrebbe essere preposto a
fare cultura non
lo fa, bensì utilizza la conoscenza, spesso per lo
più nozionistica o
specialistica, e magari la fama acquisite in un
determinato settore,
per esercitare un potere alla stregua, o forse
peggio, della peggior
tradizione politica. In altre parole è questa una
“cultura” del tutto disgiunta
dalle logiche dell’operare visto che le istituzioni
di cui tali
personaggi fanno parte sono sprofondate nel più cupo
oscurantismo,
dove vigono logiche di potere addirittura feudale,
dove il personale
è scelto in base a criteri diametralmente opposti a
ciò che è merito.
In altre parole, può accadere che un “professore”
sia un intellettuale,
ma è un caso; così come può accadere che lo sia un
taxista
o un impiegato. Sarebbe interessante andare a
stabilire con quale
probabilità nel primo e nel secondo caso e non
saprei quale possa essere
l’esito.
Comunicare la cifra di un’istituzione che fa cultura
è impresa
irripetibile nella sua difficoltà e, al tempo
stesso, nella sua semplicità.
La difficoltà consiste nella ricerca della chiave
per comunicare
intellettualità ad un pubblico che la rifugge e la
teme per principio,
pur senza intenderne la valenza, associando il
significante intellettualità
a quel sapere preconfezionato e nozionistico che
dell’intellettualità
è l’antitesi e che non tollera deroghe al
conformismo.
La semplicità consiste nel fatto che alla
comunicazione non
siano concesse alternative, scorciatoie,
fraintendimenti, che non esista
un suo sotto prodotto che ad essa possa sostituirsi
e quindi debba
per forza di cose esplicarsi nella sua accezione più
alta: mettere
in gioco un’istanza affinché nell’incontro con
l’Altro questa possa
giungere a dar luogo all’inedito.
Spesso nell’accezione comune, invece, l’efficacia
della comunicazione
viene intesa in altro modo, prevalentemente come
quell’insieme di strumenti atti a dare visibilità a
qualche cosa di già
preconfezionato, come se la comunicazione non
dovesse influire su
ciò che viene ritenuto essere oggetto della
comunicazione, anzi debba
trasmetterne fedelmente il contenuto.
Come essa fosse causa e non effetto dell’apertura di
un’idea,
di un progetto, di una qualsiasi iniziativa
all’Altro; come se il risultato
della comunicazione possa essere previsto, studiato
a tavolino e
non il frutto di un incontro che produca qualcosa di
inedito, di assolutamente
inaspettato e imprevedibile. In altre parole spesso
una comunicazione
viene ritenuta efficace in base al livello di
fedeltà con
il quale viene riportato un messaggio predefinito,
dalla sua aderenza ad esso, da quanto si riesca a
minimizzare lo scarto tra quanto si
vuole comunicare e ciò che viene percepito. Per
questo si è disposti
a mobilitare eserciti di esperti, investire risorse
finanziarie, inventare
sofisticati espedienti tattici. Prevale, in questa
concezione, l’assoluta
assenza dell’idea di apertura e di rischio che una
qualsivoglia
operazione di comunicazione non può non comportare.
Ma la cifra della comunicazione sta proprio in
quello scarto,
nell’ineludibile malinteso che si crea nel fare
esercizio di “parola”,
nell’interlocuzione intesa nel senso più pieno del
termine. Ogni tentativo
di eliminare quello scarto equivale ad un tentativo
di eliminare
la “differenza assoluta” insita nell’Alterità,
anziché superarla attraverso
l’invenzione; altresì equivale a minimizzare o
annullare il
rischio connesso all’apertura e fare della
comunicazione la causa
quando invece ne è l’effetto, la novità che ne
emerge come risultato.
Per questo il verbo comunicare è, per così dire,
intransitivo, non può
reggere un complemento oggetto, non può esistere
nulla che sia davvero
oggetto di comunicazione. Comunicare equivale a
creare un
consenso intorno all’idea che l’intero patrimonio
intellettuale disponibile
si apra alla possibilità che da esso ne possano
nascere altri, generati
dalla scintilla dell’incontro, e fare in modo che
questo patrimonio
possa concretamente contribuire a quel rinascimento
culturale
di cui il paese Italia e il paese Europa
percepiscono l’urgenza per
affrontare le sfide del millennio.
In realtà la tendenza a ridurre la comunicazione a
strumento
è tipica della cultura occidentale, è molto diffusa
sia in Europa che
negli Stati Uniti, anche se con modulazioni diverse,
ed è una tendenza
figlia del conformismo. La cultura occidentale cerca
di tranquillizzare
le ansie nel déja-vu, nella circolarità del
pensiero, nell’abuso
del significante “sistema” o “modello” negli ambiti
più svariati,
dal mondo dell’economia a quello della scienza fino
a quello della
speculazione letteraria.
È rispetto a tutto questo denso pensiero dominante
che,
come già argomentavo nel precedente numero
dell’Attimo, urge una
nuova dissidenza, un pensiero soporifero, assopente,
inibente le funzioni
intellettive e vitali, che favorisce l’insorgere di
un clima recessivo
in ambito economico e pubblico oltre che depressivo
in ambito
privato. In un tale contesto la comunicazione
diventa sinonimo di
propaganda, una macchina che trasporta un oggetto,
in questo caso
il messaggio, da un punto all’altro, da una mente
all’altra allo scopo
di evitare che mai possa produrre qualcosa di
inedito; l’inedito è indesiderato. Comunicare,
intellettualità: la virgola volutamente introdotta
tra il verbo comunicare e il significante
intellettualità significa che
comunicare è intellettualità, sta a sottolineare
l’intransitività del verbo
comunicare; per questo è in grado di discriminare
tra un intellettuale
e un barone, esaltando il primo e penalizzando il
secondo.
Dunque, i professori fanno bene, benissimo, a
temerla.
* Dice di sé:
Flavia Carrara. Giornalista, è stata corrispondente
dall’Italia e, successivamente,
da Bruxelles del Nihon Keizai Shimbun (gruppo Nikkei),
il primo
quotidiano economico e finanziario giapponese e
collaboratore, negli anni
’90, del “Corriere della Sera” e del “Sole 24 Ore”,
per passare ad occuparsi
di comunicazione prima nell’Olivetti pre-opa, poi
all’Università Bocconi
di Milano e ancora, sempre a Milano, alla Edison.
Membro del comitato
scientifico della Ernst & Young. Attualmente è
responsabile sviluppo e relazioni
istituzionali del CERM.
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ANA BLANDIANA
La poesia è ciò che mi ha dato,
come un sesto senso,
la sensazione della presenza
dell’altro nel mondo circostante.
L’altro mi guarda dalle pietre,
dalle piante, dagli animali,
dalle nuvole, un altro che solo
nei momenti di
grande stanchezza si chiama
nessuno.
(Da “ Un
tempo gli alberi avevano gli occhi”,
2004)
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GUSTAVE FLAUBERT
Un tempo si credeva che
lo zucchero
si estraesse solo dalla canna da
zucchero,
ora se ne estrae quasi da ogni
cosa; lo stesso per la poesia,
estraiamola da dove vogliamo,
perché è dappertutto.
(Da “Corrispondenza”,
1842)
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