AMARCORD
MARIO LUZI, “IO SONO
UN OPERAIO DELLA PAROLA”
Vediamo e viviamo esperienze tragiche, ma nella nostra
contemporaneità manca il tragico,
perché manca il sacro, manca
il processo di purificazione
Ottavio Rossani*
Mario
Luzi non è stato solo un poeta, è stato un “vate”,
uno
dei grandi padri della patria, inteso nel senso di
un uomo
che può e deve essere preso a modello di civiltà.
Luzi
non ha fatto la Resistenza, non è stato un uomo di
battaglia o di
guerra, ha vissuto nella normalità di una vita
borghese. All’inizio
nel riparo della scuola, prima liceo, poi
università. Col passare degli
anni, e mentre si avvicendavano i suoi libri di
poesia, che ogni
volta aggiungevano modificazioni strutturali e
sostanziali alla sua
storia di creatore di versi, la sua mitezza, la sua
timidezza, la sua
introversione, si sono sciolte progressivamente fino
a diventare determinazione,
capacità di frustare persone e cose con una semplice
frase lapidaria.
Negli ultimi due decenni, alla sicura delusione,
peraltro mai
dichiarata, di non essere stato insignito del premio
Nobel, nonostante
ogni anno fosse ufficialmente candidato presso
l’Accademia di
Stoccolma, ha aggiunto la chiarezza sempre più
distillata della sua
vis poetica, tanto da essere definito il nuovo
Dante, quantomeno del
Novecento, per la mole e l’intensità dei suoi testi
(e i versi più recenti,
per la maggior parte ancora sparsi, si possono
chiamare “danteschi”
sia per ispirazione, sia per movimenti stilistici,
sia ancora per
i richiami assoluti all’opera di Dante). Mario Luzi
ha avuto il riconoscimento
del laticlavio alla veneranda età di 90 anni. Ma è
stato
senatore a vita, dopo la nomina del presidente della
repubblica Carlo
Azeglio Ciampi, per soli 120 giorni. Poche presenze
in Parlamento,
per via della salute già in bilico, ma quelle volte
si è fatto decisamente
sentire.
L’avversione al presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi, è
stata nettissima. Non ebbe remore a definirlo (31
dicembre 2004, in occasione di un treppiedi che fa
da supporto alle macchine fotografiche,
finito addosso all’allora primo ministro per
dabbenaggine del giovane
proprietario) emulo di Mussolini. E ha detto senza
enfasi, ma con precisa
intenzione: “Un po’ se l’è cercata”. Perché? gli
hanno chiesto i
cronisti. “Ma perché Mussolini in occasione di un
attentato più serio
nel 1926 ci speculò; e ugualmente ora Berlusconi nei
confronti di quell’incauto
giovanotto”. Era stato nominato al Senato il 14
ottobre 2004.
Di lì a poco sarebbe morto, il 28 febbraio 2005.
Sono andato a Firenze in occasione del suo
novantesimo
compleanno. La città, a cominciare dal sindaco, ma
con la collaborazione
di Provincia e Regione, gli ha tributato una festa
straordinaria.
In quella serata mi sono reso conto veramente di
quanto il
nome e la figura di Mario Luzi fossero simboli della
più sana e
fiera Italia letteraria, civile e politica. Dal
punto di vista letterario
era il grande poeta del Novecento italiano. Dopo il
Nobel attribuito
a Eugenio Montale nel 1976, egli lo aspettava da un
anno all’altro.
Gli accademici di Svezia lo hanno attribuito a Dario
Fo nel
1997.
E da quel momento in poi Luzi ha capito che non
gliel’avrebbero
più assegnato, dal momento che all’Italia ne viene
attribuito,
in media, uno ogni vent’anni circa. Ma non se n’è
mai fatto
cruccio. O, almeno, non l’ha mai mostrato. Anzi, se
per caso gli
facevi domanda: “Le dispiace non ricevere il premio
Nobel” sorrideva
e con quella voce pacata, flebile, dolce, e con gli
occhi volti
verso l’alto come per significare “Oh, Dio, sempre
questa stupida
domanda”, rispondeva: “Ma no, non è poi un premio,
sia pure
importante come il Nobel, che cambia la vita. A
questa mia età
cosa vuole che m’interessi! La vicenda va così e
basta”. Ricordo
che Montale, nel 1976, quando, il giorno dopo
l’annuncio del
Nobel, gli chiesi: “È contento di questo importante
riconoscimento,
che poi ha anche una buona dotazione in denaro?”,
dentro di
me pensavo: “Adesso mi risponderà che gli ho fatto
la domanda
più stupida che potevo pensare”, e invece disse:
“Mah, forse me
lo dovevano dare una ventina d’anni fa. Allora anche
i soldi mi
sarebbero serviti molto di più di quello che possono
servirmi
adesso”. Ricordo che un po’ ci rimasi male. Ma
insomma, il Nobel
è uno di quegli eventi epocali che in qualche modo
cambiano la
vita. Perciò sono convinto che fino all’ultimo Mario
Luzi ha atteso
con ansia che gli arrivasse la telefonata con
l’annuncio del
Premio, anche se in realtà non ne parlava mai,
almeno che non gli
arrivasse la fatidica domanda. Per tornare alla festa
di Firenze, quella sera del compleanno,
il 20 ottobre 2004, ho mandato una corrispondenza al
“Corriere della
Sera”, che qui trascrivo per ricordare il clima e il
significato delle
lunghissime partecipazioni. Il teatro era pieno di
una folla plaudente,
non solo fiorentina. E innumerevoli sono state le
manifestazioni
di affetto e di stima sul palco, comprese molte
letture di poesie in
suo onore da parte di poeti anziani e giovani, cioè
dalle varie generazioni
del Novecento, di cui Luzi in quel momento era il
decano, il
nonno e per alcuni addirittura il trisnonno. Ecco il
racconto della serata,
come l’ho vista e sentita io.
Dal nostro inviato
Firenze – “Operaio della parola”. Così si è
autoproclamato,
ieri, Mario Luzi a Palazzo Vecchio, dove
nell’imponente Sala
dei Cinquecento affollata da ammiratori, studenti,
amici, è stato
festeggiato il suo novantesimo compleanno. Si è
smentito così il
detto nemo propheta in patria: e che l’ abbia fatto
Firenze (con il
sindaco Leonardo Domenici; il presidente del
consiglio regionale
Riccardo Nencini; il presidente della regione
Toscana, Claudio
Martini), la città che ha costretto Dante a fuggire
per salvarsi, nonostante
la fama di grande poeta già in vita, è doppiamente
significativo.
Firenze ha voluto festeggiare il suo attuale “vate”,
all’indomani
della nomina a senatore a vita da parte del
presidente della
Repubblica, Ciampi, “per aver illustrato la patria”.
E chiudendo
il convegno “Nuovo nato al mondo”, in cui diversi
oratori hanno
illustrato e interpretato il suo messaggio poetico,
egli ha invocato
una particolare attenzione sulla lingua italiana,
che ha definito
“elemento unificante”. Dantesco, si potrebbe dire.
Ma è da molto
tempo che Mario Luzi decodifica il suo impegno
civile con l’esortazione
a corroborare la lingua che ci unisce tutti, con
l’invenzione,
lo studio, la ricerca, soprattutto in questa fase
storica in cui,
da molti versanti, se ne vede invece la
mortificazione, la decostruzione,
l’impoverimento.
“Rivolgo un caloroso ringraziamento al presidente
Ciampi,
che ha voluto onorarmi della carica di senatore a
vita e a tutti gli
amici che sono qui a festeggiare il mio compleanno –
ha detto Luzi –.
L’importante è ritrovarsi nella lingua, nella
parola, nella poesia. La
lingua italiana è il nostro elemento unificante, il
nostro patrimonio
più antico. Non la violentiamo e non la sciupiamo
come si fa correntemente”.
“Parlo come lavoratore e operaio della parola – ha
continuato Luzi –. Custodiamo il bene prezioso della
lingua italiana non
mettendola in naftalina, non esponiamola a tutte le
aberrazioni che
sono in corso”.
Nicoletta Marasco, vicepresidente dell’Accademia
della
Crusca, ha letto alcuni passi di una lezione sulla
lingua, scritta da
Luzi nel 2003, quando fu nominato socio dello
storico sodalizio.
Prima c’erano stati gli interventi di alcuni suoi
amici e studiosi.
Alberto Asor Rosa: “Settant’anni di ricerca poetica
e novanta di
vita non si possono racchiudere in una formula. E
tuttavia, si può
vedere il mutamento e la lunga durata della sua
poesia. È ammirevole
il suo inesauribile e continuo rinnovarsi.
L’assoluto di Luzi è
investigazione intrepida dell’enigma che sta fra
cielo e terra. La
chiave dell’enigma è l’amore”. Ma, nella poesia di
Luzi, Sergio
Givone trova un aspetto metafisico che apre nuove
prospettive.
“Una poesia metafisica come pensiero interrogante
sull’esistenza.
Sappiamo che dà voce agli opposti, perché
coesistono: luce e buio,
sì e no, il mistero che consola e l’enigma che
brucia. Si tratta di
una metafisica creaturale, come egli stesso ci
indica nell’ultimo
suo libro “Dottrina dell’estremo principiante”. In
Luzi creazione e
separazione non sono dissociabili: il che è molto
ironico e molto
tragico”.
E sul concetto di metafisica si è intrecciato anche
un breve
dialogo tra Sergio Givone e Giorgio Ficara. Secondo
quest’ultimo
“Luzi non ammette che la creazione finisca nel
nulla. Anche il male
è un fatto inevitabile, ma il dolore e la bufera
possono essere superati.
Luzi è un cercatore d’infinito trattenuto, però,
nella dolcissima
finitudine”. Giuseppe Nicoletti ha tratteggiato a
tutto tondo l’intera
attività poetica di Luzi. Ha isolato le fondamenta
del suo fare poesia:
la capacità di evocare immagini-prodigio, “la
musica, una materna
sonorità d’elegia, increspata da una pena, da una
perplessità indecifrabile”,
il dramma e l’enigma, “l’incapacità dell’uomo di
darsi ragione
del proprio stato di sofferenza”.
La giornata che si era aperta con alcuni interventi
del neo
senatore su temi di politica generale (“Purtroppo la
politica ha
metodi e sistemi che non sono intelligibili a tutti.
Quindi, è comprensibile
una certa diffidenza. Capisco anche il distacco”),
si è
conclusa al teatro della Compagnia, dove i poeti
Cesare Viviani,
Roberto Mussapi, Alba Donati, Antonio Riccardi e
Davide
Rondoni hanno recitato poesie di Luzi e lui stesso
ne ha lette alcune
inedite. Anche Carla Fracci ha letto la poesia “Per
Coro” che
Luzi dedicò a un suo spettacolo. Infine, la sorpresa
annunciata:nella sala del consiglio era pronta la
torta con 90 candeline da
spegnere”.
Ho voluto riproporre qui la memoria di quell’evento
perché
quella sera ero particolarmente felice di essere lì
accanto a lui.
Infatti quando mi sono avvicinato, alla fine degli
interventi in teatro,
mi ha guardato con occhi affettuosi. Non si
aspettava che io
andassi a trovarlo. Gli ho detto che ero lì per
scrivere il racconto
della sua giornata di compleanno e ho visto balenare
nei suoi occhi
una luce di gioia. Altre volte ci eravamo
incontrati, ma sempre
in forma privata. Ero uno dei tanti che masticavano
la sua poesia
e vi trovavano alimento, linfa, forza e spesso
coraggio. Anch’io
scrivevo e scrivo poesie; sono lontano dalla poesia
luziana distanze
chilometriche. Eppure quando gli avevo inviato da
leggere “Il
fulmine nel tuo giardino”, il libretto che ho
scritto subito dopo la
morte di mia moglie, nel 1995, aveva voluto
parlarmi, dirmi che
capiva, sentiva, il mio dolore, ma che avevo “saputo
scrivere
quelle poesie commemorative con la giusta
consapevolezza, senza
isterismi, e senza retorica”.
Erano state quelle parole, per me, un balsamo, in
quel frangente
terribile. Ero schivo, come lo sono sempre stato, e
non gli ho
mai presentato un libro di mie poesie da pubblicare.
Un’amica che
lo frequentava e che aveva modo di stuzzicarlo, di
fargli mille domande,
tentando di portarlo anche sul gossip, un giorno mi
ha telefonato
e mi ha detto: “Certo che sei un bel tomo. Luzi ti
stima moltissimo.
Non capisco perché non gli mandi un tuo manoscritto.
Te lo
pubblicherebbe sicuramente. Sai quante volte ha
detto che hai una
scrittura felice? Sei proprio un tonto”. Sì, mi sono
sempre trattenuto.
Avevo con lui un rapporto di fiducia, amichevole.
Avevamo fatto alcune conversazioni/interviste “a
futura memoria”,
come mi ha detto un giorno. E non volevo che
pensasse che
gli stessi attorno, che andavo a trovarlo, per farmi
pubblicare un libro.
Ho sempre tenuto a separare le cose: l’amicizia, la
professione,
la scrittura. D’altronde, che importanza poteva
avere pubblicare un
libro in più se il costo magari era perdere
l’amicizia di un uomo e di
un artista come lui? Insomma, questi dubbi e queste
domande me le
sono poste. E le cose sono rimaste com’erano.
Incontri, amicizia, stima,
affetto, e dialoghi di cui mi restavano degli
appunti.
Ho conosciuto Luzi nel 1991. Ero andato a Compiano,
un
piccolo paese dell’Appenino parmense, sotto
Borgotaro, vicino a
Bedonia, dove ha un “buen retiro” Lucio Lami, mio
primo direttore
in un giornale femminile della Rizzoli, nel lontano
1969. E a Compiano, Lami, giornalista, a lungo
inviato speciale in zona di
guerra e di guerriglia, specialista dell’America
Latina nonché scrittore
di libri/reportage ma soprattutto di biografie e
romanzi storici.
Tra i suoi libri, mi è piaciuto di più è “Garibaldi
e Anita corsari”, un
lavoro di scavo storico sulla base dei documenti
inediti trovati nelle
sue scorribande tra l’Uruguay e l’Argentina. Lucio
Lami era allora
vicepresidente del Pen Club. Il Comune di Compiano
aveva accettato
il suo progetto di un premio letterario intestato al
Pen e ogni anno
finanziava (ancora lo fa) una festa straordinaria
per l’assegnazione
del riconoscimento che nel giro di un paio d’anni
era diventato ambitissimo,
perché non si facevano pastette.
Le case editrici con i loro uffici stampa e i
direttori editoriali
non potevano in alcun modo influire sulla scelta dei
giurati.
Era stato messo a punto un meccanismo di voto per
cui il verdetto
era pulito. A garanzia di tutto questo c’era Mario
Luzi, eletto un
anno dopo l’altro, presidente del Pen Club
all’unanimità dei soci
votanti. Quell’anno ero andato lì a seguire la
lettura dei voti distribuiti
tra i cinque libri finalisti. Dopo d’allora ho
seguito il premio
per un bel po’ di anni finché è rimasto presidente
Mario Luzi. Nel
1995 gli ho chiesto un’intervista. Avrei dovuto
pubblicarla sul
“Corriere della Sera”. Poi però, dopo qualche
giorno, la valutazione
sull’opportunità di metterla in pagina cambiò da
parte della direzione
e mi rimase tutto nel taccuino. L’occasione era
stata la nomina
di Luzi alla presidenza del “Centro mondiale della
poesia” a
Recanati.
Perché ha accettato, professore, questo incarico? In
fondo non è poi
così importante!
“Ma io non vado in cerca di incarichi importanti. Il
“Centro
di studi leopardiani” è un’istituzione prestigiosa
che già si è resa meritevole
di importanti convegni e pubblicazioni. Il
presidente, on.
Franco Foschi, che è un politico, ma anche uno
studioso di
Leopardi, ha avuto l’intuizione di fondare un
“Centro mondiale della
poesia” di cui dovrei diventare presidente. In altre
parole i due
centri saranno collaterali e svilupperanno
iniziative sinergiche. In
particolare il “Centro mondiale della poesia” avrà
il compito di mettere
in moto un luogo di vita intellettuale moderna,
agile e fruttuosa.
Si tratta di accendere un piccolo faro in Europa in
questa fase della
vita civile che di luce ha tanto bisogno. Foschi ha
sempre avuto
l’ambizione di creare un punto di riferimento
culturale internazionale. Il Centro vivrà con la
collaborazione di casa Leopardi.
L’atmosfera di Recanati è quella giusta per
proiettare nel mondo il
senso di una cultura innovativa”.
Non le sembra un po’ velleitaria la cosa? Già
altrove iniziative simili
sono fallite. Perché esporre il suo nome al rischio
di una riuscita
zero?
“È vero, già altrove è stato tentato l’esperimento e
non ha
dato risultati. L’Unione internazionale dei poeti
aveva emanato un
suo Centro di diffusione della cultura, con
traduzioni, letture, messe
in scena, operando scambi con i vari centri
culturali d’Europa. Ma
l’iniziativa è fallita appena cominciata. L’on.
Foschi ha recepito l’idea
e ha alzato il tiro. Intitolare un’istituzione di
poesia a Leopardi è
una grande responsabilità, ma Foschi ha il senso del
rischio, e lo corre.
Finora le cose da lui messe in cantiere sono
riuscite. È stato anche
un buon ministro del lavoro, in uno dei precedenti
governi, non
ricordo bene.
Si tratterà di costituire un direttivo di cui dovrei
essere presidente.
Poi si vedrà”.
Ha in mente qualche iniziativa particolare, per
rendere operativo il
progetto?
“No, per ora mi sono stati chiesti i nomi del
comitato direttivo
da nominare e io glieli ho dati. Sono tutti “grandi”
che non arrivano
su un terreno sconosciuto: siamo nella terra e nella
casa di
Leopardi e tutti sono consci dell’importanza
culturale che ha
Leopardi nella tradizione italiana”.
Chi sono?
“Yves Bonnefoy, oltre che poeta, è un fine studioso
delle
arti del Rinascimento, per la Francia; Seamus Heaney,
grande
poeta irlandese per il mondo anglosassone (guarda
caso, di lì a un
mese avrebbe vinto il premio Nobel per la
letteratura. N.d.R.);
Josè Maria Valverde per la Spagna (sarebbe morto
l’anno dopo,
senza riuscire a venire in Italia. N.d.R.), poeta
esistenzialista cristiano
molto valido, insegna storia delle idee a
Barcellona. Resta
aperta l’area tedesca, ma sto pensando a Lars
Forssell (1928),
scrittore svedese di origine tedesca, di cui Giacomo
Oreglia ha tradotto in italiano un’antologia presso
Passigli (Poesie, 1990). È
un poeta civile che ha partecipato delle avventure
del mondo contemporaneo”.
Sono già stati interpellati?
Non ancora, lo saranno, ma non sono in grado di dire
chi accetterà
o no. Quando sarà formato il Comitato, ci riuniremo
periodicamente.
E organizzeremo appuntamenti per tutti, autori e
lettori.
Faremo iniziative letterarie e civili. Si tratterà
di studiare come leggere
il mondo, non solo dal punto di vista politico. Non
so se saremo
ascoltati, ma ci proveremo. Il primo obbiettivo è la
conoscenza
reciproca in Europa tra artisti che lavorano in modo
diverso. Le traduzioni
saranno fondamentali per conoscere il mondo creativo
contemporaneo”.
Ma lei Luzi è innamorato di Leopardi? Lei si
definirebbe un leopardiano?
“Leopardi è stato uno dei nostri più grandi poeti e
uomo di
cultura. È stato cosciente della modernità. È un
riferimento basilare
per ogni uomo di cultura. Specialmente leggendo lo
“Zibaldone”,
come è stato fatto per fortuna, e tutti i problemi
della convivenza
umana, di socialità, che il poeta ha sviscerato, ci
si rende conto di
quanto abbia anticipato la modernità. Ho venerazione
e affetto per
questo giovane che a 23 anni aveva già pensato tutto
quello che
c’era da pensare sul mondo. Un genio, una mente
universale di
tipo leonardesco. Il fascino del suo canto è che
dalla purezza emozionale
sale al pensiero, conscio di un’esperienza (leggere
“La ginestra”)
che arriva a fondere, unificare,
lingua-pensiero-canto, annullando
in anticipo molti dei quesiti pretestuosi che si
sono succeduti
negli anni.
Se leggiamo le ultime poesie di Leopardi, ci
accorgiamo
che la disgregazione tra naturalezza ed artificio è
già compiuta. È
il poeta più moderno anche rispetto a noi tutti.
Come Dante. Il
rapporto tra cose e lingua, tra idea e arte è più
contemporaneo delle
nostre idee contemporanee. Avendo questa possibilità
di lavorare
nel mondo della poesia e della cultura, che deriva
dal fatto
che lui ha vissuto a Recanati e che ci sono persone
che per lui
hanno una vera devozione, mi è sembrato giusto non
declinare
l’invito a mettermi in gioco”.
Perché non arriva il Nobel per Mario Luzi?
“Non lo so. Purtroppo per quel che riguarda la
proposta
che doveva partire dall’Italia, anche quest’anno non
c’è stata
chiarezza. Ci sono state incomprensioni, i rapporti
non sono stati
quelli giusti. Lo so da Giacomo Oreglia, operatore
culturale in
Svezia. Del resto il premio Nobel è fascinoso perché
è misterioso.
Quello che matura è imprevedibile. Sarebbe bello che
l’Italia
avesse un nuovo riconoscimento. Non mi riferisco a
me soltanto.
L’osservatorio degli accademici è globale. Sarebbe
ora che un italiano
ricevesse di nuovo la loro attenzione. Sono
vent’anni che
non accade. Io non ci penso. Se poi arriva…
Sinceramente devo
dire che non mi sembra la cosa più importante. Quasi
tutti gli
scrittori più impegnati nella scrittura e nella
vita, che hanno lasciato
una traccia che influenza e affascina i lettori, non
hanno ricevuto
il Nobel. Valore assoluto e premi spesso non
coincidono. Il
riconoscimento è una gratificazione più per il Paese
che lo riceve.
La parte economica non sarebbe che un di più e
sinceramente non
saprei nemmeno come spendere quei soldi.
Luzi, che cosa sta preparando ora?
“Ho cominciato l’anno scorso un lavoro teatrale,
spero di
portarlo a termine, su Benjamin Constant, che ho
sempre amato. Si
tratta di un dialogo sulla mancanza del tragico nel
mondo moderno.
Certo, vediamo e viviamo esperienze tragiche, ma
quello che voglio
dire è che nella nostra contemporaneità manca il
tragico, perché
manca il sacro, quindi manca il processo di
purificazione. È un tema
veramente ostico per la produzione scenica. Sono
incerto sul titolo:
se dedicarlo a lui o alla moglie Cecile”.
In altri incontri, Luzi mi ha parlato della sua
vita, dei suoi
dolori, delle passione per l’insegnamento. Mi ha
parlato di tante
cose, e anche io gli raccontavo di me, dei miei
viaggi, dei personaggi
che intervistavo. Mi parlava dei suoi poeti
prediletti, i francesi, da
Rimbaud e Baudelaire, fino ai contemporanei.
Una volta mi ha detto che gli piaceva molto appunto
Bonnefoy, ma anche Bernard Noële tra i classici
adorava
Mallarmée. Per quanto riguarda i poeti italiani,
aveva stretto amicizia
con alcuni giovani, tra cui Milo de Angelis. Gli
piaceva tenere i
contatti con i nomi che si “muovevano”: usava questa
parola per significare che cercava segnali di novità
nella scrittura poetica dei giovani.
La nomina a senatore ha un po’ sconvolto la sua
vita. Per
quanto ha tentato di continuare a fare le cose di
sempre, perseverare
nella scrittura fino alla fine, tuttavia ormai aveva
in mente che doveva
rendere un servizio al Paese e doveva andare a Roma.
Gli ho fatto una telefonata per fargli i complimenti
e mi ha
risposto: “È una cosa seria, è un altro lavoro.
Intendo farlo con impegno.
Dicono “senatore a vita”, ma in verità pensano a
“senatore a
morte”, data la mia età. Finché potrò, io dirò
liberamente ciò che
penso”. E infatti al Senato quando ci è andato ha
sempre chiesto di
intervenire. E le sue parole non sono state né
convenevoli né di circostanza.
Sono stati pensieri costruttivi per il Paese, ma
anche di
rampogna e di critica verso un Governo (quello di
Berlusconi) che
non stimava.
Ha detto che avvertiva un pericolo per l’Italia.
Quale pericolo?,
gli ho domandato. “Il pericolo è che gli
improvvisati politicanti
demoliscano tutto ciò che di buono è stato costruito
dal Risorgimento
ad oggi. È stato difficile raggiungere un senso
dello Stato radicato
nei cittadini e anche la consapevolezza del diritto
alla libertà. Ora
c’è al potere una classe dirigente faziosa. Non
importa a questi signori
il destino del Paese, a loro interessa solo il
contingente, fanno
leggi che valgono solo per oggi e pregiudicano il
futuro dei nostri ragazzi.
Il rischio è che se ne vada in fumo l’edificio
costruito nell’ultimo
millennio”.
Come ha detto scusi? Un millennio addirittura!
“Certo, il nostro Paese non è nato con le baionette
dei garibaldini,
è nato con la forza della lingua. E la lingua
italiana ha cominciato
a diventare nazionale dal Mille in poi. La strada è
stata lunga,
ma oggi siamo arrivati veramente ad avere una lingua
parlata dovunque
sul territorio. È la lingua che tiene unito un
popolo”.
Perché dice così?
“Perché ci sono persone che predicano e si danno da
fare per
arrivare a realizzare la disgregazione. Si parla di
federalismo, ma in
realtà non sanno cos’è: federalismo è avvicinamento.
Ma invece si muovono per attuare la divisione tra le
varie
parti del territorio. La gente non si rende conto,
con chiarezza, di qual è il pericolo. Io lo vedo e
tremo per il vostro futuro, perché io
non ci sarò”.
Un altro giorno sono andato a trovarlo a casa. Non
stava tanto
bene. Era coperto con due maglioni: un golf di
cachemire sotto e
un bel cardigan pesante con i bottoni grossi tipo
giaccone. Quella
volta gli ho chiesto quale fosse il libro che amava
di più tra quelli
scritti. Mi ha risposto che era il “Viaggio
terrestre e celeste di
Simone Martini”. Si era proprio identificato con il
pittore, in quanto
sia quello, sia lui avevano dedicato la loro vita
all’arte. Non ho detto
niente, non ho commentato. Ma dal mio viso forse ha
capito che
non condividevo. Perché per me il suo più bello, più
nuovo, più levigato,
più leggero, più ispirato da un senso di grande
pietas per
l’uomo debole, ma arrogante è “Per il battesimo dei
nostri frammenti”
(1985).
Qui, ora, voglio chiudere citando alcuni versi di un
poemetto
che ho sempre considerato straordinario per afflato
lirico e senso
civile. Si intitola “Presso il Bisenzio” e si trova
nel libro “Nel magma”
del 1963 (ora inserito nel II volume di “Tutte le
poesie”
(Garzanti, 1979) che ha per titolo “Nell’opera del
mondo” (pagg.
67-70). Chiude così: “Non potrai giudicare di questi
anni vissuti a
cuore duro,/ mi dico, potranno altri in un tempo
diverso./ Prega che
la loro anima sia spoglia/ e la loro pietà sia più
perfetta”. Francesco
Flora ha coniato per lui e altri del primo Novecento
l’aggettivo ermetico,
identificando tutta una generazione di scrittori, a
cominciare
da Ungaretti, come appartenente all’ermetismo. Ma la
definizione
per Luzi è stata abbastanza fuorviante. Perché anche
il primo libro
“La barca” (1935) tanto ermetico non è. Ma questo è
un altro discorso.
Finisco, quindi, dicendo che ho amato la poesia di
Luzi e la
amo. Quel che trascina è il suo tentare di
innalzarsi sempre un po’ di
più, di commisurare la vita al sacro, ben conscio
che l’uomo è esposto
alla sconfitta, alla caduta, all’errore. Una
corrente spirituale che
contagia, anche quando il modo di vedere e di
sentire è magari proprio
l’opposto. Ma non è questo il carisma del grande
poeta, del
“vate”? E per chi si può usare questo appellativo
mitico, che compendia
valori lirici e valori civili, se non per Mario
Luzi?
* Dice di sé:
Ottavio Rossani. Giornalista al “Corriere della
Sera”. Laurea in Scienze
politiche e sociali. Come inviato speciale, ha
viaggiato in Italia e nei diversi
continenti, soprattutto in America Latina, firmando
reportage, interviste, analisi su questioni e
personaggi della politica, del costume,
della letteratura. Ha pubblicato una decina di
libri. Poesia: tra gli altri,
“Le deformazioni” (Campironi, 1976), “Falsi confini”
(Xenia, 1989),
“Teatrino delle scomparse” (Periferia, 1992),
“L’ignota battaglia” (Iride-Rubettino, 2005). Il romanzo: “Servitore vostro
humilissimo et devotissimo”
(Bonanno, 1995). Saggi: tra gli altri, “L’industria
dei sequestri”
(Longanesi, 1978), “Leonardo Sciascia” (Luisé,
1990), “Le parole dei
pentiti” (Datanews, 2000), “Stato società e briganti
nel Risorgimento italiano”
(Pianetalibro, 2003). Ha curato alcune regie
teatrali e diverse mostre
personali e collettive dei suoi quadri (acrilici) in
Italia e all’estero.
Da ottobre 2007 è responsabile del blog dedicato
alla Poesia sul
“Corriere della Sera on-line”, il primo nel mondo su
un quotidiano elettronico.
|
GIORGIO
BASSANI
La poesia è delle anime
vergini, degli angeli, di chi crede.
Naturalmente noi non viviamo
più all’età d’Omero, e quindi
ci è difficile trovare
qualcosa in cui credere.
Ma ad ogni modo, per essere
poeti bisogna tornare
a una necessaria condizione
d’ingenuità.
(Da “ Di
là dal cuore – Da una prigione”,
1940-1950)
|
|