AMARCORD

A FIRENZE, QUEL PICCOLO STUDIO DI LUZI

SOMMERSO DA LIBRI, QUADERNI E CALEPINI


Dopo gli incontri, le conferenze, le lezioni parlava con tutti,

singolarmente. Con chiunque aveva un atteggiamento di

apertura totale e di parità


 

Cristina Tagliabue*



Dicevano di un grande attico con terrazzo, affacciato all’Arno. In realtà, era un piccolo appartamento, al quarto piano di una palazzina con ascensore, con poche stanze, senza tappezzeria. Pareti intonacate di bianco, e piastrelle per terra. E poi uno studio, un lungo corridoio, una cucina umile e un “tinello” che non usava mai, e che rispolverò solo negli ultimi anni, per farci accomodaregli ospiti. L’Arno si vedeva, certo, ma a malapena, sporgendosi un po’ dal balcone.

Mario Luzi era così. Un uomo semplice. Aveva lasciato che il telefono rimanesse fuori dalla stanza dei suoi pensieri. Quella in cui leggeva e scriveva. Per un certo periodo si servì anche di una segreteria, che lo aiutava con le telefonate. “Fuori, fuori, il mondo della comunicazione” ripeteva. Che non gli piaceva affatto, ma di cui si preoccupava eccome. “Bastava passassero due giorni in cui non veniva cercato, che si domandava: che succede?” ricorda mia zia, Paola Sivieri.

Senza voler nulla in cambio, e senza pretesa alcuna, Luzi dal suo studio dava indicazioni. Caproni sì “anche se gli manca lo sfociare…”, e poi Zanzotto, altro suo amico. “E poi i russi, le poetesse russe… bisognerà affrontarle per forza”. Seduto dalla poltroncina del suo studio pensava, parlava. Dei suoi colleghi, anche, per cui nutriva affetto e stima, ma di cui riusciva sempre a trovare un piccolo difetto. Un particolare della poetica che non gli andava giù...

Al suo fianco, nella condizione di ascoltare, un’altra poltroncina per gli avventori. In mezzo, un tavolino per appoggiar la cenere delle sigarette. Quelle poche che fumava ancora, dopo una gioventù – diceva – da accanito tabagista. Attaccato alla finestra, un grande tavolo moderno, di cristallo, con le gambe in legno. Accatastati sopra, disordinatamente, fogli su fogli su fogli. Lettere, quaderni, calepini ovunque, anche sul pavimento, impilati in mezzo
ai libri, impilati in mezzo allo studio, tanto da non lasciare quasi spazi per deambulare. La libreria non era neppure così grande. Quella dello studio, alta quanto la stanza, era semplice, di legno, con volumi in tripla fila. Poi c’era un’altra libreria in tinello. E tuttavia lo spazio non bastava mai.

Anche se il “maestro” aveva donato alla città di Pienza – ne era cittadino onorario – tutti i suoi libri, la carta continuava imperterrita ad arrivare, autografa dai suoi amici autori o, semplicemente, per essere letta e vagliata. La carta era la materia specifica che occupava più spazio, in quel piccolo luogo di Firenze, così umilmente pubblico, così riservatamente aperto.

“Dopo gli incontri, le conferenze, le lezioni parlava con tutti, singolarmente, alla pari. Con chiunque gli rivolgesse la parola, aveva questo atteggiamento di apertura totale e di parità – mi tramanda la zia –. Avrebbe potuto esser ospitato in qualunque luogo, ma amava passare le sue vacanze a Pienza. Dove salutava chiamando le persone per nome, e dove dormiva nella calma di un monastero prima, e di un piccolo appartamento poi. Seguito solo da una suora che gli preparava il pranzo”.

Seppur magro, a Luzi piaceva la tavola. I carciofi erano la sua passione, cucinati in qualsiasi modalità. “Mia madre era una donna di casa, mio padre un ferroviere. Una famiglia con il privilegio della Toscana: come siamo stati fortunati, che bello aver vissuto in queste terre”. Anche i bicchieri, la sera, erano sapori delle sue parti: sempre e solo la Vernaccia di San Gimignano. Un calice poco costoso, che a comprarlo nei supermercati viene 10 euro. E nei ristoranti dove si recava, a Pienza, 20 la bottiglia.

La mattina, invece, il caffè e il radiogiornale delle sette.

I quotidiani non erano necessari. Ogni tanto si lamentava di quel signore che gli ricordava un altro signore che parlava dal balcone. In generale, non gli piaceva ascoltare le sue parole amplificate dai media. Sembrava spaventato dai meccanismi della televisione, assente dalla sua abitazione, dove rari erano anche i giornali.

Prendevano le sue piccole lamentele, le strumentalizzavano. Come accadde con il Nobel tanto agognato e mai arrivato. “Ci rimase male, certo, ma non per Dario Fo – ricorda zia Paola –. Gli sarebbe piaciuto che la sua poesia fosse conosciuta in tutto il mondo, per questo soffrì. Il fatto è che non aveva nessuno che curasse i suoi interessi in Svezia, né tanto meno all’estero. Era solo, con le sue forze, e spesso incapace di occuparsi delle pubbliche relazioni. Come quando scoprì che i suoi risparmi si erano volatilizzati insieme al consulente finanziario… era amareggiato, si sentiva in colpa. E d’altronde, non c’era una persona che si occupasse davvero di lui, e lui non sapeva mai dire di no, a nessuno”.

Forse ne patì, di solitudine, o forse no. Non gli mancavano amici tra i poeti e i letterati, e poi aveva due compagne alle quali molto teneva. Una donna di Genova, e l’altra, instancabile, la scrittura.

Viaggiava molto, ma scriveva sempre, da ovunque. A casa, la regola era l’esercizio mattutino. Il pomeriggio passeggiava, e la sera la Vernaccia. Meritata dopo aver camminato ore sulle sponde dell’Arno, con quel golfino sempre allacciato alle spalle.

“Ehi Mario” gli faceva chi lo conosceva. Tra tutti i passanti, si intratteneva soprattutto con gli artigiani. A chi lo accompagnava nei suoi percorsi, faceva osservare il rimestìo e il luccicore delle acque che riflettevano il sole. Oppure le montagne: “guarda le catene dell’Orcia – diceva – nel loro instancabile andamento”.

“Si innamorava delle parole, e anche dei suoni delle parole – racconta zia Paola – Ricordo un giorno in cui lo portammo in auto da amici, fuori Milano. Passammo per un paese, Boguggiate. Beh, Luzi se ne innamorò, del suono di quel posto, e per tutto il viaggio continuò a ripetere, con diversi accenti e inflessioni, quasi come un bambino:
Bo-gù-ggia-te, Bògu-ggiate, Bo-gug-gìa-te…”.

Anche nei momenti più tristi, chiudeva ogni discorso dicendo “la vita è un prodigio”. Si spense una mattina, con il sorriso in volto. Lo ricordiamo così, come aveva scritto: “Mondo, non sono circoscritto in me”. E poi con un’altra frase, che aveva scelto per il corso di poesia russa. “E non sia nostalgia, ma desiderio”.

Note a margine: Mario Luzi ha tenuto diverse lezioni al Centro Coscienza di Milano, nonché coadiuvato Paola Sivieri, mia zia, per le sue lezioni sulla poesia del Novecento. Per questa sua presenza, disinteressata e amichevole, la mia famiglia gli sarà sempre grata.


* Dice di sé:
Cristina Tagliabue. Giornalista professionista. Ha quasi 35 anni; compila un blog tutti i santi giorni, e i temi a lei cari sono cultura, creatività e i ritratti di personaggi – famosi e non. Nel 2007 ha vinto il Premio Giornalistico Ischia Giovani. Scrive nella pagina “Media” de Il Sole 24 Ore, e si occupa di una pagina titolata “Creatività” su Nòva24. Scrive inoltre per il Corriere Economia e Corriere della Sera Magazine. Nel gennaio 2007 ha pubblicato un saggio insieme ad Enrico Ghezzi: “Blobblog. Linguaggi mediatici da Blob ai Blog”. Ha tenuto seminari di scrittura all’interno del corso di Letteratura Contemporanea di Pavia, organizzati insieme alla rivista universitaria “Inchiostro”. Nel suo passato ci sono ruoli manageriali e gestionali. Caposervizio a Milano Finanza. Direttore editoriale di Altavista.it. Direttore editoriale dei contenuti della Telecom Italia Mobile. Ora, autrice e responsabile solo di se stessa, semplicemente, scrive.






La Barca gli rende onore


Mario Luzi, poeta e scrittore.

(Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005)


È considerato uno dei fondatori dell’ermetismo e uno dei maggiori poeti italiani contemporanei. I suoi esordi letterari risalgono agli anni ’30 (“La barca”, 1935), quando comincia a frequentare altri giovani poeti della scuola ermetica (Bigongiari, Parronchi e Bo) e collabora a riviste d’avanguardia come “Frontespizio” e “Campo di Marte”.

Nel 1938 inizia l’insegnamento alle scuole superiori e nel 1955 gli viene assegnata la cattedra di letteratura francese alla Facoltà di Scienze Politiche di Firenze. Scrittore prolifico, pubblica diverse raccolte di poesie, poemetti e testi teatrali.

In occasione del suo novantesimo compleanno è nominato senatore a vita della Repubblica italiana.

A Luzi è intitolato il Centro studi “La Barca”, costituito nel luglio del 1999, per raccogliere, custodire e divulgare gli oltre diecimila volumi ed il materiale d’archivio donati dal poeta fiorentino al Comune di Pienza, di cui è cittadino onorario.

Frase celebre: “Bisogna fargliela conoscere, proporgliela, fargliela leggere ai giovani, la poesia. Bisogna creare occasioni di scoperta e di novità. Non si può dire che, soprattutto in questi ultimi anni, non lo si faccia. Ma l’esito è comunque incerto”.





 

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