AMARCORD
LA MIA VECCHIA, ABBAGLIANTE,
AVVENTURA AL GIORNO
Il quotidiano usciva da una crisi pesantissima. Se non fosse
stato così,
Zucconi e io non saremmo certo stati chiamati
alla sua guida
Pierluigi Magnaschi*
Il mio periodo magico nel giornalismo si è
verificato tra 1980 e
il 1984, quando ero lo scatenato braccio destro di
Guglielmo
Zucconi alla direzione de “Il Giorno”. Con Zucconi,
mio vero
maestro di giornalismo e forse anche un po’ papà,
che aveva anche
le pazienze e le indulgenze di un nonno, avevo
lavorato nel decennio
precedente, prima come suo redattore capo al
settimanale
“Tempo illustrato” e poi come suo direttore
responsabile al settimanale
“La Discussione”. Due avventure giornalistiche
realizzate
con pochi mezzi, ma che avevano avuto un grande
successo, tant’è
che entrambe le testate (alla fine, e proprio a
causa del loro successo)
ci furono scippate da coloro che, ritenendo che le
più alte
vendite fossero frutto del caso e la maggior
diffusione fosse stata
conseguita una volta per sempre, una volta presele
in mano, le fecero
poi morire.
“Il Giorno”, che era stato fondato da Gaetano
Baldacci e
che, quando ero piccolo, era anche stato il mio
primo quotidiano,
usciva, agli inizi degli anni Ottanta, da una crisi
pesantissima.
Se non fosse stato così, sia Zucconi sia io, non
saremmo certo
stati chiamati alla sua guida. Nel giro di pochi
anni, infatti, “Il
Giorno” aveva perso quasi tutte le sue grandi firme
che erano state
risucchiate dall’allora più glamour e remunerativo
“La Repubblica”
che, proprio allora, sotto la guida di Eugenio
Scalfari, stava prendendo
il volo. Se ne erano andati molti pesi massimi fra i
quali
Gianni Brera, Giorgio Bocca, Bernardo Valli, Natalia
Aspesi,
Alberto Arbasino, Pietro Citati, Gianni Locatelli.
L’allora inviato internazionale
di punta, Paolo Bonaiuti, se ne era andato a “Il
Messaggero”.
Negli anni Settanta, gli anni del grande flop de “Il
Giorno”,
il pur straordinario Gaetano Afeltra, corrierista da sempre e fino al
midollo, nel dirigere il quotidiano milanese di via
Fava, aveva purtroppo
voluto farne una sorta di “Corriere della Sera”. Era
il peggio
che si potesse fare di un giornale che era nato e
vissuto proprio per
essere l’anti-Corriere. Non solo nella linea
politica, nel mix e nella
graduatoria degli argomenti, ma anche nella forma grafica.
Il fondatore del “Il Giorno”, Gaetano Baldacci,
quando analizzava
criticamente il suo quotidiano (e lo faceva ogni
giorno, di
prima mattina) diceva ai suoi collaboratori: “Se
abbiamo una prima
pagina uguale o simile a quella del Corriere
dobbiamo chiederci
dove abbiamo sbagliato”.
Arrivando, con Guglielmo Zucconi, in via Fava, ero
convinto
che dovevamo, anche noi, porci ogni giorno lo stesso
interrogativo.
Sia pure tenendo conto del tempo passato, dovevamo
precipitosamente
tornare alle origini. Le caratteristiche originali
del Giorno
erano, infatti, una prima pagina-vetrina con titoli
essenziali, composti
in stile Century. La prima pagina inoltre doveva
essere sempre arricchita
da ampie e significative foto a colori, con articoli
brevi, che
finivano sempre in prima pagina.
Afeltra invece, per aderire al modello Corriere
(che, non a
caso, aveva costruito lui stesso in tanti anni di
straordinario lavoro in
via Solferino) aveva finito per togliere persino le
foto a colori. E le
foto in bianco e nero le pubblicava inoltre molto
piccole, come se
fossero dei riempitivi (“macchiamo un po’ qui con
una foto”, diceva
al suo proto, di notte, nel salone della
tipografia): si comportava
come se le foto fossero dei riempitivi e non dei
documenti spesso
più importanti dei titoli e dei testi.
Afeltra non solo aveva mandato in soffitta lo stile
Century
nei titoli, ma lo aveva addirittura sostituito con
l’austero e vecchissimo
Bodoni. Aveva cioè cambiato uno stile che oggi
chiameremo
da rapper (e che poi, spesso con ritardo di decenni,
è stato adottato,
con poche variazioni, da quasi tutti i quotidiani
italiani) con quello,
il Bodoni, che era, per capirci, il carattere di
riferimento per un segretario
comunale con il pullover di lana grigio scuro sotto
una giacca
con la toppa nera sui gomiti.
Perse le sue specificità, che un tempo erano
dissacranti, “il
Giorno” entrò inevitabilmente in vite e l’emorragia
di lettori divenne
sempre più imponente.
Quando arrivammo in via Fava ci rendemmo, perciò,
subito
conto che il giornale andava immediatamente portato
in sala di rianimazione. Il primo giorno che misi i
piedi in redazione proposi
quindi di mettere in prima pagina la notizia, con
relativa foto a colori,
del mega concerto, a San Siro, di Miguel Bosè che,
allora, era
l’idolo delle adolescenti. Un giornalista importante
della vecchia
guardia mi chiese, allora, con l’aria accigliata di
un preside d’altri
tempi: “Ma chi è ‘sto Miguel Bosè?”. Mi resi subito
conto che se il
Giorno si era inabissato, non era per caso. Questo
giornale, un tempo
irriverentemente garibaldino, adesso aveva la
flebite, portava il
pannolone ed era adatto ad accogliere la pubblicità
del callifugo
Ciccarelli .
I mali di cui “Il Giorno” allora soffriva erano:
1) la caduta in verticale delle vendite;
2) la perdita di peso politico del giornale (non
pungolando
più i politici, costoro, sapendo che il quotidiano
era delle
partecipazioni statali, se ne servivano per i loro
soffietti,
come se fosse la Rai, salvo poi, come capita sempre
in
questi casi, disprezzarlo);
3) la disaffezione della proprietà (l’Eni), che non
più sapeva
che farsene di un quotidiano che perdeva, ogni
anno,
un
sacco di soldi e che era nato nei tempi corsari di
Enrico
Mattei, che non a caso si erano conclusi
con un jet
che
esplode nel cielo di Bascapè, a pochi chilometri da
Linate;
4) la paralizzante sindacalizzazione corporativa dei
giornalisti,
quasi tutti (quelli impegnati nei corridoi) di
estrazione
socialista;
5) l’indisponibilità di mezzi per fare nuove
assunzioni, che
sarebbero state necessarie per dare la sveglia a
una
redazione
pesantemente assopita, acritica ed autoreferenziale.
La prima domanda che mi posi, mettendomi con Zucconi
alla guida de “Il Giorno”, era: debbo andare alla
ricerca dei lettori
che, scontenti della normalizzazione del Giorno, se
ne erano andati
perché il giornale, un tempo era effervescente,
adesso aveva perso
tutte le bollicine?
La risposta che mi diedi era: no. Ero (e sono)
convinto che i
lettori che se ne erano andati, avevano abbandonato
la testata definitivamente.
I lettori infatti intrattengono sempre, con il loro
quotidiano,
un rapporto di tipo matrimoniale. Divorziano solo
due o tre anni
dopo che si sono accorti che stanno male con il loro
partner. Però,
quando hanno divorziato, è quasi impossibile che
ritornino sui loro
passi. Il rapporto dei lettori con un settimanale (e
ancor di più con un mensile) è invece di petting. Se
vanno in edicola per acquistare
“Panorama” e vedono che “L’Espresso “ ha una
copertina più interessante
(o un gadget più appetitoso) lasciano “Panorama “
per acquistare
la testata concorrente. Ma poi, la settimana,
successiva, tornano
sui loro passi. Si trattava, quindi, di inventare un
giornale nuovo,
in sintonia con i giovani di quel tempo.
Per prima cosa, anche perché Zucconi mi aveva
lasciato carta
bianca sulle soluzioni concrete, affrontai il
problema grafico con
l’aiuto di un vecchio e giovanissimo grafico,
Vittorio Crucillà (adesso
lo chiameremmo art director). Crucillà era vecchio
perché si truccava
da vecchio più di quanto fosse, e poi perché diceva
che era vicino
alla pensione. Crucillà, però, era anche
giovanissimo perché era
un geyser di novità che, mortificate durante la
direzione di Afeltra,
che lo lasciava sbizzarrire solo nel supplemento
sportivo del lunedì,
zampillavano fresche e coloratissime dal suo fascio
di pennarelli
Lampostil che sceglieva con la rapidità e la cura
con la quale un pianista
di jazz sceglie i tasti da battere.
Crucillà era più dissacrante e impertinente di me
che, dalla
mia, avevo almeno l’attenuante della giovane età.
Dovevo perciò
calmarlo nelle sue innovazioni. Gli dicevo: “Non
devi ficcare tutta
la tua fantasia in una sola pagina. Lasciane un
po’di scorta”. Entrambi
però concepivamo le pagine del Giorno come se
fossero fatte di
Pongo, da plasmare senza pregiudizi, in funzione,
solo, delle necessità
del momento e con l’unico scopo di tenere desta
l’attenzione dei
lettori.
Crucillà disegnava le pagine in modo velocissimo,
cantando
a squarciagola canzoni impossibili in una lingua
anche a lui sconosciuta
e sicuramente mai esistita. Io gli davo indicazioni
precise. Lui
mi stava ad ascoltare con grande attenzione e
docilità e poi faceva
quello che voleva, ma sempre molto meglio di come
avevo pensato
io. Avendo sempre amato circondarmi sul lavoro di
persone più brave
di me (almeno nel loro specifico settore), non solo
lo lasciavo
fare, ma lo incoraggiavo anche.
Dalla sua mente felice da Archimede Pitagorico della
grafica
uscivano capolavori a getto continuo. Nessuno lo
dice, forse anche
perché pochi lo sanno, ma il giornalismo italiano
deve moltissimo
a Vittorio Crucillà, la cui genialità meriterebbe di
essere ricordata
nei libri di storia del giornalismo e celebrata dai
giornalisti di
oggi. L’R2 di “La Repubblica”, ad esempio, nato
trent’anni dopo,
deve molto, forse inconsapevolmente, alla grafica di
Crucillà. E cosi
anche la nuova “Stampa” di Giulio Anselmi. Anzi,
queste due testa te, che pure, dal punto di vista
grafico, sono le migliori oggi in Italia,
sono, ancora oggi, delle copie timide di ciò che
Crucillà faceva sulle
pagine-Pongo del Giorno dei primi anni Ottanta.
Non sapendo che le cose erano impossibili, noi le
facevamo.
Molti vecchi lettori ricordano ancora adesso una
foto a colori enorme
che occupava tutta la parte alta della prima pagina
del Giorno e
che riprendeva una ruspa che stava schiacciando una
montagna di
arance che venivano distrutte, su ingiunzione della
Comunità
Europea, a causa della sovrapproduzione di agrumi.
In occasione
dell’attentato al Papa feci un ulteriore passo
avanti, dedicando l’intera
prima pagina a una sola foto a colori, quella del
Papa in fin di
vita.
Scelte di questo tipo, per i giornali di allora,
costituivano
l’impensabile. A tal punto che ancora oggi, i
quotidiani italiani (anche
quelli in formato tabloid) non osano ancora fare la
prima pagina-copertina, con una sola foto, un grande titolo e
solo qualche modesto
richiamo. Chissà quanti anni ancora ci vorranno per
vedere il
moderno, irrompere anche sulle prime pagine dei
grandi quotidiani
italiani che sono tutt’ora alla ricerca, come è
d’uso in Italia, di una
improbabile “terza via” che, come al solito, riesca
a conciliare gli
opposti.
La rivoluzione “al Giorno” la facemmo con i fichi
secchi.
Non potevamo assumere. Non dico le grandi firme, ma
nemmeno i
praticanti al minimo di stipendio. Mi misi perciò a
guardarmi in giro
negli angoli della redazione alla ricerca di
giovanissimi giornalisti
che erano stati mortificati nella loro creatività
dai burocrati giornalisti
che, grazie alla loro maggiore anzianità, potevano
permettersi di
castrarli.
Il primo a fare le spese di questa austerità, del
resto, fui io
che, ingolosito dall’avventura, accettai di farmi
assumere alla condirezione
de “Il Giorno” per un tozzo di pane onnicomprensivo.
Se mi
avessero solo pagato gli straordinari sarei
diventato un nababbo. Di
fronte alle mie proteste, Guglielmo Zucconi, che
sapeva come nessun
altro indorare le pillole, mi disse, sgomento, con
l’aria sorpresa di un
amico che non si aspettava di vedere protestare chi
aveva beneficato:
“Ma come, Pierluigi, proprio non ti capisco. Sei già
intelligente e
vuoi anche essere ricco? Ma dai!”.
Tenendo presente che i quotidiani italiani dei primi
anni
Ottanta erano confezionati come se si dovessero
informare dei lettori
simili ai personaggi ottocenteschi delle “Veglie di
Neri” di Renato
Fucini, e partendo dalla constatazione che tutte le
famiglie italiane possedevano un televisore, decisi,
primo giornale in Italia, di inventare,
per reazione al tran tran de “Il Giorno” di allora,
una pagina televisiva
che non s’era mai vista prima . Non era una pagina
di critica
televisiva, ma di cronaca televisiva. Volevo una
pagina che raccontasse
i retroscena, pedinasse i personaggi, descrivesse le
risse o
le semplici rivalità, ricostruisse le cordate fra
manager ed artisti, fra
giornalisti e partiti.
Destinai allo scopo un giovanissimo praticante che
poi è diventato
un’autorità nel settore, Paolo Martini, che ben
presto si trasformò
in un fulmine di guerra che faceva tremare tutti i
grandi papaveri
della tv o che, ingolositi dalla quella pagina fuori
dal comune,
chiedevano insistentemente attenzione per loro o per
i loro programmi.
Anni dopo, Silvio Berlusconi, che in quegli anni
partiva
con le sue tv commerciali, mi disse che il mattino,
appena si svegliava,
voleva “Il Giorno” per leggere subito “che cosa
aveva scritto
quel cancro di Martini”.
Gigi Moncalvo, invece, era il mio inviato di punta,
quello
che riusciva sempre dove gli altri assopiti inviati
del giornale avevano
fallito. Quando, nel primo pomeriggio, l’inviato che
era stato tirato
giù dal letto per andare su un fatto, comunicava
alla redazione
che i parenti dell’assassinato non erano in casa,
che le foto della vittima
non si trovavano, che la faccenda poi, a dire il
vero, si era di
molto sgonfiata, io facevo immediatamente partire
Gigi Moncalvo
che andava sul posto, recuperava interi album
fotografici, faceva
parlare tutti i parenti, spremeva il maresciallo dei
carabinieri e intervistava
anche la gente al bar .
Poi, di getto, scriveva il pezzo e, il giorno dopo,
aveva il materiale
per continuare a tener vivo l’evento. Moncalvo mi
portò (ed
io pubblicai) persino l’elenco dei prezzi che, senza
ritegno né pudore,
l’èquipe giornalistica Rai, che seguiva il Giro
d’Italia, chiedeva
alle società commerciali che volevano comparire in
tv senza passare
per la Sipra, la concessionaria della Rai per la
pubblicità. Bastava
che pagassero loro, sia pure molto meno. Nel listino
dei giornalisti
Rai, che sembrava redatto da un ragioniere tanto era
dettagliato, c’era
di tutto: ripresa della scritta della ditta sul
cappellino del ciclista
con la visiera alzata, tot; con la visiera
abbassata, tot; della scritta sul
petto del ciclista, tot; dello striscione
pubblicitario attraverso la strada, tot; dell’insegna della ditta sulla fiancata
dell’auto, tot; sulla
portiera, tot. Mi sembrava una scandalo di
proporzioni inaudite. Ma
anche allora non successe niente. Tutto fu sepolto
in un fragoroso silenzio. Moncalvo, inoltre, fu il
primo giornalista italiano a sostenere
(spalleggiato immediatamente dal suo giornale) la
tesi che Enzo
Tortora era innocente mentre tutti gli altri
quotidiani esibivano il
pollice verso con tracotante sicurezza.
Mandai, poi, Moncalvo a Palazzo di Giustizia di
Milano
dove, già allora, molto prima della vicenda “Mani
pulite”, funzionava
il pool dei cronisti giudiziari che si coprivano le
spalle a vicenda
scrivendo tutti le stesse cose e, ad esempio, pur
non andando a lavorare
il sabato e la domenica: molti di loro si facevano
pagare i due
giorni come se fossero stati presenti. Per riuscire
in questa impresa
si mettevano d’accordo, lasciando, il venerdì sera,
in redazione, i
due pezzi da pubblicare nel week end, con l’assoluta
certezza che
non sarebbe uscito altro da Palazzo di Giustizia.
Moncalvo entrò a
Palazzo di Giustizia di Milano, senza vincoli di
cordata. Dava le notizie
che trovava. E ne trovava tante. Seminò il panico
fra i colleghi
(loro, però, non lo consideravano tale e quindi non
gli rendevano
nemmeno il saluto). Intanto Moncalvo, al Giorno,
faceva crescere le
vendite.
Per “Il Giorno” cominciò, con me, a scrivere anche
un altro
giovanissimo giornalista, poi, anche lui, ne farà,
di strada. Era
Massimo Franco, attuale notista politico del
“Corriere della sera”.
Era un lavoratore scrupoloso, attento, disincantato,
libero, autorevole
fin da piccolo. Le sue cronache politiche
(sorpresa!) si leggevano
di un fiato. Non erano redatte in politichese.
Parlavano ai lettori più
che agli addetti ai lavori. A quel tempo,
costituivano una novità assoluta.
“Il Giorno” era esposto con tanto di bacchetta di
legno per
non farlo rubare, nell’ultima stanza della sala
stampa di Montecitorio,
assieme ai negletti giornali regionali. Un paio di
anni dopo, un cronista
mi telefonò da Roma per dirmi che si era accorto che
“Il
Giorno” era passato nella prima stanza, in mezzo ai
giornaloni, e la
sua copia era sdrucita dalla consultazione.
Considerai questa notizia
come l’uccello che Noè vide dalla sua Arca.
Sull’imponente cronaca milanese vegliava il
siciliano insonne,
Enzo Catania. Pur avendo famiglia, viveva
praticamente al giornale.
Scriveva a raffica, a periodi brevi e ficcanti,
senza mai correggere
nulla. La notte che assassinarono a Palermo il
generale Dalla
Chiesa, Catania si mise a scrivere in tipografia.
Riempì (ancora oggi
non credo sia possibile) una pagina intera del
giornale nel giro di
un’ora.
E sulla cultura vigilava Claudio Altarocca, un
bolognese raffinato
e popolare, che veniva dalla ricerca universitaria e
che, essendo veramente colto, non faceva l’erudito.
Commentando i pezzi contorti
di certi collaboratori che, con il mio consenso,
faceva slittare
nel cestino della carta straccia, diceva: “La
cultura è come la marmellata:
meno la si ha e più la si spalma”.
Massimo Fini non potevo assumerlo per motivi
economici. Ma
quando seppi che era rimasto a piedi, per la
chiusura di un settimanale
della Rusconi, gli offrii subito di collaborare.
Allora nacque il Fini, che
è diventato famoso, grande e intelligente polemista,
urticante bastian
contrario. Sbavava, comprensibilmente, per fare il
commentatore. Io
allora gli imposi di fare un’inchiesta sul campo
ogni sei commenti.
Prendere o lasciare. Per mia fortuna, prese. Fece,
ad esempio, un’inchiesta
su Milano2, la nuova città che allora era stata
realizzata da
Silvio Berlusconi. Descrisse, in più puntate, la
noia delle signore abbandonate
in una periferia di lusso, la vita sudata nelle
palestre, gli incontri
sconsolati al bar, le anatre del laghetto che,
avendo le piume delle
ali tagliate, non avrebbero dovuto scomparire e
invece se ne erano
ugualmente andate ma, forse, in una casseruola.
Il giovanissimo sociologo e sondaggista Enrico Finzi,
da me
scoperto per caso, scandagliava per “Il Giorno” il
nuovo che si stava
muovendo nella società italiana. Non solo in
politica, ma soprattutto
nei consumi, nelle mode, nelle scelte di vita. Non
si era mai visto
trattare, in modo popolare, ma anche
scientificamente ineccepibile,
tematiche di questo genere su un quotidiano.
Sul Vaticano feci scendere in pista un altro giovane
giornalista,
Silvano Spaccatrosi, che ben presto si rivelò essere
uno scrupoloso
cronista dall’interno delle mura leonine. Il
vaticanista titolare
invece scriveva come se fosse un papa, mandando
messaggi importanti
alla “comunità ecclesiale” (questo lo diceva lui, ma
io non me
ne accorgevo, leggendo i suoi pezzi da mal di
testa). Gli ripetei più
volte che mi sarei accontentato che fosse riuscito a
farsi capire da un
professore di scuola media. Per fortuna andò a
mandare i suoi messaggi
da un altro giornale. E Spaccatrosi poté continuare
a scrivere
le sue cronache comprensibili senza più essere
disturbato da un saggista
tronfio che parlava a se stesso e, forse, ai suoi
pochi amici.
Inventai tormentoni tipo: “Mio padre” nel quale
scrittori e
giornalisti scrivevano i loro ricordi sul genitore.
Erano pezzi divorati
dai lettori. Ricordo lo scrittore Enrico La Stella,
figlio di un colonnello
del regio esercito, che, raccontava che, quando da
bambino
disubbidiva, veniva esposto fuori dalla finestra
della sua abitazione
al quinto piano, dal padre urlante che lo reggeva
per la camicia. Capì
perché era cosi frastornato. In quegli anni,
inoltre, stava esplodendo la musica leggera,
genere allora assolutamente non considerato dagli
altri grandi quotidiani.
Assunsi, per poche lire, un altro giovanissimo
praticante. Si
chiamava Marco Mangiarotti. Scriveva bene, forse fin
troppo. Ma i
suoi pezzi erano pieni di emozioni. Gli dissi: “Tu,
d’ora innanzi,
devi scrivere solo di musica leggera. Ma non fare
l’esteta. Lo fanno
già, con esiti ampiamente deludenti per noi, e
mortificanti per loro, i
direttori d’orchestra falliti che, non essendo
riusciti a dirigere alcunché,
si sono messi a scrivere da critici musicali. Da te
invece voglio
fatti, cifre, dichiarazioni, aneddoti (oggi si
chiamano gossip) e anche
foto originali (gratis, ovviamente)”.
Da quel giorno, la musica leggera entrò a vele
spiegate nelle
sonnacchiose pagine degli spettacoli del Giorno,
nelle quali i critici
gallonati e sussiegosi cominciarono a soffrire come
delle bestie.
Infatti un giorno, io, che scoppiavo di salute, fui
atterrato da furibondi
calcoli renali, evidentemente propiziati dalle loro
benedizioni.
Mi avevano ciccato, come si diceva allora. Ma non
riuscirono a farmi
fuori.
Nelle pieghe della cronaca di Milano del Giorno
lavorava
un altro giovane praticante, Andrea Marini. Era
irrequieto, sveglio,
rapido, con l’occhio giusto. Lo nominai su due piedi
nostro inviato
speciale a piedi. Senza nessun aumento di stipendio,
è ovvio.
Zucconi non poteva dare un aumento di stipendio a
me, immaginarsi
se io potevo darlo ad altri. Marini era un inviato a
piedi perché
doveva scendere camminando, assieme al fotografo
Mario
Taito, un altro che non si tirava mai indietro,
lungo le spiagge della
Riviera adriatica dove, d’estate, soggiornavano
decine di migliaia
di famiglie milanesi e raccontare, con le parole e
con le foto,
che cosa succedeva, come ci si divertiva, che cosa
si leggeva e
come si mangiava.
Ne uscì una pagina quotidiana che si leggeva di un
fiato. I
due erano attesi al loro passaggio, come se fossero
delle madonne
pellegrine, dai funzionari dalle aziende di
soggiorno, dagli assessori
comunali al turismo (ai quali era vietato fare
interviste), dai venditori
di cocco (allora non c’erano ancora i vù cumprà),
dai ristoratori
da spiaggia, dalle famiglie che volevano far vedere
a casa che non
erano dei bagnanti qualunque. Nonostante il moto, a
furia di coca
cole, krapfen e bombolini, i due disgraziati misero
su 8 chili in un
mese. Un mese dopo, li rividi improvvisamente in
redazione con i
chili in più e l’abbronzatura al cuoio che si erano
guadagnata per
causa di servizio. Non li avevo riconosciuti. Quando
affidai la moda alla giovanissima Marina Cosi (nei
successivi 37 anni deve essere invecchiata non più
di dieci) i quotidiani
dedicavano a questo settore delle articolesse piene
di piombo
solo in occasione delle sfilate. La Cosi usò subito
il colore. Gli abiti,
più che descriverli, li faceva vedere. E poi seguiva
i fatti della
moda tutti i giorni. Diventò, nel giro di pochi
mesi, il più sicuro punto
di riferimento di un settore che a Milano, allora,
cominciava a
contare molto.
Nei corridoi del Giorno si aggirava un tizio
magrissimo che
scivolava lungo i muri, guardandosi rancoroso i
piedi. Bisognava
prenderlo con le pinze. Si chiamava Mario Zoppelli.
Era stato corrispondente
da Mosca. Richiamato in Italia per motivi di
rotazione si
trovava come un pesce fuor d’acqua a dover seguire
“modesti” (diceva
lui) casi di attualità. Si considerava (e forse lo
era) un cremlinologo.
Si riteneva perciò offeso se lo si mandava a coprire
un caso
di cronaca italiano, peggio ancora se locale. Un
giorno lo mandai a
Parma perché le agenzie avevano scritto che lì c’era
stato un modesto
terremoto. Zoppelli dettò ai dimafonisti un pezzo
che cominciava
così: “Sala Baganza – Quel pirla di Pierluigi
Magnaschi mi ha
mandato qui a descrivere un terremoto che non c’è
mai stato…”. Il
pezzo non uscì, ma quell’attacco mi incuriosì.
Lo convocai nel mio ufficio. Zoppelli si aspettava
una lavata
di capo. E invece gli dissi: “Se ti metti a
lavorare, ti dò una pagina
intera. La terza”. Zoppelli mi guardò in tralice,
come un bambino
preso con le dita nella marmellata, cercando di
capire dove lo volevo
fregare. Gli spiegai, allora, che lui doveva far
parlare le persone
comuni: la fioraia all’angolo della strada, il
suonatore ambulante, il
barista immigrato, il guidatore di tram, il
tassista. Ognuno, gli dissi,
per modesto che sia, ha storie da raccontare che
bastano a riempire
una pagina. Zoppelli, proprio come un bambino, si
lasciò scappare
un sorriso da quella bocca che avevo sempre visto
insoddisfatta.
Con queste sue terze pagine, Zoppelli inventò un
genere, anche questo
copiato vent’anni dopo, e divenne famoso. Quando
morì, lessi
con grande soddisfazione, sul Giorno, molte lettere
di suoi vecchi
lettori che, vent’anni prima, lui aveva stregato con
i suoi pezzi davvero
memorabili perché in presa diretta con la vita.
Milano è una città con 150 mila studenti
universitari, il doppio
di una città come Cremona, che pure giustifica
l’esistenza di addirittura
due quotidiani locali. Ebbene, ancora oggi, i grandi
giornali
milanesi non hanno nemmeno un giornalista incaricato
a tempo
pieno a seguire questo immenso fenomeno scolastico,
salvo poi lamentarsi che la gente non legge i
giornali. Al Giorno, invece, avevo
un giovane giornalista, Giorgio Guaiti, che seguiva
a tempo pieno
la scuola, trovando ogni giorno spunti nuovi e
spesso facendosi
aiutare da altri giovani cronisti quando le vicende
scolastiche erano
troppo numerose. Inoltre, considerando che dalla
sola Stazione centrale
transitano ogni giorno 120 mila persone, distaccai
presso di
essa un cronista a pieno tempo, Nino Leoni, un
giornalista anziano,
ma svelto, con la barba bianca e incolta, che si
truccava da baraccato,
senza peraltro fare nessuna fatica. Lo chiamavamo “duebinari”.
A lui non sfuggiva niente di ciò che correva sulle
rotaie. Diceva
(non si è mai saputo se scherzasse o se era vero)
che si era dimesso
dal sindacato dei giornalisti perché era stato
motivatamente accolto
in quello dei ferrovieri.
Una parola almeno la merita anche lo sport. Una
sezione
straordinaria del giornale. In ogni specialità “Il
Giorno” aveva lo
specialista assoluto a livello nazionale: da Mario
Fossati nel ciclismo,
a Giulio Signori nell’atletica, a Gianni Clerici nel
tennis, a
Gian Maria Gazzaniga nel calcio, a Grigoletti nel
basket e cosi via.
Non a caso la redazione sportiva de “Il Giorno” era
stata costruita,
negli anni ruggenti di Italo Pietra, dal leggendario
Gianni Brera.
Quando arrivai io, i grandi giornalisti dello sport
del Giorno c’erano
ancora, ma su di loro erano cadute addosso le tende
polverose di un
giornale che andava a fondo. Ecco perché puntai
tutte le mie carte
sul capo dello sport, Saverio Sardone. Un uomo di
macchina fantastico
che, adeguatamente spronato, ricominciò a guidare
quella fantastica
ciurma con grande autorevolezza, ridando ad essa
l’orgoglio
dei tempi passati.
Io, per spingerli a dare il meglio, davo loro la
sensazione di
essere un fanatico del calcio (anche se Grigoletti,
sapendo la mia
vera passione, viziava le mie due figlie
pallacanestriste, Cristina e
Roberta, presentandole ai big del basket come Pier
Luigi Marzorati).
Ogni volta che salivo al piano della redazione
sportiva, davo perciò
un’occhiata alla classifica del campionato di calcio
(che, di mia iniziativa,
non avrei mai letto) per non farmi cogliere
impreparato. Ho
la sensazione che avessero capito che di calcio non
me ne importava
nulla, ma facevano finta di calmare la mia esibita
ed immotivata
tifoseria.
L’Italia nord occidentale me la monitorizzava un
giovane
giornalista della Rai di Bologna, Carlo Valentini.
Uno che, col telefono,
raggiungeva tutti e che dettava i suoi articoli su
un dimafono
mentre guidava l’auto spostandosi da un posto
all’altro. Naturalmente, per seguire tutto, lavoravo
moltissime ore e
riducevo al massimo le perdite di tempo. Alle due,
ad esempio,
quando tutti avevano già mangiato, scendevo nella
mensa de “Il
Giorno”, che era stata immeritatamente denominata
“Bar
Scarafaggioni” (sì, ce n’era qualcuno, ammetteva il
gestore, ma sosteneva
anche che, quei pochi, erano addomesticati). In
mensa mangiavo
con la velocità di un cambio di gomme al pit stop di
una corsa
di Formula 1. La mia media era 7 minuti e 25
secondi. Primo, secondo
e macedonia. Caffè in piedi, uscendo.
Non avrei potuto attuare una cosi profonda
rivoluzione giornalistica
se Guglielmo Zucconi, il direttore con il quale
avevo ininterrottamente
lavorato nei precedenti sette anni, non mi avesse
incoraggiato,
sostenuto e protetto dalle innumerevoli reazioni,
dentro e
fuori il giornale. L’establishment redazionale
rumoreggiava. I pigri,
infatti, volevano poter continuare a dormire
indisturbati. I gallonati,
per motivi politici, volevano continuare a godere
delle loro rendite
di posizione. Non tolleravano i molti giovani
scalpitanti, da me scovati
negli angoli della redazione in posizioni
subordinate e che, stimolati,
facevano molto meglio di loro.
Zucconi, mi proteggeva, perché era un giornalista
che usava
la sua autorevolezza, oltre che la sua straordinaria
abilità dialettica,
per essere libero e per consentire ai suoi più
diretti collaboratori di
esserlo altrettanto. Un caso raro nella stampa
italiana.
Un’altra persona straordinaria, che ha consentito
che questo
sogno diventasse colonne di piombo, è stato Cesare
Rodi. Un giornalista
di vecchio pelo, ma soprattutto un uomo a tutto
tondo. Cuciva ininterrottamente
(senza nemmeno dirmelo) gli strappi che con la mia
irruenza
di allora continuavo a fare. Mi consigliava di
andare un po’ più
adagio nelle innovazioni e io non lo stavo a sentire
perché ero irruente
e sapevo che il tempo giocava contro di noi. E lui,
sia pure in silenzio,
credo che fosse anche compiaciuto del fatto che io,
su questo punto,
non lo stessi ad ascoltare. Rodi scriveva da dio, ma
non firmava nulla.
Qualche volta, in tipografia, gli ho firmato, a sua
insaputa, suoi pezzi
sublimi, fatti di parole che scorrevano felici come
l’acqua di un ruscello.
Cesare Rodi era un saggio che costruiva ponti umani,
smussava gli
angoli. Era amato da tutti, in redazione, anche se
ad alcuni non andava
giù che lui fosse dalla mia parte, dalla parte cioè
del cambiamento, dell’innovazione.
Rodi mi diceva, da fratello più grande, forse anche
da
padre: “Pierluigi, ricorda che l’intelligenza è la
sola cosa di un uomo
che è davvero oscena. La si può usare, ma con
cautela. In ogni caso,
non la si può esibire”: Il conto, però, arrivò alla
fine del quarto anno, quando ci apprestavamo
a festeggiare il clamoroso raddoppio della tiratura.
Gianni De Michelis, da ministro delle Partecipazioni
statali, all’inizio
della nostra avventura, ci aveva dato, senza
accorgersene, una
mano enorme. Lo fece quando venne ad una di quelle
patetiche
“conferenze di produzione” del Giorno a dire che “se
Il Giorno non
va in attivo, per l’Eni non c’è motivo di tenerlo. E
quindi lo si vende”.
Di fronte a questa minaccia, i lavativi abbassarono
le orecchie e
Zucconi ed io potemmo lavorare in pace, si fa per
dire. Il pareggio
economico, grazie a uno straordinario impegno di
molti, lo raggiungemmo.
Ma quando lo raggiungemmo, De Michelis, con il suo
rigore
economico insolentemente esibito, non c’era più alle
Partecipazioni
statali e imparammo, a nostre spese, che un giornale
pubblico è, in
sostanza, non al servizio dei lettori, ma al
servizio di chi lo fa (i giornalisti,
specie quelli più pigri, incapaci e politicizzati) e
di chi lo utilizza,
cioè i politici. Noi non tenevamo conto né degli
uni, né degli
altri. Il raddoppio della tiratura? E chissenefrega.
L’utile di bilancio?
Non è importante quando c’è “una missione pubblica”.
Parole imbroglione,
ma di pronta beva.
Guglielmo Zucconi, da quella gran volpe che era, se
ne accorse
molto prima di me, che la corda sulla quale dovevamo
continuare
ad esibirci era diventata rada. Un giorno, dopo una
sfilza di assemblee
giornalistiche e un tentativo di processo
redazionale nei
miei confronti sulla base di un’imputazione, si
disse, “che faremo
conoscere al momento opportuno”, Zucconi mi chiamò e
mi disse:
quando un cavallo ti vuol disarcionare, il cavaliere
avvertito si lancia
prima. E, op!, entrambi, lasciammo la tolda.
Da allora, “Il Giorno” è imploso, lo dicono le
cifre. E lo
dice anche la sua successiva storia miserevole, fino
all’inevitabile
e mesta privatizzazione. Chi aveva organizzato la
rivolta contro la
professionalità e la dedizione, in nome della
pigrizia e dell’appartenenza,
ha purtroppo avuto, personalmente, ragione: ha sì
lasciato
alle sue spalle un cadavere di giornale, ma ha anche
raggiunto
il massimo della pensione senza faticare e con gli
immeritati galloni
esibiti.
Ci fu, però, un piccolo, ma culturalmente molto
agguerrito
gruppo di giornalisti con la spina dorsale diritta,
che, pur non avendo
mai fatto loro particolari favori, prima mi difesero
a viso aperto e
poi mi resero l’onore delle armi. Erano i
giornalisti comunisti che lavoravano
al Giorno. Dei socialisti, l’unico che si alzò in
assemblea a
difendermi ed ad elogiarmi, fu Guido Gerosa. Non lo
credevo così coraggioso e, per me, quel suo accorato
e pubblico sostegno assolutamente
fuori dal coro fu una piacevolissima sorpresa.
Mi rendo conto che i giovani ed i vecchi giornalisti
che hanno
rifatto grande “Il Giorno” negli anni della
direzione Zucconi-Magnaschi sono molti più di quelli che ho citato.
Loro sanno cosa
hanno dato e cosa hanno fatto. E sanno anche che se
non li ho citati
è solo perché lo spazio è sempre tiranno. Ma li ho,
tutti, i generosi
(e, ripeto, erano tanti) nel cuore, anche trent’anni
dopo. L’avventura
del Giorno è stata per noi tutti meravigliosa. Anzi,
abbagliante.
* Dice di sé:
Pierluigi Magnaschi, piacentino di nascita, milanese
di adozione, apolide di
testa, è stato costretto dalla circostanze ad
organizzare il lavoro degli altri:
redattore capo di “Tempo illustrato”, direttore de
“La Discussione”, condirettore
de “il Giorno”, vicedirettore de “La Notte”,
direttore della
“Domenica del Corriere”, di “Italia Oggi”, di
“Milano Finanza” e infine,
per sette anni, dell’“Ansa”. Ora è vicepresidente
operativo di “ClassEditori”
e docente al master di Giornalismo della Luiss. E
può così dedicarsi alla
scrittura, che gli piace
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SALVATORE
QUASIMODO
I filosofi, i nemici
naturali dei poeti, e gli schedatori fissi del
pensiero critico, affermano che
la poesia (e tutte le arti), come
le opere della natura, non
subiscono mutamenti né
attraverso né dopo una guerra.
Illusione; perché la guerra
muta la vita morale d’un popolo,
e l’uomo, al suo ritorno,
non trova più misure di certezza
in un modus di vita interno,
dimenticato o ironizzato durante
le sue prove con la morte.
(Da “Discorso
sulla poesia ”,
appendice a
“ Il
falso e il vero verde”,
1956)
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