AMARCORD

LA MIA VECCHIA, ABBAGLIANTE,

AVVENTURA AL GIORNO


Il quotidiano usciva da una crisi pesantissima. Se non fosse stato così,

Zucconi e io non saremmo certo stati chiamati alla sua guida


 

Pierluigi Magnaschi*



Il mio periodo magico nel giornalismo si è verificato tra 1980 e il 1984, quando ero lo scatenato braccio destro di Guglielmo Zucconi alla direzione de “Il Giorno”. Con Zucconi, mio vero maestro di giornalismo e forse anche un po’ papà, che aveva anche le pazienze e le indulgenze di un nonno, avevo lavorato nel decennio precedente, prima come suo redattore capo al settimanale “Tempo illustrato” e poi come suo direttore responsabile al settimanale “La Discussione”. Due avventure giornalistiche realizzate con pochi mezzi, ma che avevano avuto un grande successo, tant’è che entrambe le testate (alla fine, e proprio a causa del loro successo) ci furono scippate da coloro che, ritenendo che le più alte vendite fossero frutto del caso e la maggior diffusione fosse stata conseguita una volta per sempre, una volta presele in mano, le fecero poi morire.

“Il Giorno”, che era stato fondato da Gaetano Baldacci e che, quando ero piccolo, era anche stato il mio primo quotidiano, usciva, agli inizi degli anni Ottanta, da una crisi pesantissima.

Se non fosse stato così, sia Zucconi sia io, non saremmo certo stati chiamati alla sua guida. Nel giro di pochi anni, infatti, “Il Giorno” aveva perso quasi tutte le sue grandi firme che erano state risucchiate dall’allora più glamour e remunerativo “La Repubblica” che, proprio allora, sotto la guida di Eugenio Scalfari, stava prendendo il volo. Se ne erano andati molti pesi massimi fra i quali Gianni Brera, Giorgio Bocca, Bernardo Valli, Natalia Aspesi, Alberto Arbasino, Pietro Citati, Gianni Locatelli. L’allora inviato internazionale di punta, Paolo Bonaiuti, se ne era andato a “Il Messaggero”.

Negli anni Settanta, gli anni del grande flop de “Il Giorno”, il pur straordinario Gaetano Afeltra, corrierista da sempre e fino al midollo, nel dirigere il quotidiano milanese di via Fava, aveva purtroppo voluto farne una sorta di “Corriere della Sera”. Era il peggio che si potesse fare di un giornale che era nato e vissuto proprio per essere l’anti-Corriere. Non solo nella linea politica, nel mix e nella graduatoria degli argomenti, ma anche nella forma grafica.

Il fondatore del “Il Giorno”, Gaetano Baldacci, quando analizzava criticamente il suo quotidiano (e lo faceva ogni giorno, di prima mattina) diceva ai suoi collaboratori: “Se abbiamo una prima pagina uguale o simile a quella del Corriere dobbiamo chiederci dove abbiamo sbagliato”.

Arrivando, con Guglielmo Zucconi, in via Fava, ero convinto che dovevamo, anche noi, porci ogni giorno lo stesso interrogativo. Sia pure tenendo conto del tempo passato, dovevamo precipitosamente tornare alle origini. Le caratteristiche originali del Giorno erano, infatti, una prima pagina-vetrina con titoli essenziali, composti in stile Century. La prima pagina inoltre doveva essere sempre arricchita da ampie e significative foto a colori, con articoli brevi, che finivano sempre in prima pagina.

Afeltra invece, per aderire al modello Corriere (che, non a caso, aveva costruito lui stesso in tanti anni di straordinario lavoro in via Solferino) aveva finito per togliere persino le foto a colori. E le foto in bianco e nero le pubblicava inoltre molto piccole, come se fossero dei riempitivi (“macchiamo un po’ qui con una foto”, diceva al suo proto, di notte, nel salone della tipografia): si comportava come se le foto fossero dei riempitivi e non dei documenti spesso più importanti dei titoli e dei testi.

Afeltra non solo aveva mandato in soffitta lo stile Century nei titoli, ma lo aveva addirittura sostituito con l’austero e vecchissimo Bodoni. Aveva cioè cambiato uno stile che oggi chiameremo da rapper (e che poi, spesso con ritardo di decenni, è stato adottato, con poche variazioni, da quasi tutti i quotidiani italiani) con quello, il Bodoni, che era, per capirci, il carattere di riferimento per un segretario comunale con il pullover di lana grigio scuro sotto una giacca con la toppa nera sui gomiti.

Perse le sue specificità, che un tempo erano dissacranti, “il Giorno” entrò inevitabilmente in vite e l’emorragia di lettori divenne sempre più imponente.

Quando arrivammo in via Fava ci rendemmo, perciò, subito conto che il giornale andava immediatamente portato in sala di rianimazione. Il primo giorno che misi i piedi in redazione proposi quindi di mettere in prima pagina la notizia, con relativa foto a colori, del mega concerto, a San Siro, di Miguel Bosè che, allora, era l’idolo delle adolescenti. Un giornalista importante della vecchia guardia mi chiese, allora, con l’aria accigliata di un preside d’altri tempi: “Ma chi è ‘sto Miguel Bosè?”. Mi resi subito conto che se il Giorno si era inabissato, non era per caso. Questo giornale, un tempo irriverentemente garibaldino, adesso aveva la flebite, portava il pannolone ed era adatto ad accogliere la pubblicità del callifugo Ciccarelli .

I mali di cui “Il Giorno” allora soffriva erano:

1) la caduta in verticale delle vendite;

2) la perdita di peso politico del giornale (non pungolando più i politici, costoro, sapendo che il quotidiano

era delle partecipazioni statali, se ne servivano per i loro soffietti, come se fosse la Rai, salvo poi, come

capita sempre in questi casi, disprezzarlo);

3) la disaffezione della proprietà (l’Eni), che non più sapeva che farsene di un quotidiano che perdeva, ogni

anno, un sacco di soldi e che era nato nei tempi corsari di Enrico Mattei, che non a caso si erano conclusi

con un jet che esplode nel cielo di Bascapè, a pochi chilometri da Linate;

4) la paralizzante sindacalizzazione corporativa dei giornalisti, quasi tutti (quelli impegnati nei corridoi) di

estrazione socialista;

5) l’indisponibilità di mezzi per fare nuove assunzioni, che sarebbero state necessarie per dare la sveglia a

una redazione pesantemente assopita, acritica ed autoreferenziale.

La prima domanda che mi posi, mettendomi con Zucconi alla guida de “Il Giorno”, era: debbo andare alla ricerca dei lettori che, scontenti della normalizzazione del Giorno, se ne erano andati perché il giornale, un tempo era effervescente, adesso aveva perso tutte le bollicine?

La risposta che mi diedi era: no. Ero (e sono) convinto che i lettori che se ne erano andati, avevano abbandonato la testata definitivamente. I lettori infatti intrattengono sempre, con il loro quotidiano, un rapporto di tipo matrimoniale. Divorziano solo due o tre anni dopo che si sono accorti che stanno male con il loro partner. Però,
quando hanno divorziato, è quasi impossibile che ritornino sui loro passi. Il rapporto dei lettori con un settimanale (e ancor di più con un mensile) è invece di petting. Se vanno in edicola per acquistare “Panorama” e vedono che “L’Espresso “ ha una copertina più interessante (o un gadget più appetitoso) lasciano “Panorama “ per acquistare
la testata concorrente. Ma poi, la settimana, successiva, tornano sui loro passi. Si trattava, quindi, di inventare un giornale nuovo, in sintonia con i giovani di quel tempo.

Per prima cosa, anche perché Zucconi mi aveva lasciato carta bianca sulle soluzioni concrete, affrontai il problema grafico con l’aiuto di un vecchio e giovanissimo grafico, Vittorio Crucillà (adesso lo chiameremmo art director). Crucillà era vecchio perché si truccava da vecchio più di quanto fosse, e poi perché diceva che era vicino
alla pensione. Crucillà, però, era anche giovanissimo perché era un geyser di novità che, mortificate durante la direzione di Afeltra, che lo lasciava sbizzarrire solo nel supplemento sportivo del lunedì, zampillavano fresche e coloratissime dal suo fascio di pennarelli Lampostil che sceglieva con la rapidità e la cura con la quale un pianista di jazz sceglie i tasti da battere.

Crucillà era più dissacrante e impertinente di me che, dalla mia, avevo almeno l’attenuante della giovane età. Dovevo perciò calmarlo nelle sue innovazioni. Gli dicevo: “Non devi ficcare tutta la tua fantasia in una sola pagina. Lasciane un po’di scorta”. Entrambi però concepivamo le pagine del Giorno come se fossero fatte di Pongo, da plasmare senza pregiudizi, in funzione, solo, delle necessità del momento e con l’unico scopo di tenere desta l’attenzione dei lettori.

Crucillà disegnava le pagine in modo velocissimo, cantando a squarciagola canzoni impossibili in una lingua anche a lui sconosciuta e sicuramente mai esistita. Io gli davo indicazioni precise. Lui mi stava ad ascoltare con grande attenzione e docilità e poi faceva quello che voleva, ma sempre molto meglio di come avevo pensato io. Avendo sempre amato circondarmi sul lavoro di persone più brave di me (almeno nel loro specifico settore), non solo lo lasciavo fare, ma lo incoraggiavo anche.

Dalla sua mente felice da Archimede Pitagorico della grafica uscivano capolavori a getto continuo. Nessuno lo dice, forse anche perché pochi lo sanno, ma il giornalismo italiano deve moltissimo a Vittorio Crucillà, la cui genialità meriterebbe di essere ricordata nei libri di storia del giornalismo e celebrata dai giornalisti di oggi. L’R2 di “La Repubblica”, ad esempio, nato trent’anni dopo, deve molto, forse inconsapevolmente, alla grafica di Crucillà. E cosi anche la nuova “Stampa” di Giulio Anselmi. Anzi, queste due testa te, che pure, dal punto di vista grafico, sono le migliori oggi in Italia, sono, ancora oggi, delle copie timide di ciò che Crucillà faceva sulle pagine-Pongo del Giorno dei primi anni Ottanta.

Non sapendo che le cose erano impossibili, noi le facevamo. Molti vecchi lettori ricordano ancora adesso una foto a colori enorme che occupava tutta la parte alta della prima pagina del Giorno e che riprendeva una ruspa che stava schiacciando una montagna di arance che venivano distrutte, su ingiunzione della Comunità Europea, a causa della sovrapproduzione di agrumi. In occasione dell’attentato al Papa feci un ulteriore passo avanti, dedicando l’intera prima pagina a una sola foto a colori, quella del Papa in fin di vita.

Scelte di questo tipo, per i giornali di allora, costituivano l’impensabile. A tal punto che ancora oggi, i quotidiani italiani (anche quelli in formato tabloid) non osano ancora fare la prima pagina-copertina, con una sola foto, un grande titolo e solo qualche modesto richiamo. Chissà quanti anni ancora ci vorranno per vedere il moderno, irrompere anche sulle prime pagine dei grandi quotidiani italiani che sono tutt’ora alla ricerca, come è d’uso in Italia, di una improbabile “terza via” che, come al solito, riesca a conciliare gli opposti.

La rivoluzione “al Giorno” la facemmo con i fichi secchi. Non potevamo assumere. Non dico le grandi firme, ma nemmeno i praticanti al minimo di stipendio. Mi misi perciò a guardarmi in giro negli angoli della redazione alla ricerca di giovanissimi giornalisti che erano stati mortificati nella loro creatività dai burocrati giornalisti che, grazie alla loro maggiore anzianità, potevano permettersi di castrarli.

Il primo a fare le spese di questa austerità, del resto, fui io che, ingolosito dall’avventura, accettai di farmi assumere alla condirezione de “Il Giorno” per un tozzo di pane onnicomprensivo. Se mi avessero solo pagato gli straordinari sarei diventato un nababbo. Di fronte alle mie proteste, Guglielmo Zucconi, che sapeva come nessun altro indorare le pillole, mi disse, sgomento, con l’aria sorpresa di un amico che non si aspettava di vedere protestare chi aveva beneficato: “Ma come, Pierluigi, proprio non ti capisco. Sei già intelligente e vuoi anche essere ricco? Ma dai!”.

Tenendo presente che i quotidiani italiani dei primi anni Ottanta erano confezionati come se si dovessero informare dei lettori simili ai personaggi ottocenteschi delle “Veglie di Neri” di Renato Fucini, e partendo dalla constatazione che tutte le famiglie italiane possedevano un televisore, decisi, primo giornale in Italia, di inventare,
per reazione al tran tran de “Il Giorno” di allora, una pagina televisiva che non s’era mai vista prima . Non era una pagina di critica televisiva, ma di cronaca televisiva. Volevo una pagina che raccontasse i retroscena, pedinasse i personaggi, descrivesse le risse o le semplici rivalità, ricostruisse le cordate fra manager ed artisti, fra giornalisti e partiti.

Destinai allo scopo un giovanissimo praticante che poi è diventato un’autorità nel settore, Paolo Martini, che ben presto si trasformò in un fulmine di guerra che faceva tremare tutti i grandi papaveri della tv o che, ingolositi dalla quella pagina fuori dal comune, chiedevano insistentemente attenzione per loro o per i loro programmi. Anni dopo, Silvio Berlusconi, che in quegli anni partiva con le sue tv commerciali, mi disse che il mattino, appena si svegliava, voleva “Il Giorno” per leggere subito “che cosa aveva scritto quel cancro di Martini”.

Gigi Moncalvo, invece, era il mio inviato di punta, quello che riusciva sempre dove gli altri assopiti inviati del giornale avevano fallito. Quando, nel primo pomeriggio, l’inviato che era stato tirato giù dal letto per andare su un fatto, comunicava alla redazione che i parenti dell’assassinato non erano in casa, che le foto della vittima non si trovavano, che la faccenda poi, a dire il vero, si era di molto sgonfiata, io facevo immediatamente partire Gigi Moncalvo che andava sul posto, recuperava interi album fotografici, faceva parlare tutti i parenti, spremeva il maresciallo dei carabinieri e intervistava anche la gente al bar .

Poi, di getto, scriveva il pezzo e, il giorno dopo, aveva il materiale per continuare a tener vivo l’evento. Moncalvo mi portò (ed io pubblicai) persino l’elenco dei prezzi che, senza ritegno né pudore, l’èquipe giornalistica Rai, che seguiva il Giro d’Italia, chiedeva alle società commerciali che volevano comparire in tv senza passare per la Sipra, la concessionaria della Rai per la pubblicità. Bastava che pagassero loro, sia pure molto meno. Nel listino dei giornalisti Rai, che sembrava redatto da un ragioniere tanto era dettagliato, c’era di tutto: ripresa della scritta della ditta sul cappellino del ciclista con la visiera alzata, tot; con la visiera abbassata, tot; della scritta sul petto del ciclista, tot; dello striscione pubblicitario attraverso la strada, tot; dell’insegna della ditta sulla fiancata dell’auto, tot; sulla portiera, tot. Mi sembrava una scandalo di proporzioni inaudite. Ma anche allora non successe niente. Tutto fu sepolto in un fragoroso silenzio.

Moncalvo, inoltre, fu il primo giornalista italiano a sostenere (spalleggiato immediatamente dal suo giornale) la tesi che Enzo Tortora era innocente mentre tutti gli altri quotidiani esibivano il pollice verso con tracotante sicurezza.

Mandai, poi, Moncalvo a Palazzo di Giustizia di Milano dove, già allora, molto prima della vicenda “Mani pulite”, funzionava il pool dei cronisti giudiziari che si coprivano le spalle a vicenda scrivendo tutti le stesse cose e, ad esempio, pur non andando a lavorare il sabato e la domenica: molti di loro si facevano pagare i due giorni come se fossero stati presenti. Per riuscire in questa impresa si mettevano d’accordo, lasciando, il venerdì sera, in redazione, i due pezzi da pubblicare nel week end, con l’assoluta certezza che non sarebbe uscito altro da Palazzo di Giustizia. Moncalvo entrò a Palazzo di Giustizia di Milano, senza vincoli di cordata. Dava le notizie che trovava. E ne trovava tante. Seminò il panico fra i colleghi (loro, però, non lo consideravano tale e quindi non gli rendevano nemmeno il saluto). Intanto Moncalvo, al Giorno, faceva crescere le vendite.

Per “Il Giorno” cominciò, con me, a scrivere anche un altro giovanissimo giornalista, poi, anche lui, ne farà, di strada. Era Massimo Franco, attuale notista politico del “Corriere della sera”. Era un lavoratore scrupoloso, attento, disincantato, libero, autorevole fin da piccolo. Le sue cronache politiche (sorpresa!) si leggevano di un fiato. Non erano redatte in politichese. Parlavano ai lettori più che agli addetti ai lavori. A quel tempo, costituivano una novità assoluta. “Il Giorno” era esposto con tanto di bacchetta di legno per non farlo rubare, nell’ultima stanza della sala stampa di Montecitorio, assieme ai negletti giornali regionali. Un paio di anni dopo, un cronista mi telefonò da Roma per dirmi che si era accorto che “Il Giorno” era passato nella prima stanza, in mezzo ai giornaloni, e la sua copia era sdrucita dalla consultazione. Considerai questa notizia come l’uccello che Noè vide dalla sua Arca.

Sull’imponente cronaca milanese vegliava il siciliano insonne, Enzo Catania. Pur avendo famiglia, viveva praticamente al giornale. Scriveva a raffica, a periodi brevi e ficcanti, senza mai correggere nulla. La notte che assassinarono a Palermo il generale Dalla Chiesa, Catania si mise a scrivere in tipografia. Riempì (ancora oggi non credo sia possibile) una pagina intera del giornale nel giro di un’ora.

E sulla cultura vigilava Claudio Altarocca, un bolognese raffinato e popolare, che veniva dalla ricerca universitaria e che, essendo veramente colto, non faceva l’erudito. Commentando i pezzi contorti di certi collaboratori che, con il mio consenso, faceva slittare nel cestino della carta straccia, diceva: “La cultura è come la marmellata: meno la si ha e più la si spalma”.

Massimo Fini non potevo assumerlo per motivi economici. Ma quando seppi che era rimasto a piedi, per la chiusura di un settimanale della Rusconi, gli offrii subito di collaborare. Allora nacque il Fini, che è diventato famoso, grande e intelligente polemista, urticante bastian contrario. Sbavava, comprensibilmente, per fare il commentatore. Io allora gli imposi di fare un’inchiesta sul campo ogni sei commenti. Prendere o lasciare. Per mia fortuna, prese. Fece, ad esempio, un’inchiesta su Milano2, la nuova città che allora era stata realizzata da Silvio Berlusconi. Descrisse, in più puntate, la noia delle signore abbandonate in una periferia di lusso, la vita sudata nelle palestre, gli incontri sconsolati al bar, le anatre del laghetto che, avendo le piume delle ali tagliate, non avrebbero dovuto scomparire e invece se ne erano ugualmente andate ma, forse, in una casseruola.

Il giovanissimo sociologo e sondaggista Enrico Finzi, da me scoperto per caso, scandagliava per “Il Giorno” il nuovo che si stava muovendo nella società italiana. Non solo in politica, ma soprattutto nei consumi, nelle mode, nelle scelte di vita. Non si era mai visto trattare, in modo popolare, ma anche scientificamente ineccepibile, tematiche di questo genere su un quotidiano.

Sul Vaticano feci scendere in pista un altro giovane giornalista, Silvano Spaccatrosi, che ben presto si rivelò essere uno scrupoloso cronista dall’interno delle mura leonine. Il vaticanista titolare invece scriveva come se fosse un papa, mandando messaggi importanti alla “comunità ecclesiale” (questo lo diceva lui, ma io non me ne accorgevo, leggendo i suoi pezzi da mal di testa). Gli ripetei più volte che mi sarei accontentato che fosse riuscito a farsi capire da un professore di scuola media. Per fortuna andò a mandare i suoi messaggi da un altro giornale. E Spaccatrosi poté continuare a scrivere le sue cronache comprensibili senza più essere disturbato da un saggista tronfio che parlava a se stesso e, forse, ai suoi pochi amici.

Inventai tormentoni tipo: “Mio padre” nel quale scrittori e giornalisti scrivevano i loro ricordi sul genitore. Erano pezzi divorati dai lettori. Ricordo lo scrittore Enrico La Stella, figlio di un colonnello del regio esercito, che, raccontava che, quando da bambino disubbidiva, veniva esposto fuori dalla finestra della sua abitazione al quinto piano, dal padre urlante che lo reggeva per la camicia. Capì perché era cosi frastornato.

In quegli anni, inoltre, stava esplodendo la musica leggera, genere allora assolutamente non considerato dagli altri grandi quotidiani. Assunsi, per poche lire, un altro giovanissimo praticante. Si chiamava Marco Mangiarotti. Scriveva bene, forse fin troppo. Ma i suoi pezzi erano pieni di emozioni. Gli dissi: “Tu, d’ora innanzi, devi scrivere solo di musica leggera. Ma non fare l’esteta. Lo fanno già, con esiti ampiamente deludenti per noi, e mortificanti per loro, i direttori d’orchestra falliti che, non essendo riusciti a dirigere alcunché, si sono messi a scrivere da critici musicali. Da te invece voglio fatti, cifre, dichiarazioni, aneddoti (oggi si chiamano gossip) e anche foto originali (gratis, ovviamente)”.

Da quel giorno, la musica leggera entrò a vele spiegate nelle sonnacchiose pagine degli spettacoli del Giorno, nelle quali i critici gallonati e sussiegosi cominciarono a soffrire come delle bestie. Infatti un giorno, io, che scoppiavo di salute, fui atterrato da furibondi calcoli renali, evidentemente propiziati dalle loro benedizioni. Mi avevano ciccato, come si diceva allora. Ma non riuscirono a farmi fuori.

Nelle pieghe della cronaca di Milano del Giorno lavorava un altro giovane praticante, Andrea Marini. Era irrequieto, sveglio, rapido, con l’occhio giusto. Lo nominai su due piedi nostro inviato speciale a piedi. Senza nessun aumento di stipendio, è ovvio. Zucconi non poteva dare un aumento di stipendio a me, immaginarsi se io potevo darlo ad altri. Marini era un inviato a piedi perché doveva scendere camminando, assieme al fotografo Mario Taito, un altro che non si tirava mai indietro, lungo le spiagge della Riviera adriatica dove, d’estate, soggiornavano decine di migliaia di famiglie milanesi e raccontare, con le parole e con le foto, che cosa succedeva, come ci si divertiva, che cosa si leggeva e come si mangiava.

Ne uscì una pagina quotidiana che si leggeva di un fiato. I due erano attesi al loro passaggio, come se fossero delle madonne pellegrine, dai funzionari dalle aziende di soggiorno, dagli assessori comunali al turismo (ai quali era vietato fare interviste), dai venditori di cocco (allora non c’erano ancora i vù cumprà), dai ristoratori da spiaggia, dalle famiglie che volevano far vedere a casa che non erano dei bagnanti qualunque. Nonostante il moto, a furia di coca cole, krapfen e bombolini, i due disgraziati misero su 8 chili in un mese. Un mese dopo, li rividi improvvisamente in redazione con i chili in più e l’abbronzatura al cuoio che si erano guadagnata per causa di servizio. Non li avevo riconosciuti.

Quando affidai la moda alla giovanissima Marina Cosi (nei successivi 37 anni deve essere invecchiata non più di dieci) i quotidiani dedicavano a questo settore delle articolesse piene di piombo solo in occasione delle sfilate. La Cosi usò subito il colore. Gli abiti, più che descriverli, li faceva vedere. E poi seguiva i fatti della moda tutti i giorni. Diventò, nel giro di pochi mesi, il più sicuro punto di riferimento di un settore che a Milano, allora, cominciava a contare molto.

Nei corridoi del Giorno si aggirava un tizio magrissimo che scivolava lungo i muri, guardandosi rancoroso i piedi. Bisognava prenderlo con le pinze. Si chiamava Mario Zoppelli. Era stato corrispondente da Mosca. Richiamato in Italia per motivi di rotazione si trovava come un pesce fuor d’acqua a dover seguire “modesti” (diceva lui) casi di attualità. Si considerava (e forse lo era) un cremlinologo. Si riteneva perciò offeso se lo si mandava a coprire un caso di cronaca italiano, peggio ancora se locale. Un giorno lo mandai a Parma perché le agenzie avevano scritto che lì c’era stato un modesto terremoto. Zoppelli dettò ai dimafonisti un pezzo che cominciava così: “Sala Baganza – Quel pirla di Pierluigi Magnaschi mi ha mandato qui a descrivere un terremoto che non c’è mai stato…”. Il pezzo non uscì, ma quell’attacco mi incuriosì.

Lo convocai nel mio ufficio. Zoppelli si aspettava una lavata di capo. E invece gli dissi: “Se ti metti a lavorare, ti dò una pagina intera. La terza”. Zoppelli mi guardò in tralice, come un bambino preso con le dita nella marmellata, cercando di capire dove lo volevo fregare. Gli spiegai, allora, che lui doveva far parlare le persone comuni: la fioraia all’angolo della strada, il suonatore ambulante, il barista immigrato, il guidatore di tram, il tassista. Ognuno, gli dissi, per modesto che sia, ha storie da raccontare che bastano a riempire una pagina. Zoppelli, proprio come un bambino, si lasciò scappare un sorriso da quella bocca che avevo sempre visto insoddisfatta. Con queste sue terze pagine, Zoppelli inventò un genere, anche questo copiato vent’anni dopo, e divenne famoso. Quando morì, lessi con grande soddisfazione, sul Giorno, molte lettere di suoi vecchi lettori che, vent’anni prima, lui aveva stregato con i suoi pezzi davvero memorabili perché in presa diretta con la vita.

Milano è una città con 150 mila studenti universitari, il doppio di una città come Cremona, che pure giustifica l’esistenza di addirittura due quotidiani locali. Ebbene, ancora oggi, i grandi giornali milanesi non hanno nemmeno un giornalista incaricato a tempo pieno a seguire questo immenso fenomeno scolastico, salvo poi lamentarsi che la gente non legge i giornali. Al Giorno, invece, avevo un giovane giornalista, Giorgio Guaiti, che seguiva a tempo pieno la scuola, trovando ogni giorno spunti nuovi e spesso facendosi aiutare da altri giovani cronisti quando le vicende scolastiche erano troppo numerose. Inoltre, considerando che dalla sola Stazione centrale transitano ogni giorno 120 mila persone, distaccai presso di essa un cronista a pieno tempo, Nino Leoni, un giornalista anziano, ma svelto, con la barba bianca e incolta, che si truccava da baraccato, senza peraltro fare nessuna fatica. Lo chiamavamo “duebinari”. A lui non sfuggiva niente di ciò che correva sulle rotaie. Diceva (non si è mai saputo se scherzasse o se era vero) che si era dimesso dal sindacato dei giornalisti perché era stato motivatamente accolto in quello dei ferrovieri.

Una parola almeno la merita anche lo sport. Una sezione straordinaria del giornale. In ogni specialità “Il Giorno” aveva lo specialista assoluto a livello nazionale: da Mario Fossati nel ciclismo, a Giulio Signori nell’atletica, a Gianni Clerici nel tennis, a Gian Maria Gazzaniga nel calcio, a Grigoletti nel basket e cosi via. Non a caso la redazione sportiva de “Il Giorno” era stata costruita, negli anni ruggenti di Italo Pietra, dal leggendario Gianni Brera. Quando arrivai io, i grandi giornalisti dello sport del Giorno c’erano ancora, ma su di loro erano cadute addosso le tende polverose di un giornale che andava a fondo. Ecco perché puntai tutte le mie carte sul capo dello sport, Saverio Sardone. Un uomo di macchina fantastico che, adeguatamente spronato, ricominciò a guidare quella fantastica ciurma con grande autorevolezza, ridando ad essa l’orgoglio dei tempi passati.

Io, per spingerli a dare il meglio, davo loro la sensazione di essere un fanatico del calcio (anche se Grigoletti, sapendo la mia vera passione, viziava le mie due figlie pallacanestriste, Cristina e Roberta, presentandole ai big del basket come Pier Luigi Marzorati). Ogni volta che salivo al piano della redazione sportiva, davo perciò un’occhiata alla classifica del campionato di calcio (che, di mia iniziativa, non avrei mai letto) per non farmi cogliere impreparato. Ho la sensazione che avessero capito che di calcio non me ne importava nulla, ma facevano finta di calmare la mia esibita ed immotivata tifoseria.

L’Italia nord occidentale me la monitorizzava un giovane giornalista della Rai di Bologna, Carlo Valentini. Uno che, col telefono, raggiungeva tutti e che dettava i suoi articoli su un dimafono mentre guidava l’auto spostandosi da un posto all’altro.

Naturalmente, per seguire tutto, lavoravo moltissime ore e riducevo al massimo le perdite di tempo. Alle due, ad esempio, quando tutti avevano già mangiato, scendevo nella mensa de “Il Giorno”, che era stata immeritatamente denominata “Bar Scarafaggioni” (sì, ce n’era qualcuno, ammetteva il gestore, ma sosteneva anche che, quei pochi, erano addomesticati). In mensa mangiavo con la velocità di un cambio di gomme al pit stop di una corsa di Formula 1. La mia media era 7 minuti e 25 secondi. Primo, secondo e macedonia. Caffè in piedi, uscendo.

Non avrei potuto attuare una cosi profonda rivoluzione giornalistica se Guglielmo Zucconi, il direttore con il quale avevo ininterrottamente lavorato nei precedenti sette anni, non mi avesse incoraggiato, sostenuto e protetto dalle innumerevoli reazioni, dentro e fuori il giornale. L’establishment redazionale rumoreggiava. I pigri, infatti, volevano poter continuare a dormire indisturbati. I gallonati, per motivi politici, volevano continuare a godere delle loro rendite di posizione. Non tolleravano i molti giovani scalpitanti, da me scovati negli angoli della redazione in posizioni subordinate e che, stimolati, facevano molto meglio di loro.

Zucconi, mi proteggeva, perché era un giornalista che usava la sua autorevolezza, oltre che la sua straordinaria abilità dialettica, per essere libero e per consentire ai suoi più diretti collaboratori di esserlo altrettanto. Un caso raro nella stampa italiana.

Un’altra persona straordinaria, che ha consentito che questo sogno diventasse colonne di piombo, è stato Cesare Rodi. Un giornalista di vecchio pelo, ma soprattutto un uomo a tutto tondo. Cuciva ininterrottamente (senza nemmeno dirmelo) gli strappi che con la mia irruenza di allora continuavo a fare. Mi consigliava di andare un po’ più
adagio nelle innovazioni e io non lo stavo a sentire perché ero irruente e sapevo che il tempo giocava contro di noi. E lui, sia pure in silenzio, credo che fosse anche compiaciuto del fatto che io, su questo punto, non lo stessi ad ascoltare. Rodi scriveva da dio, ma non firmava nulla. Qualche volta, in tipografia, gli ho firmato, a sua insaputa, suoi pezzi sublimi, fatti di parole che scorrevano felici come l’acqua di un ruscello. Cesare Rodi era un saggio che costruiva ponti umani, smussava gli angoli. Era amato da tutti, in redazione, anche se ad alcuni non andava giù che lui fosse dalla mia parte, dalla parte cioè del cambiamento, dell’innovazione. Rodi mi diceva, da fratello più grande, forse anche da padre: “Pierluigi, ricorda che l’intelligenza è la sola cosa di un uomo che è davvero oscena. La si può usare, ma con cautela. In ogni caso, non la si può esibire”:

Il conto, però, arrivò alla fine del quarto anno, quando ci apprestavamo a festeggiare il clamoroso raddoppio della tiratura. Gianni De Michelis, da ministro delle Partecipazioni statali, all’inizio della nostra avventura, ci aveva dato, senza accorgersene, una mano enorme. Lo fece quando venne ad una di quelle patetiche “conferenze di produzione” del Giorno a dire che “se Il Giorno non va in attivo, per l’Eni non c’è motivo di tenerlo. E quindi lo si vende”. Di fronte a questa minaccia, i lavativi abbassarono le orecchie e Zucconi ed io potemmo lavorare in pace, si fa per dire. Il pareggio economico, grazie a uno straordinario impegno di molti, lo raggiungemmo. Ma quando lo raggiungemmo, De Michelis, con il suo rigore economico insolentemente esibito, non c’era più alle Partecipazioni statali e imparammo, a nostre spese, che un giornale pubblico è, in sostanza, non al servizio dei lettori, ma al servizio di chi lo fa (i giornalisti, specie quelli più pigri, incapaci e politicizzati) e di chi lo utilizza, cioè i politici. Noi non tenevamo conto né degli uni, né degli altri. Il raddoppio della tiratura? E chissenefrega. L’utile di bilancio? Non è importante quando c’è “una missione pubblica”. Parole imbroglione, ma di pronta beva.

Guglielmo Zucconi, da quella gran volpe che era, se ne accorse molto prima di me, che la corda sulla quale dovevamo continuare ad esibirci era diventata rada. Un giorno, dopo una sfilza di assemblee giornalistiche e un tentativo di processo redazionale nei miei confronti sulla base di un’imputazione, si disse, “che faremo conoscere al momento opportuno”, Zucconi mi chiamò e mi disse: quando un cavallo ti vuol disarcionare, il cavaliere avvertito si lancia prima. E, op!, entrambi, lasciammo la tolda.

Da allora, “Il Giorno” è imploso, lo dicono le cifre. E lo dice anche la sua successiva storia miserevole, fino all’inevitabile e mesta privatizzazione. Chi aveva organizzato la rivolta contro la professionalità e la dedizione, in nome della pigrizia e dell’appartenenza, ha purtroppo avuto, personalmente, ragione: ha sì lasciato alle sue spalle un cadavere di giornale, ma ha anche raggiunto il massimo della pensione senza faticare e con gli immeritati galloni
esibiti.

Ci fu, però, un piccolo, ma culturalmente molto agguerrito gruppo di giornalisti con la spina dorsale diritta, che, pur non avendo mai fatto loro particolari favori, prima mi difesero a viso aperto e poi mi resero l’onore delle armi. Erano i giornalisti comunisti che lavoravano al Giorno. Dei socialisti, l’unico che si alzò in assemblea a difendermi ed ad elogiarmi, fu Guido Gerosa. Non lo credevo così coraggioso e, per me, quel suo accorato e pubblico sostegno assolutamente fuori dal coro fu una piacevolissima sorpresa.

Mi rendo conto che i giovani ed i vecchi giornalisti che hanno rifatto grande “Il Giorno” negli anni della direzione Zucconi-Magnaschi sono molti più di quelli che ho citato. Loro sanno cosa hanno dato e cosa hanno fatto. E sanno anche che se non li ho citati è solo perché lo spazio è sempre tiranno. Ma li ho, tutti, i generosi (e, ripeto, erano tanti) nel cuore, anche trent’anni dopo. L’avventura del Giorno è stata per noi tutti meravigliosa. Anzi, abbagliante.


* Dice di sé:
Pierluigi Magnaschi, piacentino di nascita, milanese di adozione, apolide di testa, è stato costretto dalla circostanze ad organizzare il lavoro degli altri: redattore capo di “Tempo illustrato”, direttore de “La Discussione”, condirettore de “il Giorno”, vicedirettore de “La Notte”, direttore della “Domenica del Corriere”, di “Italia Oggi”, di “Milano Finanza” e infine, per sette anni, dell’“Ansa”. Ora è vicepresidente operativo di “ClassEditori” e docente al master di Giornalismo della Luiss. E può così dedicarsi alla scrittura, che gli piace






SALVATORE QUASIMODO



I filosofi, i nemici naturali dei poeti, e gli schedatori fissi del

pensiero critico, affermano che la poesia (e tutte le arti), come

le opere della natura, non subiscono mutamenti né

attraverso né dopo una guerra. Illusione; perché la guerra

muta la vita morale d’un popolo, e l’uomo, al suo ritorno,

non trova più misure di certezza in un modus di vita interno,

dimenticato o ironizzato durante le sue prove con la morte.

(Da “Discorso sulla poesia”, appendice a

Il falso e il vero verde”, 1956)




 

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