AMARCORD

AD AGNELLI PIACEVA IL VENTO,

PERCHÉ NON SI POTEVA COMPRARE


Nel 1990, a firma di Marie-France Pochna, uscì il libro

“Agnelli, l’irresistibile”: corposo compendio sulla storia dell’uomo,

della sua famiglia e del suo impero. In questo ricordo l’attualità

di una figura senza pari nella storia italiana del ’900


 

Fiammetta Jori*


L’occhio di Pochna in casa Agnelli

La storia di un uomo, di una famiglia e di un impero

Di certo questo non sarà l’ultimo libro scritto su Gianni Agnelli ovvero l’ “Avvocato”, come da tutti gli italiani, confidenzialmente, viene nominato (e mai invano!) né tanto meno è il primo giacché su Agnelli III esiste una bibliografia copiosa che si vanta di firme prestigiose a livello internazionale, nonché di enormi successi editoriali, dato che non è difficile “vendere” un personaggio che già da solo sa “vendersi” benissimo, naturalmente nel senso strettamente americano del termine.

Ad ingrossare il fiume d’inchiostro, che da sempre scorre per il capitano d’industria più charmant del pianeta, si aggiunge ora, affluente di tutto rispetto, questo ponderoso quando ponderato volume della giornalista francese Marie France Pochna, edito dalla Sperling & Kupfer, il cui titolo suona come un inconfutabile epitaffio: “Agnelli, l’irresistibile – Storia di un uomo, di una famiglia e di un impero”; sull’ “impero”, termine oggi piuttosto pericoloso, a meno che non lo si intenda unicamente finanziario, non possono sussistere ragionevoli dubbi e quand’anche ancora ce ne fossero stati, le lunghe digressioni che l’autrice dedica al “Colosso Fiat” (scrupolosamente corredate di diagrammi e grafici delle varie partecipazioni dell’Ifi, con tanto di percentuali) contribuiscono a fugarli all’istante.

Ma è sull’uomo Agnelli, impenetrabile come una sfinge di gran classe, che la Pochna tenta di far luce ripercorrendo con grande professionalità, le glorie e le disfatte, pubbliche e private di una famiglia che può fregiarsi della presenza di uomini che, al di là del nome, degli “agnelli” sembrano non avere proprio nulla.

In questa saga le cui vicende, pur restando saldamente ancorate alla verità provata degli eventi, rasentano spesso, e non per la leggerezza di chi le narra, la dimensione sempre estrema del romanzo, ogni figura viene tratteggiata con acume psicologico e nel rispetto, per quanto possibile, dell’ottica più oggettiva e non distorta dalle faziosità inevitabili delle varie interpretazioni popolari o dai “pettegolezzi” di un basso giornalismo, peraltro sempre
fiorente.

Sul clan Agnelli esiste, del resto, tutta una letteratura “ai confini della leggenda”; tante le cose dette, un po’ meno quelle appurate e Gianni Agnelli, con la complicità involontaria del suo innegabile physique du rôle, nasce già, in qualche modo, prigioniero di un mito che ogni sua scelta di vita era fatalmente destinata ad ingigantire.

Come disse una volta Federico Fellini, rispondendo ad Enzo Biagi che gli chiedeva una sua opinione sul successo personale di Agnelli nel mondo “piace come piace un attore, e perché la fortuna lo ha scelto. È un vittorioso; mettigli un elmo in testa, mettilo a cavallo.

Ha la faccia del re”. “Paris Match” suggerì di vedere nel volto da copertina di Gianni Agnelli “l’effige del condottiero”, mentre “Life” vi aveva ravvisato una “fisionomia da Giulio Cesare” e, per citare le parole di chi gli vive accanto, così anni fa affermò la moglie, Marella Caracciolo: “Ci fu un momento per John Kennedy, ora c’è per lui”; altrove, in una dichiarazione più privata, sempre Marella dirà “non vuole esprimere i sentimenti, ma mi ha sempre incantata e di questo gli sono grata”.

Difficile, allora, per l’autrice districarsi nell’immenso cosmo di notizie, aneddoti e citazioni che circondano la costellazione Agnelli e soprattutto la sua prima stella, ma il suo libro, che è forse tra i più esaurienti, dimostra come sia possibile riuscirne egregiamente ad estrapolare il “ritratto” credibile e verosimile di un uomo tanto noto ed imitato, quanto sconosciuto ed inimitabile e, naturalmente “irresistibile”.

Che Gianni Agnelli, infatti, appaia irresistibile anche ad una visuale d’oltralpe non è che l’ennesima conferma di un suo fascino ormai omologato e consacrato perfino nelle tanto nazional-popolari hit parade dei “più belli ed eleganti”, che spesso l’hanno visto classificarsi al primo posto, incontrastato. Vittoria questa un po’ cheap, ma significativa di come la gente abbia comunque bisogno di un modello cui guardare, sia pure per poterlo poi “snobbare”.

Le donne, è un dato certo, lo adorano e ovviamente da ottimo womanizer (versione yankee del nostro donnaiolo), Mr. Agnelli non ne ha mai disdegnato la compagnia, purché compatibile con i suoi gusti certamente meno facili dei costumi delle signore che volentieri l’avrebbero accompagnato dosando sapientemente l’elemento femminile nel caos ordinatissimo degli innumerevoli impegni quotidiani cui mai si sottrae.

D’altro canto, gli uomini non sono da meno; lo rispettano o comunque lo temono, che poi è la stessa cosa (almeno in politica) e da ogni dove giungono voci, tutt’altro che infondate, che l’avvocato Agnelli sia il “made in Italy” che più ci invidiano nel mondo!

Al libro della Pochna va riconosciuto il pregio di basarsi essenzialmente sulla meticolosa documentazione dell’autrice che, essendo avvocato prima ancora che giornalista, ha lavorato scrupolosamente per due anni con instancabile lavoro d’archivio ed oltre cento interviste da lei raccolte, alla preparazione di questo affresco in cui ogni “pennellata” è giustificata da un’assoluta e provato conoscenza del soggetto, senza nulla concedere ad illazioni o macchinose argomentazioni: ed indubbiamente ad Agnelli, nella cornice dorata della sua vita, si addice di più una studiata policromia piuttosto che la sapiente bitonalità del chiaroscuro.

Tantissime, infatti, le sfumature, non tutte percettibili, che compongono la ormai matura ed impeccabile nonchalance del Signor Fiat, come Biagi lo definì, a nome di tutti in un libro a lui dedicato nel ’76 che portava appunto questo titolo. “Ciò che conta è la sfumatura e non il colore”, diceva Baudelaire; e mi sembra che nessuno come Agnelli incarni, con eleganza e stile, il senso ultimo di un famoso verso che è anche un grandioso enunciato filosofico.

Ed ecco allora, che Marie-France Pochna ci presenta, via via, quasi con la passione dello storico, il nonno senatore, Giovanni Agnelli I, fondatore di cotanto “gigante industriale” che vide nel nipote Gianni il suo delfino; la bellissima mamma, Virginia Bourbon del Monte, di cui tutti gli uomini fatalmente si invaghivano e, tra questi, lo scrittore Curzio Malaparte, con cui ella visse un chiacchieratissimo amore; la nonna americana, Princess Jane, dall’umorismo ineguagliabile ed accattivante; il padre Edoardo, raffinato e soigné, cui si deve la fondazione della gloriosa Juventus che scomparve tragicamente a soli 44 anni in un incidente aereo (Gianni ne aveva allora 14); la fondamentale Miss Parker, la governante inglese, che seguì l’educazione dei piccoli Agnelli e della quale Susanna, nel suo libro autobiografico “Vestivamo alla marinara” ricorda la fatidica frase che sempre ripeteva loro per frenare le intemperanze giovanili “Remember that you are an Agnelli” e poi ancora Valletta, l’uomo dell’interregno che tenne il testimone nella staffetta nonno e nipote, negli anni peraltro difficili in cui quest’ultimo era ancora troppo giovane per assumersi gli onori e gli oneri che l’eredità Fiat comportava; tra i suoi interlocutori e collaboratori, nell’ambito delle problematiche aziendali,Cesare Romiti, Vittorino Chiusano, Carlo De Benedetti, Enrico Cuccia e tanti tanti altri… insomma “quella folla anonima di cui siamo fatti” – come la Yourcenar definisce la nostra memoria
genetica ed esistenziale – qui lascia talvolta individuare dei nomi, e di taluni, si può individuare la fisionomia, intuire un carattere e scolpirsene il volto nell’immaginazione; ciò consentirà al lettore, se vorrà, di guardare diversamente il “fenomeno Agnelli”, che nonostante le patinate frivolezze dell’uomo blasé, che la stampa mondiale rappresenta, enfatizzando dettagli estremamente à la page e, immancabilmente, up to date come nessuno, vive ogni giorno lo stress di un vertice internazionale di potenze industriali e finanziarie in cui la Fiat, di cui egli è presidente e blasone “batte la bandiera italiana” ed è probabilmente questo “il senso della Fiat” cui Agnelli allude quando afferma, categoricamente, che chi gli succederà dovrà comunque averlo, poiché esso, appunto, si identifica “con il complesso di valori che la Fiat rappresenta nel Paese, a Torino, in Piemonte e nella storia dell’industria nazionale”.

Mi si consenta una notazione: era il 1966 quando Gianni Agnelli, dopo anni di goliardiche ed eccentriche avventure da perfetto enfant gaté, che avevano riempito le cronache mondane, prendendo in mano le redini della Fiat fa pronunciare a Valletta la storica frase “Il dottor Agnelli non è più solamente il nipote di suo nonno”; Gianni ha 45 anni e suo padre Edoardo, quando morì ne aveva 44. Forse è solo una banale coincidenza, ma se le eredità
morali esistono, ed Agnelli con forza e fierezza lo ribadisce, essendo egli ciò che palesemente è, credo che quei due freddi numeri, 44 e 45, età rispettivamente di una fine e di un inizio, siano consecutivi proprio perché le segrete liaisons tra padre e figlio si compiono solo se e quando la fatale “predestinazione” dell’uno innesca nell’altro il “libero arbitrio” di una scelta che possa perpetuarne il nome ed il patrimonio spirituale da esso inscindibile.

Una tale personale elucubrazione finale, spero non irrilevante, è comunque frutto delle riflessioni che quasi sempre scaturiscono dalla lettura di un libro intelligente su un uomo intelligente. E l’abbinamento delle due cose è perlomeno raro.

 

Questa mia recensione, datata 13 ottobre 1990, pubblicata su “L’Avanti!”, so per certo – poiché gli fu data brevi manu da una sua cara cugina di Torino che allora, felicemente e con reciproca simpatia, frequentavo – piacque molto all’Avvocato Agnelli. Del suo positivo commento a riguardo (cosa in cui speravo) fui, e non nascondo, molto flattée.

Non so se questo libro, attento ed esaustivo, sia ancora in circolazione, almeno in Francia o se abbia avuto nuove edizioni. Resta, però, tuttora – e ancor più, anzi – valida a distanza di anni la tesi che informa di sé quelle pagine nonché la mia chiosa sul fondamentale “passaggio di testimone” tra cotanto nonno e cotanto nipote.

Oggi “vicini” nell’amata Villar Perosa, dove l’Avvocato diceva di sentirsi davvero “a casa”ed insieme custodi senza revoca di un retaggio eterno, nel cui nome inscrivere, del proprio destino, l’incipit e l’approdo.

Aggiungo così, idealmente, all’omaggio di questi giorni, per il centenario di Agnelli “Il secolo dell’Avvocato”, al Vittoriano di Roma, curato nei dettagli con affettuosa deferenza da Marcello Sorgi, questa “pagina” che in passato gli dedicai, conoscendo della “staffetta” emotiva ed intellettuale, che talora imposta l’umano destino, gli oneri difficili, aspri, fatali, peraltro inscindibili dai meravigliosi onori che ne sono meritato contrappasso.

Quando l’Avvocato Agnelli chiuse la sua ammirata (e da taluni invidiata) avventura terrena “Libero” titolò: “Il signore degli Agnelli: fine”. Forse carpendo le benevolenze di tante fiction-victims, mi dispiacque non tanto per il defunto quanto per la nostra immagine….

Prevedendo o paventando un triste futuro per l’Italia dove sarebbe salito agli oneri delle cronache qualche semplice “Pecoraro”. E non è un gran traguardo, purtroppo.


* Dice di sé:
Fiammetta Jori. Ripensa volentieri ad una, tra le tante, espressioni felici di Gianni Agnelli. Ad Enzo Biagi rispose così, in un’intervista televisiva: “La mia più grande passione? Mi piace molto il vento, perché non lo si può comprare!”. Noblesse oblige.





GIAMBATTISTA VICO



I poeti teologi, siccome posero per princìpi in fisica le sostanze

da essi immaginate divine, così descrissero una a cotal fisica

convenevole cosmografia, ponendo il mondo formato di dèi

del cielo, dell’inferno (che da’ latini si dissero “dii superi” e “dii

inferi”) e di dèi che tra ‘l cielo e la terra si frapponessero (che

dovetter esser appo i latini dapprima i dèi detti “medioxumi”.

(Da “Principi di scienza nuova – Della cosmografia poetica”,

cap. VIII, 1744)




 

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