AMARCORD

VENEZIA E UN CARNEVALE LONTANO,

MA NON IRRAGGIUNGIBILE


Agli inizi degli anni ottanta la città lagunare era meta obbligatoria

per chi volesse vivere un’esperienza carnascialesca unica al mondo


 

Roberto Sangiorgi Colangelo



Se qualcuno, in quella ancor buia e fredda alba di febbraio, si fosse affacciato alla finestra, nei pressi della stazione di Firenze, si sarebbe ritratto intimorito o al contrario, più per curiosità che per benevolenza, si sarebbe soffermato a guardare perplesso quei tre strani personaggi, addobbati in maniera improbabile, che si dirigevano verso i treni. La ragazza, l’unica donna del gruppo, ad un certo punto si voltò di scatto e sibilò furente: “... Roberto!! Ti venisse un bene, se mi pesti ancora una volta lo strascico ti rispedisco da dove sei venuto!”.

Cosa stava succedendo? Per saperlo, dobbiamo fare un passo indietro…

Erano i primi anni ’80, alcune compagnie di attori dilettanti, o più o meno professionisti, di Venezia, avevano riesumato e contribuito a riportare in auge il fiabesco Carnevale della città lagunare, che tanta fama aveva, meritatamente, acquisito nei secoli passati.

Rappresentazioni nei campi, animazioni nelle calli, e rigorosamente, tutti in maschera…

I primi tentativi di questa iniziativa avevano attirato soprattutto l’attenzione della stampa locale, poi, nel giro di pochi anni, sia i giornali sia le televisioni nazionali avevano cominciato a parlare di questo “rinato” carnevale di Venezia, al quale accorrevano e partecipavano, in quei giorni di festa, turisti provenienti non solo da tutta Italia, ma dal mondo intero, contribuendo a creare un vero e proprio fenomeno, che più che mai meritava e merita la definizione di… “costume”.

La cosa non poteva sfuggire a noi tre: Silvia, Andrea ed io; perennemente alle prese con gli esami e le lezioni universitarie, non perdevamo l’occasione per evadere un po’ dalla nostra routine. E Firenze, pur bellissima e ancora vivibile in quegli anni, era, a dire il vero, un po’ sonnacchiosa in quelle settimane di mezzo inverno.

Silvia, quaranta chili di energia ed idee scoppiettanti, non era nuova a certe iniziative. Nel suo paesino di residenza, in provincia di Firenze, assieme ad alcuni amici volenterosi organizzava la sfilata di carri allegorici e coinvolgeva la popolazione locale nell’animazione del carnevale. In facoltà, mi aveva fatto vedere qualche foto: “Beh, sì – commentai io un po’ distaccato – carino, ma queste cose le facevamo anche noi sulle Dolomiti negli anni ’60…”. Lei mi strappò le foto di mano, scuotendo la testa: “Porino, non vorrai mica insegnarmi a come scendere dal letto la mattina, vero?”, rispose con il suo amabile accento e la sua immancabile ironia fiorentina.

“Si, va bene, ma cosa vorresti, che io venissi a Dicomano per vestirmi da Asterix e sfilare su un trattore tra le vecchiette del paese?” le chiesi.

“Quanto sei noioso, quanto sei palloso… – rispose lei – non saresti te se non fossi così… no, io volevo dire che, insomma, potremmo… allargare i nostri orizzonti…”. “Io, nel centro di Firenze vestito da carnevale non mi ci avventuro!”.

Silvia chiuse il libro, che stava inutilmente cercando di studiare, si accese una sigaretta e guardò con aria misteriosa la nuvoletta di fumo che si alzava… “No, Roberto, no, io avrei in mente… come posso dirti… Venezia!”. “Venezia?!”. “Venezia, Venezia!”. Silvia mi lasciò lì seduto, sulla panca degli inconsolati fuoricorso nel corridoio della facoltà, e senza aggiungere altro se ne andò. Nonostante il mio atavico distacco, non potei fare a meno, nei giorni successivi, di rimuginare quanto mi aveva instillato in mente la mia amica del cuore… Venezia e il suo carnevale…
sì, un po’ lontano, ma non irraggiungibile…. E dovevo riconoscere che l’idea non era per niente malvagia, anche se non volevo darle la soddisfazione di accettarla immediatamente.

A convincermi del tutto, fu Andrea, l’altro compagno di studi, già amico d’infanzia e di scorribande estive di Silvia. Andrea aveva uno sviluppato senso artistico, e si dilettava, sin da quegli anni, a disegnare e ideare capi d’abbigliamento che un giorno avrebbe proposto, con successo, ad alcuni noti stilisti fiorentini. Fui del resto io a commentare con lui l’idea, quando lo incontrai a lezione: “Silvia mi avrebbe esposto un progetto…”.
“Non mi meraviglia – commentò lui con un sorriso bonario – Silvia ha sempre un progetto da esporre; di cosa si tratta?”. “Beh, non ho capito veramente bene come e quando… sai, lei si occupa dell’animazione del carnevale a Dicomano …”. “Si, lo so, lo fa ogni anno. Dov’è la novità?”. “Credo che vorrebbe fare una trasferta a Venezia, per il carnevale in laguna…”.

Andrea annuì: “L’idea non è male, manca ancora un po’ più di un mese, ma ci saranno diverse cose da mettere a fuoco…. Troviamoci domani a casa di Silvia, a Dicomano, e ne parleremo insieme!”.

Così, pur con qualche esitazione e incertezza, prendemmo a parlarne, aiutandoci coi principali rotocalchi italiani che cominciavano a trattare del carnevale veneziano in vista per quell’anno, ritrovandoci come cospiratori nel paesino del Mugello, dove abitava Silvia.

Le ore passavano scambiandoci foto di costumi, disegni, schizzi… Le idee, piano piano prendevano forma. “Tu sarai il principe nero… Andrea si vestirà da sceicco, e io… io sarò qualsiasi cosa, purché, più che mai sontuosa e barocca!”, sentenziò Silvia dopo ore e ore di riflessioni.

“Sì, – ribadii io – ma tu saresti capace di cucire e confezionare tutto questo?”.

La mia piccola, vulcanica amica ridacchiò sorniona: “Io no, ma qui… qui ci vuole Marisona!”. Chi era costei? Silvia ci spiegò: Marisona era una donna immensa, e dall’immenso cuore d’oro, che dopo aver lavorato presso una rinomata sartoria fiorentina da uomo, si era ritirata in pensione in quel villaggio alle porte del Mugello. “Mi ha persino confezionato una camicia!” esclamò Silvia per rassicurarci. “Capirai che sforzo… hai le misure 0-12!”, risposi io, smorzando il suo entusiasmo.

Lei non mi rispose, e si rivolse al pacato Andrea: “Naturalmente, tu metterai su carta le mie idee, poi le faremo vedere a Marisona e… io e Roberto andremo a comprare le stoffe e gli accessori”.

Nei giorni seguenti, Andrea cominciò ad elaborare i modelli dei costumi. Non dovevano essere solo dei costumi, ma qualcosa in più: il carnevale di Venezia è bizzarria, fantasia, esagerazione, colpo di teatro; tutto doveva essere all’insegna della festa barocca, quale l’evento lagunare aveva dimostrato di essere.

Ovviamente, i bozzetti dei costumi dovevano essere sottoposti all’occhio esperto e all’approvazione di Marisona, e fu in uno di quei giorni che la conobbi: abitava in una vecchia casa, sopra la canonica del paese, e ci ricevette nella sua stanza da lavoro, riscaldata da una vecchia stufa a legna, che diffondeva nell’aria un piacevole, vecchio profumo di legna di pino bruciata. Era veramente una donna dall’aspetto imponente: la nostra mingherlina
Silvia sembrava ancora più piccola vicino a lei.

Le presentammo i nostri bozzetti, e lei prese a guardarli in silenzio, con occhio attento, ricoperta di frammenti di filo da cucire.

Taceva, avvicinandosi alla finestra per vedere meglio i modelli che Andrea aveva disegnato, rigirando tra le mani i vari fogli e ogni tanto aggrottando la fronte. Silenzio. Poi, finalmente, il responso: “Sì, non c’è male, si può fare qualcosa…”. Ci guardammo negli occhi con soddisfazione, poi Marisona aggiunse: “Ma occhio, ragazzi, dovete darvi da fare… e trovare le stoffe giuste”.

Detto fatto. Cominciava la fase esecutiva dell’impresa: come stabilito, Silvia ed io avremmo passato in rassegna i principali negozi di stoffe di Firenze per trovare ciò che ci serviva; è chiaro che per confezionare dei costumi di carnevale, almeno come quelli che aveva progettato Andrea su ispirazione di Silvia, erano necessarie stoffe un po’ particolari, sete, vecchi broccati, damaschi, rasi… tutto fuori dell’ordinario.

Nelle settimane che seguirono, io e lei eravamo diventati l’ossessione dei commercianti in città. Silvia era esigentissima. Quando io, preso da stanchezza, con pragmatismo tutto maschile, avrei acquistato qualsiasi cosa ci venisse proposta, lei mi tirava un calcio negli stinchi, di nascosto, e con un sorriso smagliante scuoteva la testa, rivolgendosi alla commessa: “No signorina, no… non ci siamo, vorremmo qualcosa di più… di più… come dire? Di più, ecco!”.

Un giorno, alla ricerca di un piccolo scampolo di un particolare tipo di broccato, sembrava che avessimo trovato qualcosa di interessante in un negozio nei pressi del Duomo.

Il commesso, un uomo allampanato dai modi affettati e un po’ supponenti, sulla sessantina, ci guardò dapprima con aria altezzosa, ascoltando le nostre richieste, poi, senza aggiungere altro, si ritirò nel retrobottega, uscendone poco dopo e recando tra le braccia un piccolo rotolo di stoffa ricoperto di polvere, che probabilmente giaceva nel magazzino da quanto Anita Ekberg aveva fatto visita al negozio stesso durante i vivaci anni del suo successo italiano.

Silvia fece per toccare un lembo della stoffa, ma il commesso si ritrasse con aria scandalizzata: “Eh no, signorina, ‘un tocchi, la prego, l’è una stoffa preziosissima… Quanti metri gliene occorrerebbero? Facciamo sett’-otto… è per un abito da sera? Una bella giacca da uomo da passeggio? Una gonna da cocktail?”. La mia amica represse a stento una risata; io mi morsi le labbra. “No, – disse lei un po’ intimidita, cercando soprattutto di non urtare la suscettibilità del commesso – veramente ce ne servirebbe mezzo metro… sa, ehm… per un costume da carnevale…”.

L’uomo impallidì e sgranò gli occhi: “Un costume da carnevale…? Questa stoffa per un costume da carnevale? Ma guardino, che in questo negozio si servì pure Tyrone Power con la Linda!!” – “La Linda chi?” chiese Silvia distruggendo una delle poche certezze dell’uomo. “O signorina, ma lo sanno tutti: la Linda, la mamma di Romina!”, sentenziò lui con sussiego. “A noi ce ne servirebbe solo mezzo metro”, ribadì la mia amica con una punta di sottile sadismo. Ma era la verità.

L’uomo non poté reprimere un moto di stizza: “Suvvia, vadino, ‘un mi faccian perder tempo, …mezzo metro di broccato che io tengo così da conto, e che l’è proprio adatto a fa’ una bella giacchina da omo! Ma guardino un po’…”. Queste erano le nostre incursioni nei negozi della città. Ma piano piano, riuscimmo a procurarci il necessario, che quindi passava sotto l’occhio esperto e vigile di Marisona, la quale, poi cominciava a prendere le misure e a cucire.

Nel giro di due settimane, i costumi furono pronti. Ed erano all’altezza delle nostre aspettative: Marisona sapeva il fatto suo. Non si trattava di costumi ispirati ad una maschera ben precisa o ad un soggetto particolare: era quanto di più bizzarro la nostra fantasia avesse potuto creare, ed era quanto in quegli anni andava veramente per la maggiore al carnevale di Venezia: anche a costo di apparire esagerati, ma dovevano colpire l’immaginazione,
e lasciare il segno.

Il mio era un costume di ispirazione rinascimentale, con giustacuore di raso trapuntato, maniche e pantaloni a sbuffo, di velluto nero, ed un gran mantello a ruota dello stesso colore, illuminato da squarci d’oro. Silvia, invece, avrebbe indossato una gigantesca (per le sue misure) gonna a balze rosse e viola, un abbinamento altrimenti discutibile, con un enorme cappello piumato, vagamente settecentesco, che riprendeva gli stessi colori, ed un manto di tulle che la faceva assomigliare ad una bomboniera con le gambe. Andrea, più “sobriamente” si era riservato il ruolo di un inconsueto sceicco delle Mille e una notte, tutto in viola ed argento.

Decidemmo che saremmo partiti di sabato mattina, con l’espresso delle 6,30 dalla stazione di Firenze; ognuno di noi si alzò, nella sua rispettiva abitazione; io con molta fatica vista la mia ben nota pigrizia, e dopo aver indossato i costumi, con molta cautela, per le loro ardite geometrie, ci trovammo al luogo dell’appuntamento, un caffè nei pressi della stazione. Per Silvia, proveniente, appunto, da un paesino della provincia, la sveglia era stata ancor più anticipata, ma era la più elettrizzata del gruppo. I pochi clienti che a quell’ora sostavano nel bar, e che videro entrare quei tre originali personaggi così stranamente abbigliati, ci fecero posto, scostandosi silenziosamente dal bancone, per lasciarci prendere un salutare caffè.

Pochi collegavano le nostre mise alla giornata di festa che ci avrebbe coinvolto nella città lagunare.

La stessa cosa accadde quando salimmo in treno, occupando coi volumi dei nostri costumi praticamente uno scompartimento intero.

Il tempo non si preannunciava dei migliori. Aveva piovuto tutta la notte, faceva abbastanza freddo, cosa del tutto naturale ai primi di febbraio, ed addirittura sulle prime altezze dell’Appennino, poco dopo l’inizio del viaggio, vedemmo comparire la neve.

Col mio consueto pessimismo, osservai che sarebbe stato più opportuno celebrare il carnevale in un’altra stagione. Silvia scosse la testa: “Se non ti va bene, vattene in Brasile a festeggiare il carnaval… vedrai che bel servizietto ti fanno, quando ti vedono arrivare con codesto costumino…!”.

Il viaggio, in quella prima parte dell’alba, tra un sonnellino e l’altro trascorse piuttosto tranquillamente; quando però cominciammo a sostare alla stazione di Bologna, poi a quella di Ferrara, e poi di Padova, qualcosa prese a cambiare: sino ad allora, in quello scompartimento ferroviario, sopportando le occhiate incuriosite e perplesse degli altri viaggiatori, ci eravamo sentiti quasi degli alieni. Tuttavia, man mano che il treno si avvicinava lentamente alla meta lagunare, gruppetti prima sparuti, poi sempre più numerosi di persone di tutte le età, in abbigliamento carnevalesco, salivano sul treno, caricando l’aria di un’atmosfera di elettrica attesa.

Tutti sembravano obbedire al richiamo magico di un pifferaio, forse sconosciuto, ma al quale non ci si poteva sottrarre. Senza quasi accorgercene, senza quasi renderci conto che noi stessi eravamo parte di tutto ciò, cominciammo a sorridere, e a guardarci con complicità.

Tutto stava diventando naturale, lecito, la realtà stava trasformandosi in una variopinta e vorticosa quinta teatrale. Silvia ci guardò con un sorriso vittorioso: dovevamo ammetterlo, la sua idea stava prendendo corpo in tutto e per tutto.

Il treno imboccò il ponte che collega Mestre a Venezia alle dieci del mattino: all’improvviso, un raggio di sole squarciò il cielo grigio, quasi per darci il benvenuto nella Serenissima. Scendere dal treno, avviarci per le strette e sinuose calli, attraversare ponti in pietra secolari, che sembravano aspettare solo noi, incrociare rappresentazioni di compagnie teatrali ispirate alla commedia dell’arte, ammirare centinaia di altre persone in costume, che come noi tentavano quella inconsueta e divertentissima avventura, fu tutt’uno.

Arrivati in piazza San Marco, il cuore trasecolò: il salotto buono della città era trasformato in un palcoscenico dai mille colori, dalle mille voci, qualcosa di veramente inaspettato e mai visto.

Perché il carnevale di Venezia è difficilmente descrivibile a parole: certo, anche nella nostra regione di provenienza, la Toscana, si vive, per esempio, la tradizione allegra, chiassosa e ridanciana del carnevale di Viareggio, così come quello di tante altre piccole realtà locali; in altre regioni italiane, questo periodo viene celebrato in maniera altrettanto gradevole ed inconsueta. Ma il carnevale sulla laguna ha il potere di sorprendere nel vero senso della parola, di togliere il fiato a chi si lascia trasportare, anche solo per un giorno, o addirittura anche solo per qualche ora, nella festa sfarzosa che vede per protagonisti uomini, donne, anziani, bambini di ogni età e ceto sociale.

C’è chi noleggia un lussuoso costume settecentesco presso qualche prestigiosa sartoria teatrale; c’è chi studia mesi interi, ideandolo addirittura da un anno all’altro, per confezionare il costume più bizzarro, c’è chi, semplicemente, si lascia truccare all’angolo di un campo da qualche ragazza gentile e sorridente che compie questa delicata operazione per guadagnare qualche soldo, c’è chi indossa solo un’antica bautta ricoperta di velluto…. Ma la
città intera sembra esplodere di una compiaciuta follia, quasi una cerimonia, certo un rituale secolare, che la trasforma in una vera e propria scenografia teatrale dai mille volti.

Eravamo incantati e, con stupore ed emozione, incantavamo a nostra volta: i nostri costumi, ideati dalla fantasia, realizzati anche con un pizzico di sana fatica e, a dire il vero, attingendo con entusiasmo ai nostri risparmi, si stavano rivelando un successo: fotografi provenienti da tutto il mondo ci fermavano anche per quarti d’ora interi, chiedendoci di metterci in posa davanti ad una colonna, sotto una statua, accanto ad un pozzo, sui gradini di un ponte… e la secolare città avvolgeva il nostro successo nella luce dorata di una giornata che difficilmente avremmo scordato. In quei momenti, anche le nostre ansie di studenti universitari sembravano lontane.

“Le manteau, agitez le manteau…!”, mi gridò con aria ispirata ed improbabile pronuncia un cineoperatore giapponese. Io lo guardai, e mi rivolsi ad Andrea: “Cosa vuole?”. Lui rispose, prendendomi in giro: “Roberto… meno male che ti devi laureare in francese… Vuole che sventoli il mantello… pensa che onore, questa sera sarai in Tokiovisione!”.

Ricordo che decidemmo di fare una sosta pranzo… in un fast food, sfamandoci con dei gustosi hamburger a base di conservanti e coloranti di ogni specie.

Il carnevale di Venezia è anche questo: in un qualsiasi caffè, in un piccolo supermercato, o al tabacchino, ci si può imbattere in un raffinato gentiluomo della Serenissima con bastone da passeggio e tricorno, in una sontuosa dama misteriosa, o in un vivacissimo Arlecchino che magari sta comprando un pacchetto di sigarette con filtro.

Dopo, ci riavvicinammo a piazza san Marco, per assistere all’arrivo del doge e dei suoi eleganti cortigiani e dignitari, che si avviavano, con sussiego, verso il palazzo ducale; una signora portava a spasso il suo barboncino vestito da pulcinella, mentre un’intera famiglia di puffi si imbarcava su un vaporetto verso il lido.

Stava imbrunendo, le luci della città si accendevano, ma la grandiosa festa non sembrava accennare a diminuire, anzi, dietro ogni angolo, nei campi più nascosti, le sorprese non smettevano mai. Nei pressi di una piccola chiesa, durante il nostro euforico vagare, trovammo una dolce Colombina che si dondolava con maliziosa pigrizia su un’altalena, mentre un ridondante capitan Fracassa le dedicava versi romantici in lingua veneziana.

Da una gondola, silenziosamente, scese un nugolo di paggetti che recavano in mano delle torce, e che andarono ad accoccolarsi ai piedi di una principessa orientale.

Dagli altoparlanti presenti un po’ ovunque, musica classica e moderna di ogni genere invitava alle danze chiunque avesse ancora energia da spendere in quel vortice di allegria e spensieratezza.

Noi, emozionati, sempre vicini uno all’altro quasi per un sottile timore di rimanere ammaliati tra le pagine di quella viva leggenda, ci guardavamo negli occhi, e ridevamo silenziosamente: stavamo vivendo un sogno, e ne eravamo felici come solo a vent’anni si sa essere.

Ma era arrivata anche l’ora di riprendere la strada della stazione; erano quasi le 9:00 di sera, e il nostro treno per Firenze ci aspettava, immobile, lungo il binario. Prendendo posto in uno scompartimento buio, nella stanchezza e nell’ebbrezza che provavamo per quella giornata così speciale, ci abbandonammo sui sedili, con indosso ancora i nostri costumi, un po’ stazzonati, un po’ sgualciti, il trucco che cominciava a sbavare dai nostri occhi, qualche perlina che dondolava da un filo, un coriandolo che si perdeva tra le pieghe del mantello.

“Peccato, proprio ora che viene il bello…” commentò estasiata Silvia, guardando fuori dal finestrino del treno che lentamente si avviava. Andrea si tolse le babbucce sotto misura del suo costume da sceicco, e si massaggiò le estremità: “Ragazzi, non so voi, ma la prossima volta, se torniamo, mi vestirò da mal di piedi…!”.

Il resto del viaggio, tra un sonnellino e l’altro, trascorse come in sogno; ogni tanto ci guardavamo, stanchi, quasi increduli per la giornata trascorsa, commentando quanto avevamo visto in tutte quelle ore: la magia della Serenissima, la folla, i costumi più indescrivibili…. Chi non è mai stato, almeno per una volta, al carnevale di Venezia può solo lontanamente immaginare di che cosa si tratti.

Arrivammo all’una alla stazione di Firenze, e ci salutammo davanti all’ingresso centrale, rincuorati anche dal fatto che il giorno dopo era domenica, ed avremmo potuto riposarci.

Mi ero già avviato di qualche passo per raggiungere la fermata dell’autobus, quando mi sentii chiamare dalla voce squillante di Silvia; mi girai: nell’oscurità della notte, con quel buffo costume dal lungo strascico che ancora indossava, e che innumerevoli volte, goffamente, avevo pestato, sembrava quasi una bambina. “Che c’è?”, domandai reprimendo uno sbadiglio. “Ehi, ragazzi… ma l’anno prossimo come ci si maschera?”.


Queste pagine sono dedicate al ricordo di Silvia C. M. (1962-2006) e di Andrea G. (1962-2007).






PABLO NERUDA



A che servono i versi se non per quella notte

in cui un pugnale amaro ci fruga,

per quel giorno, per quel crepuscolo,

per quell’angolo rotto

dove il cuore colpito dell’uomo si dispone a morire?

(Da “Ode a Federico Garcia Lorca”, 1935)



 

EUGENIO MONTALE


Ma ora per concludere debbo una risposta alla domanda

che ha dato un titolo a questo breve discorso.

Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia

nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell’uomo robot,

quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero

essere molte. La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di

tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto.

(Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti.

È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari

lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui

si dibatte fin dal primo giorno della Creazione.

(Da “È ancora possibile la poesia”,

discorso per il Premio Nobel ricevuto nel 1975)

 




 

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