AMARCORD
VENEZIA E UN CARNEVALE LONTANO,
MA NON IRRAGGIUNGIBILE
Agli inizi degli anni ottanta la città lagunare era meta
obbligatoria
per chi volesse vivere un’esperienza
carnascialesca unica al mondo
Roberto Sangiorgi Colangelo
Se qualcuno, in quella ancor buia e fredda alba di
febbraio, si
fosse affacciato alla finestra, nei pressi della
stazione di
Firenze, si sarebbe ritratto intimorito o al
contrario, più per
curiosità che per benevolenza, si sarebbe soffermato
a guardare
perplesso quei tre strani personaggi, addobbati in
maniera improbabile,
che si dirigevano verso i treni. La ragazza, l’unica
donna
del gruppo, ad un certo punto si voltò di scatto e
sibilò furente: “...
Roberto!! Ti venisse un bene, se mi pesti ancora una
volta lo strascico
ti rispedisco da dove sei venuto!”.
Cosa stava succedendo? Per saperlo, dobbiamo fare un
passo indietro…
Erano i primi anni ’80, alcune compagnie di attori
dilettanti,
o più o meno professionisti, di Venezia, avevano
riesumato
e contribuito a riportare in auge il fiabesco
Carnevale della città
lagunare, che tanta fama aveva, meritatamente,
acquisito nei secoli
passati.
Rappresentazioni nei campi, animazioni nelle calli,
e rigorosamente,
tutti in maschera…
I primi tentativi di questa iniziativa avevano
attirato soprattutto
l’attenzione della stampa locale, poi, nel giro di
pochi
anni, sia i giornali sia le televisioni nazionali
avevano cominciato
a parlare di questo “rinato” carnevale di Venezia,
al quale accorrevano
e partecipavano, in quei giorni di festa, turisti
provenienti
non solo da tutta Italia, ma dal mondo intero,
contribuendo a creare
un vero e proprio fenomeno, che più che mai meritava
e merita
la definizione di… “costume”. La cosa non poteva
sfuggire a noi tre: Silvia, Andrea ed io;
perennemente alle prese con gli esami e le lezioni
universitarie,
non perdevamo l’occasione per evadere un po’ dalla
nostra routine.
E Firenze, pur bellissima e ancora vivibile in
quegli anni, era,
a dire il vero, un po’ sonnacchiosa in quelle
settimane di mezzo
inverno.
Silvia, quaranta chili di energia ed idee
scoppiettanti, non
era nuova a certe iniziative. Nel suo paesino di
residenza, in provincia
di Firenze, assieme ad alcuni amici volenterosi
organizzava
la sfilata di carri allegorici e coinvolgeva la
popolazione locale
nell’animazione del carnevale. In facoltà, mi aveva
fatto vedere
qualche foto: “Beh, sì – commentai io un po’
distaccato – carino,
ma queste cose le facevamo anche noi sulle Dolomiti
negli
anni ’60…”. Lei mi strappò le foto di mano,
scuotendo la testa:
“Porino, non vorrai mica insegnarmi a come scendere
dal letto la
mattina, vero?”, rispose con il suo amabile accento
e la sua immancabile
ironia fiorentina.
“Si, va bene, ma cosa vorresti, che io venissi a
Dicomano
per vestirmi da Asterix e sfilare su un trattore tra
le vecchiette del
paese?” le chiesi.
“Quanto sei noioso, quanto sei palloso… – rispose
lei –
non saresti te se non fossi così… no, io volevo dire
che, insomma,
potremmo… allargare i nostri orizzonti…”. “Io, nel
centro di
Firenze vestito da carnevale non mi ci avventuro!”.
Silvia chiuse il libro, che stava inutilmente
cercando di
studiare, si accese una sigaretta e guardò con aria
misteriosa la
nuvoletta di fumo che si alzava… “No, Roberto, no,
io avrei in
mente… come posso dirti… Venezia!”. “Venezia?!”.
“Venezia,
Venezia!”. Silvia mi lasciò lì seduto, sulla panca
degli inconsolati
fuoricorso nel corridoio della facoltà, e senza
aggiungere altro se
ne andò. Nonostante il mio atavico distacco, non
potei fare a
meno, nei giorni successivi, di rimuginare quanto mi
aveva instillato
in mente la mia amica del cuore… Venezia e il suo
carnevale…
sì, un po’ lontano, ma non irraggiungibile…. E
dovevo riconoscere
che l’idea non era per niente malvagia, anche se non
volevo
darle la soddisfazione di accettarla immediatamente.
A convincermi del tutto, fu Andrea, l’altro compagno
di
studi, già amico d’infanzia e di scorribande estive
di Silvia.
Andrea aveva uno sviluppato senso artistico, e si
dilettava, sin da
quegli anni, a disegnare e ideare capi
d’abbigliamento che un
giorno avrebbe proposto, con successo, ad alcuni
noti stilisti fiorentini. Fui del resto io a
commentare con lui l’idea, quando lo incontrai
a lezione: “Silvia mi avrebbe esposto un progetto…”.
“Non mi meraviglia – commentò lui con un sorriso
bonario –
Silvia ha sempre un progetto da esporre; di cosa si
tratta?”. “Beh,
non ho capito veramente bene come e quando… sai, lei
si occupa
dell’animazione del carnevale a Dicomano …”. “Si, lo
so, lo fa
ogni anno. Dov’è la novità?”. “Credo che vorrebbe
fare una trasferta
a Venezia, per il carnevale in laguna…”.
Andrea annuì: “L’idea non è male, manca ancora un
po’
più di un mese, ma ci saranno diverse cose da
mettere a fuoco….
Troviamoci domani a casa di Silvia, a Dicomano, e ne
parleremo
insieme!”.
Così, pur con qualche esitazione e incertezza,
prendemmo
a parlarne, aiutandoci coi principali rotocalchi
italiani che cominciavano
a trattare del carnevale veneziano in vista per
quell’anno,
ritrovandoci come cospiratori nel paesino del
Mugello, dove abitava
Silvia.
Le ore passavano scambiandoci foto di costumi,
disegni,
schizzi… Le idee, piano piano prendevano forma. “Tu
sarai il
principe nero… Andrea si vestirà da sceicco, e io…
io sarò qualsiasi
cosa, purché, più che mai sontuosa e barocca!”,
sentenziò
Silvia dopo ore e ore di riflessioni.
“Sì, – ribadii io – ma tu saresti capace di cucire e
confezionare
tutto questo?”.
La mia piccola, vulcanica amica ridacchiò sorniona:
“Io
no, ma qui… qui ci vuole Marisona!”. Chi era costei?
Silvia ci
spiegò: Marisona era una donna immensa, e
dall’immenso cuore
d’oro, che dopo aver lavorato presso una rinomata
sartoria fiorentina
da uomo, si era ritirata in pensione in quel
villaggio alle porte
del Mugello. “Mi ha persino confezionato una
camicia!”
esclamò Silvia per rassicurarci. “Capirai che
sforzo… hai le misure
0-12!”, risposi io, smorzando il suo entusiasmo.
Lei non mi rispose, e si rivolse al pacato Andrea:
“Naturalmente, tu metterai su carta le mie idee, poi
le faremo vedere
a Marisona e… io e Roberto andremo a comprare le
stoffe e
gli accessori”.
Nei giorni seguenti, Andrea cominciò ad elaborare i
modelli
dei costumi. Non dovevano essere solo dei costumi,
ma qualcosa
in più: il carnevale di Venezia è bizzarria,
fantasia, esagerazione,
colpo di teatro; tutto doveva essere all’insegna
della festa
barocca, quale l’evento lagunare aveva dimostrato di
essere. Ovviamente, i bozzetti dei costumi dovevano
essere sottoposti
all’occhio esperto e all’approvazione di Marisona, e
fu in
uno di quei giorni che la conobbi: abitava in una
vecchia casa, sopra
la canonica del paese, e ci ricevette nella sua
stanza da lavoro,
riscaldata da una vecchia stufa a legna, che
diffondeva nell’aria
un piacevole, vecchio profumo di legna di pino
bruciata. Era veramente
una donna dall’aspetto imponente: la nostra
mingherlina
Silvia sembrava ancora più piccola vicino a lei.
Le presentammo i nostri bozzetti, e lei prese a
guardarli in
silenzio, con occhio attento, ricoperta di frammenti
di filo da cucire.
Taceva, avvicinandosi alla finestra per vedere
meglio i
modelli che Andrea aveva disegnato, rigirando tra le
mani i vari
fogli e ogni tanto aggrottando la fronte. Silenzio.
Poi, finalmente,
il responso: “Sì, non c’è male, si può fare
qualcosa…”. Ci guardammo
negli occhi con soddisfazione, poi Marisona
aggiunse:
“Ma occhio, ragazzi, dovete darvi da fare… e trovare
le stoffe
giuste”.
Detto fatto. Cominciava la fase esecutiva
dell’impresa:
come stabilito, Silvia ed io avremmo passato in
rassegna i principali
negozi di stoffe di Firenze per trovare ciò che ci
serviva; è
chiaro che per confezionare dei costumi di
carnevale, almeno
come quelli che aveva progettato Andrea su
ispirazione di Silvia,
erano necessarie stoffe un po’ particolari, sete,
vecchi broccati,
damaschi, rasi… tutto fuori dell’ordinario.
Nelle settimane che seguirono, io e lei eravamo
diventati
l’ossessione dei commercianti in città. Silvia era
esigentissima.
Quando io, preso da stanchezza, con pragmatismo
tutto maschile,
avrei acquistato qualsiasi cosa ci venisse proposta,
lei mi tirava un
calcio negli stinchi, di nascosto, e con un sorriso
smagliante scuoteva
la testa, rivolgendosi alla commessa: “No signorina,
no…
non ci siamo, vorremmo qualcosa di più… di più… come
dire? Di
più, ecco!”.
Un giorno, alla ricerca di un piccolo scampolo di un
particolare
tipo di broccato, sembrava che avessimo trovato
qualcosa
di interessante in un negozio nei pressi del Duomo.
Il commesso, un uomo allampanato dai modi affettati
e un
po’ supponenti, sulla sessantina, ci guardò dapprima
con aria altezzosa,
ascoltando le nostre richieste, poi, senza
aggiungere altro,
si ritirò nel retrobottega, uscendone poco dopo e
recando tra
le braccia un piccolo rotolo di stoffa ricoperto di
polvere, che probabilmente giaceva nel magazzino da
quanto Anita Ekberg aveva
fatto visita al negozio stesso durante i vivaci anni
del suo successo
italiano.
Silvia fece per toccare un lembo della stoffa, ma il
commesso
si ritrasse con aria scandalizzata: “Eh no,
signorina, ‘un
tocchi, la prego, l’è una stoffa preziosissima…
Quanti metri gliene
occorrerebbero? Facciamo sett’-otto… è per un abito
da sera?
Una bella giacca da uomo da passeggio? Una gonna da
cocktail?”.
La mia amica represse a stento una risata; io mi
morsi le labbra.
“No, – disse lei un po’ intimidita, cercando
soprattutto di non urtare
la suscettibilità del commesso – veramente ce ne
servirebbe
mezzo metro… sa, ehm… per un costume da carnevale…”.
L’uomo impallidì e sgranò gli occhi: “Un costume da
carnevale…?
Questa stoffa per un costume da carnevale? Ma
guardino,
che in questo negozio si servì pure Tyrone Power con
la
Linda!!” – “La Linda chi?” chiese Silvia
distruggendo una delle
poche certezze dell’uomo. “O signorina, ma lo sanno
tutti: la
Linda, la mamma di Romina!”, sentenziò lui con
sussiego. “A noi
ce ne servirebbe solo mezzo metro”, ribadì la mia
amica con una
punta di sottile sadismo. Ma era la verità.
L’uomo non poté reprimere un moto di stizza:
“Suvvia,
vadino, ‘un mi faccian perder tempo, …mezzo metro di
broccato
che io tengo così da conto, e che l’è proprio adatto
a fa’ una bella
giacchina da omo! Ma guardino un po’…”. Queste erano
le nostre
incursioni nei negozi della città. Ma piano piano,
riuscimmo a
procurarci il necessario, che quindi passava sotto
l’occhio esperto
e vigile di Marisona, la quale, poi cominciava a
prendere le misure
e a cucire.
Nel giro di due settimane, i costumi furono pronti.
Ed erano
all’altezza delle nostre aspettative: Marisona
sapeva il fatto
suo. Non si trattava di costumi ispirati ad una
maschera ben precisa
o ad un soggetto particolare: era quanto di più
bizzarro la nostra
fantasia avesse potuto creare, ed era quanto in
quegli anni andava
veramente per la maggiore al carnevale di Venezia:
anche a
costo di apparire esagerati, ma dovevano colpire
l’immaginazione,
e lasciare il segno.
Il mio era un costume di ispirazione rinascimentale,
con
giustacuore di raso trapuntato, maniche e pantaloni
a sbuffo, di
velluto nero, ed un gran mantello a ruota dello
stesso colore, illuminato
da squarci d’oro. Silvia, invece, avrebbe indossato
una gigantesca
(per le sue misure) gonna a balze rosse e viola, un
abbinamento altrimenti discutibile, con un enorme
cappello piumato,
vagamente settecentesco, che riprendeva gli stessi
colori, ed un
manto di tulle che la faceva assomigliare ad una
bomboniera con
le gambe. Andrea, più “sobriamente” si era riservato
il ruolo di un
inconsueto sceicco delle Mille e una notte, tutto in
viola ed argento.
Decidemmo che saremmo partiti di sabato mattina, con
l’espresso delle 6,30 dalla stazione di Firenze;
ognuno di noi si
alzò, nella sua rispettiva abitazione; io con molta
fatica vista la
mia ben nota pigrizia, e dopo aver indossato i
costumi, con molta
cautela, per le loro ardite geometrie, ci trovammo
al luogo dell’appuntamento,
un caffè nei pressi della stazione. Per Silvia,
proveniente,
appunto, da un paesino della provincia, la sveglia
era
stata ancor più anticipata, ma era la più
elettrizzata del gruppo. I
pochi clienti che a quell’ora sostavano nel bar, e
che videro entrare
quei tre originali personaggi così stranamente
abbigliati, ci fecero
posto, scostandosi silenziosamente dal bancone, per
lasciarci
prendere un salutare caffè.
Pochi collegavano le nostre mise alla giornata di
festa che
ci avrebbe coinvolto nella città lagunare.
La stessa cosa accadde quando salimmo in treno,
occupando
coi volumi dei nostri costumi praticamente uno
scompartimento
intero.
Il tempo non si preannunciava dei migliori. Aveva
piovuto
tutta la notte, faceva abbastanza freddo, cosa del
tutto naturale ai
primi di febbraio, ed addirittura sulle prime
altezze
dell’Appennino, poco dopo l’inizio del viaggio,
vedemmo comparire
la neve.
Col mio consueto pessimismo, osservai che sarebbe
stato
più opportuno celebrare il carnevale in un’altra
stagione. Silvia
scosse la testa: “Se non ti va bene, vattene in
Brasile a festeggiare
il carnaval… vedrai che bel servizietto ti fanno,
quando ti vedono
arrivare con codesto costumino…!”.
Il viaggio, in quella prima parte dell’alba, tra un
sonnellino
e l’altro trascorse piuttosto tranquillamente;
quando però cominciammo
a sostare alla stazione di Bologna, poi a quella di
Ferrara, e poi di Padova, qualcosa prese a cambiare:
sino ad allora,
in quello scompartimento ferroviario, sopportando le
occhiate
incuriosite e perplesse degli altri viaggiatori, ci
eravamo sentiti
quasi degli alieni. Tuttavia, man mano che il treno
si avvicinava
lentamente alla meta lagunare, gruppetti prima
sparuti, poi sempre più numerosi di persone di tutte
le età, in abbigliamento carnevalesco,
salivano sul treno, caricando l’aria di un’atmosfera
di
elettrica attesa.
Tutti sembravano obbedire al richiamo magico di un
pifferaio,
forse sconosciuto, ma al quale non ci si poteva
sottrarre.
Senza quasi accorgercene, senza quasi renderci conto
che noi
stessi eravamo parte di tutto ciò, cominciammo a
sorridere, e a
guardarci con complicità.
Tutto stava diventando naturale, lecito, la realtà
stava trasformandosi
in una variopinta e vorticosa quinta teatrale.
Silvia ci
guardò con un sorriso vittorioso: dovevamo
ammetterlo, la sua
idea stava prendendo corpo in tutto e per tutto.
Il treno imboccò il ponte che collega Mestre a
Venezia alle
dieci del mattino: all’improvviso, un raggio di sole
squarciò il cielo
grigio, quasi per darci il benvenuto nella
Serenissima. Scendere
dal treno, avviarci per le strette e sinuose calli,
attraversare ponti
in pietra secolari, che sembravano aspettare solo
noi, incrociare
rappresentazioni di compagnie teatrali ispirate alla
commedia dell’arte,
ammirare centinaia di altre persone in costume, che
come
noi tentavano quella inconsueta e divertentissima
avventura, fu
tutt’uno.
Arrivati in piazza San Marco, il cuore trasecolò: il
salotto
buono della città era trasformato in un palcoscenico
dai mille colori,
dalle mille voci, qualcosa di veramente inaspettato
e mai visto.
Perché il carnevale di Venezia è difficilmente
descrivibile a parole: certo, anche nella nostra
regione di provenienza, la
Toscana, si vive, per esempio, la tradizione
allegra, chiassosa e ridanciana
del carnevale di Viareggio, così come quello di
tante altre
piccole realtà locali; in altre regioni italiane,
questo periodo
viene celebrato in maniera altrettanto gradevole ed
inconsueta.
Ma il carnevale sulla laguna ha il potere di
sorprendere nel vero
senso della parola, di togliere il fiato a chi si
lascia trasportare,
anche solo per un giorno, o addirittura anche solo
per qualche ora,
nella festa sfarzosa che vede per protagonisti
uomini, donne, anziani,
bambini di ogni età e ceto sociale.
C’è chi noleggia un lussuoso costume settecentesco
presso
qualche prestigiosa sartoria teatrale; c’è chi
studia mesi interi,
ideandolo addirittura da un anno all’altro, per
confezionare il costume
più bizzarro, c’è chi, semplicemente, si lascia
truccare all’angolo
di un campo da qualche ragazza gentile e sorridente
che
compie questa delicata operazione per guadagnare
qualche soldo, c’è chi indossa solo un’antica bautta
ricoperta di velluto…. Ma la
città intera sembra esplodere di una compiaciuta
follia, quasi una
cerimonia, certo un rituale secolare, che la
trasforma in una vera e
propria scenografia teatrale dai mille volti.
Eravamo incantati e, con stupore ed emozione,
incantavamo
a nostra volta: i nostri costumi, ideati dalla
fantasia, realizzati
anche con un pizzico di sana fatica e, a dire il
vero, attingendo
con entusiasmo ai nostri risparmi, si stavano
rivelando un successo:
fotografi provenienti da tutto il mondo ci fermavano
anche per
quarti d’ora interi, chiedendoci di metterci in posa
davanti ad una
colonna, sotto una statua, accanto ad un pozzo, sui
gradini di un
ponte… e la secolare città avvolgeva il nostro
successo nella luce
dorata di una giornata che difficilmente avremmo
scordato. In
quei momenti, anche le nostre ansie di studenti
universitari sembravano
lontane.
“Le manteau, agitez le manteau…!”, mi gridò con aria
ispirata ed improbabile pronuncia un cineoperatore
giapponese. Io
lo guardai, e mi rivolsi ad Andrea: “Cosa vuole?”.
Lui rispose,
prendendomi in giro: “Roberto… meno male che ti devi
laureare
in francese… Vuole che sventoli il mantello… pensa
che onore,
questa sera sarai in Tokiovisione!”.
Ricordo che decidemmo di fare una sosta pranzo… in
un
fast food, sfamandoci con dei gustosi hamburger a
base di conservanti
e coloranti di ogni specie.
Il carnevale di Venezia è anche questo: in un
qualsiasi
caffè, in un piccolo supermercato, o al tabacchino,
ci si può imbattere
in un raffinato gentiluomo della Serenissima con
bastone
da passeggio e tricorno, in una sontuosa dama
misteriosa, o in un
vivacissimo Arlecchino che magari sta comprando un
pacchetto di
sigarette con filtro.
Dopo, ci riavvicinammo a piazza san Marco, per
assistere
all’arrivo del doge e dei suoi eleganti cortigiani e
dignitari, che si
avviavano, con sussiego, verso il palazzo ducale;
una signora portava
a spasso il suo barboncino vestito da pulcinella,
mentre
un’intera famiglia di puffi si imbarcava su un
vaporetto verso il
lido.
Stava imbrunendo, le luci della città si
accendevano, ma la
grandiosa festa non sembrava accennare a diminuire,
anzi, dietro
ogni angolo, nei campi più nascosti, le sorprese non
smettevano
mai. Nei pressi di una piccola chiesa, durante il
nostro euforico
vagare, trovammo una dolce Colombina che si
dondolava con maliziosa pigrizia su un’altalena,
mentre un ridondante capitan
Fracassa le dedicava versi romantici in lingua
veneziana.
Da una gondola, silenziosamente, scese un nugolo di
paggetti
che recavano in mano delle torce, e che andarono ad
accoccolarsi
ai piedi di una principessa orientale.
Dagli altoparlanti presenti un po’ ovunque, musica
classica
e moderna di ogni genere invitava alle danze
chiunque avesse
ancora energia da spendere in quel vortice di
allegria e spensieratezza.
Noi, emozionati, sempre vicini uno all’altro quasi
per un
sottile timore di rimanere ammaliati tra le pagine
di quella viva
leggenda, ci guardavamo negli occhi, e ridevamo
silenziosamente:
stavamo vivendo un sogno, e ne eravamo felici come
solo a
vent’anni si sa essere.
Ma era arrivata anche l’ora di riprendere la strada
della
stazione; erano quasi le 9:00 di sera, e il nostro
treno per Firenze
ci aspettava, immobile, lungo il binario. Prendendo
posto in uno
scompartimento buio, nella stanchezza e
nell’ebbrezza che provavamo
per quella giornata così speciale, ci abbandonammo
sui sedili,
con indosso ancora i nostri costumi, un po’
stazzonati, un po’
sgualciti, il trucco che cominciava a sbavare dai
nostri occhi,
qualche perlina che dondolava da un filo, un
coriandolo che si
perdeva tra le pieghe del mantello.
“Peccato, proprio ora che viene il bello…” commentò
estasiata Silvia, guardando fuori dal finestrino del
treno che lentamente
si avviava. Andrea si tolse le babbucce sotto misura
del suo
costume da sceicco, e si massaggiò le estremità:
“Ragazzi, non so
voi, ma la prossima volta, se torniamo, mi vestirò
da mal di piedi…!”.
Il resto del viaggio, tra un sonnellino e l’altro,
trascorse
come in sogno; ogni tanto ci guardavamo, stanchi,
quasi increduli
per la giornata trascorsa, commentando quanto
avevamo visto
in tutte quelle ore: la magia della Serenissima, la
folla, i costumi
più indescrivibili…. Chi non è mai stato, almeno per
una volta, al
carnevale di Venezia può solo lontanamente
immaginare di che
cosa si tratti.
Arrivammo all’una alla stazione di Firenze, e ci
salutammo
davanti all’ingresso centrale, rincuorati anche dal
fatto che il
giorno dopo era domenica, ed avremmo potuto
riposarci.
Mi ero già avviato di qualche passo per raggiungere
la fermata
dell’autobus, quando mi sentii chiamare dalla voce
squillante
di Silvia; mi girai: nell’oscurità della notte, con
quel buffo costume dal lungo strascico che ancora
indossava, e che innumerevoli
volte, goffamente, avevo pestato, sembrava quasi una
bambina.
“Che c’è?”, domandai reprimendo uno sbadiglio. “Ehi,
ragazzi…
ma l’anno prossimo come ci si maschera?”.
Queste pagine sono dedicate al ricordo di Silvia C.
M. (1962-2006) e di
Andrea G. (1962-2007).
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PABLO NERUDA
A che servono i versi se
non per quella notte
in cui un pugnale amaro ci fruga,
per quel giorno, per quel
crepuscolo,
per quell’angolo rotto
dove il cuore colpito dell’uomo
si dispone a morire?
(Da “Ode
a Federico Garcia Lorca”,
1935)
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EUGENIO MONTALE
Ma ora per
concludere debbo una risposta alla domanda
che ha dato un titolo a questo
breve discorso.
Nella attuale civiltà
consumistica che vede affacciarsi alla storia
nuove nazioni e nuovi linguaggi,
nella civiltà dell’uomo robot,
quale può essere la sorte della
poesia? Le risposte potrebbero
essere molte. La poesia è l’arte
tecnicamente alla portata di
tutti: basta un foglio di carta e
una matita e il gioco è fatto.
(Inutile dunque chiedersi quale
sarà il destino delle arti.
È come chiedersi se l’uomo di
domani, di un domani magari
lontanissimo, potrà risolvere le
tragiche contraddizioni in cui
si dibatte fin dal primo giorno
della Creazione.
(Da “ È
ancora possibile la poesia”,
discorso per il Premio Nobel
ricevuto nel 1975)
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