PROVOCAZIONI
LA TV ACCECA I BAMBINI
La
lotta contro gli idoli del nostro tempo passa attraverso la
smitizzazione di una falsa idea di
progresso che impesta un po’ tutti:
soprattutto i politici che tendono a
servirsene per abbindolare
elettori ingenui
Dario Bellezza
L’articolo
che segue è tratto dal settimanale “Contro”, del
1979,
diretto da Cesare Lanza. A firma di Dario Bellezza,
sembra profetizzare l’avvento di quel senso di vuoto
che si insinuerà
– ed oggi purtroppo ne abbiamo la certezza – nelle
pieghe
più profonde del nostro Paese. (a.p.)
Che l’Italia sia ormai un paese completamente invivibile,
atroce e irreale, rovinato dal consumismo, dalla
degradazione
ecologica, dalla perdita dei valori tradizionali, da un
femminismo malinteso che semina solo odio fra i sessi e
istupidisce
molte donne (bastava guardare in una laida trasmissione
dedicata
alle donne, sul Primo Canale, una certa, odiosa, Manuela
Fraire atteggiarsi a diva, scuotendo come una piccola
attricetta in
cerca di pubblicità i capelli, recitando la parte di un
copione fisso
e molto “femminile”: la femminista “intelligente” che plagia
e fa
proseliti grazie agli aberranti slogan che snocciola,
servendosi appunto
cinicamente di quell’osceno persuasore occulto che è la
TV), che l’Italia appunto sia allo stremo, alla rovina, e
presto sapremo
di che lacrime grondi e di che sangue il nostro povero
futuro,
questo lo dicono in molti, lo urlano in molti e tanti lo
dicono
anche male, pensando (Testori, Giorgio Bocca e Cernetti)
piuttosto
alla salvezza loro individuale che alla salvezza collettiva.
Ignorano che la salvezza individuale passa attraverso la
salvezza
collettiva. E che oggi non c’è più niente da fare: a mali
estremi,
estremi rimedi, come fa Khomeini. E intanto come prima mossa
di un potere che tenga alla salute mentale dei suoi
assistiti (perché ormai siamo un popolo di assistiti) il
potere appunto dovrebbe se
proprio non può abolire le due televisioni di Stato, almeno
abolire
tutte le altre televisioni (più di duecento) che proliferano
ormai
ovunque, e che hanno reso la gioventù, i bambini italiani
che erano
così allegri e vitali, afasici, aggressivi, cretini e
passivi, pronti a passare
dalla droga televisiva a quella reale: l’eroina.
Perché la TV, quando ne siano stati studiati tutti gli
effetti
deleteri, denunciato tutto il danno psichico, bisogna dire
che rende
ciechi (che poi è la verità), rende ciechi quei bambini che
la seguono
per dieci ore di fila, fra brutti film e orrende parate di
stupidi personaggi,
gente che per intrattenere il pubblico pensa che debba
sempre
essere più scimunito e imbecille di quello che è.
Questi bambini, dicevo, alla fine sono smunti e incapaci
non dico solo di vivere, ma anche solo di parlare per
chiedere,
come il ragazzo, negli “Spettri” di Ibsen: “Mamma, dammi il
sole!”. La verità è ormai che il Bel Paese, il paese del
Sole è diventato
un castello in rovina, dove falchi e sciacalli si aggirano
famelici,
in vedetta, per rubare quel po’ di felicità naturale che
nativamente
un italiano si porta con sé da qualche altro mondo da cui
proviene: forse dalle braccia antiche della vecchia e grande
Madre
Mediterranea.
La lotta contro gli idoli del nostro tempo passa proprio
attraverso
la smitizzazione della falsa idea di progresso che impesta
un
po’ tutti, e soprattutto i politici che tendono a servirsene
per abbindolare
elettori ingenui che credono sia arrivata la felicità con un
frigorifero
in più, o con l’emancipazione della figlia che ormai non si
sposa, ma si cerca solamente un “compagno”.
E se arrivasse Khomeini, una metafora intendo di Khomeini,
che ci riporti tutti al velo nero? Vergogna!? Ma se la TV
non si può
proprio abolire, allora dovrebbe essere veramente messa al
servizio
dell’ideologia dominante, mi si dice, questo sì, e allora,
abolite tutte
le stolte frivolezze e smancerie pornografiche di cui è
piena fino alla
nausea (la liberazione sessuale non è legata alla
pornografia; solo
dei cervelli deboli possono pensarlo, e il laicismo non
vuole tette e
seni nudi, non sa che farsene) potrebbe completamente
dedicarsi alla
pedagogia, al contrario di quello che fa oggi: dedicarsi
alla pedagogia
significa incrementare una campagna ecologica che porti per
riflesso
condizionato l’italiano divoratore di immagini televisive a
rispettare
la Natura, la nostra grande madre. Ma gli italiani odiano la
Natura e presto il nostro paese così decantato dagli
stranieri nel passato
sarà un deserto. Mi chiedo sempre che uso possano fare i
politici degli articoli
scritti dai poeti e dagli intellettuali in genere: ogni
volta che si
protesta ne viene subito dopo un senso di scoramento, di
frustrazione
perché tutto resta come prima, immobile e intangibile ad una
qualsiasi possibilità di mutamento.
Ma certo posso giustificare i politici quando si trovano gli
articoli su “La Repubblica” di Arbasino: frivoli e
decadenti, non
fanno che occuparsi delle gambe di qualche ballerino di
qualche teatro
di Londra o New York, ignorando, sempre, i problemi reali di
cui
uno scrittore che si rispetti dovrebbe farsi promotore e
vero politico,
in un linguaggio piano e comunicativo per non continuare a
“tradire”.
E oggi anche il silenzio è tradimento, oggi bisogna
intervenire,
non è più possibile stare zitti: l’umanità sta avvicinandosi
alla catastrofe,
e non faccio certo la Cassandra o imito Carlo Cassola.
Però, appunto, anche il protestare, l’essere contro, può
essere
ozioso: elevare ancora una protesta per lo scempio che in
Italia si
viene facendo delle risorse naturali, la distruzione
sistematica di boschi
e natura, l’inquinamento progressivo dell’aria e delle
acque,
sembra puro fiato sprecato. Uno si chiede quando finirà
tanto orrore,
quando l’uomo finirà di concepire, in una laida mania
autodistruttiva
un disegno arcano e osceno: quello di rendere appunto il
pianeta e l’Italia, in particolare, inabitabile.
I problemi oggi sul tappeto sono questi: non dico di
accantonare
la lotta e le riforme, o l’eliminazione dello sfruttamento,
ma di
occuparci, anche e soprattutto, di salvare il salvabile.
Oggi quello
che c’è da fare, di più prezioso, è sensibilizzare
l’opinione della gente,
di far capire che tagliare un albero, una quercia secolare,
un pino
è un atto criminale quanto uccidere un uomo. Né più né meno.
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QUINTO ORAZIO FLACCO
La poesia è come la pittura, cioè come avviene per i
quadri,
ci sono poesie che ti piacciono
di più se le guardi da vicino,
altre che vanno guardate più da
lontano.
(Da “ Ars
poetica”,
vv. 361, 17 a.C.)
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