PROVOCAZIONI

FUORI DELL’ERESIA NON C’È SANTITÀ


A28 anni dalla prima uscita per l’editore Mondadori, Castelvecchi

ha pubblicato il romanzo rivoluzionario “Vangelo secondo Maria”


 

Barbara Alberti*



Quando ero bambina, nella selvaggia Umbria dominata dai parroci, tutto era peccato. Alla prima birbonata infantile mi dicevano “Hai fatto piangere la Madonna!”. Io invece avrei voluto farla sorridere. Mi era specialmente cara un’Addolorata campestre con le sette spade nel cuore che nessuno le avrebbe mai tolto. Più tardi, ho fatto qualcosa per Maria: le ho dedicato un poema della disobbedienza, l’ho resa lieta e sapiente. Ho scritto questo libro per far sorridere la Madonna. Ho tentato di riempire con un’ipotesi il grande vuoto del Vangelo per quanto riguarda Maria, unico personaggio maldipinto di un affresco in cui tutti, da Giuda a Pietro, sono ritratti formidabili. Solo lei è una figurina di comodo, messa lì solo per dire sì – un’intimidazione al genere femminile, nata per obbedire soffrire e tacere.

Questa Maria dice no, e Gesù non nasce.

Nel cupo villaggio di Nazarteh, ad una fanciulla tutto è proibito, a cominciare dalla scrittura. Maria ha 14 anni, e un sogno: scappare su un asino vestita da ragazzo, scoprire il mondo, andare lontano. Il Sabato alla sinagoga ascolta le storie della Bibbia, e si è montata la testa come Don Chisciotte coi romanzi d’avventura. La Bibbia è il suo cinema, Sansone e Giobbe i suoi eroi. L’uno che uccide mille nemici con una mascella d’asino – l’altro, che tiene testa a Dio.

Le figlie d’Israele si preparano alle nozze, e tessono per la casa dello sposo. Io spero che ciò le renda liete. Quanto a me, voglio tessere piuttosto la mia sorte. Le figlie d’Israele vanno a testa bassa. Io guardo negli occhi le creature di Dio, perché il mondo è nello sguardo degli uomini, e voglio vederlo (2).

Maria è curiosa, vivace, ribelle. Pensa, corre, parla, ride. Ha una coscienza. Gioacchino e Anna cercano di sottometterla a suon di legnate, ma il suo desiderio di indipendenza è sempre più vivo. Di notte scappa dal tetto dove dorme coi genitori, per nuotare al fiume sotto le stelle, lanciarsi in corsa con gli animali. È fuori di casa che impara le leggi della natura. Per queste stravaganze nessuno l’ha chiesta in sposa, e lei ne è contenta: invece di un marito sogna un maestro, che le insegni i nomi delle cose. Eliashib, il figlio del sacerdote, la ama in silenzio. Ma lei non si preoccupa, fidandosi della differenza di rango: Eliashib non oserà mai fare un matrimonio sconveniente. E invece quel ragazzo ricco, meravigliando tutti, chiede in moglie lei, poverissima.

Maria vuole rifiutare, ma suo padre la picchia duramente. Dovrà obbedire, come conviene a una donna. Per sfuggire alla frusta Maria scappa nel bosco, e lì conosce finalmente il maestro tanto desiderato: un vecchio sapiente che si impegna ad istruirla, preparandola alla fuga. Ma una volta ricaduta nelle mani del padre, si ritrova prigioniera in casa. Gioacchino l’ha venduta al primo che ha incontrato, per venti pecore.

Maria è in trappola: solo ora si accorge che non ha nemmeno chiesto il nome all’amico del bosco, né gli ha detto il suo. Eppure, spera ugualmente che venga a liberarla dal marito sconosciuto. Ma resta delusa, nessuno si presenta.

Il giorno delle nozze Maria si strappa le vesti, piange, prega invano le donne di lasciarla andare. Quando le grida di festa annunciano l’arrivo dello sposo, si lancia contro la porta a testa bassa, va a sbattere sul petto di quel marito che immagina più rozzo di suo padre: e si trova davanti l’amico del bosco. Si chiama Giuseppe, è lui lo sposo. All’insaputa di tutti, Maria e Giuseppe fanno un patto segreto: un patto durissimo, per un uomo innamorato. Il matrimonio sarà casto. Giuseppe non sarà un marito, ma un maestro. E quando non avrà più nulla da insegnarle, aiuterà Maria a partire per Alessandria, la città del sapere.

Comincia per Maria il tempo meraviglioso dell’apprendimento. Giuseppe non è marito, ma ospite liberale. La mia vita è un fresco giardino. Giuseppe le insegna la scrittura, la musica, la medicina, le lingue e gli usi d’altri paesi, a difendersi in viaggio. La istruisce per la grande avventura.

La castità fra loro è rigorosa. Sul filo della tentazione, Maria impara con ardore. Un erotismo delicato aggiunge tensione ad ogni gesto.

Siamo entrambi scrupolosi nell’osservare la castità. I nostri giacigli sono separati, e separati teniamo i corpi durante le abluzioni. Al fiume ci bagniamo nudi, per onorare la natura – ma su sponde opposte. Se la stessa acqua ci toccasse, l’assolutezza del patto ne verrebbe contaminata. Bagnati di rugiada corriamo pei nuvolosi prati (la nostra castità è lieta, un mattutino esercizio della mente).

Io credo che prima d’affrontare il mondo, ogni fanciulla dovrebbe vivere per qualche tempo con un vecchio gigante; che la porti fra le braccia e rispetti il suo sonno, e le insegni le virtù delle piante, la lingua greca e il principio della meridiana. L’altro ieri Giuseppe bevve per errore dalla mia ciotola, e me ne domandò scusa. Arrossii di piacere ch’egli rispondesse con tanto rigore al mio desiderio di non mescolare i corpi. Non sono ignara: fin da bambina so, che ciò che accade fra l’uomo e la donna è semplice. L’ho sempre visto fra mio padre e mia madre, sul tetto, nelle notti d’estate. Ma come potrei accogliere il corpo dell’uomo, così incerta del mondo? Egli mi riempirebbe tutta di sé, prima che io potessi riflettere.

Giuseppe ha compreso il motivo più segreto della mia castità: essere inviolabile.

E quindi trasformabile in un astro, un liocorno, una piccola dèa (non toccata mai, intatta: tutto è ancora possibile). La mia castità è una tentazione di immortalità.

Il loro amore cresce ogni giorno, travestendosi in mille forme, mai confessato. Non mancano i bisticci, le gelosie, come fra sposi. Quale pegno di libertà Giuseppe le regala un asino, l’asino che un giorno la porterà via. Ma ormai tutti e due credono sempre meno che Maria se ne andrà davvero. Si amano in silenzio.

Finché l’amore diventa passione, il desiderio di consumare il matrimonio è irresistibile. Maria comincia a pensare che l’amore contenga in sé ogni sapienza, e che un figlio di Giuseppe varrebbe per lei più di qualsiasi fuga. Una sera decidono di diventare davvero marito e moglie. Giuseppe, felice, si reca al fiume per le abluzioni nuziali, Maria lo aspetta col batticuore.

Ed ecco la porticina scricchiola – odore di gigli. Maria socchiude gli occhi aspettando la prima carezza. Ma li riapre, sbarrati dall’orrore: non è Giuseppe – è qualcuno di cui scorge solo l’ombra terrificante – un uomo col mantello, e in mano un’accetta pronta a colpire. Maria riesce a sfuggirgli, corre, corre... Quando trafelata si ferma, vede al centro del prato colui che l’ha spaventata: non è un aggressore, ma l’angelo dell’annunciazione dalle belle ali, col giglio in mano, la cui ombra sembrava un’arma. E le annunzia che diverrà madre del figlio di Dio. Una pioggia d’oro scende dall’alto: Maria è fecondata.

Giuseppe torna dal fiume ornato di fiori, e non trova più la ragazzina desiderosa di correre fra le sue braccia: Maria non sente più amore. Il potere le ha dato alla testa, e pretende di trattare come un servo quello che fu il suo maestro. Oltre alla passione e al sentimento, ha dimenticato di colpo il sapere e l’avventura: corre a pavoneggiarsi dalle amiche, quelle che prima si vantavano del fidanzato. La piccola ribelle è ora una vanitosa che vuol far sapere a tutti d’essere la benedetta fra le donne. Finché un dubbio non sciupa la sua felicità:

Ma perché proprio io, che sono sempre stata la più disobbediente?

Non ha finito di domandarselo che sente un sibilo alla sue spalle: è l’angelo, un adolescente come lei, antipaticissimo, un principe dei cieli seccato di avere a che fare con una contadina. Le legge nel pensiero, e le consiglia di non affannarsi a capire: non serve.

Sei robusta e coraggiosa: questo ci basta.

L’angelo le toglie l’ultima illusione di libertà, rivelandole che tutti i gesti dell’uomo appartengono a Dio, dal primo all’ultimo. Maria si sente truffata. Dunque il libero arbitrio non esiste? Che nasce a fare l’uomo, se è uno schiavo? Vorrebbe opporre il suo piccolo disegno a quello immenso di Dio. E lo provoca in mille modi per costringerlo a manifestarsi, e ragionare insieme. Ma Dio non risponde, e l’angelo le ordina una volta per tutte di rassegnarsi al suo destino.

Maria allora sale su un’altura, perché Dio la senta. Da lassù con un imbuto di foglie lo sfida a darle una risposta.

Signore, Dio degli eserciti, soffermati a parlare con una ragazza di Galilea dalla parlata stretta. Da tempo ti chiedo una risposta ma tu, distratto dai tuoi uffici, non mi hai dato ascolto. Si tratta di una cosa molto importante.

Tu dirai: e qual è questa cosa?

La mia vita.

La tua vita, dici, aggrottando le sopracciglia di lupo, la tua vita? – e i tuoi denti scintillano – Cosa conta, stupida, la tua vita?

La mia vita, per me, è tutto: anzi non è più niente senza l’esercizio dell’intelletto, di cui mi vai privando. Allora chi pregavo, io, da bambina? Quando guardavo il cielo e dicevo:

Dio, fa’che io viva

Dio, fa’che io sappia.

Tra gli angeli sapienti tu forse hai riso di me, allora. E ridi di me adesso.

Ma io non rido. E spero che la mia serietà di fanciulla t’induca a rinsavire, vecchio scomposto. Tu credi, che Iddio solo conti.

Maria invece crede che divina è la somma dei giorni operosi dopo i giorni, e l’umile scoperta.

La mia parola va limpida nei cieli, accompagnata da voli di rapaci.

Tutta la milizia celeste è lì, pronta, angeli soriani soffiano dall’alto.

Tutti i capelli dritti ha Maria, e sbatte i denti e spera di non morire di paura, prima d’aver finito.

E parla al dio invisibile, come se lo vedesse.

Ho da dirti più d’una cosa, Jahvè. Tu hai fermato la mia vita e io vengo a chiedertela indietro. Rivoglio la mia incertezza, rivoglio il mio faticoso cammino di ragazza. Il bimbo mi pesa nel ventre come un sasso, e non è tutto: tu vuoi per mezzo mio perdonare il peccato dell’origine, ovvero, confermarlo. A me serenamente pare, che quando Eva rifiutò la tua protezione che impediva il sapere, fu saggia. E vuoi, che io tradisca la sua lezione?

Io, Dio, come forse hai capito non considero la conoscenza un peccato, ma un dovere dell’uomo. E se davvero sei pentito per averci scacciati, perché non distribuisci piuttosto la sapienza? Mi parrebbe soluzione più ingegnosa dell’altra, che ci umilia. Se elimini la colpa va senza dirlo, Jah: un redentore è superfluo.

Ecco, Dio. Ti ho esposto i miei argomenti. Aspetto i tuoi.

Ma Dio non risponde. Dio non parlerà, Dio è silenzio.

Dio, tuo figlia Maria sta male. Dio, aiuto. A te nulla è impossibile. Come mi hai dato questo Dio, riprendilo. Io, non lo voglio. (Non spero certo che mi esaudisca: ma che si offenda e sia costretto a uccidermi, guastando finalmente il suo disegno- e io, troverei pace). Ma nella notte palpita un Dio assente.

Ma quando sembra vinta del tutto, Maria si ricorda degli insegnamenti medici di Giuseppe.

Al lume di luna preparai la mistura condannata dalla legge di Dio, e dalla mia. Il grumo del divino uscì dal mio corpo. Il tuo disegno è rovinato, o Nome.

Poi slega l’asino, indossa un abito di Giuseppe e fugge dal villaggio. Giuseppe dorme, Maria non lo sveglia, per non turbarlo: pensa che non capirebbe. Ma per la strada si accorge che l’asino è bardato per il viaggio, e capisce che è stato Giuseppe. E ha fatto finta di dormire per non turbare, lui, la sua fuga.

Maria va ad Alessandria sotto le rilucenti stelle, ad Alessandria con tutto il cielo contro. In groppa a un asino, vestita da ragazzo, Maria oltrepassa la collina lasciando indietro la sua gente che dorme.

Reazioni della Chiesa dopo la prima pubblicazione

Non posso vantare grandi persecuzioni. Alcune critiche stizzose, ma solo dei remoti giornalini di provincia ebbero l’ingenuità di farmele. Ricordo un articolo che si intitolava “La scimmia della letteratura italiana”. La scimmia ero io, con riferimento biblico alla scimmia come simbolo dell’Anticristo. Il Vaticano era ed è troppo astuto per rispondere direttamente alla mia Maria. È stato nei secoli il grande maestro della comunicazione, da molto prima che esistessero i giornali e la televisione. In stile impeccabilmente ecclesiale dispensarono un ammonimento occulto. La radio vaticana trasmise un’intervista alla Madonna (un’attrice rispondeva alle domande), poi pubblicata sull’Osservatore Romano con grande rilievo – dove Maria si diceva soddisfatta della sua “carriera” in una chiave materialistica piuttosto empia, e non solo a mio modo di vedere: i Radicali criticarono l’intervista, e Adele Faccio disse:

“Ma lo avete letto il libro dell’Alberti? Lì sì che la Madonna è viva, esiste, parla liberamente… ho più rispetto per la Madonna io che sono atea, di quelli che la trattano come una proprietà privata!”.

La Madonna è di tutti, anche degli ex-cattolici tormentati come me, che restano legati ai miti cristiani, e sanno che il fondamentalismo si combatte con le idee. E le idee sono sempre eretiche. Sergio Quinzio, un grande commentatore della Bibbia, aveva intanto scritto una critica entusiastica del “Vangelo secondo Maria”, ma i giornali cattolici si rifiutarono di pubblicare il pezzo, e dovette rivolgersi al Giornale, mentre avrebbe preferito una testata religiosa.

Il “Vangelo secondo Maria”, è un’allegoria, una favola – ma anche la negazione della storia, che ci nega. Soprattutto non ho demitizzato, anzi ho mitizzato, opponendo un mito ad un altro.

Cosa è stato per me questo libro

Un viaggio nella freschezza di un’adolescenza, ma anche la scoperta di una diversa, ereticale misura di religiosità (Guido Davico Bonino su “Tuttolibri”), simile a quella che suggeriscono i versi di William Blake “E allora gli uomini dimenticarono/ che ogni deità dimora nel cuore dell’uomo”.

Ma soprattutto un viaggio nella Bibbia, che ho scoperto da grande perché dalla Riforma in poi, la Chiesa la guarda con sospetto. È ben conosciuta solo nei paesi protestanti, e non era compresa nella mia educazione bigotta: ci parlavano solo del Nuovo Testamento, depurato dal suo significato rivoluzionario. L’Antico Testamento nella sua varietà e altezza profetica può essere inteso come un grande poema che inciti alla rivolta, e così lo intenderà Maria, che si misurerà con Dio, come Isaia.

Sono grata all’editore Castelvecchi per aver voluto ripubblicare questa favola sovversiva, e per avere inteso subito che non si trattava di un teorema, ma di un atto poetico ad esaltazione della libera scelta. La donna mi interessa solo se lo è fino in fondo, ovvero solo se crea. Il contrario di repressione è espressione, e una Maria reinventata ideologicamente, alla femminista, sarebbe stata inerte come nei Vangeli canonici.

E soprattutto non ho voluto fare del razionalismo: la vera ragione comprende in sé ogni immaginazione. Come ogni libro, anche questo è un’autobiografia. La Maria oppressa da mille proibizioni nella chiusa Nazareth, sono io adolescente nella chiusa Umbria.

Maria nega il peccato originale, perciò rifiuta un Redentore. E ciò da essere pensante, a prescindere dal sesso. Ma la sua rivolta è possibile solo perché, come donna, ha in sé il potere della nascita. Se la Chiesa ci ha rinchiuse, umiliate, bruciate, tenute nell’ignoranza, è perché di questa terribile libertà aveva paura. A ragione.

Ho scritto il Vangelo alla fine degli anni ’70, rivolto a donne che (si credeva) stavano prendendo in mano la loro vita. Ora a donne che la stanno perdendo. Nella moltiplicazione dei compiti, la libertà è ridiventata schiavitù, siamo sempre più lontane dalla creazione del quotidiano. Coi maschi abbiamo raggiunto la parità nella volgarità, condividiamo una catastrofe spirituale. Non ci distinguiamo da loro nell’accettazione di un modello di vita inumano. Di nuovo complici, e vittime. Ogni due giorni viene assassinata una donna: dal marito, dal padre, dall’amante.

La Chiesa è più che mai secolare e accanita nel potere. Dalle alte gerarchie non si sente una parola autentica. Solo vuoti sermoni sull’amore, che trasmettono il gelo. La persecuzione contro la donna si è estesa agli omosessuali. E oggi più che mai mi sembra bello raccontare di una ragazza che rovescia la Storia con un paradosso. E ci spinge alla rivolta, al sogno, all’impossibile – seduti sulla fine del mondo come se fosse l’inizio, rivendicando l’esercizio del libero arbitrio, provando e suscitando passione. Il mondo non finirà mai, perché le donne lo raccontano. Osare, testimoniare, resistere.

Fuori dell’eresia non c’è santità.


(2) Le parti in corsivo sono tutte tratte dal romanzo “Vangelo secondo Maria”, di Barbara Alberti, e pubblicate per gentile concessione di Castelvecchi Editore.


* Dice di sé:
Barbara Alberti. Nata in Umbria, fra angeli e diavoli. È grata alla pessima educazione cattolica, cui deve la sua ispirazione. Alcuni titoli: i romanzi “Delirio”, “Donna di piacere”, “Buonanotte Angelo”, “Povera bambina”, (Mondadori), “Memorie malvagie”, “Dispetti divini”, “Gelosa di Majakovskij”, (Marsilio), “Gianna Nannini da Siena, biografie comparate della cantante e di Santa Caterina” (Mondadori), “Il promesso sposo, biografia di Vittorio Sgarbi”, Sonzogno, “Il principe volante, biografia di Antoine de Saint Exupéry” (Playground), i saggi “Parliamo d’amore” (Mondadori), “Vocabolario dell’amore” (Rizzoli). Sceneggiatrice di cinema, il suo primo film è stato “Portiere di notte” di Liliana Cavani, l’ultimo “Melissa P” di Luca Guadagnino. Dal 1984 tiene una rubrica di posta del cuore, prima su Amica, poi su “A”. È in uscita con “Letture da treno” (Nottetempo edizioni), libera interpretazione di alcuni classici della letteratura. È madre, nonna, e casalinga. Nella mano destra porta i segni delle sue attività: il callo della penna e quello della scopa.





IZET SARAJLI



Perché i critici di poesia

non scrivono poesia

giacché sanno tutto della poesia?

Sapessero, forse preferirebbero scrivere poesia che di poesia.

I critici di poesia sono come i vecchi.

Anch’essi sanno tutto dell’amore.

Quello che non sanno è fare l’amore.

(Da “Qualcuno ha suonato”, 1982)




 

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