LETTURE
L’AMORE AI TEMPI DELLA GUERRA
Domenico Mazzullo*
Il mese scorso sono stato invitato ad un raduno
degli Alpini a
Bassano del Grappa. Ho vissuto un’esperienza unica,
indimenticabile,
irripetibile. Ho conosciuto persone, giovani e meno
giovani,
che ancora credono in valori che noi consideriamo
ormai desueti
e dimenticati, obsoleti e anche un poco patetici.
Ho sentito ancora parlare, e con le lacrime della
commozione,
di Patria, di Italia, di Tricolore, di ricordi di
guerra, di amici e
commilitoni che non ci sono più, “che sono andati
avanti”, come gli
Alpini chiamano, non chi è morto, ma “chi è andato
avanti”, appunto,
per precederci, per mostrarci e illuminarci la
strada, per proteggerci
e difenderci, per accoglierci, quando anche noi
saremo “andati
avanti”.
Ho conosciuto persone semplici e meravigliose che
non credevo
esistessero, ma nel mio intimo speravo di incontrare
una volta
nella mia vita. Esseri umani speciali? No.
Semplicemente Alpini.
Sono stato con loro sul Monte Grappa, ho visitato le
trincee
ove i nostri soldati hanno combattuto e solo morti,
ho calpestato il
suolo del monte sacro alla Patria, ho raccolto, a
terra, dei frammenti
di granata, che ora sono nel mio studio, ho
respirato l’aria di quei
tempi, mi sono commosso.
Nel viaggio di ritorno, in treno, ho scritto questo
racconto, di
fantasia. I fatti in esso narrati non sono veri, ma
potrebbero esserlo.
Alla scelta del lettore ritenerli veri, o no.
Matrimonio
“Facevano l’amore” da quando avevano entrambi
quindici
anni, Antonia ed Ernesto, ma a quei tempi, “fare
l’amore” aveva un significato ben diverso da quello
che ha adesso; “fare l’amore” voleva
semplicemente dire, rubare qualche minuto, di
soppiatto alla attenzione
dei genitori, sfuggire per un tempo brevissimo allo
sfiancante
lavoro nei campi, nascondersi dietro un covone di
fieno e, ancora
con il cuore in gola per la corsa, per la paura e
per la gioia di
trovarsi assieme, guardarsi negli occhi l’un
l’altro, stringendosi la
mano e dirsi in silenzio tante cose.
“Fare l’amore” significava pensare a lui, o a lei,
ogni minuto
del giorno e della notte dimenticando se stessi; non
desiderare
null’altro, nulla di più che vedere, anche solamente
per un attimo,
l’altra persona; essere felici fino all’inverosimile
per un sorriso, per
una carezza, per un timido bacio sulla guancia,
scambiato furtivamente
e sprofondare in un baratro di disperazione,
scendere
all’Inferno, per uno sguardo imbronciato, per una
parola detta male
e fraintesa; per un appuntamento mancato.
“Fare l’amore” significava l’accordo segreto, la
promessa
scambiata reciprocamente, di pensarsi sempre, ogni
sera, al tramonto
del sole, e lasciare che le due anime, finalmente
libere, si incontrassero
e si amassero lassù, in cielo, timidamente nascoste
dalle nuvole,
prestatesi a protezione.
“Fare l’amore”, ai tempi di Antonia ed Ernesto,
aveva un significato
ben diverso da quello che ha ora. Ma Antonia ed
Ernesto non
riuscirono a “fare l’amore” come si fa adesso; non
ebbero tempo.
Era la primavera del 1915 ed Ernesto ricevette,
improvvisamente
ed inaspettatamente, una cartolina gialla, come
tante altre;
come le tante altre che ricevettero tanti giovani
come lui. Ernesto
non sapeva leggere, ma capì subito cosa vi era
scritto; e vi era scritta
una cosa brutta, triste, dolorosa, per tutti, ma
ancora più triste e
dolorosa per Antonia, e per lui: avevano deciso di
sposarsi in estate.
Il parroco del paese, che invece sapeva leggere e
scrivere,
guardò la cartolina e con aria afflitta disse ad
Antonia che non vi era
tempo per sposare Ernesto; doveva partire subito,
era stato richiamato
per andare soldato; per andare in guerra.
Ernesto partì quella sera stessa, su un treno pieno
di tanti
giovani come lui, poco più che ragazzi, un treno che
andava verso il
nord, ma nessuno sapeva precisamente dove; un treno
che si chiamava
con un nome nuovo, mai sentito prima: tradotta.
Gli altri ragazzi avevano con loro tante persone
venute ad
accompagnarli, a salutarli, a dirgli addio: padri,
madri, fratelli, sorelle,
fidanzate. Ernesto non aveva nessuno; nessuno era
venuto a
salutarlo. Solamente quando il treno era sul punto
di partire, i carabinieri avevano già chiuso le
porte dei vagoni ed il capostazione con
il lungo, stridulo sibilo del fischio aveva già dato
il segnale di partenza,
Ernesto, affacciato al finestrino, vide comparire
Antonia che
correva con le braccia alzate, lungo la banchina e
lo chiamava a gran
voce.
Solo all’ultimo momento con uno stratagemma Antonia
era
riuscita ad allontanarsi per un attimo da casa e a
correre alla stazione.
Non ebbero tempo di abbracciarsi, Antonia ed
Ernesto, non
ebbero tempo di scambiarsi un bacio; anche solamente
sulla guancia.
Ma Ernesto ebbe tempo, quando il treno già si
muoveva, di urlare
ad Antonia: “Prepara l’abito, quando torno alla
prima licenza,
ti sposo, tieniti pronta”. Il treno prese velocità e
sparì, e con esso
Ernesto.
Ma Antonia aveva avuto il tempo di sentire bene le
parole di
Ernesto e si tenne pronta; preparò in fretta un
semplicissimo abito da
sposa, di nascosto dei genitori, e lo chiuse in una
cassapanca.
Aspettò.
Quell’abito semplice, e preparato in fretta, dalla
cassapanca
non uscì mai. Ernesto non tornò più.
Un giorno, freddo e piovoso, che Antonia non avrebbe
mai
più dimenticato, il parroco del paese la chiamò e
con aria burbera
per non piangere, ma il viso triste, le disse
semplicemente che
Ernesto era morto sul Carso ed ora riposava lì, per
sempre.
Antonia non pianse, non disse nulla a nessuno,
perché nessuno
sapeva che “lei faceva l’amore con Ernesto”.
L’abito dal sposa, rimase sempre chiuso nella
cassapanca.
Ogni tanto Antonia la apriva, passava la mano sul
bianco dell’abito,
lo accarezzava e pensava ad Ernesto, lassù sul
Carso.
Un giorno, però, di tanti anni fa, Antonia indossò
quell’abito
bianco; era il tramonto, era sola in casa, i suoi
genitori erano ancora
nei campi; trasse fuori, con delicatezza l’abito
dalla cassapanca, lo
mise indosso con cura; aggiustò davanti allo
specchio, nella camera
dei suoi, il velo sul capo e al tramonto, come ogni
giorno di tanti prima,
pensò ad Ernesto e lasciò la propria anima libera di
volare in
cielo ed incontrarsi lassù, dietro il riparo delle
nuvole, con quella di
Ernesto. Le due anime si amarono.
Da quel giorno Antonia si considerò una vedova di
guerra;
come le altre. Da quel giorno, l’abito bianco da
sposa non è più uscito
dalla cassapanca.
Da “Appunti e Storie della Prima Guerra Mondiale”,
raccolti
e riordinati da Domenico Mazzullo
* Dice di sé:
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
Psichiatria.
Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario.
Romanticamente illuminista.
|
UGO FOSCOLO
L’armonia, eleganza e
perfezione della sua poesia sono frutto
di una lunga fatica, ma i
concetti primitivi e l’affetto scaturì sempre
dalla subita inspirazione di
profonda e potente passione.
Mercé l’attenta lettura di tutti
gli scritti del Petrarca,
può quasi ridursi a certezza: –
che col dimorare di continuo nelle
stesse idee, e col lasciare la
mente pascersi senza posa
di sé stessa, l’intero corso de’
suoi sentimenti e delle sue riflessioni
ne contraesse un forte carattere
e tono; (...) la cui composizione
da prima serviva unicamente, come
dice più volte,
“a divertire e a mitigare tutte
le sue afflizioni”.
(Da “ Saggio
sopra la poesia del Petrarca”,
1824)
|
|