LETTURE
GASPARA STAMPA,
SUBLIME POETESSA DEL 1500, MA...
... misconosciuta perché calunniata. Le sue rime,
d’ispirazione
petrarchesca, infatti, non rimandano
all’idea di una cortigiana,
mangiatrice di uomini, come vuole la tradizione
Rudy Tarantino*
Gaspara Stampa nacque a Padova nel 1523 da una
nobile famiglia
milanese. Morto il padre, la famiglia si trasferì a
Venezia. Lì la giovane Gaspara iniziò a frequentare
i salotti
più alla moda, incontrando letterati e potenti. Nel
’900 la poetessa fu
interpretata come una donna di facili costumi per i
suoi presunti
amori e per gli atteggiamenti ritenuti “adulterini”.
In realtà questi atteggiamenti
erano sintomatici dell’epoca. Gaspara Stampa,
giovanissima
si trovò improvvisamente proiettata in un mondo
falso e meschino
dove gli intrighi, anche amorosi, la facevano da
padrona.
Fra i numerosi suoi amori bisogna soffermarsi su
quello per
il conte Collaltino di Collalto. L’amore infinito e
immenso verso il
conte è, infatti, la tematica principale delle sue
rime di ispirazione
petrarchesca. Come ilPetrarca amava Laura, così
Stampa amava
Collaltino. Nell’analogia col poeta di Arezzo, però,
c’è una profonda
differenza. Collaltino non amava Stampa: dunque il
suo amore
era sofferto e non ricambiato.
Nell’ottocento, Stampa fu paragonata a Saffo per i
suoi amori
tormentati. Fu identificata come una vergine
lacerata, straziata da un
amore verso un uomo, Collaltino, impassibile e dal
cuore di pietra. Nel
novecento, invece, il critico Abdelkader Salza,
attraverso alcune testimonianze
dell’epoca, ne ribalta la figura idealizzata
rilevando che la
poetessa in realtà era una cortigiana che aveva
molti amanti. Questa
tesi, contraddetta solo da Donadoni, e approvata da
Benedetto Croce,
Francesco Flora e Walter Binni getta nel fango la
figura di Gaspara.
In realtà, se si analizzano le testimonianze dei
contemporanei
della poetessa e i componimenti della stessa, si
evince che l’interpretazione
romantica è quella più vicina all’identità
dell’autrice. Paragonare Stampa alla Saffo non è
sbagliato, anzi è meritevole perché
entrambe sono vittime dell’amore, di un amore che la
società
condanna e afferma allo stesso tempo. Saffo per un
amore considerato
“illecito” ha sofferto tanto da arrivare al
suicidio, Stampa per un
amore “clandestino” verso un conte impassibile, cade
in una grave
crisi, che spinge anche lei al suicidio. Se dalle
teorie ottocentesche si
elimina l’elemento romanzato e romantico che
circonda l’esistenza
della Stampa, emerge una critica attenta alla
poetica e alle vere vicende
biografiche della poetessa.
La lettera scritta dalla badessa del convento di San
Paolo di
Milano, suor Angelica Paola de’ Negri può servire a
fare chiarezza.
Questa lettera fu, inizialmente, interpretata dal
critico Salza come testimonianza
dei facili costumi della poetessa. A nostro parere,
con una
più attenta analisi, la lettera testimonia, invece,
la vita turbolenta de salotti
dell’alta società veneta che metteranno in crisi la
Stampa. La poetessa,
morto il fratello Baldassare nel 1544, si rivolge
alla badessa de’
Negri, che cerca di confortarla: “Ricordatevi,
sorella amabilissima, che
le grazie che avete, vi furono date perché vi
faceste tutta spirito, ed un
angiolo in carne. […] Ricordatevi che questi beni
tutti se ne porta il
vento, e dopo la morte altro non ne resta se non
dolore e crucciato, non
avendone bene usato. Queste virtù che il mondo onora
non danno all’anima
altro che quel poco e momentaneo contento, che ci
portano le
laudi degli adulatori […]. O Dio, crederò io, che la
mia amabile
Madonna Gasparina sarà sì poco avveduta, che non
vorrà saper fare
questa elezione? Vorrà rifiutare i beni celesti per
li terreni?”.
La lettera, considerata testimonianza della
spregiudicatezza
della Stampa, in realtà, non è altro che una missiva
scritta da una
suora per spronare la poetessa ad abbandonare la
vita mondana che
l’avrebbe portata alla distruzione. Di amori
illeciti e adulterini non
c’è menzione. La badessa parla semplicemente di
adulatori, persone
che corteggiavano la poetessa per allontanarla dal
suo amore per il
conte. In realtà dai componimenti si evince che la
Stampa ha amato
solo Collaltino e non altri. Inoltre, la stessa
badessa si sarebbe sicuramente
rivolta alla Stampa in toni meno pacati e più
irruenti se la
poetessa fosse stata una famosa adultera e
cortigiana. Invece, la badessa
la definisce “sorella amabilissima”, (certamente
scandaloso se
la poetessa fosse una meretrice) e la chiama
“Madonna” (ossia mia
signora, ovviamente inappropriato per una donna di
facili costumi,
seppur dell’alta società) e la definisce “angiolo in
carne” (bella tanto
da essere paragonato ad un angelo, però certamente
inappropriato
paragonare un angelo ad una donna peccaminosa e
lussuriosa).
Tutto ciò fa supporre, senza ombra di dubbio che la
poetessa,
anche vivendo in ambienti “malsani” dove l’adulterio
era di moda, non
abbia condotto uno stile di vita adulterino.
D’altronde analizzando le
sue poesie sembra alquanto probabile che tra rime di
ispirazione petrarchesche,
quindi pure, semplici, sincere dove si canta in
maniera dolorosa
un amore infelice, si deduce l’animo di una poetessa
tormentata
da un amore non corrisposto, e non certo di una
cortigiana, mangiatrice
di uomini. Quando, poi, il Salza, pone a conferma
delle sue teorie un
sonetto dell’Aretino in cui la Stampa viene
descritta come una meretrice, ciò non deve trarre in inganno. L’Aretino è noto,
nella storia letteraria,
per aver messo in burla molti personaggi e autori,
deformando
anche il loro vero aspetto; per cui una “romantica”
poetessa distrutta
dall’amore, che diventa una cortigiana mangiatrice e
ammaliatrice di
uomini è proprio il classico gioco ironico usato
dall’Aretino. A conferma
della tesi, è sufficiente citare un sonetto composto
da Benedetto
Varchi quando Stampa morì nel 1554 a soli 31 anni.
Benzon, se ’l vero qui la fama narra.
Che così chiara e così trista suona;
terra è, lasso, tra noi la bella e buona
Saffo de’ nostri giorni alta Gaspara.
Onde ogni saggio, o buon di questo innarra
Secolo ancor peggiore, e in Elicona
Febo tra ’l sì e ’l no seco tenzona,
come chi suo gran mal paventi e garra.
E ben sarebbe la più viva lampa
Spenta d’Apollo e l’ più leggiadro fiore
Di virtù secco al suo maggior vigore.
O d’ogni gran valor segnata Stampa,
la cerca e ’l corvo lungo tempo scampa,
ma ’l cigno tosto e la colomba more.
In questo componimento Varchi paragona Stampa a
Saffo,
definendola “trista”, “bella” e “buona”. Inoltre
definisce la poetessa
un “leggiadro fiore di virtù” che certamente farebbe
ridere se
Stampa fosse stata una nota cortigiana. Inoltre,
anche Giulio Stufa,
in un altro sonetto, riconferma le parole usate da
Benedetto Varchi.
Ben è ragion, Varchi gentil, s’avampa
Vostro pietoso con fero dolore;
Chi non sospiri e pianga entro e di fore
Se d’ogn’alto valor morta è la Stampa?
Ma, se più d’altro lume or splende e lampa,
Nel ciel, chi vinse qui le dotte suore
Di beltade e di virtù, ben dee minore
Farsi la pena ch’oggi in voi si Stampa.
Questa de’ nostri dì Saffo novella,
Pari a la greca nel tosco idioma,
Ma più casta di lei, quanto più bella
Viverà sempre in questa parte e ‘n quella.
Pur deve ogni gentil tonder la chioma
A la tomba di lei, ch’è fatta snella.
In questo componimento, Stampa viene definita da
Stufa una
donna di “alto valor”, che “vinse le dotte suore di
beltade e virtù”,
certo espressioni simbolo della castità della
poetessa, che risulterebbero
ridicole se la Stampa fosse nota come una donna
facile. Poi, il
poeta paragona la poetessa padovana a Saffo
definendola, “questa
de’ nostri dì Saffo novella”, quindi una poetessa
distrutta dall’amore
e non dominatrice in amore. Infatti, compare al
verso successivo la
parola “casta”: Stampa è descritta come una donna
casta vittima d’amore.
Tutto ciò rafforza la tesi della purezza della
poetessa.
Risolto il problema biografico sulla vita condotta
dalla
Stampa, è opportuno soffermarsi sui suoi
componimenti e notare se
è lecito valutarla come un’autrice da leggere,
studiare e amare oppure
da dimenticare e annoverare tra la lunga schiera
anonima dei
minori della letteratura italiana.
Le “Rime”, scritte durante il breve arco della sua
esistenza,
sono, come abbiamo anticipato, di stampo
petrarchesco. Bisogna ricordare,
che il cardinale Pietro Bembo (Venezia, 1470 – Roma,
1547) annoverava
come modello assoluto della poesia il linguaggio
petrarchesco,
così come per la prosa quello boccaccesco,
allontanando il linguaggio
dantesco per la sua vena sperimentale e, quindi, non
conforme
alla canonizzazione di un linguaggio letterario
nazionale. Il
“Canzoniere” di Stampa composto da ben 218 sonetti,
dedicati all’amore
per Collaltino fu pubblicato dalla sorella,
Cassandra, nel 1554,
anno del suicidio della poetessa. Il primo
componimento, qui riportato,
è una “traduzione” ad litteram del primo
componimento di Petrarca.
Stampa apre il suo “Canzoniere” con il seguente
sonetto:
Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,
ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.
E spero ancor che debba dir qualcuna:
- Felicissima lei, da che sostenne
Per sì chiara cagion danno sì chiaro!
Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
Per s’ nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?
Così, invece, Petrarca inizia il suo “Canzoniere”:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nutriva ‘l core
in sul mio primo giovanile errore,
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, non che perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
Favola fui gran tempo, onde sovente
Di me medesimo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.
Nonostante il sonetto di Stampa sia molto simile a
quello di
Petrarca, emergono grandi differenze. Mentre in
Petrarca l’elemento
conflittuale dell’amore è interiore e risolto in
un’attesa verso la donna
amata, in Stampa già al primo verso, la poetessa
annunzia un amore
tragico, non ricambiato. Questo input è da ritrovare
nella ripetizione
voluta delle parole “meste rime” e “mesti accenti”,
dove si anticipa il
tema centrale del “Canzoniere”, l’amore inappagato
verso Collaltino.
Inoltre, se il Petrarca al dissidio tra arte poetica
e amore risponde con
un’interiorizzazione e con una sublimità di versi e
parole accuratamente
selezionate, tale dissidio in Stampa si risolve,
semplicemente, nel
contenuto laddove la poetessa fa emergere la
superiorità femminile che
vince ogni dissidio tra arte e amore. Infine, il
sonetto di Gaspara funge
da introduzione del “Canzoniere”, inteso però come
un romanzo d’amore
e certamente con fini ben diversi dal modello
petrarchesco.
Un altro sonetto da ricordare è
Piangete, donne, e con voi pianga Amore
Poi che non piange lui, che m’ha ferita
Sì, che l’alma farà tosto partita
Da questo corpo tormentato fuore.
E, se mai da pietoso e gentil core
L’estrema voce altrui fu esaudita,
dapoi ch’io sarò morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:
“Per amar molto ed esser poco amata
Visse e morì infelice, ed or qui giace
La più fidel amante che sia stata.
Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace”.
Questo componimento è la dichiarazione poetica di
Stampa.
Ne emerge la figura di una poetessa distrutta
dall’amore tanto da essere
condotta ad una morte intesa come liberazione.
Ritorna il topos letterario
classico di Eros e Thanatos (Amore e Morte) tanto
caro alla letteratura
mondiale da quella greca-romana a quella moderna. In
questo
sonetto emerge una donna che si strugge d’amore
verso un uomo che
non ricambia le sue attenzioni. In realtà questo
sonetto è uno di una
lunga serie che rafforza la nostra tesi di una
Stampa casta e certamente
non adulterina; d’altronde una donna amica di tutti
intende l’amore sicuramente
con gioia e non pensa alla morte come rimedio finale
verso
un amore dedito invano a un uomo solo. Una
cortigiana certamente
avrebbe saputo da chi farsi consolare… Dal punto di
vista stilistico
questo sonetto è vicino al XCII del Petrarca, dove
emerge un linguaggio
colloquiale e familiare. In tutte le poesie di
Stampa emerge palese
il modello petrarchesco, anche se è superato da temi
innovativi. Infatti,
se in Petrarca la vista di Laura produce gioia e il
poeta la descrive in
tutte le sue fattezza fisiche, in Stampa la vista di
Collaltino produce dolore
e tristezza, per un amore non ricambiato e per
giunta vano. Se il
Petrarca si delizia di immagini metaforiche
alludendo al nome dell’amata,
alla poetessa padovana non resta che abbandonarsi al
suo dolore
e al suo canto di solitudine. È proprio questa
tematica di un amore inconsolabile,
non corrisposto, non capito e rifiutato che avvicina
la poetica
di Stampa a quella di Saffo. La famosissima poetessa
greca, che,
innamoratasi di un’altra donna, sceglierà nella
morte la fine di un amore
tormentato e inconcesso, così come la poetessa
padovana sceglierà
la morte come riposo di sì tanto doloroso amore.
* Dice di sé
Rudy Tarantino. Nato a Napoli il 15 ottobre 1981.
Insegna italiano, latino,
storia, educazione civica e geografia nel Liceo
Scientifico dell’Istituto
Paritario “S. Lucia” di Napoli, Colli Aminei. Tante
passioni. La sua frase
preferita, il detto memorabile del napoletano
Giambattista Vico (tratto dalla
sua autobiografia), “ho uso di sempre o leggere o
scrivere o meditare”.
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FRANCO FORTINI
Nel parlare comune,
“poesia” significa due cose: per un verso è
un discorso, o ragionamento, o
una comunicazione
dove prevalgono elementi di ritmo
e cadenze, di ripetizioni,
di immagini che alterano i
significati immediati e che
gli conferiscono, oltre ai primi,
anche significati interiori. Per un altro
verso, quando noi diciamo “questa
è poesia” intendiamo in genere
qualcosa di elevato e di nobile,
di rassicurante o di commovente
o di rasserenante, di vivace,
pungente ecc.
(Da “Intervista
alla Rai ”,
1993)
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