Il
duemilaotto è, per gli Stati Uniti d’America, anno di
elezioni presidenziali come tutti i precedenti bisestili a
partire dal 1792, quando
George Washington si aggiudicò per la seconda volta l’ambita
carica (era
già stato eletto – primo Presidente – nel 1789). Il
meccanismo voluto e
realizzato dai padri fondatori, così come si è poi evoluto,
fa sì che la campagna
elettorale per la presidenza americana sia, indubbiamente,
la più
lunga, faticosa e dispendiosa alla quale un aspirante capo
di Stato si debba
sottoporre. Difatti, per arrivare a quel fatidico “primo
martedì dopo il
primo lunedì di novembre”, giorno nel quale, per legge
federale appunto
del 1792, il popolo è chiamato alla scelta definitiva, i due
superstiti contendenti
(a volte, peraltro, anche più di due) dovranno aver superato
numerose,
difficili prove, così da raccogliere attorno al proprio nome
consensi
tali da sconfiggere, prima di tutto, gli avversari interni
al proprio
partito, per poi battersi con il concorrente dell’altro
schieramento.
Pertanto, il candidato, per affrontare con qualche concreta
possibilità la lunga maratona che ha luogo, attraverso
primarie e
caucus, a partire da gennaio (fino al 1996 compreso, da
febbraio) per
arrivare alla convenzione del suo partito con concrete
chance di ottenere
la “nomination”, deve cominciare a farsi conoscere per
tempo,
tanto che, per quel che riguarda la campagna duemilaotto
essa è,
in effetti, cominciata in entrambi gli schieramenti già nel
2006 non
essendo possibile per il disposto del XXII Emendamento una
terza
candidatura del capo dello Stato in carica.
I poteri del Presidente
Prima di addentrarci nella descrizione delle singole tappe
nelle quali si articola questa “lunga corsa”, sarà bene
ricordare che
la Costituzione USA così recita all’articolo 2, sezione
prima: “Il
Presidente degli Stati Uniti sarà investito del potere
esecutivo”.
Queste poche, magiche parole racchiudono ed esprimono
tutto l’enorme potere del capo dello Stato di quella che è
ormai, senza
concorrenti, la più potente nazione del mondo.
Per inciso, cercando di rendere più comprensibile agli occhi
del lettore il tutto, si può dire che nel Presidente
americano, grosso
modo, coincidono e si uniscono i poteri che in molti Paesi
sono divisi
tra il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio,
mentre
il solo importante limite è quello della impossibilità per
il capo di
Stato USA di avanzare direttamente proposte di legge,
essendo, tale
prerogativa, propria dei membri del Congresso – senatori e
rappresentanti
– sui quali, peraltro, egli può agire per ottenere che
avanzino
progetti legislativi a lui graditi (il mezzo tecnico più
frequentemente
usato a tale riguardo è quello di indirizzare specifici
messaggi
ai due rami del Parlamento).
Come si è detto, la nomina avviene in novembre, mentre
l’entrata in carica è fissata al 20 gennaio dell’anno
seguente (fino
alla prima elezione compresa di F.D. Roosevelt – 1932 –
l’insediamento
avveniva, invece, il 4 marzo).
Il mandato è per un quadriennio e, cioè, “a termine”
(essendo
a termine anche tutte le altre cariche elettive, da parte
degli studiosi,
si mette in risalto, nel sistema, l’importanza del
“calendario”
o, gergalmente, “dell’orologio”), il che preclude la
possibilità di una
sfiducia da parte del Congresso (altra cosa è
l’impeachment).
Un Presidente non può essere rieletto per più di una volta e
ciò a seguito di un emendamento costituzionale adottato nel
1951,
successivo alla quadruplice rielezione del già citato F.D.
Roosevelt,
il quale, primo ed unico, aveva osato contravvenire,
riproponendosi
una terza e poi, addirittura, una quarta volta, alla
disposizione consuetudinaria
dettata da George Washington che, rifiutando una terza,
sicura nomina, aveva dichiarato che nessun uomo avrebbe
dovuto
occupare quella carica per più di otto anni.
Una maggiore durata è teoricamente possibile solo per il
vice Presidente succeduto nella qualifica di capo dello
Stato, quando
il periodo in cui la presidenza sia stata ricoperta in
sostituzione
del titolare sia inferiore ai due anni.
In conclusione, riepiloghiamo i più rilevanti poteri
presidenziali.
Il Presidente:
a) in materia internazionale negozia e stipula i trattati,
con il
consenso di almeno due terzi del Senato;
b) in materia legislativa gode del potere di raccomandazione
o
“impulso” (attraverso il messaggio sullo
stato dell’Unione o
specifici messaggi ad hoc) e del potere di veto;
c) nomina i funzionari federali con il necessario consenso
del Senato;
d) ha il comando delle Forze Armate.
Esiste la possibilità, inoltre, in casi eccezionali, di
esercizio
di poteri straordinari.
Il sistema elettorale: candidature, primarie, caucus,
convention,
nomination e sfida finale
Per quanto esistano, ai nostri giorni, negli Stati Uniti,
due
partiti politici nazionali, presenti in tutto il Paese –
ovviamente, il repubblicano
e il democratico – non è la struttura partitica a cercare e
proporre il candidato alla presidenza, perché il meccanismo
elettorale,
così come è ora articolato, permette ad un qualsiasi
esponente politico
di una qualche notorietà di dichiararsi autonomamente “in
corsa”
per la Casa Bianca, affrontando, poi, il giudizio popolare
attraverso
primarie e caucus.
Così, per esempio, Bill Clinton, proveniente dallo Stato
politicamente
periferico dell’Arkansas, nel 1992, non fu indicato dal
suo partito, ma scelto dagli elettori democratici.
D’altronde, sia il
partito dell’Elefante (simbolo dei repubblicani, chiamati
anche
Grand Old Party – GOP) che quello dell’Asino (segno di
identificazione
dei democratici) non hanno, se non in prossimità delle
elezioni
nazionali, una organizzazione federale vera e propria.
Solo nel caso (ormai improbabile; l’ultima volta accadde nel
1968 tra i democratici) in cui nessun candidato si presenti
alla
Convenzione, al termine delle primarie e dei caucus, con una
decisa
maggioranza acquisita sul campo, i capi partito possono
esercitare
pressioni sui delegati per orientare in qualche modo il loro
consenso.
In concreto, dunque, quel che succede in una prima fase è
che un senatore, un governatore o un rappresentante (o anche
un ex
senatore, ecc.), ritenendosi all’altezza del ruolo, si
autoproponga e
lasci il popolo arbitro finale dello scontro che lo opporrà
agli altri
candidati interni al partito.
Non così era fino agli inizi del Novecento perché solo nel
1903 (e precisamente, a livello locale, nel Wisconsin)
cominciò ad
affermarsi il sistema delle primarie (poi, in uso per la
scelta del candidato
alla White House tra i repubblicani a partire dal 1912),
proprio
per combattere il più efficacemente possibile il precedente,
totale
dominio degli apparati partitici.
Poiché, comunque, il meccanismo delle primarie e dei caucus
non è diffuso in tutti gli Stati dell’Unione, nei rimanenti
sarà indispensabile
al candidato ottenere l’appoggio dei maggiorenti locali.
Peraltro, sono pochissimi gli Stati che non hanno aderito al
nuovo
sistema. Gli unici tre requisiti richiesti dalla
Costituzione al futuro
Presidente sono che abbia compiuto almeno trentacinque anni,
che sia cittadino americano per nascita e che risieda negli
Stati Uniti
da oltre quattordici anni.
Per quanto, da sempre, si sia abituati a considerare
l’elezione
del Presidente USA come la più significativa espressione di
voto “diretto”
del popolo, nella realtà voluta dai costituenti, questo non
è affatto
vero perché in ogni momento (a partire dalle primarie per
arrivare
alla votazione di novembre) i votanti sono chiamati ad
eleggere dei delegati
che, a loro volta, riunendosi successivamente, si esprimono
per il
candidato nazionale che rappresentavano a livello locale, in
occasione
delle primarie e dei caucus, o per il Presidente, alla fine.
In altre parole, per fare un esempio, l’elettore
democratico,
nella cabina, nel 2004, non ha potuto votare direttamente
per Kerry,
ma per un esponente del medesimo partito impegnato, se
prescelto, ad
appoggiare lo stesso Kerry alla Convenzione (se si fa
riferimento a
primarie e caucus) o al Collegio presidenziale (che si
riunisce una sola
volta per la proclamazione del Presidente) a seguito delle
votazioni di
novembre. Nella visione costituzionale, quindi, la procedura
si conclude
con una elezione “di secondo grado”, mediata dai delegati.
È la Carta costituzionale stessa che si incarica di
stabilire,
per quel che riguarda i membri del Collegio presidenziale,
che “ogni
Stato nominerà, nel modo che verrà stabilito dai suoi organi
legislativi,
un numero di elettori (delegati) pari al numero complessivo
dei
senatori e dei rappresentanti che lo Stato ha diritto di
mandare al
Congresso”. Malgrado le difficoltà teoriche di tale
complicata procedura,
per gli elettori di Kerry – per tornare al precedente
esempio
– avere scelto un delegato a lui collegato è stato come aver
votato direttamente
per lui.
Con riferimento al disposto costituzionale or ora citato, va
ricordato che ciascuno Stato ha diritto alla nomina di due
senatori e di tanti rappresentanti alla Camera,
proporzionalmente, a quanti
sono risultati i suoi abitanti nell’ultimo censimento.
Considerando che, grosso modo, si ha un rappresentante ogni
quattrocento-settantacinquemila residenti e che i membri
della
Camera, conseguentemente, sono, ora,
quattrocentotrentacinque, complessivamente,
i voti elettorali presenti alla riunione finale del Collegio
presidenziale assommano a cinquecentotrentotto (cento
corrispondenti
ai senatori, quattrocentotrentacinque ai rappresentanti e
tre per il
Distretto Federale di Washington), il che significa che per
essere nominati
presidenti si devono controllare almeno duecentosettanta
voti.
Nel caso in cui – come accadde nel 1800 e nel 1824 per
l’elezione
rispettivamente di Thomas Jefferson e di John Quincy
Adams – nessuno raggiunga il prescritto quorum, la
Costituzione
prevede che la decisione finale spetti alla Camera dei
rappresentanti
che dovrà scegliere tra i primi tre candidati che abbiano
ottenuto il
maggior numero di voti elettorali (e cioè di delegati al
Collegio).
Resta da fare, in quest’ambito, un’ultima, importantissima
annotazione: i delegati al Collegio presidenziale – che,
come abbiamo
detto, alla fine, nomineranno formalmente il Presidente – si
devono
conquistare Stato per Stato e non singolarmente.
Vediamo di spiegarci meglio: ogni stato dell’Unione, durante
la campagna, è eretto in Collegio elettorale, la qual cosa
significa
che il vincitore per voti popolari, ad esempio, del Texas,
si prenderà
tutti i delegati di quel territorio, mentre il perdente
(anche se di un
solo voto popolare) non ne avrà nessuno. Altrettanto,
naturalmente,
per gli altri stati.
Ciò comporta fondamentali conseguenze: alcuni stati che
hanno,
per via della consistenza della loro popolazione, un maggior
numero
di delegati da eleggere sono nettamente più importanti di
altri ai fini
del raggiungimento della mitica, indicata soglia dei
duecentosettanta
voti – pari alla maggioranza assoluta – al Collegio
presidenziale.
Sarà conseguentemente assai più utile, per i candidati,
cercare
di vincere negli stati più popolosi (e qui concentrare la
maggior
parte dei loro sforzi) piuttosto che aggiudicarsi i pochi
voti elettorali
che altri territori possono assegnare.
La seconda conseguenza di tale sistema è che, teoricamente,
ma anche in pratica, (è accaduto nel 1824 a Andrew Jackson,
nel
1888 al Presidente Grover Cleveland, nel 1876 al candidato
democratico
Samuel Tilden e, nel 2000, anche ad Al Gore, battuto da
George Walker Bush), si possono ottenere su base nazionale
più voti
popolari ed essere ugualmente sconfitti.
Anche qui sarà
indispensabile un esempio: supponiamo che
un primo candidato si aggiudichi la maggioranza dei voti
popolari in
California (che nel 2004 aveva diritto a cinquantacinque
delegati)
per mille voti popolari in più. Egli avrà a propria
disposizione tutti i
voti elettorali di quell’enorme Stato.
Se il suo avversario, sempre per esempio, si aggiudicasse
per diecimila voti popolari in più lo Stato del Nord Dakota
(che aveva
solo tre delegati, sempre nel 2004) nel computo complessivo,
il
secondo candidato avrebbe novemila voti popolari in più, ma
soli tre
delegati contro i cinquantacinque dell’altro.
Tornando alle primarie ed ai caucus (dell’origine delle
prime
abbiamo già detto – quanto ai caucus, si può dire siano da
sempre in
uso), benché la stampa parli comunemente solo di primarie,
nella
realtà i metodi seguiti sono, appunto, due, del tutto
diversi fra loro.
Difatti, in alcuni stati, la scelta avviene attraverso una
semplice
riunione (il caucus) degli aderenti al partito, mentre,
nella maggioranza
dei casi, si ha una vera e propria votazione da parte degli
elettori (questa è la primaria propriamente detta).
Inoltre, anche le primarie si dividono in due tipi. Esse
sono
“aperte” o “chiuse”: alle prime possono partecipare tutti
gli elettori;
alle seconde soltanto coloro che risultano iscritti nelle
liste elettorali
come simpatizzanti del partito che ha indetto la
consultazione.
Per quel che concerne la consistenza numerica dei delegati
di ogni singolo stato, come è ovvio, il criterio comune è
quello che
assegna un maggior peso agli stati più popolosi sulla
falsariga del sistema
previsto dalla Costituzione per la nomina dei delegati al
Collegio presidenziale. La normativa che regola primarie e
caucus è
di competenza di ogni singolo stato.
Tradizionalmente (a tutto il 1996), il primo caucus,
cronologicamente,
era quello dell’Iowa, mentre la prima primaria era quella
del New Hampshire. La “corsa” tra i candidati all’interno
dei partiti
prosegue, poi, fino all’estate e cioè fino alle convenzioni
che altro
non sono che i congressi nazionali dei movimenti politici.
L’importanza che può avere una convenzione è profondamente
diversa
a seconda di come i vari pretendenti alla “nomination” si
presentino
ad essa.
Se, durante primarie e caucus, un leader è riuscito a
conquistare
la prevista maggioranza dei delegati o un numero di essi
tale
che possa garantirgli la vittoria, la convenzione servirà
soltanto a
proclamarne la scelta, ad individuare – tenendo conto dei
suoi desideri
– il candidato vice Presidente che lo accompagnerà nella
campagna finale, a stendere il programma di partito (la
cosiddetta
“platform” – piattaforma).
Se, invece, nessun pretendente prevale sugli altri, la
convenzione
sceglierà autonomamente e i delegati – nelle altre occasioni
obbligati a votare per il “loro” candidato – potranno
spostarsi dall’uno
all’altro fino ad arrivare alla “nomination”. Naturalmente,
i
“nominati” dai due partiti si affronteranno nelle elezioni
novembrine
“il primo martedì dopo il primo lunedì” di quel mese.
La maledizione dell’anno zero, altre curiosità e record
George Washington, primo Presidente degli Stati Uniti e
padre
della Patria, è l’unico Presidente eletto in un anno
dispari.
Ottenne, infatti, il primo mandato nel 1789. Dal 1792, per
legge federale,
le elezioni si svolgono, ogni quattro anni, nel mese di
novembre
“il primo martedì dopo il primo lunedì”.
Thomas Jefferson, nel 1800, riportò lo stesso numero di voti
elettorali di Aaron Burr. La Camera dei Rappresentanti –
che, per dettato
costituzionale, in tali occasioni, quando nessuno dei
candidati raggiunge
la maggioranza assoluta dei delegati, ha il mandato di
scegliere
il Presidente tra i tre più votati – lo elesse Presidente al
trentaseiesimo
scrutinio, addirittura nel 1801, essendosi trascinati gli
scrutini per mesi.
Per molto tempo, a partire dal 1840 fino all’elezione di
Ronald Reagan nel 1980, una leggenda (detta “dell’anno
zero”) accompagnava
tutti i presidenti eletti o rinnovati negli anni con finale
zero: nessuno di loro è arrivato al termine del proprio
mandato (o dei
seguenti in caso di rielezione) perché tutti morti in carica
per le più varie
ragioni. William Harrison, eletto nel 1840, morì di
polmonite.
Abraham Lincoln, eletto nel 1860, fu ucciso. James Garfield,
eletto
nel 1880, fu assassinato. William McKinley, rieletto nel
1900, fu ucciso.
Warren Harding, eletto nel 1920, morì di malattia. Franklin
D.
Roosevelt, rieletto nel 1940, morì improvvisamente nel 1945.
John
Kennedy, eletto nel 1960, fu ucciso a Dallas nel 1963.
Ronald Reagan, eletto nel 1980, fu vittima di un attentato
per fortuna senza gravi conseguenze.
Grover Cleveland, nominato nel 1884 e poi nel 1892, è
l’unico
che, battuto alla prima ricandidatura (nel 1888), sia stato
poi
rieletto dopo un intervallo di quattro anni. Inoltre, è
anche uno dei
tre candidati, con Samuel Tilden (sconfitto nel 1876 da
Rutherford
Hayes) e Al Gore (battuto da George W. Bush nel 2000), che,
per
quanto abbia ottenuto un maggior numero di voti popolari –
nel citato 1888 – rispetto al proprio avversario (Benjamin
Harrison), fu
sconfitto per voti elettorali.
Andrew Jackson (poi Presidente eletto nel 1828 e nel 1832)
riportò nelle elezioni del 1824 più voti popolari e più voti
elettorali
di John Quincy Adams senza raggiungere però la prescritta
maggioranza
assoluta dei delegati. La Camera dei Rappresentanti,
chiamata
a pronunciarsi, gli preferì il rivale.
Gli unici quattro vice presidenti (cattivo presagio per Al
Gore) assurti alla presidenza nella elezione successiva a
quella nella
quale avevano esercitato il vicariato sono stati John Adams
(vice di
Washington), Thomas Jefferson (vice di Adams), Martin Van
Buren
(vice di Andrew Jackson) e George Bush (vice di Ronald
Reagan).
Richard Nixon (vice di Ike Eisenhower), invece, battuto nel
1960 da John Kennedy, si è poi rifatto vincendo nel 1968 e
nel 1972.
Gerald Ford è l’unico Presidente non eletto dal popolo né
come tale né come vice in quanto subentrò a Nixon dopo le
dimissioni
di quest’ultimo per lo scandalo Watergate (9 agosto 1974),
essendo
stato precedentemente nominato vice Presidente dallo stesso
Nixon, con la prescritta approvazione del Congresso, a
seguito delle
precedenti dimissioni dalla carica del titolare Spiro Agnew.
In molti casi i vice presidenti subentrati a causa del
decesso
dell’inquilino della Casa Bianca non si sono autonomamente
riproposti
alle elezioni successive. Così John Tyler – subentrato a
William Harrison nel 1841 – Andrew Johnson – succeduto ad
Abraham Lincoln nel 1865 – Chester Arthur – succeduto a
James
Garfield nel 1881. Diverso il caso di Millard Fillmore non
ripresentatosi
nel 1852, alla scadenza del suo mandato, e, poi candidatosi
come indipendente, senza molta fortuna, nel 1856.
Sono stati sconfitti nei loro tentativi, invece, fra gli
ultimi
vice presidenti Hubert Humphrey, già vicario di Lyndon
Johnson,
battuto nel 1968 da Nixon, Walter Mondale, vice di Jimmy
Carter,
battuto da Reagan nel 1984 e Al Gore, vice di Bill Clinton,
sconfitto
da G.W. Bush nel 2000.
Geraldine Ferraro, candidata alla vice presidenza con
Mondale per il partito democratico nel 1984, fu la prima e,
per ora,
unica donna componente di un ticket (così viene definita
l’accoppiata
candidato-Presidente, candidato-vice Presidente)
presidenziale.
John Kennedy fu, nel 1960, il primo (e per ora unico)
cattolico
eletto alla presidenza. Il primo candidato cattolico –
sfortunato –
fu, invece, nel 1928, Alfred Smith, democratico, sconfitto
da Herbert
Hoover. L’ultimo, John Kerry, battuto da G. W. Bush nel
2004.
Jesse Jackson, democratico, fu nel 1984 il primo
candidato
di colore alle primarie a livello nazionale ad ottenere un
notevole
successo irrobustitosi nelle successive primarie del 1988.
In un solo caso, prima di George W. Bush, il figlio di un
Presidente riuscì a sua volta a divenirlo: difatti John
Quincy Adams fu
alla Casa Bianca dopo le elezioni del 1824 ed il padre,
John, era stato
in carica a seguito delle elezioni del 1796, essendo, fra
l’altro, il primo
a risiedere nella nuova capitale federale, Washington,
nell’anno 1800.
William Jennings Bryan, che fu anche, nel 1896, a soli
trentasei
anni, il più giovane candidato della storia, è l’aspirante
alla presidenza
appartenente a uno dei due partiti nazionali sconfitto più
volte nella corsa alla Casa Bianca: nel citato 1896 fu
battuto, lui democratico,
dal repubblicano William McKinley; nel 1900, stesso
risultato;
nel 1904 fu sconfitto alla Convenzione da Alton Parker e,
infine,
nel 1908, fu battuto per la presidenza da William Taft.
Franklin Delano Roosevelt (che non era parente se non molto
alla lontana del predecessore Theodore) ha due primati: è
l’unico
candidato che, sconfitto una prima volta nella corsa alla
vice presidenza
(era associato a James Cox battuto da Harding nel 1920),
divenne
poi Presidente. Inoltre, è l’unico ad avere ottenuto più di
due
mandati presidenziali (1932, 1936, 1940, 1944)
contravvenendo
così alla disposizione consuetudinaria conseguente alla
decisione di
George Washington che, nel 1796, potendo ottenere una terza
candidatura,
disse che nessun uomo avrebbe dovuto esercitare per più di
otto anni un mandato tanto impegnativo.
L’estremismo (democratico o repubblicano che sia) non dà
luogo che a clamorose sconfitte: esempi sono il repubblicano
Barry
Goldwater, di estrema destra, schiacciato da Lyndon Johnson
nel
1964 sotto una valanga di voti ed il democratico George
McGovern,
di estrema sinistra, distrutto da Nixon nel 1972.
George Bush padre è stato l’ultimo Presidente in carica
ripresentatosi
e non rieletto. In questo ha ripetuto l’avventura di
Martin Van Buren (eletto nel 1836), come lui prima vice
Presidente,
poi Presidente ed infine sconfitto dopo un solo mandato.
Bill Clinton aveva brutti precedenti per quanto riguarda il
suo cognome. Due candidati che si chiamavano come lui erano
stati
battuti: nel 1792 e nel 1808 George Clinton e, nel 1812,
DeWitt
Clinton.
Il primo Presidente esclusivamente democratico (prima il
partito
si chiamava repubblicano-democratico) fu Andrew Jackson
eletto
nel 1828.
Il primo Presidente repubblicano fu Abraham
Lincoln, eletto
nel 1860.
La presidenza più corta fu quella di William Harrison.
Eletto
nel 1840, restò in carica solo trenta giorni, a partire dal
4 marzo
1841, perché mori un solo mese dopo il giuramento. Si ammalò
di
polmonite per aver voluto pronunciare un lunghissimo
discorso di
insediamento a capo scoperto sotto un diluvio.
Il più giovane Presidente eletto fu John Kennedy che aveva
quarantatrè anni all’atto della nomina, ma il più giovane
Presidente
in carica fu Theodore Roosevelt che, al momento del subentro
all’assassinato
McKinley, aveva solo quarantadue anni.
Gli unici due presidenti appartenenti al partito whigs
eletti
(William Harrison e Zachary Taylor) sono entrambi morti in
carica.
I partiti politici
Per quanto, agli inizi, la vita politica americana fosse,
via
via, dominata da movimenti e partiti quali i Federalisti di
George
Washington e John Adams, i Repubblicani-Democratici di
Jefferson,
Madison e Monroe e, un po’ più avanti, i Whigs di William
Harrison
e Zachary Taylor, a partire dagli ultimi anni Venti, per
quel che riguarda
i Democratici, e a far luogo, per i Repubblicani, dagli anni
Cinquanta dell’Ottocento, due partiti – ovviamente, appunto,
il democratico
e il repubblicano – hanno preso decisamente il sopravvento
e si sono divisi Casa Bianca e Congresso.
Sarà opportuno, quindi, esaminarne origini e storia, senza
dimenticare
che, nei primi decenni del Novecento, un certo peso ebbe
anche
il partito socialista americano che, in molte occasioni,
presentò un
proprio candidato alla presidenza, senza ottenere grande
successo.
I Democratici
Nato verso la fine degli anni Venti del XIX secolo quale
emanazione del partito democratico-repubblicano, il partito
dell’Asino (questo il suo simbolo elettorale) riuscì a
conquistare
quasi ininterrottamente la presidenza fino al 1860, ma, alla
vigilia
della guerra civile, dopo la vittoria del repubblicano
Lincoln, si divise
in democratici del Nord e del Sud.
Al termine del conflitto, raccolta la pesante eredità della
Confederazione sconfitta, il partito ritornò quasi subito ad
essere
competitivo ed assunse la duplice fisionomia che ha
mantenuto fino agli anni Sessanta del XX secolo
monopolizzando, da un lato, il voto
del Sud e fungendo, altrove, da polo di attrazione per
immigrati, minoranze
e fautori dei diritti civili. È questa strana alleanza che
ha
permesso nel Novecento le presidenze di Woodrow Wilson
(primo
sudista eletto alla massima carica dopo la guerra civile) e
Franklin
Delano Roosevelt.
Il passaggio del Sud ai repubblicani in occasione della
prima
elezione alla presidenza di Richard M. Nixon (1968) ha
alterato una
situazione di sostanziale equilibrio e il partito
democratico non è più
riuscito, prima di Bill Clinton – se si esclude il breve
periodo di
Jimmy Carter (che arrivò alla vittoria soprattutto in
conseguenza
dello scandalo Watergate che aveva coinvolto i repubblicani)
– ad
esprimere una figura carismatica in grado di ottenere il
favore di una
maggioranza di elettori.
I Repubblicani
Il partito repubblicano fu fondato nel 1854 a Jackson da un
gruppo di dissidenti democratici e whigs uniti
dall’opposizione alla
schiavitù e alla politica dei partiti di provenienza
giudicata troppo conciliante
verso il Sud. I repubblicani, inoltre, fin dalle origini,
furono
contrari a qualsiasi concessione ai diritti dei singoli
Stati che ritenevano
dovessero essere subordinati ai supremi interessi
dell’Unione.
Il primo candidato del partito alle elezioni presidenziali
fu,
nel 1856, John C. Frémont, facilmente sconfitto da James
Buchanan.
Ma già nel 1860, Abraham Lincoln, grazie alle divisioni del
campo
democratico e all’appoggio massiccio degli Stati del Nord,
colse una
inattesa vittoria.
Emerso dominatore dalla guerra civile, il partito
repubblicano
attrasse nella sua orbita l’oligarchia finanziaria e
industriale e, tra
il 1868 e il 1932 si affermò quattordici volte su sedici
elezioni presidenziali.
Subite due scissioni – una prima, più grave, nel 1912, che
gli costò la White House, quando una fazione progressista
guidata
dall’ex Presidente Theodore Roosevelt lasciò il partito ed
una seconda,
meno significativa, nel 1924 – nel 1932 il GOP perse la Casa
Bianca e subì un più che ventennale declino.
Tornò al potere nel 1952 con il generale Eisenhower e negli
ultimi cinquantacinque ha occupato lo scranno presidenziale
per tre
decenni e mezzo.
Tradizionalmente su posizioni conservatrici in politica
economica,
escluso fino a Nixon dal voto del Sud e da quello degli
immigrati, il partito repubblicano (il cui simbolo è
l’Elefante), pur conquistando
spesso – come si è visto – la presidenza, è stato, nel
Novecento assai di sovente minoritario al Congresso.
In conclusione, a tutto il 2008, i Democratici hanno
occupato
la Casa Bianca per un totale di ottant’anni a partire dal
1828 quando
Andrew Jackson sconfisse John Quincy Adams, mentre i
Repubblicani, a far luogo dal 1860, allorché Lincoln batté
Stephen
Douglas, hanno esercitato la presidenza per novantadue anni.
I membri del partito dell’asino eletti alla massima carica
da
quando i due movimenti si confrontano direttamente (1856)
sono
stati nove e ben sedici quelli aderenti al GOP.