CASA BIANCA 2008

ELEZIONI AMERICANE?

UN VADEMECUM CI GUIDA TRA PRIMARIE

E CONVENTION


Hillary, Obama, McCain sono solo l’ultimo capitolo

di una lunghissima storia. In questo speciale, un excursus sul sistema

elettorale e sui leader della più potente nazione del mondo


 

Mauro della Porta Raffo*


Prima parte


Introduzione

Il duemilaotto è, per gli Stati Uniti d’America, anno di elezioni presidenziali come tutti i precedenti bisestili a partire dal 1792, quando George Washington si aggiudicò per la seconda volta l’ambita carica (era già stato eletto – primo Presidente – nel 1789). Il meccanismo voluto e realizzato dai padri fondatori, così come si è poi evoluto, fa sì che la campagna elettorale per la presidenza americana sia, indubbiamente, la più
lunga, faticosa e dispendiosa alla quale un aspirante capo di Stato si debba sottoporre. Difatti, per arrivare a quel fatidico “primo martedì dopo il primo lunedì di novembre”, giorno nel quale, per legge federale appunto del 1792, il popolo è chiamato alla scelta definitiva, i due superstiti contendenti (a volte, peraltro, anche più di due) dovranno aver superato numerose, difficili prove, così da raccogliere attorno al proprio nome consensi tali da sconfiggere, prima di tutto, gli avversari interni al proprio
partito, per poi battersi con il concorrente dell’altro schieramento.

Pertanto, il candidato, per affrontare con qualche concreta possibilità la lunga maratona che ha luogo, attraverso primarie e caucus, a partire da gennaio (fino al 1996 compreso, da febbraio) per arrivare alla convenzione del suo partito con concrete chance di ottenere la “nomination”, deve cominciare a farsi conoscere per tempo, tanto che, per quel che riguarda la campagna duemilaotto essa è, in effetti, cominciata in entrambi gli schieramenti già nel 2006 non essendo possibile per il disposto del XXII Emendamento una terza candidatura del capo dello Stato in carica.

I poteri del Presidente

Prima di addentrarci nella descrizione delle singole tappe nelle quali si articola questa “lunga corsa”, sarà bene ricordare che la Costituzione USA così recita all’articolo 2, sezione prima: “Il Presidente degli Stati Uniti sarà investito del potere esecutivo”.

Queste poche, magiche parole racchiudono ed esprimono tutto l’enorme potere del capo dello Stato di quella che è ormai, senza concorrenti, la più potente nazione del mondo.

Per inciso, cercando di rendere più comprensibile agli occhi del lettore il tutto, si può dire che nel Presidente americano, grosso modo, coincidono e si uniscono i poteri che in molti Paesi sono divisi tra il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio, mentre il solo importante limite è quello della impossibilità per il capo di Stato USA di avanzare direttamente proposte di legge, essendo, tale prerogativa, propria dei membri del Congresso – senatori e rappresentanti – sui quali, peraltro, egli può agire per ottenere che avanzino progetti legislativi a lui graditi (il mezzo tecnico più frequentemente usato a tale riguardo è quello di indirizzare specifici messaggi ai due rami del Parlamento).

Come si è detto, la nomina avviene in novembre, mentre l’entrata in carica è fissata al 20 gennaio dell’anno seguente (fino alla prima elezione compresa di F.D. Roosevelt – 1932 – l’insediamento avveniva, invece, il 4 marzo).

Il mandato è per un quadriennio e, cioè, “a termine” (essendo a termine anche tutte le altre cariche elettive, da parte degli studiosi, si mette in risalto, nel sistema, l’importanza del “calendario” o, gergalmente, “dell’orologio”), il che preclude la possibilità di una sfiducia da parte del Congresso (altra cosa è l’impeachment).

Un Presidente non può essere rieletto per più di una volta e ciò a seguito di un emendamento costituzionale adottato nel 1951, successivo alla quadruplice rielezione del già citato F.D. Roosevelt, il quale, primo ed unico, aveva osato contravvenire, riproponendosi una terza e poi, addirittura, una quarta volta, alla disposizione consuetudinaria dettata da George Washington che, rifiutando una terza, sicura nomina, aveva dichiarato che nessun uomo avrebbe dovuto occupare quella carica per più di otto anni.

Una maggiore durata è teoricamente possibile solo per il vice Presidente succeduto nella qualifica di capo dello Stato, quando il periodo in cui la presidenza sia stata ricoperta in sostituzione del titolare sia inferiore ai due anni.

In conclusione, riepiloghiamo i più rilevanti poteri presidenziali. Il Presidente:

a) in materia internazionale negozia e stipula i trattati, con il consenso di almeno due terzi del Senato;

b) in materia legislativa gode del potere di raccomandazione o “impulso” (attraverso il messaggio sullo

stato dell’Unione o specifici messaggi ad hoc) e del potere di veto;

c) nomina i funzionari federali con il necessario consenso del Senato;

d) ha il comando delle Forze Armate.

Esiste la possibilità, inoltre, in casi eccezionali, di esercizio di poteri straordinari.

Il sistema elettorale: candidature, primarie, caucus, convention, nomination e sfida finale


Per quanto esistano, ai nostri giorni, negli Stati Uniti, due partiti politici nazionali, presenti in tutto il Paese – ovviamente, il repubblicano e il democratico – non è la struttura partitica a cercare e proporre il candidato alla presidenza, perché il meccanismo elettorale, così come è ora articolato, permette ad un qualsiasi esponente politico
di una qualche notorietà di dichiararsi autonomamente “in corsa” per la Casa Bianca, affrontando, poi, il giudizio popolare attraverso primarie e caucus.

Così, per esempio, Bill Clinton, proveniente dallo Stato politicamente periferico dell’Arkansas, nel 1992, non fu indicato dal suo partito, ma scelto dagli elettori democratici. D’altronde, sia il partito dell’Elefante (simbolo dei repubblicani, chiamati anche Grand Old Party – GOP) che quello dell’Asino (segno di identificazione dei democratici) non hanno, se non in prossimità delle elezioni nazionali, una organizzazione federale vera e propria.

Solo nel caso (ormai improbabile; l’ultima volta accadde nel 1968 tra i democratici) in cui nessun candidato si presenti alla Convenzione, al termine delle primarie e dei caucus, con una decisa maggioranza acquisita sul campo, i capi partito possono esercitare pressioni sui delegati per orientare in qualche modo il loro consenso.

In concreto, dunque, quel che succede in una prima fase è che un senatore, un governatore o un rappresentante (o anche un ex senatore, ecc.), ritenendosi all’altezza del ruolo, si autoproponga e lasci il popolo arbitro finale dello scontro che lo opporrà agli altri candidati interni al partito.

Non così era fino agli inizi del Novecento perché solo nel 1903 (e precisamente, a livello locale, nel Wisconsin) cominciò ad affermarsi il sistema delle primarie (poi, in uso per la scelta del candidato alla White House tra i repubblicani a partire dal 1912), proprio per combattere il più efficacemente possibile il precedente, totale dominio degli apparati partitici.

Poiché, comunque, il meccanismo delle primarie e dei caucus non è diffuso in tutti gli Stati dell’Unione, nei rimanenti sarà indispensabile al candidato ottenere l’appoggio dei maggiorenti locali. Peraltro, sono pochissimi gli Stati che non hanno aderito al nuovo sistema. Gli unici tre requisiti richiesti dalla Costituzione al futuro Presidente sono che abbia compiuto almeno trentacinque anni, che sia cittadino americano per nascita e che risieda negli Stati Uniti da oltre quattordici anni.

Per quanto, da sempre, si sia abituati a considerare l’elezione del Presidente USA come la più significativa espressione di voto “diretto” del popolo, nella realtà voluta dai costituenti, questo non è affatto vero perché in ogni momento (a partire dalle primarie per arrivare alla votazione di novembre) i votanti sono chiamati ad eleggere dei delegati che, a loro volta, riunendosi successivamente, si esprimono per il candidato nazionale che rappresentavano a livello locale, in occasione delle primarie e dei caucus, o per il Presidente, alla fine.

In altre parole, per fare un esempio, l’elettore democratico, nella cabina, nel 2004, non ha potuto votare direttamente per Kerry, ma per un esponente del medesimo partito impegnato, se prescelto, ad appoggiare lo stesso Kerry alla Convenzione (se si fa riferimento a primarie e caucus) o al Collegio presidenziale (che si riunisce una sola volta per la proclamazione del Presidente) a seguito delle votazioni di novembre. Nella visione costituzionale, quindi, la procedura si conclude con una elezione “di secondo grado”, mediata dai delegati.

È la Carta costituzionale stessa che si incarica di stabilire, per quel che riguarda i membri del Collegio presidenziale, che “ogni Stato nominerà, nel modo che verrà stabilito dai suoi organi legislativi, un numero di elettori (delegati) pari al numero complessivo dei senatori e dei rappresentanti che lo Stato ha diritto di mandare al
Congresso”. Malgrado le difficoltà teoriche di tale complicata procedura, per gli elettori di Kerry – per tornare al precedente esempio – avere scelto un delegato a lui collegato è stato come aver votato direttamente per lui.

Con riferimento al disposto costituzionale or ora citato, va ricordato che ciascuno Stato ha diritto alla nomina di due senatori e di tanti rappresentanti alla Camera, proporzionalmente, a quanti sono risultati i suoi abitanti nell’ultimo censimento.

Considerando che, grosso modo, si ha un rappresentante ogni quattrocento-settantacinquemila residenti e che i membri della Camera, conseguentemente, sono, ora, quattrocentotrentacinque, complessivamente, i voti elettorali presenti alla riunione finale del Collegio presidenziale assommano a cinquecentotrentotto (cento corrispondenti ai senatori, quattrocentotrentacinque ai rappresentanti e tre per il Distretto Federale di Washington), il che significa che per essere nominati presidenti si devono controllare almeno duecentosettanta voti.

Nel caso in cui – come accadde nel 1800 e nel 1824 per l’elezione rispettivamente di Thomas Jefferson e di John Quincy Adams – nessuno raggiunga il prescritto quorum, la Costituzione prevede che la decisione finale spetti alla Camera dei rappresentanti che dovrà scegliere tra i primi tre candidati che abbiano ottenuto il maggior numero di voti elettorali (e cioè di delegati al Collegio).

Resta da fare, in quest’ambito, un’ultima, importantissima annotazione: i delegati al Collegio presidenziale – che, come abbiamo detto, alla fine, nomineranno formalmente il Presidente – si devono conquistare Stato per Stato e non singolarmente.

Vediamo di spiegarci meglio: ogni stato dell’Unione, durante la campagna, è eretto in Collegio elettorale, la qual cosa significa che il vincitore per voti popolari, ad esempio, del Texas, si prenderà tutti i delegati di quel territorio, mentre il perdente (anche se di un solo voto popolare) non ne avrà nessuno. Altrettanto, naturalmente, per gli altri stati.

Ciò comporta fondamentali conseguenze: alcuni stati che hanno, per via della consistenza della loro popolazione, un maggior numero di delegati da eleggere sono nettamente più importanti di altri ai fini del raggiungimento della mitica, indicata soglia dei duecentosettanta voti – pari alla maggioranza assoluta – al Collegio presidenziale.

Sarà conseguentemente assai più utile, per i candidati, cercare di vincere negli stati più popolosi (e qui concentrare la maggior parte dei loro sforzi) piuttosto che aggiudicarsi i pochi voti elettorali che altri territori possono assegnare.

La seconda conseguenza di tale sistema è che, teoricamente, ma anche in pratica, (è accaduto nel 1824 a Andrew Jackson, nel 1888 al Presidente Grover Cleveland, nel 1876 al candidato democratico Samuel Tilden e, nel 2000, anche ad Al Gore, battuto da George Walker Bush), si possono ottenere su base nazionale più voti popolari ed essere ugualmente sconfitti.

Anche qui sarà indispensabile un esempio: supponiamo che un primo candidato si aggiudichi la maggioranza dei voti popolari in California (che nel 2004 aveva diritto a cinquantacinque delegati) per mille voti popolari in più. Egli avrà a propria disposizione tutti i voti elettorali di quell’enorme Stato.

Se il suo avversario, sempre per esempio, si aggiudicasse per diecimila voti popolari in più lo Stato del Nord Dakota (che aveva solo tre delegati, sempre nel 2004) nel computo complessivo, il secondo candidato avrebbe novemila voti popolari in più, ma soli tre delegati contro i cinquantacinque dell’altro.

Tornando alle primarie ed ai caucus (dell’origine delle prime abbiamo già detto – quanto ai caucus, si può dire siano da sempre in uso), benché la stampa parli comunemente solo di primarie, nella realtà i metodi seguiti sono, appunto, due, del tutto diversi fra loro.

Difatti, in alcuni stati, la scelta avviene attraverso una semplice riunione (il caucus) degli aderenti al partito, mentre, nella maggioranza dei casi, si ha una vera e propria votazione da parte degli elettori (questa è la primaria propriamente detta).

Inoltre, anche le primarie si dividono in due tipi. Esse sono “aperte” o “chiuse”: alle prime possono partecipare tutti gli elettori; alle seconde soltanto coloro che risultano iscritti nelle liste elettorali come simpatizzanti del partito che ha indetto la consultazione.

Per quel che concerne la consistenza numerica dei delegati di ogni singolo stato, come è ovvio, il criterio comune è quello che assegna un maggior peso agli stati più popolosi sulla falsariga del sistema previsto dalla Costituzione per la nomina dei delegati al Collegio presidenziale. La normativa che regola primarie e caucus è di competenza di ogni singolo stato.

Tradizionalmente (a tutto il 1996), il primo caucus, cronologicamente, era quello dell’Iowa, mentre la prima primaria era quella del New Hampshire. La “corsa” tra i candidati all’interno dei partiti prosegue, poi, fino all’estate e cioè fino alle convenzioni che altro non sono che i congressi nazionali dei movimenti politici. L’importanza che può avere una convenzione è profondamente diversa a seconda di come i vari pretendenti alla “nomination” si presentino ad essa.

Se, durante primarie e caucus, un leader è riuscito a conquistare la prevista maggioranza dei delegati o un numero di essi tale che possa garantirgli la vittoria, la convenzione servirà soltanto a proclamarne la scelta, ad individuare – tenendo conto dei suoi desideri – il candidato vice Presidente che lo accompagnerà nella campagna finale, a stendere il programma di partito (la cosiddetta “platform” – piattaforma).

Se, invece, nessun pretendente prevale sugli altri, la convenzione sceglierà autonomamente e i delegati – nelle altre occasioni obbligati a votare per il “loro” candidato – potranno spostarsi dall’uno all’altro fino ad arrivare alla “nomination”. Naturalmente, i “nominati” dai due partiti si affronteranno nelle elezioni novembrine “il primo martedì dopo il primo lunedì” di quel mese.

La maledizione dell’anno zero, altre curiosità e record

 

George Washington, primo Presidente degli Stati Uniti e padre della Patria, è l’unico Presidente eletto in un anno dispari. Ottenne, infatti, il primo mandato nel 1789. Dal 1792, per legge federale, le elezioni si svolgono, ogni quattro anni, nel mese di novembre “il primo martedì dopo il primo lunedì”.

Thomas Jefferson, nel 1800, riportò lo stesso numero di voti elettorali di Aaron Burr. La Camera dei Rappresentanti – che, per dettato costituzionale, in tali occasioni, quando nessuno dei candidati raggiunge la maggioranza assoluta dei delegati, ha il mandato di scegliere il Presidente tra i tre più votati – lo elesse Presidente al trentaseiesimo scrutinio, addirittura nel 1801, essendosi trascinati gli scrutini per mesi.

Per molto tempo, a partire dal 1840 fino all’elezione di Ronald Reagan nel 1980, una leggenda (detta “dell’anno zero”) accompagnava tutti i presidenti eletti o rinnovati negli anni con finale zero: nessuno di loro è arrivato al termine del proprio mandato (o dei seguenti in caso di rielezione) perché tutti morti in carica per le più varie ragioni. William Harrison, eletto nel 1840, morì di polmonite.
Abraham Lincoln, eletto nel 1860, fu ucciso. James Garfield, eletto nel 1880, fu assassinato. William McKinley, rieletto nel 1900, fu ucciso. Warren Harding, eletto nel 1920, morì di malattia. Franklin D. Roosevelt, rieletto nel 1940, morì improvvisamente nel 1945. John Kennedy, eletto nel 1960, fu ucciso a Dallas nel 1963.

Ronald Reagan, eletto nel 1980, fu vittima di un attentato per fortuna senza gravi conseguenze.

Grover Cleveland, nominato nel 1884 e poi nel 1892, è l’unico che, battuto alla prima ricandidatura (nel 1888), sia stato poi rieletto dopo un intervallo di quattro anni. Inoltre, è anche uno dei tre candidati, con Samuel Tilden (sconfitto nel 1876 da Rutherford Hayes) e Al Gore (battuto da George W. Bush nel 2000), che, per quanto abbia ottenuto un maggior numero di voti popolari – nel citato 1888 – rispetto al proprio avversario (Benjamin Harrison), fu sconfitto per voti elettorali.

Andrew Jackson (poi Presidente eletto nel 1828 e nel 1832) riportò nelle elezioni del 1824 più voti popolari e più voti elettorali di John Quincy Adams senza raggiungere però la prescritta maggioranza assoluta dei delegati. La Camera dei Rappresentanti, chiamata a pronunciarsi, gli preferì il rivale.

Gli unici quattro vice presidenti (cattivo presagio per Al Gore) assurti alla presidenza nella elezione successiva a quella nella quale avevano esercitato il vicariato sono stati John Adams (vice di Washington), Thomas Jefferson (vice di Adams), Martin Van Buren (vice di Andrew Jackson) e George Bush (vice di Ronald Reagan).

Richard Nixon (vice di Ike Eisenhower), invece, battuto nel 1960 da John Kennedy, si è poi rifatto vincendo nel 1968 e nel 1972.

Gerald Ford è l’unico Presidente non eletto dal popolo né come tale né come vice in quanto subentrò a Nixon dopo le dimissioni di quest’ultimo per lo scandalo Watergate (9 agosto 1974), essendo stato precedentemente nominato vice Presidente dallo stesso Nixon, con la prescritta approvazione del Congresso, a seguito delle precedenti dimissioni dalla carica del titolare Spiro Agnew.

In molti casi i vice presidenti subentrati a causa del decesso dell’inquilino della Casa Bianca non si sono autonomamente riproposti alle elezioni successive. Così John Tyler – subentrato a William Harrison nel 1841 – Andrew Johnson – succeduto ad Abraham Lincoln nel 1865 – Chester Arthur – succeduto a James Garfield nel 1881. Diverso il caso di Millard Fillmore non ripresentatosi nel 1852, alla scadenza del suo mandato, e, poi candidatosi come indipendente, senza molta fortuna, nel 1856.

Sono stati sconfitti nei loro tentativi, invece, fra gli ultimi vice presidenti Hubert Humphrey, già vicario di Lyndon Johnson, battuto nel 1968 da Nixon, Walter Mondale, vice di Jimmy Carter, battuto da Reagan nel 1984 e Al Gore, vice di Bill Clinton, sconfitto da G.W. Bush nel 2000.

Geraldine Ferraro, candidata alla vice presidenza con Mondale per il partito democratico nel 1984, fu la prima e, per ora, unica donna componente di un ticket (così viene definita l’accoppiata candidato-Presidente, candidato-vice Presidente) presidenziale.

John Kennedy fu, nel 1960, il primo (e per ora unico) cattolico eletto alla presidenza. Il primo candidato cattolico – sfortunato – fu, invece, nel 1928, Alfred Smith, democratico, sconfitto da Herbert Hoover. L’ultimo, John Kerry, battuto da G. W. Bush nel 2004.

Jesse Jackson, democratico, fu nel 1984 il primo candidato di colore alle primarie a livello nazionale ad ottenere un notevole successo irrobustitosi nelle successive primarie del 1988.

In un solo caso, prima di George W. Bush, il figlio di un Presidente riuscì a sua volta a divenirlo: difatti John Quincy Adams fu alla Casa Bianca dopo le elezioni del 1824 ed il padre, John, era stato in carica a seguito delle elezioni del 1796, essendo, fra l’altro, il primo a risiedere nella nuova capitale federale, Washington, nell’anno 1800.

William Jennings Bryan, che fu anche, nel 1896, a soli trentasei anni, il più giovane candidato della storia, è l’aspirante alla presidenza appartenente a uno dei due partiti nazionali sconfitto più volte nella corsa alla Casa Bianca: nel citato 1896 fu battuto, lui democratico, dal repubblicano William McKinley; nel 1900, stesso risultato; nel 1904 fu sconfitto alla Convenzione da Alton Parker e, infine, nel 1908, fu battuto per la presidenza da William Taft.

Franklin Delano Roosevelt (che non era parente se non molto alla lontana del predecessore Theodore) ha due primati: è l’unico candidato che, sconfitto una prima volta nella corsa alla vice presidenza (era associato a James Cox battuto da Harding nel 1920), divenne poi Presidente. Inoltre, è l’unico ad avere ottenuto più di due mandati presidenziali (1932, 1936, 1940, 1944) contravvenendo così alla disposizione consuetudinaria conseguente alla decisione di George Washington che, nel 1796, potendo ottenere una terza candidatura, disse che nessun uomo avrebbe dovuto esercitare per più di otto anni un mandato tanto impegnativo.

L’estremismo (democratico o repubblicano che sia) non dà luogo che a clamorose sconfitte: esempi sono il repubblicano Barry Goldwater, di estrema destra, schiacciato da Lyndon Johnson nel 1964 sotto una valanga di voti ed il democratico George McGovern, di estrema sinistra, distrutto da Nixon nel 1972.

George Bush padre è stato l’ultimo Presidente in carica ripresentatosi e non rieletto. In questo ha ripetuto l’avventura di Martin Van Buren (eletto nel 1836), come lui prima vice Presidente, poi Presidente ed infine sconfitto dopo un solo mandato.

Bill Clinton aveva brutti precedenti per quanto riguarda il suo cognome. Due candidati che si chiamavano come lui erano stati battuti: nel 1792 e nel 1808 George Clinton e, nel 1812, DeWitt Clinton.

Il primo Presidente esclusivamente democratico (prima il partito si chiamava repubblicano-democratico) fu Andrew Jackson eletto nel 1828.

Il primo Presidente repubblicano fu Abraham Lincoln, eletto nel 1860.

La presidenza più corta fu quella di William Harrison. Eletto nel 1840, restò in carica solo trenta giorni, a partire dal 4 marzo 1841, perché mori un solo mese dopo il giuramento. Si ammalò di polmonite per aver voluto pronunciare un lunghissimo discorso di insediamento a capo scoperto sotto un diluvio.

Il più giovane Presidente eletto fu John Kennedy che aveva quarantatrè anni all’atto della nomina, ma il più giovane Presidente in carica fu Theodore Roosevelt che, al momento del subentro all’assassinato McKinley, aveva solo quarantadue anni.

Gli unici due presidenti appartenenti al partito whigs eletti (William Harrison e Zachary Taylor) sono entrambi morti in carica.

I partiti politici

Per quanto, agli inizi, la vita politica americana fosse, via via, dominata da movimenti e partiti quali i Federalisti di George Washington e John Adams, i Repubblicani-Democratici di Jefferson, Madison e Monroe e, un po’ più avanti, i Whigs di William Harrison e Zachary Taylor, a partire dagli ultimi anni Venti, per quel che riguarda i Democratici, e a far luogo, per i Repubblicani, dagli anni Cinquanta dell’Ottocento, due partiti – ovviamente, appunto, il democratico e il repubblicano – hanno preso decisamente il sopravvento e si sono divisi Casa Bianca e Congresso.

Sarà opportuno, quindi, esaminarne origini e storia, senza dimenticare che, nei primi decenni del Novecento, un certo peso ebbe anche il partito socialista americano che, in molte occasioni, presentò un proprio candidato alla presidenza, senza ottenere grande successo.

I Democratici

Nato verso la fine degli anni Venti del XIX secolo quale emanazione del partito democratico-repubblicano, il partito dell’Asino (questo il suo simbolo elettorale) riuscì a conquistare quasi ininterrottamente la presidenza fino al 1860, ma, alla vigilia della guerra civile, dopo la vittoria del repubblicano Lincoln, si divise in democratici del Nord e del Sud.

Al termine del conflitto, raccolta la pesante eredità della Confederazione sconfitta, il partito ritornò quasi subito ad essere competitivo ed assunse la duplice fisionomia che ha mantenuto fino agli anni Sessanta del XX secolo monopolizzando, da un lato, il voto del Sud e fungendo, altrove, da polo di attrazione per immigrati, minoranze e fautori dei diritti civili. È questa strana alleanza che ha permesso nel Novecento le presidenze di Woodrow Wilson (primo sudista eletto alla massima carica dopo la guerra civile) e Franklin Delano Roosevelt.

Il passaggio del Sud ai repubblicani in occasione della prima elezione alla presidenza di Richard M. Nixon (1968) ha alterato una situazione di sostanziale equilibrio e il partito democratico non è più riuscito, prima di Bill Clinton – se si esclude il breve periodo di Jimmy Carter (che arrivò alla vittoria soprattutto in conseguenza dello scandalo Watergate che aveva coinvolto i repubblicani) – ad esprimere una figura carismatica in grado di ottenere il favore di una maggioranza di elettori.

I Repubblicani

Il partito repubblicano fu fondato nel 1854 a Jackson da un gruppo di dissidenti democratici e whigs uniti dall’opposizione alla schiavitù e alla politica dei partiti di provenienza giudicata troppo conciliante verso il Sud. I repubblicani, inoltre, fin dalle origini, furono contrari a qualsiasi concessione ai diritti dei singoli Stati che ritenevano
dovessero essere subordinati ai supremi interessi dell’Unione.

Il primo candidato del partito alle elezioni presidenziali fu, nel 1856, John C. Frémont, facilmente sconfitto da James Buchanan. Ma già nel 1860, Abraham Lincoln, grazie alle divisioni del campo democratico e all’appoggio massiccio degli Stati del Nord, colse una inattesa vittoria.

Emerso dominatore dalla guerra civile, il partito repubblicano attrasse nella sua orbita l’oligarchia finanziaria e industriale e, tra il 1868 e il 1932 si affermò quattordici volte su sedici elezioni presidenziali. Subite due scissioni – una prima, più grave, nel 1912, che gli costò la White House, quando una fazione progressista guidata dall’ex Presidente Theodore Roosevelt lasciò il partito ed una seconda, meno significativa, nel 1924 – nel 1932 il GOP perse la Casa Bianca e subì un più che ventennale declino.

Tornò al potere nel 1952 con il generale Eisenhower e negli ultimi cinquantacinque ha occupato lo scranno presidenziale per tre decenni e mezzo.

Tradizionalmente su posizioni conservatrici in politica economica, escluso fino a Nixon dal voto del Sud e da quello degli immigrati, il partito repubblicano (il cui simbolo è l’Elefante), pur conquistando spesso – come si è visto – la presidenza, è stato, nel Novecento assai di sovente minoritario al Congresso.

In conclusione, a tutto il 2008, i Democratici hanno occupato la Casa Bianca per un totale di ottant’anni a partire dal 1828 quando Andrew Jackson sconfisse John Quincy Adams, mentre i Repubblicani, a far luogo dal 1860, allorché Lincoln batté Stephen Douglas, hanno esercitato la presidenza per novantadue anni.

I membri del partito dell’asino eletti alla massima carica da quando i due movimenti si confrontano direttamente (1856) sono stati nove e ben sedici quelli aderenti al GOP.


*Dice di sé
Mauro della Porta Raffo. Narratore e saggista, classe 1944, svolti più o meno svogliatamente mille diversi mestieri, ha intrapreso l’attività giornalistica nel 1996 su sollecitazione di Giuliano Ferrara, che lo ha ribattezzato “il Gran Pignolo” per la sua curiosità onnivora, per la propensione alla cultura erudita e la precisione dimostrata.
Per lo stile asciutto al servizio di un’informazione che di una notizia premia l’originalità e l’inedito, della Porta Raffo è collaboratore passato e presente di tutte le principali testate nazionali (“Corriere della Sera”, “Il Sole 24 Ore”, “La Stampa”, “Il Giornale”, “Il Foglio”, “Panorama”, “Oggi”, “Gente”, “Capital”, “La Gazzetta dello Sport”, “Vanity Fair”, “Il Giorno”, “Il resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Tempo”, “La Provincia”, “La Prealpina”).




ITALO CALVINO



Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo

scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca di un’espressione necessaria,

unica, densa, concisa, memorabile

(Da “Lezioni americane – Rapidità”, 1985)





 

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