INTRODUZIONE
UN BAGLIORE DI SPERANZA
Sono
passati tre giorni dal risultato elettorale, è giovedì 17
aprile, e stiamo per andare in stampa. Quando l’Attimo
arriverà a destinazione, saremo nel pieno delle varie
battaglie per la nomina dei presidenti della Camera e del
Senato, per la composizione del quarto governo Berlusconi e
delle sue prime, attesissime mosse.
Mi sembra corretto affidare ai nostri lettori qualche
riflessione scritta “prima” di queste importanti scelte. Non
voglio essere condizionato dalle notizie sugli intrighi e
sui compromessi legati da sempre, inevitabilmente, agli
accordi su chi e come gestirà il potere politico nei
prossimi cinque anni.
Mi definisco, e sono considerato da chi mi conosce, un iper
pessimista. Forse vi sorprenderà, e, vi assicuro, sono
sorpreso io stesso, di trovare almeno un notevole elemento
di soddisfazione nel risultato elettorale. Questo: mi sembra
che l’elettorato, ovvero milioni e milioni di italiani,
abbiano seguito convincimenti forti per arrivare ad un primo
traguardo importante: un verdetto chiaro.
Mille volte ho scritto, negli ultimi lustri, che alla radice
della confusa decadenza del nostro Paese ci fosse
un’inspiegabile (per me) e grottesca radice: una vocazione a
fare “altro”, a prescindere, anziché il proprio dovere. Il
magistrato che vuole fare, o, comunque, fa il politico. Il
politico che contesta la giustizia e in qualche modo vuole
sostituire o contesta l’autonomia della magistratura.
L’imprenditore che, anziché pensare all’impresa, flirta con
i vari poteri che in qualche modo possano facilitargli,
anche scorrettamente, successo e guadagni.
Il lavoratore che, anziché svolgere il suo compito con senso
di responsabilità, decide di entrare disinvoltamente in
scioperi devastanti, infischiandosi dei diritti degli altri.
L’impiegato allo sportello che tortura, con i suoi umori e
le sue incapacità, i poveracci obbligati, in file disumane,
ad ottenere ciò che spetta loro di diritto: chiunque in
Italia indossi una divisa, o detenga un minimo di potere, si
sente, automaticamente, autorizzato a comportarsi con
arroganza, senza rispetto per il prossimo suo – che dovrebbe
servire con umiltà e devozione.
Il banchiere che toglie il sostegno a chi ne ha onestamente
bisogno per regalare crediti immensi a ladroni senza
scrupoli. Il conduttore televisivo che vuole insegnare al
Papa che cosa debba fare o no. Il sacerdote che non rispetta
la missione per la quale ha dedicato l’anima sua al Dio in
cui crede, si concede tranquillamente le esperienze sessuali
che gli sarebbero vietate e mette perfino al mondo un
figlio, senza neanche la dignità di un minimo,
indispensabile gesto: spretarsi.
Il giornalista che anziché informarmi (anche su dati
elementari, un nome esatto di una persona o di una strada,
l’ora di un avvenimento, di un appuntamento… la
ricostruzione di un fatto di cronaca) cede alla tentazione
prioritaria di stordirci con le sue non richieste e poco
apprezzabili opinioni personali, su qualsiasi tema. Potrei
continuare a lungo, perché il veleno di questa confusione è
diffuso e trasversale, fino alla comicità, anche
irrilevante, ma significativa: ad esempio, per sorriderne,
cito tutti (o quasi) gli italiani appassionati di calcio, me
compreso, che ritengono di poter essere il miglior
allenatore possibile della Nazionale di calcio; e le
“veline”, le belle ochette invitate a sentenziare nei
salotti televisivi su qualsiasi importante questione
nazionale, di cui nulla sanno e ancor meno capiscono.
Non è più una società rispettabile, quella italiana, ma un
circo equestre di ultima categoria, un suk, un bazar, un
luna park, un ghetto invaso dalla monnezza e dal
pressappochismo. Ebbene, dal risultato elettorale è uscito,
dopo il caos del 2006, inaspettatamente un verdetto chiaro.
C’è un centrodestra che, se vuole e se ne ha la capacità, ha
la possibilità di governare senza tentennamenti e senza
contraddizioni e compromessi. E c’è all’opposizione un
partito riformista che, se vuole e se ha la capacità, può
vigilare sulla condotta del governo e prepararsi,
strutturarsi per la prossima sfida.
Dal Parlamento e dal Senato sono stati spazzati via
l’estrema destra e l’estrema sinistra: una punizione che può
avere aspetti negativi, ma il verdetto è limpido e questo,
comunque, è ciò che vuole il nostro Paese – disgustato da
troppe contraddizioni: nell’ultima legislatura abbiamo
perfino assistito a chi, nel governo, contribuiva a varare
leggi certo discutibili e subito dopo andava in piazza per
contestarle!
In Italia, nell’aprile dell’anno di grazia 2008, non
funziona nulla. Esiste la possibilità, per il nuovo governo,
di arrivare ad una svolta. A mio parere, il primo dovere
verso i giovani è un segnale chiaro che dia conto della
buona intenzione di tornare ad un criterio selettivo
insostituibile: la meritocrazia. Basta con spintarelle,
raccomandazioni e inciuci. Basterebbe questo per dare forza
alle residue speranze di un’opinione pubblica disorientata,
smarrita, sfiduciata. Dopodiché, si potrebbero affrontare
con altro spirito gli immensi problemi che ci affliggono.
L’elenco è noto: scuola e università a pezzi, malasanità,
criminalità dilagante, giustizia lacerata e contraddittoria,
disoccupazione, trasporti da terzo Mondo.
Durante la campagna elettorale abbiamo sentito buone
intenzioni, promesse esaltanti e programmi sulla carta
persuasivi. Gli elettori, piaccia o no, hanno scelto in
maniera limpida. Ora ci aspettiamo che i politici al governo
ci diano segnali chiari per ricostituire un pur minimo
rapporto di fiducia, indispensabile per far funzionare una
società democratica: la dimostrazione che non pensino
prioritariamente ad interessi particolari, ma al bene della
comunità.
Dispiace dirlo, ma a destra e sinistra non è stata certo
questa la sensazione percepita dagli italiani, negli ultimi
lustri. Ora c’è un bagliore di speranza: solo un bagliore,
ma un bagliore chiaro; solo questo abbiamo e solo in questo,
per non arrenderci all’idea che siamo ormai ineluttabilmente
un circhetto devastato dall’immondizia, possiamo e – forse –
dobbiamo credere.
Cesare Lanza
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LUIGI STURZO
La Costituzione è il fondamento
della Repubblica.
Se cade dal cuore del popolo, se
non è rispettata dalle autorità
politiche, se non è difesa dal
governo e dal Parlamento, se è
manomessa dai partiti verrà a
mancare il terreno sodo sul quale
sono fabbricate le nostre
istituzioni e ancorate le nostre libertà.
(Da “ Discorso
al Senato della Repubblica”,
27 giugno 1957)
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DICEARCO DI MESSINA
La politica non consiste in tenere una carica, in
assumere
un’ambasceria, in affannarsi a
parlare e scrivere per raggiungere
la tribuna degli oratori (…).
Politica invece fa chi è socievole e
umano e vuole il bene della sua
città, e se ne prende cura per
davvero, anche se non veste la
montura, eccitando i
competenti al governo, guidando
chi ha bisogno,
e incutendo pudore agli
scellerati.
(Da “Tripolitico ”
VI sec. a.C.)
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