ATTUALITÀ

DONNIE BRASCO, L’INFILTRATO
CHE AZZERÒ LA MAFIA NEWYORKESE


Joe Pistone, uno degli agenti più famosi dell’FBI, ricorda in
questa intervista, il periodo più intenso e complesso della sua storia


 

R.d.A.



Nato negli Stati Uniti nel 1939, nel 1976 si infiltrò, per ben sei anni, tra i Bonanno, una delle cinque famiglie più potenti del crimine organizzato di New York. Da 32 anni vive sotto scorta perché, grazie alla sua testimonianza, 120 mafiosi furono condannati e 200 incriminati: un durissimo colpo per la cupola newyorkese, che mise sulla testa dell’agente una taglia di 500.000$, ancora valida. Il racconto della sua vita è diventato prima un libro e poi un film di culto con Al Pacino e Johnny Deep, quest’ultimo nella parte di Joe Pistone\Donnie Brasco.

Perché l’FBI scelse lei?

“Ero un agente dell’FBI, lavoravo sotto copertura da diversi anni, ero di origine italiana, cresciuto in un quartiere dominato dalla mafia, quindi avendo vissuto in quell’ambiente, in quel contesto ero ben adatto a lavorare per strada contro i gangster”.

Cosa l’ha spinta ad accettare questa proposta?

“Faceva parte del mio lavoro, essere un agente dell’FBI, indagare sulle attività criminali, lavorare sotto copertura, che è un altro modo, un altro metodo di effettuare indagini”.

Nessuno mai era riuscito ad infiltrarsi così in profondità, nel mondo, nella struttura, nel dna della mafia. Come ci è riuscito?

“Sono riuscito ad infiltrarmi perché, come dicevo, sono cresciuto per strada, conoscendo l’operato della mafia. Ero di origini italiane, quindi mi sentivo a mio agio in quell’ambiente, e così sono stato in grado di trasferire tutto questo al mondo dell’FBI”.

Analizzando quel periodo, riesce a descrivere quale sentimento, poi, l’ha spinta a tendere trappole così pericolose ad un mondo così pericoloso? È stato coraggio, incoscienza, desiderio di sfida, senso del dovere, voglia di giustizia?

“Soprattutto senso del dovere. Perché nell’essere agente dell’FBI, mio dovere era quello di indagare sulle attività criminali, indipendentemente dal fatto che fosse contro la mafia italiana, la mafia cinese, qualsiasi gruppo mafioso. Era un qualcosa che secondo me, dovevo fare. Dovevo fare per i cittadini del mio paese”.

La sua storia ha ispirato un film di grandissimo successo, che è stato “Donnie Brasco”, nome che utilizzava quando è riuscito ad entrare nelle grazie della famiglia mafiosa. Il suo ruolo era interpretato da Johnny Deep, e l’uomo più vicino a lei da Al Pacino. Vorrei mostrarle un frammento di questo film, che lei conoscerà molto bene, per entrare nell’anima di quei giorni, nell’anima di quei momenti e di quelle sensazioni.
(Breve trailer del film).

Mr. Pistone che cosa c’è di vero in quello che abbiamo visto?

“Quella scena è accaduta davvero, quegli omicidi sono successi davvero. Io non c’ero quando hanno ammazzato quelle persone, personalmente non c’ero, ero da qualche altra parte. Dopo quell’assassinio sono stato chiamato, e mi è stato chiesto di uccidere, su commissione, un’altra persona che sarebbe dovuta essere lì quel giorno, ma che invece quel giorno non c’era”.

Se avessero scoperto che era un infiltrato, sarebbe stato tacciato di infamia: non solo avrebbe mandato a monte la missione che l’FBI le aveva affidato e tutto il lavoro sino a quel momento realizzato, ma lei sarebbe stato ucciso, sicuramente. Come si convive con la paura? Come si nasconde?

“Se mi avessero scoperto, mi avrebbero sicuramente ucciso. Però non puoi avere paura, perché se convivi con la paura si vede. Quindi devi cercare di avere durezza mentale, quella che io chiamo durezza mentale: stai facendo il tuo lavoro e devi sperare soltanto di farlo abbastanza bene, sufficientemente bene da non farti scoprire, perché con la mafia, una volta che scoprono che li hai traditi, la punizione massima è la morte. Però fai quello che devi fare. È semplice, è facile… e non è facile”.

C’è stato mai un momento in cui ha pensato “ahia, adesso mi hanno scoperto, adesso mi fanno fuori, è finita”?

“Un paio di volte, un paio di volte, sì. Non puoi rimanere sotto copertura per sei anni, passare 18\20 ore al giorno con delle persone che all’inizio, soprattutto, ti fanno un sacco di domande, ti interrogano, per capire se sei un informatore, se sei un infame, se sei una talpa. Quindi ci sono state diverse occasioni, situazioni in cui mi è stato detto “se non dimostri di essere davvero Donnie Brasco, ti ammazzano”. Una volta sono rimasto chiuso in una stanza per cinque ore con questi personaggi e mi hanno detto “se non ci dimostri chi sei, ti ammazziamo e ti sbattiamo per strada”. Un’altra volta ero in un paese estero e sono stato arrestato dalla polizia di quel paese, un paese del terzo mondo. Ci volevano portare nella jungla e ucciderci. Ma siamo riusciti, col dialogo, a salvarci”.

Lei era nel mondo della mafia col nome Donnie Brasco, ed era per l’FBI e nella sua vita Joe Pistone. Joe Pistone è riuscito a salvare qualche vita? Donnie Brasco ha dovuto uccidere qualcuno?

“No, io non ho mai dovuto uccidere nessuno. Mi è stato commissionato l’assassinio di tre persone, ma in realtà non ho ammazzato nessuno”.

Tra gli uomini d’onore è importante il cosiddetto rispetto. Cos’è il rispetto per loro, che cos’è il rispetto per lei?

“Il rispetto, per i mafiosi con cui lavoravo, è soprattutto paura. Diciamo che loro governano attraverso l’intimidazione e la paura. È così che ottengono il rispetto delle persone con cui hanno a che fare. Il rispetto per me… era il fatto che io rispettassi il mio Paese, rispettassi l’FBI, e loro avevano fiducia che io svolgessi questo lavoro, ed avevano una fiducia tale da affidarmi questo lavoro”.

Eppure nel film si legge un passaggio… c’è un momento in cui a lei viene data un’onorificenza, siamo alla fine del film. Lei è molto vicino alla persona alla quale è stato legato all’interno della famiglia mafiosa, per diverso tempo, invece l’FBI le da 500 dollari, le getta una medaglia in maniera abbastanza indifferente. Questo è stato qualcosa che lei ha voluto trasferire a chi ha realizzato il film? Ha avvertito anche questo?

“Ho trascorso così tanto tempo con quelle persone, i gangster con cui sono stato insieme, Lefty, nel film, ha ucciso non si sa quante persone, una ventina, Sonny Black, pure, una ventina… il mio lavoro di agente dell’FBI non era quello di far ammazzare qualcuno, ma di arrestare le persone, metterle in galera; ma sapevo che una volta che la mafia avesse scoperto quanto erano vicini a me, li avrebbe uccisi, li avrebbe ammazzati. Al termine della mia missione, hanno ucciso Sonny Black, volevano uccidere Lefty, ma poi l’FBI li ha arrestati prima che lo facessero. Sicuramente non mi dispiaceva arrestarli: il mio lavoro era quello di far in modo che nessuno venisse ucciso.

Sono stati loro a scegliere quella vita: non sono stato io a scegliere quello che hanno fatto. Sono stati loro a decidere se essere gangster oppure bravi ragazzi, brave persone. Avendo scelto di essere gangster, sapevano quello che questo avrebbe comportato. Come ho detto, ripeto, anche se volevo che nessuno fosse ucciso, non ho nessun problema con il fatto che fossero stati arrestati”.

Vivendo con loro, viveva anche i loro sentimenti, viveva la loro famiglia, i loro figli.

Come riusciva a separare l’amore per una famiglia, per dei bambini, per una moglie, per degli amici? E poi, in un battibaleno, tutta questa umanità diventava brutale efferatezza, la morte diventava uno schioccare di dita…

“Perché sono esseri umani come tutti. Hanno gli stessi sentimenti verso i figli, la moglie, gli amici, ad eccezione del fatto che, come ho detto prima, loro hanno scelto di essere dei criminali, dei gangster. E quindi, per essere in questo tipo di vita, uno dei requisiti è che devi uccidere per conto della mafia. Tutti noi abbiamo da compiere una scelta, tutti noi abbiamo un carattere… diciamo che questo è un difetto del loro carattere. Risolvono le loro controversie ammazzando”.

Ci sono ancora cinquecentomila dollari di taglia su di lei, posti dalla mafia. Al termine del processo, in cui ha testimoniato contro queste persone, è stato visto in faccia da tutti. E quindi ha cominciato una vita sotto scorta, sotto protezione. Lei e la sua famiglia.

Come si vive in questo modo?

“Impari a vivere e a convivere con tutto. Ci sono certe esigenze, certi requisiti che devi rispettare, e una volta che diventano routine, fanno parte della tua vita, ti ci abitui. Non c’è nulla che tu puoi fare… devi cercare di trarne il meglio e seguire le regole”.

Posso chiederle di togliersi gli occhiali?

“Certo”.

Come viveva con la sua famiglia, in quegli anni? Come riusciva a cambiare da Donnie Brasco a Joe Pistone, in un così, forse, breve lasso di tempo?

“Ritorno a quello che ho detto prima sulla durezza mentale. Non cambi la personalità, resti lo stesso, resti la stessa persona, non cerchi di essere due persone diverse. Nella mia vita di Donnie Brasco, mantenevo la stessa personalità di Joe Pistone”.

Lei chi è, scusi, Donnie Brasco o Joe Pistone?

“Joe Pistone”.

C’è ancora pericolo per la sua vita? Si sente ancora braccato dalla mafia?

“Non so se tutti si svegliano la mattina e dicono “andiamo a cercare Joe Pistone”. La cosa preoccupante è quello che negli Stati Uniti chiamiamo il “cowboy”: cioè qualcuno che si vuole fare un nome, dicendo “ho preso Joe Pistone”. Per una persona del genere sarebbe un grosso colpo agli occhi degli altri mafiosi. Di veri mafiosi adesso, non ce ne sono tanti in giro negli Stati Uniti, e non vogliono essere coinvolti in situazioni del genere, con cose legate a me.

Per fortuna la mafia negli Stati Uniti non è forte come era 10-15 anni fa”.

Che cos’è la mafia. Qual è il sentimento della mafia, per lei che l’ha vissuta così intensamente?

“Torno indietro, agli uomini della vecchia guardia, 25-30 anni fa, che avevano questa società in cui credevano, per il potere, per i soldi – parlo della mafia americana. Le generazioni più giovani hanno perso questo sentimento perché sono così distaccate, ormai, lontane dal loro passato italiano, dalle loro origini italiane. Quindi qualsiasi gruppo di criminalità organizzata adesso si chiama mafia, ma non è la vera mafia italiana di 15, 20, 30 anni fa, negli Stati Uniti”.

Eppure c’è tanta cinematografia, tanta televisione… dal Padrino di Coppola, al suo film, ai Soprano’s, al Capo dei capi, che abbiamo visto su Canale5, qui in Italia, da poco. C’è una forma quasi di esaltazione della mafia, come se i valori che appartengono a questa organizzazione siamo, forse, noi non in grado di poterli vivere… Poi però, vivendo quei valori, si uccide della gente, per guadagnare denaro, per avere potere. È sbagliata questa lettura della mafia che viene data dal cinema, dalla televisione, per lei che ha potuto conoscerla nelle viscere?

“Quello che rappresentano il cinema e la televisione non è sbagliato. Per essere un mafioso italiano devi essere italiano. Ma non tutti gli italiani sono mafiosi. Questa è la cosa negativa: questa è l’immagine distorta. Perché chiunque incontri, che non sia italiano, quando sa che sei italiano, allora comincia a scherzare. Allora sei mezzo mafioso. Questo deriva dal cinema, dalla televisione, dai film. Non so quanti milioni di italoamericani ci siano negli Stati Uniti eppure sono solo tremila i membri della mafia. Insomma, una percentuale piccolissima di italiani. Perché diventano mafiosi? Amano il potere e amano i soldi”.

Nello scorso febbraio, c’è stata un operazione denominata Old Bridge, che mostra un nuovo volto della mafia, che non si accontenta più di droga, gioco, prostituzione, appalti truccati, ma che punta all’alta finanza. Che evoluzioni prevede?

“Sono dei criminali, questo è il punto di partenza, dei criminali di strada, per iniziare. Adesso, naturalmente, con il progresso tecnologico, con i computer, c’è un grosso passaggio verso l’alta finanza, le azioni, le obbligazioni, le frodi informatiche, attraverso il furto di informazioni da grandi aziende, perché, purtroppo, negli Stati Uniti il sistema giudiziario è inefficace… e adesso diciamo che la mafia è legata a questo tipo di criminalità: si possono rubare migliaia di dollari da un’azienda e magari si finisce arrestati soltanto per un paio di anni, mentre se compi un crimine legato al narcotraffico puoi restare in galera per sempre. Quindi è molto più facile operare un tipo di crimine legato all’alta finanza che al narcotraffico. È più sicuro”.

Lei ha una famiglia: una moglie, tre figlie. Ha combattuto la mafia per lavoro. C’è tanta gente che subisce la mafia, quotidianamente, che cosa si sente di dire a queste persone? Se lei fosse stato attaccato dalla mafia, in qualche modo, e non avesse lavorato per l’FBI, come avrebbe reagito? Come si può reagire alla vessazione, alla forza, alla potenza, di qualunque mafia?

“La prima cosa che consiglio è di andare alla polizia. Il problema è che le persone hanno paura della mafia. Pensano che se viene commesso un crimine, nei loro confronti, da parte della mafia, recandosi alla polizia la loro vita sarà minacciata. Quindi, quando parlo, in tutto il mondo, dico: “Se la mafia vi minaccia o cerca di estorcervi qualcosa, dovete rivolgervi alle autorità, denunciare tutto alle autorità, perché una volta che cominci a pagare la mafia, non finisci più, continueranno a tornare e a tornare, non smetteranno mai. Ribadisco che bisogna rivolgersi alle autorità”.

Ha corso rischi giganteschi nella sua attività. Gettando uno sguardo indietro nel tempo, pensa che ne è valsa la pena? Questa trasmissione si chiama “Il senso della vita”: qual è a oggi, il suo senso della vita? È cambiato rispetto ad allora?

“Sì, la mia missione, la mia operazione… sicuramente ne è valsa la pena. Perché è stata la prima operazione che è riuscita ad infiltrarsi nella mafia, penetrarla, al punto da provocare l’arresto della cupola, delle alte gerarchie mafiose. Per me il senso della vita è la famiglia, fare le cose giuste nel cuore. Fare quello che è giusto per la famiglia e per il paese, cercando di renderlo un luogo migliore e più sicuro, per le persone che verranno dopo di noi”.

Ha vissuto momenti difficili, è passato accanto a situazioni in cui, probabilmente, la sua esistenza era appesa ad un filo. C’erano occhi che la scrutavano, come se le facessero i raggi X, per capire chi lei fosse. L’hanno scrutata, valutata, soppesata e se i conti non gli fossero tornati, presumibilmente, l’avrebbero macellata in un secondo. Eppure, lei è riuscito a farlo. E lo vedo adesso, parlando: lei mantiene una serenità, una tranquillità e un’imperturbabilità, non ha una stilla di sudore…

“Se sudi, significa che hai paura. Non mi piace mai lavorare con uno che suda…”.

Caspita… allora ha scelto l’interlocutore sbagliato, perché io sudo da una vita, ma che te lo dico a fare… Grazie immensamente a Joe Pistone

“Grazie a voi”.

Un’ultima domanda. Perché la mafia non muore mai…

“Perché la mafia non muore mai… Perché ci sono persone che hanno ottenuto rispetto e potere attraverso mezzi illegittimi. E ci sono persone legittime, l’opinione pubblica che hanno paura di criminali e gangster: i criminali e i gangster si alimentano di queste persone. È questa, fondamentalmente, una delle ragioni per cui la mafia non muore”.



(Intervista andata in onda al “Senso della vita”, programma di Canale 5, condotto da Paolo Bonolis, nell’aprile del 2008).





JOHN ADAMS



Devo studiare politica e guerra perché i miei figli possano avere

la libertà di studiare matematica e filosofia. I miei figli dovrebbero

studiare matematica e filosofia, geografia, storia naturale,

costruzione navale, navigazione, commercio e agricoltura così

da dare ai loro figli il diritto a poter studiare pittura, poesia,

musica, architettura, scultura, e ceramica.

(Da “Lettera ad Abigail Adams”, 1780)





 

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