ATTUALITÀ

ALLA CORTE DI LORD BINGHAM


Riportiamo la laudatio pronunciata dal prof. Zeno-Zencovich
all’università di Roma Tre, in occasione del conferimento
della laurea honoris causa al giudice Thomas Henry Bingham


 

Vincenzo Zeno-Zencovich*



Gli scritti di Lord Bingham sono di fronte a noi. Sono stati letti ed esaminati con ammirazione durante il procedimento che ha portato alla decisione di attribuire questa laurea honoris causa. Il profilo della sua attività come giudice e come studioso è stato illustrato dal rettore e dal preside e su di esso si soffermerà ancora il primo presidente della corte di Cassazione. Non potrei aggiungere altro a quanto è stato già detto.

La mia laudatio, invece, si concentrerà su un aspetto che è, direttamente, correlato all’instancabile fatica di Lord Bingham, ma che deve ancora – per quanto ne sappia – essere appropriatamente esaminato. Si tratta di quella che i nostri colleghi americani chiamerebbero “La corte di Lord Bingham” (The “Bingham  Court”) personalizzando l’istituzione giudiziaria con il soggetto che ne è al vertice, che ne diventa l’eponimo.

Si tratta, chiaramente, di una etichetta assai semplificata, che non può certo coprire significative differenze. Non occorre essere comparatisti a tempo pieno per essere consapevoli quanto il Judicial committee della House of lords sia differente dalla Corte suprema degli Stati Uniti. Quanto diverse siano le procedure di designazione dei componenti le due corti. Quanto diverso sia il ruolo del Senior law lord rispetto a quello del Chief justice. E quanto poco plausibile sarebbe chiamare i lords impegnati nel Judicial committee una “confraternita”, il termine coniato per i nove giudici della Corte suprema americana.

E tuttavia, una volta affisse tutte le necessarie avvertenze e misurata la grande distanza che separa le Houses of parliament a Londra da Capitol hill a Washington, un comparatista non può fare a meno di notare significativi mutamenti nella giurisprudenza della House of lords, da quando Lord Bingham ne è al vertice.

Eleganza e discrezione impediscono anche solo di suggerire l’idea di un Judicial committee plasmato dalla personalità del suo più alto rappresentante. Ma un comparatista – soprattutto se fortemente influenzato dalle teorie gius-realiste – ha il compito di evidenziare come concetti e modelli giuridici circolano, sia all’interno di uno stesso sistema giuridico, sia in altri. E chiarire come questa circolazione avviene, al di là – e spesso anche contro – le intenzioni e l’auto-percezione.

Ciò che risalta, con grande evidenza, negli ultimi sette anni – i quali coincidono con la presidenza di Lord Bingham – è che le decisioni assunte dalla House of lords non solo indicano nuove direzioni al diritto inglese, ma soprattutto suggeriscono diversi approcci al ragionamento ed alla motivazione giuridici, e lastricano la strada, in molti campi, verso uno ius commune europeo.

L’analisi è stata condotta su quasi 500 (475) decisioni rese dalla House of lords tra la metà del 2000 ed il 2007.

Guardiamo, in primo luogo ai numeri: in oltre 200 casi la questione concerne l’interpretazione e l’applicazione di qualche atto normativo internazionale o transnazionale; oppure il diritto straniero, transnazionale o internazionale sono utilizzati per risolvere questioni di diritto interno.

La parte più grande (oltre 100 decisioni) riguarda decisioni che applicano o utilizzano la Convenzione europea dei diritti umani, la quale costituisce un punto di riferimento necessario dopo l’entrata in vigore, nel 2000, dello Human rights act.

La circostanza può essere spiegata considerando che per 50 anni il Regno Unito – al contrario di molti paesi dell’Europa continentale – si è rifiutato di dare una applicazione diretta della CEDU (Corte europea diritti umani) nelle sue corti, considerandola un trattato internazionale che vincolava lo stato nei confronti degli altri stati, ma che non creava diritti in capo ai cittadini britannici o costituiva in capo allo stato obblighi nei confronti di questi ultimi. Ora che la chiusa è stata aperta con lo Human rights act vi è l’urgente bisogno di indirizzare le corti inferiori, consentendo loro di assumere delle decisioni uniformi.

Il secondo gruppo – in termini numerici (oltre 50 decisioni) – è quello in cui la House of lords si è confrontata con il diritto comunitario. Non vi è solo la diretta interpretazione di regolamenti, ma anche numerose questioni pregiudiziali rimesse alla CGCE in base all’art. 234 del Trattato di Roma, ovvero di decisioni rese a seguito del responso della Corte di giustizia.

Se poi si guarda alle aree maggiormente interessate, la principale è quella della libertà individuale nelle sue numerose sfaccettature: l’attività di indagine, l’equo processo, le condanne, il trattamento dei detenuti, l’espulsione di immigrati, l’estradizione. Ed un’altra area di grande rilievo è quella dei diritti civili, dalle discriminazioni sessuali alla libertà di espressione, dal diritto alla privacy, alla tutela dei diritti di proprietà, alle relazioni familiari. Ovviamente non tutte le decisioni hanno la stessa intensità, ma il loro numero da solo è impressionante. Se si effettuasse una analoga ricognizione su altre corti – “supreme” o “costituzionali” – sarebbe difficile trovare degli equivalenti.

Ciò non implica che le decisioni, di per loro, debbano essere condivise. Piuttosto indica che la “Bingham Court” è tutto tranne che insulare. Né significa che l’uso del diritto comunitario, transnazionale o straniero sia, da solo, garanzia di saggezza giudiziale. Il comparatista non va alla ricerca di quest’ultima, ma di comuni percorsi argomentativi, della disponibilità del giudice a lasciarsi influenzare da materiali giuridici diversi da quelli che provengono dalla propria tradizione.

Se si cerca un fil rouge, che corre attraverso le decisioni individuate, il comparatista non può fare a meno di notare le seguenti caratteristiche:

La House of lords è in costante dialogo con la Corte europea dei diritti dell’uomo. Le decisioni di quest’ultima – e non solo quelle in cui il Regno Unito è parte – sono analizzate, commentate, dissezionate. A mia conoscenza nessun’altra Corte suprema o costituzionale di grandi paesi europei utilizza in modo così sistematico la giurisprudenza della CEDU non come obiter dicta o, peggio, belletto, ma come ratio decidendi. Sarebbe, sicuramente, fruttuoso per tutti se questo dialogo fosse bilaterale e che, almeno occasionalmente, Strasburgo guardasse a Londra.

La House of lords interpreta, costantemente, il diritto comunitario. Si tratta di un’indicazione che proviene dalla Corte di giustizia alla quale la House of lords sottopone questioni che non sono banali e che contribuiscono in maniera significativa a chiarire la normativa di Bruxelles, spesso oscura e contraddittoria. Un giudice europeo, che compia tale operazione con sistematicità, dimostra di essere perfettamente a conoscenza di una delle principali fonti del diritto legislativo, ma al tempo stesso è consapevole che essa deve essere adattata alle tradizioni giuridiche nazionali. E si tratta di uno dei compiti più ardui con i quali il giudice d’oggi si confronta.

La House of lords non guarda solo alla legislazione e alla giurisprudenza europee. Innumerevoli sono le citazioni da casi americani tratti dalla Corte suprema o dalle Corti federali, assieme alle decisioni da altre giurisdizioni del Commonwealth (in particolare canadesi). E chiunque ha familiarità con lo stile nord-americano sa quanto sia difficile sottrarsi alla sua vivacità intellettuale. Le soluzioni potranno differire, ma, inevitabilmente, penetra nelle opinions dei lords un modo di ragionare sostanziale, piuttosto che formalistico o procedurale.

Molte decisioni – e non solo quelle già si trovano sulla hitparade internazionale (Fairchild, Three Rivers, Dianne Pretty) – sono di per loro uno stimolo all’indagine comparatistica: responsabilità politica e rule of law (Alconbury); cos’è un “negozio assicurativo” (CPP); la buona fede (First national bank); l’abuso nelle prassi finanziarie (RBS); l’equilibrio fra equo processo e dignità della vittima (R.v.A.); quando un procedimento possa definirsi civile piuttosto che penale (Clingham, Benjafield); cosa sia una “lesione corporale” (Bristow Helicopters); i diritti degli imputati davanti alle corti marziali e nei processi in contumacia (Boyd, Jones); l’ergastolo (Lichniak); il principio nemo tenetur se detegere (Lyons); il segreto d’ufficio e la libertà della stampa (Lyons); il tempo ragionevole nell’azione penale (Attorney General n.1/01); i problemi legati al transessualismo (Bellinger, Chief Constable of North Yorkshire) e alle relazioni omosessuali (MacDonald, Ghaidan); la responsabilità dei soggetti pubblici (Matthews, Transco); i figli non voluti (Rees); l’acquisto a non domino (Shogun Finance); i limiti alle misure anti-terrorismo (A.v. Home Dept.[2004]); la riservatezza delle persone famose (Naomi Campbell); le prove acquisite attraverso torture (A. v. HomeDept.[2005]). Si tratta di questioni con le quali giudici, giuristi, avvocati e legislatori in tutto il mondo devono confrontarsi.

Un comparatista trova nelle decisioni della House of lords una cornucopia da cui attingere per i propri corsi ed i propri libri.

Sarebbe miope non vedere che, su talune questioni, la House of lords continua ad essere lo strenuo difensore di punti di vista che sono da tempo superati. Nel campo della responsabilità civile – se si eccettuano alcune mosche bianche come Lister v. Hesley Hall, Fairchild v. Glenhaven funeral services e Chester v. Afshar – la responsabilità, soprattutto dei soggetti pubblici, è negata sulla base di argomenti molto formalistici e contorti che sarebbero – ed in genere sono – scartati in qualsiasi altra giurisdizione sia di civil o di common law (Rees, Thomson, Tomlinson, Transco, Adams, Gorringe, Brooks, Scott v. Gore). E nel campo del diritto contrattuale la porta viene chiusa a suggerimenti di aggiornamento alla luce della armonizzazione europea (Shogun Finance). Da questo punto di vista il comparatista osserva che le grande aperture create dallo Human rights act non hanno portato significativi cambiamenti alle materie che stanno al cuore del diritto privato e che continuano ad essere governate dalla tradizione.

La Rule of law costituisce un principio costante e guida in un gran numero di decisioni, e non solo nelle opinions di Lord Bingham in Anderson, Davidson e A. v. Home Dept.[2005]. Per alcuni esempi è sufficiente scorrere quelle di Lord Nicholls in R. v. Loosely e in A. v. Home Dept.[2004]; di Lord Hoffmann in Alconbury e Matthews; di Lord Steyn in Clingham e Anufrijeva. Il comparatista – ancor più se gius-realista – anche se può albergare in lui l’idea secondo cui la Rule of law è un concetto bon-à-tout-faire, deve comprendere come il concetto viene utilizzato nella pratica ed i risultati che produce. Sarebbe facile scrivere un manuale sull’argomento guardando solo alla House of lords.

Da quest’ultima osservazione discende un ulteriore elemento, che, va sottolineato, sarebbe – nella più benevola delle ipotesi – ingenuo presentare la “Bingham Court” come il risultato di qualche super-eroe giudiziario. Risulta invece chiaramente dall’analisi delle decisioni che vi è una ampia consonanza fra i lords nell’affrontare i problemi da una prospettiva più ampia (cioè, transnazionale, comunitaria, comparata).

Lord Bingham è circondato da Lord Nicholls, Lord Hoffman, Lord Steyn, Lord Hope, Baroness Hale ed altri ancora i quali condividono – sia pure con intensità variabile – lo stesso approccio. I dissensi sono rari e non toccano, in genere, l’aspetto qui sotto indagine. Non vi è nulla di simile alle vigorose ed anche urticanti dissenting opinions dei giudici O’Connor e Scalia nella decisione presa dalla Corte suprema americana nel caso Roper v. Simmons. Anche qui i risultati non sono omogenei, ma quel che interessa è la tendenza generale che la House of lords sta seguendo.

Si potrebbe spiegare il tutto con la semplice osservazione che ciò che sta accadendo non è sorprendente. In fondo lo Human rights act è entrato in vigore nel 2000 ed era inevitabile che influenzasse la House of lords.

Ma l’obiezione appare formalistica. Da un lato non si può dimenticare che Lord Bingham è stato uno dei più rispettati sostenitori dello Human rights act e che, dunque, sta ora raccogliendo quel che ha contribuito a seminare. E dall’altra che – non solo nella tradizione giuridica di common law – i principi altisonanti hanno bisogno di un giudice che li metta in pratica. E quel giudice si dia il caso non è una corte locale o di prima istanza, ma la House of lords nella sua piena rappresentanza.

Questo ci porta al cuore del ragionamento: la “Bingham Court” è profondamente differente dalla House of lords come l’abbiamo conosciuta ed ammirata negli ultimi due secoli e mezzo ed alle cui decisioni guardiamo come i pilastri della common law.

Nel ruolo di giudice dei diritti fondamentali si sta muovendo verso modelli che sono stati studiati in profondità comparando la Corte suprema degli Stati Uniti con le corti costituzionali tedesca ed italiana. Qualcosa di simile è già avvenuto nella Corte suprema del Canada da quando è stata introdotta, nel 1982, la Canadian charter of rights and freedoms.

Una legge – o anche una costituzione – non sono tuttavia, da sole, sufficienti per cambiare un sistema giuridico. Le idee camminano sulle gambe di uomini e donne. E dunque è di loro che, in fondo, dobbiamo parlare.

In questa luce ed osservando il ruolo che la House of lords ha ed avrà nel sistema costituzionale inglese, la ipotesi iniziale – l’idea che si possa palare di una “Bingham Court” – non è così peregrina, soprattutto se la considera in una prospettiva storica quando sarà necessario confrontare questo primo decennio di applicazione dello HRA ed il suo impatto sulle istituzioni britanniche, con quel che accadrà negli anni a venire.

Consentitemi di chiudere con un riferimento ad uno studioso che è stato un Maestro per molti di noi ed il cui costante impegno nell’avvicinare giuristi inglesi e giuristi italiani è all’origine di questo incontro fra giuristi di diverse culture.

Nei suoi innumerevoli scritti il prof. Basil Markesinis – Sir Basil Markesinis – propone di distinguere i giuristi europei fra coloro che sono “artefici di sistemi” e coloro che “risolvono problemi”. E mentre i primi hanno significativamente portato ciascun paese ad isolarsi nei propri splendidi palazzi, i secondi hanno costruito i ponti che uniscono l’Europa, le sue nazioni, i suoi cittadini.

Se si guarda alla “Bingham Court”, all’opera di Lord Bingham come giudice e come studioso, e quando sentiremo la sua lectio magistralis (che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima) sarà molto chiaro perché la Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma Tre si onora di avere fra i suoi laureati – il primo e più illustre fra tutti – Thomas Bingham.


Motivazione conferimento laurea honoris causa

Lord Thomas Bingham of Cornhill, attualmente senior Law Lord, ha ricoperto il ruolo di Master of the rolls prima e Lord chief justice poi, venendo onorato nell’ordine della Giarrettiera (conferito solo a chi si è distinto per altissimi merito verso la Corona), ed al tempo stesso rivestendo la carica di High steward dell’università di Oxford (la seconda carica accademica di quell’ateneo). Queste altissime cariche ottenute nella magistratura e nell’accademia sono, da sole, segni di uno straordinario merito e di una versatilità fuori dal comune.

Ma quel che si impone all’attenzione della commissione per il conferimento della laurea honoris causa a Lord Bingham sono i seguenti, eccezionali aspetti:

la capacità di muoversi, nella sua attività di giudice, dal terreno del diritto interno a quello comunitario, da

quello della responsabilità civile a quello della procedura penale, dai diritti umani alla storia degli istituti

giuridici;

la, corrispondente, poliedricità degli interessi scientifici ben testimoniata dalla raccolta di scritti che spaziano

su molteplici piani del diritto;

ma, soprattutto, quel che colpisce nella produzione – quale giudice e quale studioso – di Lord Bingham è la

costante apertura verso le esperienze internazionali, comunitarie e straniere.Uno sguardo critico volto a

cogliere nelle esperienze diverse quanto è estraneo, quanto è possibile recepire nel proprio ordinamento e

quanto sia frutto di valori condivisi.

La passione con cui Lord Bingham si è dedicato a questa fatica può dirsi giustamente – ed anche per merito dei suoi scritti e delle sue decisioni – coronata dall’approvazione dello Human rights act del 1998, che ha costituito un momento epocale e di valore costituente nella storia del diritto inglese.

Per questi motivi la commissione propone al Consiglio di facoltà il conferimento a Lord Thomas Bingham of Cornhill il conferimento della laurea magistrale honoris causa in giurisprudenza con la seguente motivazione: “Per aver contribuito con le sue decisioni e con la sua ricca produzione scientifica a favorire la graduale convergenza fra i sistemi di common law e di civil law, pur nella coscienza delle profonde originalità che caratterizzano il diritto anglosassone; e per aver offerto un contributo all’affermazione dei diritti fondamentali quali essenziale tratto comune e unificante degli ordinamenti europei”.


*Dice di sé.
Vincenzo Zeno Zencovich. Professore ordinario di Diritto privato comparato presso la Facoltà di giurisprudenza della Terza università degli studi di Roma.





GIUSEPPE MAZZINI


Quei che vi dicono: voi dovete avere prima indipendenza, poi

patria, poi libertà, o sono stolti o pensano a tradirvi e a non

darvi né libertà né patria né indipendenza. Però che

l’indipendenza è l’emancipazione dalla tirannide straniera e la

libertà è l’emancipazione dalla tirannide domestica; or, finché,

domestica o straniera, voi avete tirannide, come potete aver

patria? La patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo.

(Da “Ai giovani d’Italia”, 1859)





 

KARL POPPER

Noi non scegliamo la libertà politica perché ci promette questo

o quello. La scegliamo perché rende possibile l’unica forma di

convivenza umana degna dell’uomo; l’unica forma in cui noi

possiamo essere pienamente responsabili di noi stessi.

(Da “Tutta la vita è risolvere problemi”, 1996)






 

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