BELPAESE?
POLITICA FACCI SOGNARE!
LA LEGISLATURA DELLA SVOLTA
Tecnologia, infrastrutture,
concretezza, modernità,
logica del fare e non del veto, imprenditorialità, spazio ai
giovani:
sono tutti sviluppi possibili presenti nel DNA degli
italiani
Federico Filippo Oriana*
Il
tema che mi richiede il direttore Cesare Lanza è,
null’altro, che il naturale seguito del mio articolo,
dell’edizione di febbraio della rivista, nel quale trattavo
dei mali italiani, del rischio di declino strutturale, dei
possibili esiti di quest’interminabile crisi. Infatti, se la
politica – come io fortissimamente credo – null’altro è
(cioè dovrebbe essere) se non un servizio pubblico al popolo
– esattamente come la scuola, la sicurezza, la viabilità –
un nuovo governo e un nuovo parlamento devono essere visti
solo come un’opportunità ai fini del benessere della gente.
E poiché, più precisamente, la politica è il “servizio dei
servizi”, in quanto tutti li coordina e ne costituisce il
presupposto giuridico-organizzativo, una nuova stagione
politica deve essere valutata (e sollecitata), solo ed
esclusivamente, in questa chiave di opportunità per i
problemi e le speranze della nostra vita associata.
Naturalmente lo svolgimento del tema sulle priorità e le
linee essenziali di una nuova azione
politico-governativo-parlamentare, dipende molto da quale
sarà il nuovo governo, dato di cui non dispongo nel momento
in cui rilascio questo articolo. E questo se, da un lato, mi
espone ad un rischio e all’indeterminatezza, dall’altro,
però, rende più oggettivo e, come dire, più “patriottico” e
meno politicienne quello che dirò.
Per non cadere in una visione “costruttivistica” e, quindi,
provinciale, che non tiene conto delle regole e dei
meccanismi vigenti a livello mondiale, in questa
particolarissima fase storica (che definirei di
globalizzazione zoppa), è obbligatorio partire
dall’esame dei casi rappresentati dagli altri Paesi
assimilabili al nostro.
Intanto tutte le success stories recenti sono
basate sulla bassa fiscalità: pensiamo all’Irlanda e alla
stessa Spagna. Nel primo caso si è messo in atto, sin dagli
anni ’70, un sistema fiscale basato tutto sull’esenzione
fiscale per le imprese, volto a favorire, in particolare, i
nuovi insediamenti: oggi, però, l’Unione Europea non
consentirebbe a un paese-membro di varare un sistema di quel
tipo e se l’Irlanda può ancora (parzialmente) averlo è per
concessioni legate al suo storico sottosviluppo col quale si
è presentata alla Comunità Europea nel 1973. Quanto alla
Spagna, il suo vero vantaggio è di essere partita senza
debito pubblico, per la mancanza di un sistema di
welfare con il quale è entrata nella democrazia dopo la
fase franchista. Tutte le risorse – in particolare quelle
internazionali ed europee – si sono potute, quindi,
indirizzare allo sviluppo economico – nel caso spagnolo
fondato, basilarmente, su turismo, edilizia e infrastrutture
– facendo affidamento su una sobrietà di vita e uno spirito
di sacrificio della popolazione che in Italia non esiste più
dagli anni ’50 (e che infatti aveva generato allora il
cosiddetto “miracolo economico”): per usare una parafrasi di
tipo cesareo, agli spagnoli è stato dato l’aratro e non il
pane.
Come possiamo allora noi, con il carico di un debito
pubblico mostruoso, ad uscire dal circuito perverso che ci
sta attanagliando almeno dal 1992: alte tasse, meno sviluppo
economico, quindi meno entrate fiscali, maggior deficit e
debito pubblico, aumento delle tasse per fronteggiarlo, e
via così? Non si può, a mio avviso, in questo momento, fare
un rinvio semplice alla “curva di Laffer”, ossia “gettiamo
il cuore oltre l’ostacolo” e diminuiamo la pressione fiscale
generale, questo determinerà sviluppo e lo sviluppo
aumenterà le entrate dello Stato più che compensando così le
minori tasse, e consentendo ulteriori diminuzioni tributarie
e nuovo sviluppo con un circolo virtuoso.
Si sarebbe potuto (e dovuto) fare così molti anni fa, ma ora
è impossibile perché entrati nel sistema dell’euro il
rapporto deficit-Pil e debito-Pil è controllato minuto per
minuto e, zavorrati, come siamo, da un debito immenso e da
un sistema pubblico pletorico e costosissimo (oltre che
inefficiente), non si può sperare di ottenere
l’autorizzazione a un ennesimo sperindio
dall’Europa, né di avere la certezza che funzionerebbe in
assenza di difficilissimi interventi di abbattimento della
spesa corrente e del debito. Cioè che gli effetti positivi
della diminuzione delle tasse (sia in termini d sviluppo che
di maggiori entrate tributarie) arriverebbero prima della
definitiva destabilizzazione del sistema.
La mia “ricetta” al riguardo è fondata su tre punti.
1) Diminuzione selettiva delle imposte.
Intendo l’eliminazione di alcuni tributi particolarmente
inutili e/o dannosi come:
a) l’Irap, sostanzialmente una duplicazione dell’Iva che
grava su tutto il sistema produttivo ed economico italiano,
un’imposta folle, non accettata e non compresa dagli
investitori internazionali (e come potrebbero visto che non
la comprendiamo noi?) e che spinge a non lavorare, non
investire e non assumere dipendenti;
b) l’Ici almeno sulla prima casa, un’imposta espropriativa
perché, contro il dettato costituzionale, non legata ad
alcuna capacità contributiva, ma solo all’abitare, ossia ad
un diritto fondamentale del cittadino, e duplicativa
dell’imposizione perché colpisce redditi già tassati, come
il risparmio col quale si è acquistata la casa;
c) l’imposta di successione, che costa allo Stato più di
quanto non renda e che è anch’essa duplicativa
dell’imposizione, perché le sostanze che vengono lasciate da
chi se ne va erano già state tutte tassate al momento della
loro formazione.
In questo ambito di riequilibrio qualitativo del sistema
tributario andrebbe rivista, profondamente, la fiscalità
immobiliare, devastata da Prodi-Visco-Bersani:
I) reintrodurre l’Iva, la tassa europea per tutto quello che
è produzione, laddove Visco l’ha sostituita con l’imposta di
registro;
II) diminuire l’imposizione sui canoni di locazione per chi
mette un alloggio in affitto con una “cedolare secca” al
20%;
III) unificare il peso della tassazione dell’acquisto della
casa tra chi compra da società o impresa e chi acquista da
privato (oggi, assurdamente, è favorito, in molti modi,
l’acquisto da privato quando d’altro lato si vorrebbe –a
parole- favorire la riqualificazione impiantistica ed
energetica del patrimonio edilizio del Paese e la qualità
abitativa, anche come momento essenziale della qualità della
vita e di crescita civile e culturale della comunità).
Disporre di una fiscalità edilizio-immobiliare di sviluppo e
non depressiva potrebbe significare – per l’emergenza
abitativa esistente in particolare nei grandi centri, per
l’elevatissimo contenuto occupazionale del settore e il suo
stesso ruolo nelle entrate dello Stato (è il maggior
contribuente del Paese), per l’attenzione degli investitori
internazionali che dopo il Visco-Bersani hanno smesso di
acquistare in Italia, oltre che per il suo apporto al Pil
complessivo (pari con l’indotto al 12%) – già una parziale
soluzione dei mali italiani.
Per tutte le altre tasse/imposte, comprese le aliquote
Irpef, io, invece, contro i miei interessi personali non
prevedrei alcuna diminuzione che rischierebbe di non
risolvere nessun problema e di peggiorare invece che
migliorare la situazione complessiva: insomma, per tornare
alla parafrasi di Giulio Cesare, anche gli italiani hanno
oggi più necessità di aratro che di pane perché loro e i
loro figli abbiano ancora pane in futuro.
2) Aggressione alla spesa corrente.
Nessuna politica tributaria, per quanto moderna e
lungimirante, può risolvere una emergenza deficit-debito,
che ci rende perdenti ormai da decenni, senza un intervento
risoluto e risolutivo sulla spesa. Se fossi io il nuovo
premier, una delle primissime cose che farei sarebbe la
soppressione di tutti gli enti pubblici inutili e il loro
trasferimento al ministero dell’Economia, o ad un’azienda
speciale neocostituita. L’elenco di questi è disponibile,
provvedimenti di soppressione ne sono stati fatti, ma gli
enti sopravvivono sempre a se stessi per il problema del
personale e delle cause giudiziarie che restano in piedi per
anni: questo blocco si può risolvere garantendo a tutti i
dipendenti lo stipendio pieno fino alla pensione (o fino ad
un’altra attività che si trovassero, ma con il divieto
assoluto, penalmente sanzionato, di svolgere un secondo
lavoro) e trasferendo tutte le cause -attraverso una
successione universale nella personalità giuridica che si
può realizzare con un decreto-legge di poche righe – ad un
nucleo speciale presso il ministero dell’Economia o ad una
società che dovrebbe essere costituita tutta con personale
già in forza agli enti disciolti.
Cioè di 1000 enti pletorici, nazionali e locali, farne uno
solo, con compiti esclusivamente liquidatori e con massimo
50 dipendenti. Qualcuno penserà: ma se i dipendenti restano
a casa con lo stipendio pieno dov’è il risparmio? Qualsiasi
imprenditore, però, sa che ogni impiegato in un’azienda si
porta dietro una montagna di costi aggiuntivi, dai locali in
cui è sistemato, al telefono, alle manutenzioni, le pulizie
ecc. Tutti gli immobili resi liberi dagli enti inutili –
compreso quello, bellissimo, del Cnel a Villa Borghese –
dovrebbero essere subito restituiti, se in affitto, o
venduti sul mercato se di proprietà del Demanio, con un
altro vantaggio, non secondario, per le pubbliche finanze.
3) Innalzamento dell’età pensionistica.
Se si vuole guardare in faccia la realtà e dire la verità,
esiste un solo modo per coniugare incremento degli importi
delle pensioni esistenti ad un livello di decenza, garantire
la sostenibilità finanziaria dei trattamenti pensionistici
sul lungo periodo e contenere la spesa pubblica in termini
possibili ed è il deciso aumento dell’età pensionabile.
Anche qui lo dico contro i miei interessi, perché sia il
sottoscritto, sia mia moglie abbiamo raggiunto da più di un
decennio i vent’anni della contribuzione minima per ricevere
la pensione allo scoccare dell’età minima, che da allora,
però, è andata sempre avanzando. Quindi proporre che questa
soglia sia spostata ancora più in là, e decisamente, vuol
dire tout court perdere definitivamente molti soldi
(è chiaro che a 70 anni hai in ogni caso da vivere 10 anni
in meno che a 60), ma è una strada senza alternative, pena
la rovina di questo Paese che non riusciremmo a consegnare
integro alle future generazioni.
Bisogna riconoscere, visto che la matematica non è
un’opinione, che il sistema è in grado di pagare pensioni
decenti per 15-20 anni e se adesso si vive fino a 90 anni è
giusto che si vada in pensione a 70 anni come prima si
andava a 60 quando si poteva arrivare a 80. A questa regola,
che dovrebbe essere generale, per uomini e donne, si
dovrebbe fare eccezione solo per i malati, le persone che
sono costrette ad andare in pensione, anche se non
vorrebbero (penso agli ufficiali delle Forze armate e
dell’ordine), e i cosiddetti lavori usuranti. Senza che,
però, si debba e possa abusare di questo concetto, che
dovrebbe essere strettamente limitato ad attività
particolarissime (come, ad esempio, il lavoro in miniera)
perché per il resto, come diceva Cesare Pavese, “lavorare
stanca”, e il logorio può determinarsi in tante attività,
anche con il “colletto bianco”.
Avviato a soluzione il grave handicap finanziario
dell’Italia, tutto il resto diventa possibile e l’elenco
delle cose da fare è così lungo e, sostanzialmente
conosciuto, da non meritare tante parole. Penso alla ricerca
scientifica da valorizzare, all’università da avvicinare
quanto prima e quanto più possibile alle logiche della
competizione e del mercato, alla produzione di energia (per
la quale occorre costruire centrali nucleari e
termovalorizzatori a go-go), alle grandi infrastrutture
comunicative da realizzare a cominciare dalla TAV e dal
Terzo valico ferroviario appenninico Genova-Milano, ai nodi
autostradali di Milano, Genova, Firenze, Salerno-Reggio
Calabria, al corridoio autostradale tirrenico tra
Civitavecchia e Rosignano, al sistema autostradale veneto. E
penso ai grandi contenitori ricettivi che occorreranno per
il flusso turistico da Cina e India, che sarà sempre in
aumento per tutto questo secolo e oltre. E alle
problematiche marittime, così trascurate in un Paese al
centro del Mediterraneo e al sistema ora definito
Cinterraneo (Cina-India-Mediterraneo), comprendente Asia,
Medio Oriente, Europa per il quale transita l’85% delle
merci da e per l’Italia e il 55% di tutte le merci del
mondo. A queste è correlata anche l’implementazione di un
adeguato sistema di difesa marittimo, sia di prossimità (brown
waters) che di proiezione oceanica (blue waters),
con una Marina militare alla quale non vanno lesinate, come
accade ora, risorse essenziali.
Qualità, uso intelligente del territorio, tecnologia,
infrastrutture, realizzazione degli immobili necessari per
le esigenze del vivere e dell’operare, concretezza,
modernità, logica del fare e non del veto,
imprenditorialità, spazio ai giovani: sono tutti sviluppi
possibili perché presenti nel DNA profondo degli italiani
quando sanno liberarsi delle pastoie
burocratico-ideologiche-sindacali. Esiste realmente la
possibilità di un nuovo miracolo italiano: ma questo cammino
non potrà neppure essere avviato se non saranno assunte
subito quelle misure iniziali di risanamento della finanza
pubblica e di minor oppressione della stessa su chi crea la
ricchezza del Paese che ho sommariamente indicato.
*Dice di sé.
Federico Filippo Oriana. Avvocato
immobiliarista, Presidente dell’Aspesi – Associazione
nazionale società immobiliari, operatore giuridico-economico
nel comparto immobiliare, appassionato di problemi
istituzionali, internazionali e della difesa. Non è sportivo
e non ha hobby, se non leggere e scrivere (non per “épater
le bourgeois”, ma perché è vero…).
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ALEXIS DE TOCQUEVILLE
Fra
le cose nuove che attirarono la mia
attenzione durante il
mio soggiorno negli Stati
Uniti, una soprattutto mi colpì assai
profondamente, e cioè
l’eguaglianza delle condizioni (…).
Compresi subito, inoltre,
che questo fatto estende
la sua influenza anche
fuori della vita politica e delle leggi e
domina, oltre il governo,
anche la società civile:
esso crea opinioni, fa
nascere sentimenti e usanze e modifica
tutto ciò che non è suo
effetto immediato.
(Da
“La democrazia
in America”,
1840)
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DANTE ALIGHIERI
Ora, siccome il
nostro argomento riguarda l’ordinamento civile,
anzi la fonte e il principio
di ogni giusto ordinamento civile,
e siccome ogni realtà
riguardante la vita civile è soggetta
al nostro potere, è evidente
che il presente argomento attiene
primariamente non alla
teoria, ma alla pratica. Inoltre, poiché
nell’attività pratica il
principio e la causa di tutte le azioni è il
fine cui tende in ultimo
l’operazione – questo infatti costituisce il
primo movente per il soggetto
agente –, ne consegue che la
specifica modalità delle
azioni ordinate ad un fine va desunta
esclusivamente dal fine
stesso. Infatti la modalità nel tagliare il
legno per la costruzione di
una casa è diversa da
quella per la costruzione di
una nave.
(Da “De
Monarchia”,
1312-13)
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