PROFILI
COSÌ PARLÒ TINTO BRASS
“Il cinema, è il mio giardino
delle delizie. Il linguaggio è
l’elemento più importante di un film. Oggi c’è una deriva
contenutistica, che non fa più distinguere la barzelletta
sul marito cornuto dalla novella di Boccaccio”
Tinto Brass*
Tinta
“Tinta, mia moglie, mi ha dato cinquanta anni di felicità.
Faceva anche la segretaria d’edizione, e sul set, la
chiamavano, spesso, segretaria di erezione, perché veniva
anche a controllare come venivano le scene… Sento la sua
mancanza, è morta due anni fa, era, veramente, la mia dolce
metà, io mi sento dimezzato. È venuto a mancare quello che
era il motore della mia vita, parafulmine della mia
esistenza, fonte delle mie ispirazioni, la droga dei miei
sogni, il crogiuolo delle mie certezze, il cancellino dei
miei dubbi, e soprattutto il fiammifero della mia lussuria,
perché con lei il dovere coniugale è sempre stato un piacere
coniugale, per cinquanta anni.
Quindi ne ho sentito la mancanza, ne sento la mancanza
ancora adesso. So che mi addormento, di sicuro, con una
specie di smorfia di tristezza sulle labbra, perché allungo
la mano, là dove ero abituato a trovare un culo che non
trovo più, e avverto questo senso di vuoto. Ma mi auguro,
spero, che lei sia contenta. In definitiva devo riuscire ad
elaborare il lutto, e a trasformare questa nostalgia,
rabbia, tristezza per la sua morte in un fatto creativo, un
nuovo progetto, che può essere sia estetico, sia amoroso,
chi lo sa…”.
Parigi
“Parigi è stata la città dove mi sono trasferito, appena
laureato, perché tutto quello che riguardava la donna, detto
in francese, aveva un suono più accattivante. Ero senza
quella che sarebbe stata la mia futura moglie: non aveva
accettato di venire a Parigi senza sposarsi. Dopo due mesi
che ero là, le ho detto “ma ti sposo, dai vieni, basta che
tu vieni a Parigi con me”. È venuta a Parigi ed è là che
l’anno soprannominata “Tinta”, perché i francesi sono un po’
pigri. Io ero Tinto e, per semplificare le cose, lei Tinta.
Lavoravo alla Cinémathèque Française, che era una specie di
Louvre del cinema, 50/60mila pellicole, bellissimo periodo,
bellissima esperienza, conoscendo tutti i mostri sacri di
una volta: ricordo Jean Renoir, figlio di Auguste Renoir,
pittore, e da lì ho preso alcuni fondamenti di quello che
sarà poi il mio cinema.
Ci raccontava, per esempio, del padre che gli chiedeva, di
fronte al quadro famoso “La zattera” di Géricault, “perché
ti piace questo quadro?”. E lui, un po’ impacciato “ma non
so bene la storia… cosa rappresenta”, e Auguste Renoir
rispondeva: “ma chi cazzo se ne frega della storia! È
un’armonia, una bellissima armonia di linee e colori, è
quello che fa un bel quadro. E basta questo per darti delle
emozioni”. Che è stata, poi, una costante del mio cinema. È
il linguaggio, il significante, le armonie delle forme,
specie negli ultimi film, proprio delle forme, quello che è
il vero contenuto, il significato di un’opera. Ho conosciuto
anche i surrealisti come Gatti, e poi i vari Rossellini, di
cui sono diventato, a Parigi, assistente, poi aiuto e con
lui sono tornato in Italia”.
Lina Merlin
“Si è chiusa una vicenda triste, iniziata nel ’48 e conclusa
nel ’58. Per dieci anni, noi giovani, vivevamo sotto
l’incubo della chiusura dei casini, delle case di
tolleranza. La Merlin aveva lanciato questa campagna. Noi
eravamo tutti minorenni. Avevamo 16 anni, le ruffiane ci
accettavano, e facendo finta che eravamo maggiorenni, ci
facevano entrare nel casino.
Ma era un’ossessione, perché si continuava a parlarne. Poi
si rinviava. Tutti temevamo di non riuscire a fare in tempo
a godere di questo privilegio. Ovviamente, poi, nel ’58
furono chiusi. Ricordo, all’epoca, Dino Buzzati, scrisse un
articolo sul “Corriere della Sera” che non ho mai
dimenticato: “La chiusura dei casini è una perdita per la
cultura erotica, pari all’incendio della biblioteca di
Alessandria d’Egitto…”.
Forse andrebbero riaperti. Ma il problema è, essenzialmente,
di ordine pubblico, perché bisognerebbe dare il permesso di
soggiorno, riconoscere il diritto, a queste ragazze dell’est
che vengono ad esercitare la professione. Che poi è una
professione come un’altra. L’operaio vende un braccio, il
calciatore una gamba, la puttana la vagina. Non ci sono
differenze d’altro genere. E quindi, penso che, forse,
andrebbero riaperte”.
Il giardino delle delizie
“Bosch, “Il giardino delle delizie” è un mio punto fisso.
Ogni tanto, cito, alcuni frammenti, alcuni dettagli, di
questo quadro anche nei miei film. C’è nell’ “Urlo”, per
esempio, un gruppetto di donne, posizione alla pecorina, con
dei maschi intorno, e nel buco del culo hanno dei mazzetti
di fiori. L’immagine è molto poetica. Io sono di formazione
figurativa più che narrativa. Sono nato a Venezia, mio nonno
era pittore, collezionista. Ero bombardato da immagini,
l’arredo urbano, le chiese, i quadri. È quello, veramente,
che mi ha formato e a cui sono particolarmente legato. La
pittura, dunque, quella di Bosch, ma anche i surrealisti…
Vedo che chi sa leggere meglio i miei film, sono, in realtà,
critici d’arte figurativa o addirittura pittori, architetti.
Bisogna riconoscere – questo è un altro insegnamento che ho
portato con me da Parigi – che il significante, il
linguaggio è l’elemento più importante, di un film, per me.
Poi c’è stata questa deriva contenutistica pazzesca, quella
che faceva, per esempio, dire a Pasolini, che “non si sa più
distinguere la barzelletta sul marito cornuto dalla novella
diBoccaccio”. Raccontano la stessa cosa, ma è il modo, è il
linguaggio quello che fa la differenza. E io sono rimasto
fermo, così, al primato della forma del linguaggio”.
Stefania Sandrelli
“Stefania è stata una grande, è una grande donna. Con lei ho
fatto “La chiave”, nel 1983. Lo avevo proposto a tutte le
attrici del cinema italiano. Da Sophia Loren, attraverso
Ponti – che mi disse “Ma cos’hai, sperma nel cervello”, non
capiva – a Silvana Mangano, ma Dino non ne voleva sapere,
Lisa Gastoni, la Antonelli. Ma tutte, per un motivo o per un
altro hanno rifiutato. Lei, così, naturalmente trasgressiva,
e generosa, e sensuale vera, donna vera, mi ha detto “Perché
no? Lo faccio”. E mi ricordo che era stata molto bella la
lavorazione. Ogni tanto mi piace mimare, soprattutto quando
si ha a che fare con un attrice così in carne, l’azione che
deve fare l’attore, il partner.
Per esempio: “Adesso, Branciaroli, ti bacia sul collo”.
Allora, le andavo vicino e la baciavo sul collo. E le si
scioglieva. Era di una sensualità totale ed era molto bello.
Mi faceva piacere. Ho avuto un attimo di perplessità il
giorno che, finito il film, montato, ho fatto una proiezione
a Cinecittà: lei si è guardata, in silenzio, e poi è
scappata via. Ed io ho pensato: “Cazzo! Vuoi vedere che si è
incazzata, si è offesa”. Poi le ho telefonato, le ho detto:
“Stefania che è successo?”. E lei “No, niente. Ero
assolutamente convinta, contenta… sono orgogliosa di aver
dimostrato che so recitare anche col culo”.
Bollo censura
“Questa è una lunga vicenda, che mi ha accompagnato per
tutta la vita. Qualcuno ha detto che ho avuto più problemi
di censura io, che Niki Lauda incidenti sui circuiti di
Formula uno. Dal primo film “Chi lavora è perduto”, anzi,
all’epoca s’intitolava “In capo al mondo”: era il 1963 e la
legge sulla censura era diversa da quella di oggi, che può
intervenire solo sull’osceno e il buon costume; allora
s’interveniva proprio sul merito. Nel film raccontavo il
disagio e la rabbia di un giovane rispetto al mondo, così
come gli si presentava agli occhi. Quindi avevano detto che
era contrario alla famiglia, alla patria, alla costituzione,
alla religione, all’esercito, a tutto. E mi dissero “lo
rifaccia, Brass, lo rifaccia”. Io, invece, puntiglioso,
sapevo di avere ragione, e contavo, anche, su degli
escamotage simpatici, dell’Italia. Era, intanto, nato il
primo governo di centro-sinistra, il quale voleva dare
qualche segno di cambiamento. Per cui, mi aveva detto il
nuovo ministro, che credo fosse, Corona: “Guarda, metti un
altro titolo. Facciamo finta che sia un altro film e te lo
passiamo”. E così è stato. Da “In capo al mondo” è diventato
“Chi lavora è perduto”. Non ho tagliato niente ed il film è
passato. Ma da allora in poi, ogni film ha avuto dei
problemi di censura o di magistratura. Dalla magistratura,
alla fine, devo dire, sono sempre stato assolto, perché si
instaurava un dialogo, riuscivo a farmi capire. Caso
clamoroso è stato quello di “Caligola”, per il quale ho
dovuto passare tutti e tre i gradi di giudizio.
Solo in Cassazione sono riuscito a dimostrare, al
magistrato, che non potevo esser considerato responsabile
per un film, per il quale avevo girato 180mila metri di
pellicola, e ne erano stati estrapolati 4mila dalla
produzione per fare il montaggio… dunque con quei 180mila
metri di pellicola, potevo fare chissà quanti film diversi.
Era chi aveva fatto il montaggio, responsabile del film e
quindi perseguibile penalmente. Portavo alcuni esempi per
rendere più chiaro il concetto. Loro mi dicevano “ma lei
quelle scene le ha girate”. “Sì, le ho girate. Anche un
fabbro crea un pugnale o un coltello, ma non per questo è
considerato un assassino. Anche il ginecologo mette due dita
nella fica della donna, ma mica per quello è un perverso”. E
finalmente hanno capito. Il montaggio è un momento
fondamentale, fondante, determinante per poter attribuire la
paternità di un film.
In genere, le ragioni della censura, sono quelle dei cerberi
e dei cani da guardia del potere. Ed è anche abbastanza
umiliante fare il censore. Star là, a misurare tra i peli
pubici, la temperatura della morale, quello che è permesso e
quello che non è permesso. Non si capiscono le ragioni…
Adesso, oramai, sono ridotte al buoncostume, ma anche là…
vale soprattutto per la televisione, perché dare un divieto
ai 18 anni, significa non permettere che il film vada in
televisione. E questo è un argomento che, essendo in
campagna elettorale, non si può affrontare… Quando parlo di
una deriva censoria… viviamo in uno stato che è stato uno
stato di diritto, ma sta, lentamente, scivolando in uno
stato pedagogico, quindi etico, quindi teocratico, quindi,
sotto sotto, totalitario,
per cui c’è un’atmosfera censoria che aleggia tra i
benpensanti. Non sono permesse le pubblicazioni delle
intercettazioni telefoniche, i film vietati ai minori di 18
anni non possono passare in televisione, vogliono abolire i
film porno anche di notte, vogliono prendere provvedimenti
contro le puttane e chi va a puttane. Sono tutte forme
censorie. E sono i cerberi, i guardiani del potere quelli
che pongono questi divieti, queste proibizioni”.
Aldo Moro
“Veramente di politica, mi sono sempre occupato per fatti
legati all’etica, alla morale. Mi ricordo, però, che
all’epoca ero stato avvicinato da qualcuno di una rivista
chiamata “Metropolis” e mi aveva chiesto non la militanza,
ma di accostarmi a questi movimenti… e, nell’intervista, gli
dissi: “Ma io non so chi siete, come la pensate, come
scopate, che film vi piacciono. Per me sono tutta
un’astrazione questi vostri comunicati, pieni di parole, ma
non mi danno l’idea di chi, esattamente, siete come esseri
umani” ed era quello che mi interessava sapere. Per cui ho
sempre preso le distanze. Certo, il fatto è stato clamoroso,
grave, quasi incredibile, però siamo passati anche
attraverso quello.
Pensavano che fossi sensibile alle ragioni dell’antipotere,
della contestazione. Sono appena stato a Parigi, per via dei
miei film erotici. E lì hanno detto: “i film di Brass, più
che erotici, sono eretici”, nel senso che c’è un
atteggiamento lontano dalla vulgata comune, anche sul sesso,
per esempio. Ed erano eretici anche all’epoca. Il film
“L’urlo” del ’68, sul sessantotto, non era stato accolto
chissà come… era stato proibito per sette anni, perché
c’erano battute che spiazzavano questi integralisti, a modo
loro. C’era, appunto, una battuta, durante l’occupazione di
un villaggio, di Tina Aumont, bellissima, grandissima
attrice, forse la donna più bella con cui ho avuto a che
fare su un set, che violentata da queste soldataglie,
sanguinando si avvicinava ad una fontana, per lavarsi, e
dice “ma che me ne frega a me della guerra, se continuo ad
avere difficoltà di orgasmo”. E questo faceva incazzare i
giovani dell’epoca, che pensavano che non fossi
politically correct. E se c’è una cosa che detesto, la
vera censura è il politically correct, la par
condicio, e cose del genere. Sono tutti sistemi che
impediscono alla gente di dire come la pensa, esprimersi in
libertà”.
Nanni Moretti
“Lui è bravo. Devo dire che mi ha sorpreso. L’hanno scorso
come direttore del Festival di Torino, mi ha invitato… è
stata una telefonata curiosa. “Sono Nanni Moretti”, gli dico
“Sì, sei Fiorello”, sai che imita Moretti. “No, no, sono
proprio Moretti”. Siccome c’erano stati degli scazzi, avevo
detto che trovavo i film di Moretti lassativi, con una
funzione da purga, mi aveva sorpreso che lui mi invitasse.
Faceva una retrospettiva dei film dei primi anni sessanta,
ed era presente, tra gli altri, anche il mio. Poi, devo dire
che al Festival, c’è stato un dibattito molto simpatico,
dove lui ha ammesso che il mio film gli era piaciuto più di
tutti, perché invecchiato meno. Perché le mie curiosità
sono, sempre, state quelle linguistiche: e il linguaggio non
ha età. Ed è stato simpatico, perché ha cercato di
giustificare certe mie prese di posizione. Al che gli ho
detto “Guarda che i lassativi, a volte, si prendono anche a
fin di bene”. Lo apprezzo, dunque, e l’ho ringraziato,
pubblicamente, perché è stato simpatico. Gli ho anche detto
che sarei andato a vedere il film, non era ancora uscito,
“Caos calmo”, per giudicarlo come attore erotico, ma non
l’ho ancora visto”.
Incendio alla Thyssen
“Gli incidenti sul lavoro sono scandali infiniti. Si
ripetono costantemente ogni giorno, con un effetto molto
grave, quello dell’assuefazione: uno si abitua a vedere
questo stillicidio di morti, come se fosse un fatto
assolutamente normale, naturale, con cui si debba convivere.
È un po’ lo stesso discorso che si ripete con la guerra.
Ormai passano tante immagini violente, brutali, di massacri…
che la gente non ha più quella reazione di rifiuto, di
scandalo di fronte a fatti di questo genere, che invece
dovrebbe avere per poter por fine a questi fenomeni. E una
cosa molto triste e molto dolorosa”.
Claudia Koll
“Ho visto, qualche sera fa su Sky, “Così fan tutte”, e devo
dire che Claudia Koll era davvero una bravissima attrice. Ho
visto con gran piacere il film: non è invecchiato affatto.
Lei faceva, in modo delizioso, questo ruolo di donna
frivola, che rideva, sorrideva, trasgrediva – era basato
sull’opera di Mozart e Da Ponte, e citava un suo ritornello
“La fedeltà delle donne è come l’araba Fenice, che ci sia
nessun lo dice, dove sia nessun lo sa” – e lei, devo dire,
erasplendida, perfettamente calata nel ruolo, nella parte,
come attrice, fisicamente… ed anche la lavorazione è stata
piacevolissima. Mai visto, mai sentito che fosse a disagio.
Per cui sono rimasto molto colpito da quando ha avuto questa
specie di folgorazione sulla via di Damasco… io non so, non
mi intendo di fede, sono tranquillamente ateo, o per dirla
con Voltaire “sono ateo, grazie a Dio”, o per dirla in
veneziano “sono ateo, sperando che Dio non se ne accorga”.
Ma insomma, non ho di queste problematiche, quindi non so
cosa le sia successo. Mi è capitato di incontrarla ad una
trasmissione televisiva, lei mi ha visto ed è
andata via. Evita, perché probabilmente, teme che i
fotografi possano riprenderci insieme. Dunque non so e non
voglio, ma devo dire che interpreta questo ruolo di donna
ispirata molto bene, così come faceva molto bene la donna
frivola, all’epoca”.
Il femminismo
“Sono stato aggredito dalle femministe, quando ho fatto
“Paprika”, perché la frase di lancio diceva “Tinto Brass
riapre le case chiuse”. C’era, un giorno, un dibattito a
Napoli, e loro sono entrate con dei gran rotoli nascosti,
che poi hanno aperto e c’era scritto “Morte a Tinto”, una
cosa che avevano fatto anche con Fellini. E la Banotti era
salita sul palco, dove c’ero io con la Moana Pozzi ed altri,
e mi hanno rovesciato addosso un cesto di ghiande. Le
ghiande sono, per essere chiari, il cibo dei porci. E poi
una mi ha dato un cazzotto, mi ha fatto volare gli occhiali.
Erano delle virago, le “uomine” le chiamavano a Napoli. E
mentre loro mi menavano, c’era Tinta, mia moglie, in prima
fila che mi diceva “Faglielo vedere, tiralo fuori, faglielo
vedere che scappano…”.
Io le chiamavo le femmine isteriche, perché erano forme di
isterismo… e le femministe storiche sono state smentite
dalle femministe di oggi. Camilla Paglia riconosce, per
esempio, che sia pienamente legittimo che una donna faccia
la puttana. Ho scritto una lettera aperta a Monica Lewinsky,
che ho trovato geniale. Questa che invade la sede del potere
per fare sesso, invece che per fare guerra o far condannare
a morte. E tutte si sono scagliate contro di lei,
soprattutto queste maitresse-à-penser, che le
dicevano tutto e il contrario di tutto, che era una maiala,
una porca, una sentimentale, un’ingenua, una stupida, salvo
che dirle quello che avrebbero dovuto dirle, che avrebbero
voluto tutte essere al posto suo, nella sala ovale.
Faccio una precisazione: sono molto più popolare tra il
pubblico femminile, che tra quello maschile. Quando cammino
per strada sono le donne, le prime, che mi vengono a
chiedere l’autografo, una fotografia. Le donne sanno che io
le amo, innanzitutto, in modo incondizionato. Mi piacciono
comunque, sempre: capricciose, frivole, sentimentali, umide…
e anche qualcos’altro. Mi piacciono. Anche il film che sto
preparando adesso “Ziva” è un omaggio al femminile,
all’intelligenza e alla vitalità femminile come unica
speranza per salvare il mondo. Perché, ormai, credo poco in
tutte le rivoluzioni e nella riproposizione, costante, di
tutti i vecchi miti maschili. E credo che, se c’è una
speranza, è nel mondo femminile. E credo che questo lo
percepiscano le donne. Lo sanno. Vedo il modo in cui mi
accolgono. Non sono mai sprezzanti. E poi nei miei film,
faccio della donna la vera protagonista, non un elemento
surrettizio per rendere più popolare il film. La donna è la
protagonista, poi ci sono un po’ di uomini attorno, che,
quando s’innamorano, si rivelano per quello che sono,
stupidi, patetici, molto spesso stronzi. Perché non
accettano questa autonomia, indipendenza, intraprendenza
femminile”.
Rocco Siffredi
“È un mito. Malaparte aveva detto che il vero vessillo
dell’Italia non era il tricolore, ma l’uccello in erezione.
E lui lo rappresenta al massimo. È molto simpatico, molto
intelligente. Avevo tentato di fare dei film con lui, prima
che lo facessero i francesi come la Breillat. Hanno fatto
dei brutti film, e non per colpa sua, ma per la mentalità
contorta, chiacchierona, intellettuale, dei francesi, che
hanno trattato l’argomento così come non andava trattato.
Avevo cercato di fare un film con lui, proprio uno di questi
ultimi, ma ho avuto la difficoltà di farlo accettare ai
produttori, qui in Italia, che pensavano non fosse il caso.
E invece è bravo, professionale, non ti delude mai”.
Il burqua
“Quella è una cosa che proprio non capisco, da cui mi tengo
alla larga. Leggo dai giornali che, quando ci sono dei
momenti d’apertura, dopo le guerre, improvvisamente,
appaiono dei miei film in paesi dove non erano mai stati
presentati. Evidentemente, ci sono delle forme di
occultamento, di repressione della femminilità che fanno
parte di una cultura che non conosco e non condivido, e da
cui sono lontano mille miglia. Una cultura che non mi
interessa
conoscere, per il fatto che costringe una donna a
travestirsi in questo modo… non come al carnevale di
Venezia, dove il travestimento è usato per compiere delle
trasgressioni… Dovrei cercare di capire quali sono le
motivazioni storiche di cose di questo genere e, comunque,
cercare di capire come mai si continua ad assistere a tali
fenomeni”.
I figli, l’amore, il Vaticano…
“Ecco, questo è un tema centrale. Ho due figli, un maschio,
una femmina e tre nipoti. Però aver dato alla sessualità
solo una funzione riproduttiva è un crimine che è stato
perpetrato dalla chiesa e da tanti intellettuali che si sono
adagiati su questa posizione. La sessualità ha, almeno, due
funzioni: quella procreativa e quella ricreativa. Non esiste
che, un ragazzo e una ragazza, la prima volta, vanno insieme
per procreare, vanno per scopare, per fare sesso. Poi su
questo sesso, su questa attrazione fisica può nascere anche
il sentimento, l’amore. Che cosa è in definitiva l’amore?
Sfatiamo, una volta per tutte, queste chiacchiere così
ridicole che si sentono in giro: l’amore è un sentimento che
si esprime con il linguaggio del sesso. Se non c’è sesso,
non si può parlare d’amore. Sarà affetto, amicizia,
simpatia, altre cose. L’aver confuso il sesso riproduttivo
con quello ricreativo ha creato tutti questi tabù, paure,
fobie. Per cui tanti, che fanno sesso senza procreare,
proprio perché sono posti tutti questi paletti, norme,
comandamenti, divieti, si sentono in colpa. E sentendosi in
colpa – ed è il meccanismo forte della chiesa – vanno in
cerca, per essere assolti, di quelle stesse autorità che
hanno posto i divieti.
Questo non aveva capito Stalin. Quando il Vaticano entrava
al fianco delle potenze e Stalin chiedeva “quante armate ha
il Vaticano?” e gli dicevano “nessuna”, rispondeva “allora
non ce ne frega un cazzo”. Non aveva capito che il Vaticano
aveva questo potere di moral suasion. Questo coacervo di
norme, divieti, comandamenti viene conservato perché tutte
le autorità preferiscono avere a che fare con gente
frustrata, complessata, piuttosto che con gente sessualmente
serena”.
Wojtyla
“Già capivo poco il precedente, Wojtyla. Cioè, lo capivo
politicamente, era anche abile, bravo. L’attuale, proprio
non lo capisco. Io ho un bellissimo progetto, che non ho
ancora fatto, e non smetterò di far cinema fino a quando non
riuscirò a farlo. Ed è sulla famiglia Borgia. Papa
Alessandro, il Valentino, Lucrezia… Era un grandissimo Papa,
non c’è dubbio. Ma era anche un Papa che diceva “io non
posso credere a Dio, perché sono un politico”. Ed è ancora
un potere politico. Tanto è vero, che negli interventi
politici, parlo di Papa Wojtyla, soprattutto, uno può
riconoscere delle ragioni forti, profonde, storiche. Quello
che non condivido, non capivo e continuo a non capire, anche
in Papa Wojtyla, era, in questa perfetta architettura che è
la religione cattolica, la questione della morale sessuale,
che è il punto debole, stranamente, proprio perché si rifà a
quell’idea della sessualità procreativa. Parlano di
sublimazione, che vuol dire cancellazione, degli istinti
naturali. Per questo hanno paura di quegli istinti naturali
che sono assolutamente innocenti. Non c’è colpa nel fare
sesso. Bisogna inculcarlo il sentimento della colpa.
Sgarbi, un giorno, ha fatto un mio profilo, bellissimo.
Trattava questo tema, e diceva, sì, che sono stato
attaccato, che hanno chiesto la scomunica a divinis.
Io parlo di sesso che è amore. “Non c’è nessuno più vicino a
Dio di Tinto, perché Dio è amore”. Ed è una battuta che c’è
nel mio primo film. Due andavano a fare l’amore in cima ad
un campanile, la ragazza faceva un po’ la reticente e lui
diceva “Dai coccola, che siamo più vicini a Dio, qua. Dio è
amore, non lo sai?”.
Caterina Varzi
“Il bello è lo splendor del vero. Si chiama Caterina Varzi
ed è la protagonista del film che mi accingo a girare, “Ziva”.
È stato un incontro molto curioso. L’ho conosciuta, la prima
volta, in qualità di avvocato. Era venuta per farmi firmare
un contratto per un dvd, che poi non si è fatto. In realtà,
si è trasformato in un altro progetto, più ambizioso, in cui
lei interveniva anche come psicanalista, perché lei è una
psicanalista junghiana, della scuola di Aldo Carotenuto. Ed
è lì che è nata una reciproca seduzione: lei per la persona
Tinto Brass, man mano che andava spogliandola dagli
stereotipi del personaggio, per enuclearne l’anima, gli
junghiani hanno questo pallino fisso. Io, per l’espressività
ardente, splendida, del suo volto inconsueto e bellissimo,
cangiante vivo, come i riflessi della gibigiana sotto i
ponti di Venezia, sempre pieno di vivacità.
Per l’aspetto intrigante, delle sue domande intelligenti, e
soprattutto, per la conturbante sensualità del suo corpo di
donna vera, non artificialmente rifatta, man mano che andavo
spogliandola dai panni e dai vezzi della strizzacervelli,
per enuclearne l’eros. Non so se Caterina abbia trovato la
mia anima, alla fine di questa operazione. Io son certo di
aver trovato in lei la conferma alle mie primissime
intuizioni. Quella di averla vista come protagonista di “Ziva”,
il film che sto preparando. Si svolge su un isolotto,
durante la seconda guerra mondiale, nel 1940: lei è la
guardiana del faro, sola, perché il marito è andato in
guerra, e il mare le ributta sulla battigia e sugli scogli
dei cadaveri, ma anche tre naufraghi, uno dopo l’altro. Un
marinaio veneziano, un paracadutista inglese e un graduato
nazista, scoglionato, ma scoglionato, letteralmente, perché
aveva anche perso i coglioni. E lei accoglie questi tre
naufraghi, li cura, li nutre e li ama, e cerca,
contemporaneamente, di recuperarne questa umanità
mortificata dagli orrori della guerra, cercando di
convincerli di smettere di combattere.
Tanto è vero che tutto è commentato dalla bellissima poesia
canzone di Boris Vian “Le deserteur”. Alla fine, la guerra
termina, il marito ritorna, capisce subito la situazione, i
naufraghi anche, ognuno torna a casa sua, e lui racconta a
Ziva che era successa a lui la stessa cosa, che era stato
fucilato, raccolto da una contadina magiara, che lo aveva
curato, assistito, e amato. Così come aveva fatto lei con i
tre naufraghi. Questo è un discorso sull’amore, ma anche
unapologo sulla intelligenza e la vivacità femminile, ed è
un pamphlet violento contro la guerra. Solo nel femminile,
pongo la speranza che si possa abolire, per sempre, la
guerra e renderla un tabù vero.
Tinto Brass
“Questo sono io, con riflesso, negli occhiali, una delle mie
ossessioni, sulla quale ho anche scritto un libretto “Elogio
del culo”. Il mio senso della vita vorrei dirlo con la
battuta di un mio film, che era “Il disco volante”. Vedo che
piace più adesso che quando l’ho girato, quarant’anni fa.
C’è una scena dove si vede Sordi, nei panni di un
intellettuale di provincia, impiegato alle poste, che recita
alla Monica Vitti, in macchina, un po’ scosciata, dei versi
dell’antologia di Spoon River. “Dare un senso alla vita può
portare alla follia, ma una vita senza senso è una barca che
anela al mare, eppure trema”. E Monica Vitti lo interrompe e
gli dice “Dimme porca, che mi piace di più!”.
*Dice di sé.
Nato da una severa famiglia di
origine russa (il padre, nonostante l’educazione anarchica,
fu molto rigido), si trasferì giovanissimo a Venezia, dove
si laureò in giurisprudenza. È un grande e famoso regista:
in Francia è considerato un maestro indiscutibile, i giudizi
in Italia sono controversi e hanno suscitato cento
polemiche. Per presentarlo, basterebbe l’ironia di una sua
frase: “Coi miei film io non procuro soltanto erezioni, ma
anche e soprattutto emozioni.” E tuttavia la prima volta che
destò scandalo e subì le ire della censura non fu per
qualche scena di nudo troppo spinta, ma per aver raccontato,
con umori anarchici, i disagi di un giovane che stenta ad
integrarsi nella società.
(Le esternazioni sono tratte da un’intervista andata in onda
al “Senso della vita”, programma di Canale 5, condotto da
Paolo Bonolis, nell’aprile del 2008).
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CAMILLO BENSO,
CONTE DI CAVOUR
L’umanità è diretta
verso due scopi, l’uno politico,
l’altro economico. Nell’ordine
politico essa tende a modificare
le proprie istituzioni in modo da
chiamare un sempre maggior
numero di cittadini alla
partecipazione al potere politico.
Nell’ordine economico essa mira
evidentemente
al miglioramento delle classi
inferiori, ed a un miglior riparto
dei prodotti della terra e dei
capitali
(Da “Discorsi
parlamentari ”,
1863)
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ARISTOTELE
Delle “monarchie” noi
siamo soliti chiamare “regno” quella che
si propone l’interesse
comune. Chiamiamo aristocrazia
il governo di pochi, sia
che comandino gli uomini più valenti,
sia che questo governo si
proponga il maggior bene dello Stato
e dei suoi membri. Quando
poi il popolo governa nell’interesse
comune, questa forma si
chiama – col nome comune
a tutte le costituzioni –
politeia.
(Da
“ Politica”)
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