AMARCORD
PUCCINI E UN ANNIVERSARIO
CHE SI CELEBRA SOLO A LUCCA,
NEW YORK E ROMA
In un’epoca in cui il
cinematografo stava rimpiazzando l’opera
lirica come principale spettacolo di massa, il celebre
compositore
fu tra gli ultimi ad innovare il modo di concepire la musica
Giuseppe Pennisi*
Quando
questa edizione de “L’Attimo Fuggente” sarà pubblicata, sarà
trascorsa circa la metà de “l’anno pucciniano” (il 22
dicembre 2008 ricorrono i 150 anni dalla nascita del
compositore). Al di fuori di Lucca e di Torre del Lago (dove
il compositore è nato ed ha vissuto), oltre che di Roma e di
New York, se ne saranno accorti in pochi. Anche nel
ristretto mondo di chi che segue la musica ed in particolare
“la musa bizzarra ed altera” (come l’opera lirica fu
definita, accuratamente, da Herbert Lindenberger).
Non c’è una sbornia analoga a quella del 2005, “l’anno
mozartiano” (350 anni dalla nascita del compositore): allora
teatri e sale da concerto vennero invasi di lavori di
Wolfgang Amadeus, l’intero Festival estivo di Salisburgo è
stato dedicato alle sue 22 opere per il
teatro in musica, ne è quasi risultata una reazione di
rigetto – da parte del pubblico, prima che dei direttori
artistici. Mentre delle 22 opere di Mozart solo poco più di
una mezza dozzina sono rappresentate correntemente (e
soltanto una frazione del resto della vastissima produzione
di Mozart viene normalmente eseguita in sale da concerto),
cinque dei dieci lavori di Puccini per il teatro sono o di
repertorio o comunque nei cartelloni abituali di enti e
fondazioni che, come quelli italiani, seguono, sotto il
profilo organizzativo, il metodo della “stagione”.
Altri tre (“Il trittico”, “La fanciulla del West” e “La
rondine”) compaiono con una certa frequenza sui
palcoscenici, pur se non con l’assiduità di “Manon Lescaut”,
“Bohème”, “Tosca”, “Madama Butterfly”, e “Turandot”. Di
rarissima, rappresentazione scenica soltanto le due opere
giovanili: “Le Villi” e “Edgard”. In un’epoca in cui il
cinematografo stava rimpiazzando l’opera lirica come
principale spettacolo di massa, Puccini fu l’ultimo dei
maggiori compositori italiani non solo ad innovare nel modo
di come concepire e fare teatro in musica, ma anche a
riscuotere successo in tutto il mondo, tanto da essere un
vero autore internazionale. Alcuni dei suoi capolavori (“La
fanciulla del West”, “Il Trittico”, “La Rondine”) sono stati
commissionati non da teatri italiani, ma stranieri, come il
Metropolitan di New York, il Karltheater di Vienna e l’Opéra
di Montecarlo. Oggi i compositori americani di successo –
negli Usa è in corso un revival dell’opera – si riallacciano
direttamente a Puccini, tanto nella scrittura orchestrale e
vocale quanto nella drammaturgia.
In Italia, per il teatro d’opera, i decenni d’attività di
Puccini coincisero con la fine della fase in cui trionfò la
lirica commerciale (esperienza unica nel panorama europeo).
La “musa bizzarra e altera” non era una riserva dei mecenati
o dei palchettisti-sostenitori provenienti dall’aristocrazia
e dall’alta borghesia, ma uno degli spettacoli popolari per
eccellenza; in tutte le città italiane si costruivano o si
ammodernavano teatri che si sostenevano, quasi interamente,
con i proventi da biglietteria; nelle città maggiori più
teatri operavano in concorrenza, anche sotto il profilo dei
prezzi e della qualità (a Milano ad esempio le stagioni
della Scala contenevano un numero limitato di titoli, ma le
rappresentazioni erano di alto livello; al Dal Verme ed al
Manzoni si offrivano, a prezzi contenuti, cartelloni più
estesi con titoli di solito molto conosciuti, inframmezzati,
di tanto in tanto, da novità di giovani). L’iniziativa
imprenditoriale dei grandi impresari (che aveva
caratterizzato la prima metà dell’Ottocento) era stata
sostituita da quella dei grandi editori (quali Ricordi e
Sonzogno) e dalle loro rivalità; mentre all’inizio del XIX
secolo gli autori trattavano direttamente con gli impresari
(e dovevano spesso seguirne i capricci in tema di scelte di
libretti e di interpreti) , alla fine del secolo gli editori
fungevano da intermediari tra compositori e impresari; si
affermavano le normative nazionali e le convenzioni
internazionali sui copyright. Vigeva un sistema di mercato –
ma di mercato autoregolato dalla
concorrenza-competizione-cooperazione (pure collusione) tra
editori. In tale mercato autoregolato stava entrando la
politica.
Il punto di svolta può essere considerato,
convenzionalmente, il 1921 quando la proprietà del più noto
teatro italiano, La Scala, a causa di una gravissima crisi
finanziaria, passò dai privati al Comune che la costituì in
un Ente autonomo comunale, sotto il controllo dello Stato,
che ne avrebbe assicurato il finanziamento annuale. Gli
altri teatri lirici, maggiori e minori, seguirono la stessa
sorte in seguito sia all’avanzata del cinema, sia al “morbo
di Baumol” (dal nome dell’economista americano che lo ha
teorizzato) secondo cui arti sceniche a tecnologia fissa
perdono, gradualmente, ma inesorabilmente competitività in
quanto non possono fruire della riduzione di costi
conseguente il progresso tecnico. In questa fase di
transizione visse ed operò Puccini.
Non partecipò a politica attiva (anche se nel 1919, per
sfuggire alla accuse di filogermanesimo, aveva musicato un
“Inno a Roma” su testo di Fausto Salvatori- lavoro che lui
stesso definì “una bella porcheria”). Al pari d’Igor
Stravinskij, Puccini era un impolitico, ma, in tempi
turbolenti (come quelli attorno alla Prima guerra mondiale),
aspirava ad una politica che fornisse un quadro di pace e di
serenità in cui si potesse comporre. Dopo Puccini, la
politica diventò centrale nella vita musicale italiana. Fu
senatore del Regno, su proposta di Mussolini, per poco più
di due mesi – dal 18 settembre 1924 alla morte, il 29
novembre 1924. Il suo unico incontro con Mussolini (nel
1923) sollecitato per esprimere “alcune sue idee sul teatro
lirico nazionale da erigersi a Roma”, fu breve e brusco –
troncato da un netto “non ci sono denari” da parte del Capo
del governo.
A Mussolini, peraltro, Puccini aveva presentato un progetto
lungimirante: l’istituzione di un Teatro lirico nazionale
(sovvenzionato dallo Stato) a Roma ed il supporto pubblico
per stagioni d’opera italiana all’estero (allora dominavano
il repertorio tedesco e francese). Diversi anni dopo
Mussolini varò 16 enti lirici di cui uno (Firenze) dedicato
alle riscoperte, uno alla musica contemporanea (Venezia) e
gli altri al repertorio, anche se il Teatro Reale dell’Opera
a Roma aveva un vincolo speciale nella messa in scena di
lavori di nuovi autori contemporanei, preferibilmente. Un
programma che era il frutto di un compromesso tra le varie
tendenze alla corte del Duce (i tradizionalisti guidati da
Mascagni e gli innovatori capeggiati da Malipiero), ma che
finì con essere duraturo: plasma ancora oggi l’architettura
del sistema.
Quale il lascito? Da un lato, come scrive uno dei maggiori
studiosi di Puccini, Julian Budden, “con “Turandot” la
tradizione dell’opera italiana, che durava da più di tre
secoli, giunse alla sua conclusione”. Da un altro, però,
Puccini fu il solo compositore italiano, a cavallo tra il
XIX e XX secolo, ad essere realmente internazionale, a
superare il melodramma ed altre forme d’opera italiane,
innescando in esse elementi tanto francesi quanto tedeschi
ed anche asiatici.
In “La fanciulla del West” si avverte la lezione di Wagner,
in “La Rondine” quella di Strauss, in “Turandot” quella di
Debussy. La sua eredità, più che in Italia, fu nel resto del
mondo: un nuovo modo di concepire il teatro in musica venne
compreso soprattutto da Benjamin Britten e dai compositori
americani della metà del novecento – quali Carlisle Floyd,
Thea Musgrave, Robert Ward, Jack Beeson, Kirche Meechem- e
da quelli che stanno mietendo successi in questo primo
scorcio di XXI secolo – quali André Previn, Gerald Barry,
Nicholas Maw, John Adams, Thomas Pasateri, Dominick Argento.
Ed ovviamente, il loro “zio” putativo Giancarlo Menotti.
In base ai programmi già in corso di realizzazione per
l’“anno pucciniano”, l’unica lacuna di rilievo, è la messa
in scena della prima edizione di “Madama Butterffly” (quella
che crollò alla Scala nel 1904 – di solito si rappresenta la
quarta edizione, riveduta e corretta per l’Opèra di Parigi
nel 1906) con un Pinkerton apertamente offensivo nei
confronti dei giapponesi, una Cio-Cio-San, piccola ma
generosa prostituta che rifiuta il denaro offertole
dall’americano, nonché la suddivisione dell’opera in due
soli atti. Un’edizione critica, a cura di Julian Smith, è
stata allestita (nel 2000) dalla Welsh National Opera e da
allora appare frequentemente nei teatri stranieri, ma solo
di tanto in tanto in quelli italiani.
Lucca e Torre del Lago sono l’epicentro delle celebrazioni,
alla cui preparazione lavorano da anni il Comitato nazionale
per le celebrazioni pucciniane, il Centro studi Giacomo
Puccini e la Fondazione festival pucciniano. Quattro gli
eventi più significativi:
a) l’inaugurazione, a metà giugno, del nuovo Grande teatro a
Torre del Lago (una struttura fissa ad anfiteatro,
all’aperto, per 3200 posti con, nel suo ambito, un
auditorium al chiuso per circa 500 spettatori);
b) la rappresentazione, nel corso dell’anno, di tutte le
dieci opere di Puccini tra il Teatro del Giglio di Lucca ed
il nuovo Grande teatro, nonché di gran parte della musica
sacra, strumentale e per voce e tastiera;
c) un convegno internazionale di studi che inizierà a Lucca,
ma proseguirà a Milano e a New York;
d) un concerto al Teatro del Giglio il 22 dicembre, la data
della nascita che, grazie alle tecnologie della
comunicazione e dell’informazione, verrà visto ed ascoltato
anche da milioni di spettatori in tutto il mondo.
Interessanti alcune caratteristiche di tipo economico e
finanziario:
a) la costruzione del nuovo Grande teatro (un costo di 17
milioni di euro) è finanziata, quasi interamente, da enti
locali (Regione, Provincia, Comune) e da sponsor (Enel,
Poste, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e molti altri);
b) la biglietteria copre già il 43% dei costi di gestione
del Festival pucciniano di Torre del Lago (luglio- agosto di
ogni anno);
c) il programma musicale sarà affiancato da una serie di
mostre (ad esempio Puccini e la sua terra; Puccini ed il suo
tempo) allo scopo di effettuare anche un’operazione di
“marketing territoriale”. Dato che le opere di Puccini
vengono rappresentate, con successo, in tutti i continenti,
gli enti locali, il Centro studi e la Fondazione festival
intendono cogliere l’occasione del centocinquantenario per
incoraggiare i pucciniani ed il turismo culturale, in
generale, a visitare i luoghi dove il compositore è nato ed
è cresciuto ed ha passato diversi anni della sua vita
adulta.
Giacomo Puccini avrebbe preferito Roma o Milano (oltre,
ovviamente, a Torre del Lago) come sede principale italiana
per le celebrazioni della ricorrenza dei 150 anni dalla sua
nascita? All’estero, senza dubbio, la sua città favorita era
New York, che gli commissionò le due opere più innovative
(“La fanciulla del West” e “Il Trittico”); nella stagione in
corso, al solo Lincoln center sono in programma quattro dei
suoi lavori – “Bohème” in due teatri, il Metropolitan e la
City opera.
Puccini non amava, particolarmente, Milano anche se vi ebbe
la formazione musicale. Gli ricordava delusioni e tasche
spesso vuote. Critiche severe della “Milano-che-può” al suo
rapporto coniugale (ma non sposato né di fronte a Dio né di
fronte allo Stato – oggi si direbbe un Dico) con quella
Elvira che diventò, successivamente, la sua gelosissima
moglie. I suoi successi vennero al Regio di Torino, al
Teatro reale di Roma ed al Metropolitan di New York, non
alla Scala– dove la prima di “Madama Butterfly” fu un fiasco
ed “Il Trittico” venne accolto con freddezza. In breve, il
tempio lirico del Piermarini lo applaudì (soprattutto grazie
a Toscanini) dopo che era andato nell’aldilà. Ed in
occasione dell’anno pucciniano non lo ha neanche trattato
molto bene. Si era parlato di pensionamento
dell’allestimento de “La Bohème” firmato circa 45 anni fa da
Franco Zeffirelli per la Scala, ma lo si vedrà, ancora in
luglio, con un cast pensato per attirare pubblico straniero
(la bacchetta è affidata a Gustavo Dudamel).
È andata in scena una nuova produzione de “Il Trittico”, che
mancava dal 1983, che dovrebbe essere ripresa dal Teatro
real di Madrid, che lo ha co-prodotto. Non si sono fatte
economie: per il lavoro (che richiede un vasto organico,
circa 40 solisti, ed un coro di voci bianche) è stato
ingaggiato Luca Ronconi con la sua squadra favorita per
scene e costumi, è stato invitato Riccardo Chailly per
guidare l’orchestra e si sono scritturate le migliori voci
su piazza. È l’omaggio principale della Scala alla
ricorrenza. Gli esiti non sono stati affatto lusinghieri. Il
lavoro comprende tre atti unici complementari e
contrastanti: “Il Tabarro”, un grand-guignol di passione,
sesso, e sangue nel proletariato parigino all’inizio del
novecento; “Suor Angelica”, tragedia di maternità occultata
in un convento alla fine del Seicento; e “Gianni Schicchi”,
farsa nella Firenze del 1299. È un poema sinfonico in tre
movimenti; un “agitato” (“Tabarro”), un “largo” (“Suor
Angelica”) e uno “scherzo” (“Gianni Schicchi”) . Nel primo e
nel terzo atto, si avvertono echi di tango e di valzer, di
slowfox e di jazz cabarettistico; nel secondo, il gran
sinfonismo post-wagneriano e l’atonale. Nonostante la Scala
abbia uno dei palcoscenici più moderni al mondo, Ronconi ha
optato per un impianto unico, con un grande squarcio, da cui
trapelano qualche cenno a Parigi, una statua della Madonna,
litografie di Firenze, l’immagine di Dante.
In “Suor Angelica”, infine, l’intero palcoscenico è occupato
da una scultura sdraiata di donna (un’altra Madonna? La
femminilità ferita?). Nessun riferimento al visivo
dell’epoca, nonostante i rossi tramonti di Monet dovrebbero
accompagnare “Il Tabarro”, l’azzurro dei cieli dei
macchiaioli “Suor Angelica” ed i preaffaelliti (visti con
ironia) “Gianni Schicchi”. Didascalica la recitazione, nel
senso di basata sulle didascalie di Giovacchino Forzano per
le prime rappresentazioni (nel 1918 a New York e 1919 a
Roma, il 1922 alla Scala), tranne che in “Suor Angelica” a
ragione dell’ingombrante scultura. Uno spettacolo da
dimenticare (nonostante il buon versante musicale) se
possibile, da correggere prima di esportarlo. Ha raccolto 15
pagine di critiche serrate (alcune al limite della protesta
quasi diffamatoria) su www.operaclick.com , il sito dei e
per i melomani italiani.
Roma era nel cuore di Puccini. E Puccini è nel cuore di
Roma, come indicato dal tutto esaurito per le 15 repliche
della “Tosca”. L’allestimento di Franco Zeffirelli ricalca
quello che, per oltre tre lustri, si replica, con successo,
al Metropolitan: una visione colossal di una Roma, al tempo
stesso, barocca, sensuale e perversa, con una ricostruzione
dettagliata dei luoghi dei tre atti (Santa Andrea della
Valle, Palazzo Farnese, Castel Sant’Angelo). È fedele,
minuziosamente, al libretto ed accattivante per il pubblico.
Curatissima la recitazione. Ha debuttato nel ruolo Martina
Serafin, soprano austriaco, famosa per le sue
interpretazioni di Strauss e Wagner. Costruisce una Tosca
molto simile a quella che Zeffirelli diresse a Londra nel
1964 con Maria Callas (pure in quanto i costumi si
assomigliano). Marcelo Àlvarez è un Cavaradossi generoso,
con un timbro chiaro, una gestione accurata del registro di
mezzo e la capacità di tenere a lungo i “do”. Sotto il
profilo orchestrale, l’aspetto più importante è la capacità
di Gelmetti e dell’orchestra nello scavare nella scrittura
musicale.
Un successo analogo ha avuto “La fanciulla del West”, la cui
prima, questa stagione, è stata l’8 aprile. È un’opera
concepita per il Metropolitan che sfoderò un cast
d’eccezione (Arturo Toscanini, Emmy Destinn, Enrico Caruso).
La scrittura sia orchestrale, sia vocale è quanto di più
complesso composto da Puccini: coniuga lo stile della
“giovane scuola” italiana con Wagner (l’accordo di Tristano)
e con le innovazioni apportate da Debussy e Strauss. Si
rappresenta, relativamente, di rado per le difficoltà
orchestrali e vocali che implica. L’Opera di Roma l’ha
riportata in scena dopo quattro lustri. È un nuovo
allestimento, in sinergia con la Los Angeles Opera e
concepito per girare il mondo. La regia, le scene ed i
costumi di Giancarlo Del Monaco s’ispirano ai film western
in technicolor, stile anni 40: ricostruzioni minuziose
dell’ambiente, ottima recitazione da parte di circa 20
solisti, combattimenti emozionanti, tormente di neve,
sparatorie, veri cavalli montati dai due protagonisti
(Daniela Dessì e Fabio Armiliato) dissolvenze. Insomma, una
messa in scena tradizionale, ma piena di trovate
intelligenti ed innovative.
La parte musicale è il vero successo della “prima” (teatro
gremito) salutata da applausi e richieste di bis, una delle
quali (l’aria “Ch’ella mi creda”– scritta su esplicita
domanda di Enrico Caruso), accolta da Fabio Armiliato.
Gianluigi Gelmetti dirigendo un’edizione rara scoperta negli
archivi di Casa Ricordi esalta lo spirito wagneriano della
partitura, come indicato tra l’altro dalla durata
complessiva (intervalli esclusi) – due ore e 30 minuti,
invece delle 2 ore e 10-20 minuti delle maggiori edizioni
discografiche - e dall’accento sull’intrecciarsi dei circa 70
temi musicali; l’orchestra risponde con entusiasmo. Daniela Dessì è una Minnie dalla vocalità estesa e generosa (canta
pure scendendo da cavallo con carabina in mano); affronta
egregiamente una parte tutta puntata sul declamato, che
scivola in brevi ariosi senza concederle una sola romanza.
Complimenti a Silvano Carroli, il quale alla sua non giovane
età è uno sceriffo perfetto sia scenicamente sia vocalmente.
Buoni i numerosi caratteristi: cow-boys, minatori, indiani,
funzionari del servizio postale. Si annunciano, come per
“Tosca” repliche addizionali, riprese nella capitale e
tournée anche in Italia anche prima del termine dell’”anno
pucciniano”.
La terza proposta del Teatro dell’Opera di Roma è un nuovo
allestimento di “Madame Butterfly” nella messa in scena di
Renzo Giaccheri e Hai Yamanouchi, che in agosto si vedrà
alle Terme di Caracalla. Nella capitale non mancano altre
iniziative. L’Orchestra sinfonica di Roma ha presentato
un’edizione scenica di “Bohème” con un cast di rilievo a
prezzi ultrapopolari. L’Istituzione universitaria dei
concerti ha dedicato una serata a musiche rare pucciniane.
La “Piccola lirica” al teatro Flaiano ha in programma per
diversi mesi una “Tosca” ridotta a 90 minuti con un solo
intervallo, e strumentazione per pochi orchestrali e live electronics In effetti, tenendo conto de “Il Trittico”
andato in scena al teatro dell’Opera nel 2002 e “Manon
Lescaut” e “Turandot” ascoltate la stagione scorsa, tutte le
opere più rappresentate di Puccini sono state messe in scena
nella capitale nel giro di pochi anni – e quattro nel
centocinquantesimo dalla nascita.
*Dice di sé.
Giuseppe Pennisi è
docente stabile di economia alla Scuola superiore della
pubblica amministrazione. Melomane, collabora in materia di
opera lirica al mensile “Musica”, al settimanale “Il
Domenicale”, al quotidiano “Milano Finanza” ed ai quotidiani
telematici www.operaclick.com,
www.ilvelino.it ,
www.l’occidentale.it
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GIORGIO GABER
Mi scusi presidente, ma
questo nostro stato,
che voi rappresentate mi sembra
un po’ sfasciato.
È anche troppo chiaro agli occhi
della gente che tutto è
calcolato e non funziona niente.
Sarà che gli italiani per lunga
tradizione son troppo
appassionati di ogni discussione.
Persino in parlamento c’è un’aria
incandescente
si scannano su tutto e poi non
cambia niente.
(Da “Io
non mi sento italiano ”,
2003)
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