COSTUME
SIGNORI SI DIVENTA, PAROLA MIA!
Molti disastri sono stati
compiuti in nome del galateo: persone
educate si sono inventate docenti di una materia che sembra
facile,
ma che è, invece, radicata nell’arte civile di sopportarsi a
vicenda
Elda Lanza*
Un
manipolo di sconsiderati, una sera di qualche tempo fa, ha
mandato in onda su una delle reti ammiraglie televisive, di
seconda serata, una trasmissione dal titolo: Signori si
nasce. Nel parterre della trasmissione c’era un
principe vero che ha sposato una bellissima modella nel
tempo diventata principessa; una showgirl in odore di
matrimonio principesco (andato in fumo); signore e signorine
di neoborghesia post-bellica, economica e professionale. Una
tavola apparecchiata secondo il galateo dei catering, in una
confusione di regole e sregolatezze; il servizio al tavolo
affannosamente disimpegnato da un “maestro”, speriamo
traduzione di maître, sul quale non tutti erano d’accordo.
Lo spettacolo era stato allestito per dare risalto alla
riedizione di un volumetto di galateo, per salotti radical
chic, scritto vent’anni fa da un giornalista.
(Avete notato quanto spazio e quante parole si sprecano in
televisione per i libri scritti da giornalisti? Hony soit
qui mal y pense).
Questa messinscena doveva affermare le regole della società
privilegiata contro la spudoratezza proletaria di un libro,
uscito in quei giorni e edito da Mondadori: Signori si
diventa. Scritto da me, quasi una sconosciuta sui banchi
delle librerie. Quando Mondadori, testo alla mano, mi ha
proposto questo titolo, che non voleva essere una
provocazione ma una semplice constatazione di cultura civile
e sociale, a nessuno di noi è balenato il dubbio di
considerarci rivoluzionari.
Nel libro non cito una delle direttrici dei due collegi più
esclusivi d’Europa che hanno contribuito alla mia crescita;
a loro devo molto e molto devo alla mia famiglia che mi ha
consentito di nascere e crescere “signora”. Ho citato
Norbert Elias.
Chi era Norbert Elias? Dall’edizione Il Mulino: “Tra i
maggiori sociologi del nostro secolo, scomparso nel 1990.
Tra i suoi libri, oltre “La civiltà delle buone maniere”,
primo volume dell’opera “Il processo di civilizzazione”,
anche una “Teoria dei simboli”. Chi ha studiato filosofia,
psico-sociologia, in anni precedenti, lo ricorda come
straordinario maestro di cultura e di impegno civile. Il
riferimento a Norbert Elias offre quindi al lettore
informato un’indicazione precisa dell’impostazione voluta:
un testo di buone maniere, scritto con leggerezza e ironia,
come lui insegnava, nel solco di un processo di
civilizzazione tutt’altro che risolto. Non un galateo da
salotto.
Giancarlo Livraghi, nel suo raffinatissimo sito (http://gandalf.it)
ha così commentato il mio libro:
“È un libro interessante perché insieme a un’interpretazione
attuale delle “buone regole” (che è sempre bene conoscere
anche se scegliamo di non rispettarle) contiene commenti
vivaci, spesso divertenti, su altri aspetti del
comportamento cortese e civile – e sulle cose, magari “di
moda” o apparentemente appropriate, che civili e gradevoli
non sono. La struttura del libro è insolita e curiosa. Non
c’è un indice analitico, perché tutto il testo è
ordinato in ordine alfabetico per argomento, da abito a
Watsu. Come per sottolineare il fatto che è anche (se non
soprattutto) un libro di consultazione. Anche se per lo
stile scorrevole e spiritoso, può essere piacevolmente letto
dalla prima alla duecentoventiduesima pagina.
Ci sono osservazioni, attinenti al tema, che vanno oltre la
semplice nozione di “buone maniere”. Per esempio queste,
sull’avere attenzione agli altri:
Chi sono gli altri? Quelli che hanno un colore di pelle
diverso dal nostro. Che non parlano la nostra lingua. Che
praticano una religione diversa. Quelli che tengono a una
squadra sportiva che non è la nostra. Che abitano in città,
in luoghi lontani dai nostri. Quelli…
Non solo, anche il padre e la madre sono “altri”, persone
diverse da noi. I fratelli, i compagni di scuola, gli amici,
i compagni di lavoro, i superiori e gli inferiori. Quelli
che incontriamo in metropolitana o in una coda a uno
sportello. Quelli che sono in auto in fila indiana davanti o
dietro di noi.
Questi e altri ancora sono i “diversi” da noi. Quelli verso
i quali dobbiamo avere attenzione. Rispetto. Tolleranza.
Il futuro si misura anche dalla capacità di ciascuno di
essere tollerante.
Fra le tante voci divertenti c’è quella dedicata ai baci che
comincia così:
I baci più noiosi e inopportuni sono quelli (ottanta, li ho
contati) che si scambiano durante uno spettacolo televisivo
presentatori e ospiti. Poiché non nascono da pensieri
affettuosi e positivi, tradiscono l’imbarazzo di essere
credibili.
E conclude con questa osservazione:
Non c’è un’età in cui è lecito il primo bacio: è una
curiosità non un peccato. Quindi, sul primo bacio, è inutile
mentire. Non è necessario contarli né elencarli con nomi e
situazioni, ma le donne evitino di giurare che quella è la
prima volta (gli uomini non ci credono mai); e gli uomini ci
risparmino la solita frase:”Non ho mai provato una
sensazione così profonda!”.
Un manuale intelligente sulle buone maniere del vivere
civile deve anche saper deridere e smontare le regole e le
convenzioni che non servono – o che peggiorano le cose. E
questo libro lo fa”.
Ho voluto citare questo commento perché lo considero una
testimonianza molto rassicurante: Livraghi è l’autore
geniale, tra gli altri, di un libro di successo su “Il
potere della stupidità”.
Monsignor Giovanni della Casa, il padre del primo galateo
con questo nome, sarebbe stupefatto di sapere che, dopo
cinquecento anni, si ragioni ancora del suo manuale,
attribuendogli regole che lui non ha mai scritto. Il suo
Galateo (composto tra il 1552 e il 1555, dato alle stampe
nel 1558, e dedicato a monsignor Galeazzo Florimonte), non
era un prontuario di semplici regole di comportamento, ma un
insieme di arguti suggerimenti a un giovanetto sulle manovre
da seguire per fare carriera nella vita sociale. Una
testimonianza ironica acuta e sorprendente della vita di
corte cinquecentesca, in equilibrio tra la consolazione dei
piaceri e il timore della morte. Una saggezza essenzialmente
pratica al servizio dell’uomo destinato al successo.
Temo che in nome del galateo siano stati compiuti molti
misfatti, perché la materia sembra facile, a portata di mano
di chiunque sappia mangiare il pollo con le posate. Nei
fatti le regole di convivenza che conosciamo hanno radici
profonde nella cultura e nell’arte civile di convivere,
risultato di un lento e spesso rivoluzionario processo
culturale. Regole che hanno subito l’evoluzione della
società, della politica, dell’economia, della tecnologia,
dell’alimentazione, del salotto: guardando al futuro.
Oggi a ciascuno è offerta l’opportunità di scegliere
liberamente la società nella quale vivere, lavorare,
esistere. Perché dovremmo immaginare scandaloso che un uomo
qualsiasi, nato dovunque e dovunque cresciuto, raggiunto un
certo livello sociale per propri meriti, o per abilità e
fortuna, non sia in grado di imparare a mangiare il pollo
con le posate invece che con le mani?
Perché le regole si imparano. Se giustificate dal processo
culturale che le determina. Dalla propria necessità di
appartenenza. Dal proprio bisogno di comunicazione. Si
imparano se il traguardo è alto e l’impegno è forte. Si
imparano se si capisce che al vero signore si chiedono
scelte soprattutto civili.
Il galateo è un principio di relazione.
In una società non più codificata, dove ognuno se la faceva
con i propri simili per non pagare le spese, oggi si può
scegliere dove stare e con chi. Chi ricorda la strofetta:
al
contadino non far sapere come è buono il cacio con le pere,
che sembra una tiritera da buongustai? Era invece una regola
sociale nel medioevo: i contadini servi, vivendo in una
fascia socialmente distaccata e senza possibilità di
comunicazione, non dovevano sapere quanto fossero graditi
quei prodotti ai loro padroni per non essere tentati di
imbrogliarli. Una tiritera che era regola economica e
sociale, a dimostrazione del fatto che ogni sfera sociale se
la faceva strettamente con i propri simili e non usciva dal
guscio per non rimetterci.
Nell’Inferno di Dante – Canto Decimo – Farinata degli Uberti
chiede sdegnosamente all’inaspettato e sconosciuto
visitatore: “Chi fur li maggior tui?...” . Cioè: di chi sei
figlio, sei mio pari? La cosa è chiara: una volta si viveva
e si moriva nella stessa fascia sociale in cui si era nati,
e ognuno era figlio di… uscirne era uno scandalo che a volte
poteva costare la vita. Oggi a ciascuno è lasciata libertà
di scegliere con chi confrontarsi imparando le regole delle
proprie scelte. Ad alcuni è persino consentito scegliersi i
genitori.
Il galateo è un fatto di cultura.
Non ci sarebbero dubbi o incertezze sul posto del tovagliolo
o sul servizio a tavola, se invece di imparare le regole su
testi incerti o in famiglia, si consultasse
la storia dell’evoluzione dei costumi, considerare in
qualche modo come il principio di questo percorso.
Seguire per esempio nella storia le evoluzioni del
tovagliolo attraverso i secoli gli usi e gli abusi del bon
vivre, da copri piatto per segnare il posto vuoto (ancora in
uso al tempo del Goldoni: il piatto da tovaggiol1, che noi
oggi definiamo “coperto”); sistemato sulla spalla destra per
usarlo facilmente con la mano sinistra; straordinariamente
pieghettato da artisti che trasformavano il tovagliolo in
simbolo di ricchezza per la tavola, da porre quindi oltre il
piatto per ammirarne l’abilità e la bellezza, e non per
usarlo; simmetrico oggi rispetto all’apparecchiatura che
mette al centro il piatto con coltello cucchiaio e bicchieri
a destra, forchetta tovagliolo e piattino del pane a
sinistra. Il tovagliolo, preferibilmente piegato a libro con
l’apertura verso l’esterno per essere aperto agevolmente con
la mano destra e steso sulle ginocchia, ha un solo posto a
tavola, a sinistra del piatto, oltre la forchetta e mai
sotto o sopra le posate. Tenendo conto che alla tavola si
richiede di essere simmetrica, ordinata e mai in nessun caso
scomposta, dall’inizio del pranzo alla fine: togliere il
tovagliolo da sotto le posate provoca disordine e
disarmonia.
Altrettanti percorsi potrebbero essere rivisitati a
proposito del centrotavola, dal surtout ai fiori con candele
delle tavole di rappresentanza. A proposito del servizio,
dal trinciante al servitore, dal servizio alla francese al
servizio alla russa, magari passando per le scuole e le
accademie, in Italia e all’estero. Perché la modernità non
può essere senza valori etici e senza passato.
Il galateo è una forma evoluta di comunicazione.
Nei corsi di programmazione neurolinguistica si studia anche
la comunicazione non verbale, quel tipo di comunicazione che
si esprime attraverso gesti, espressioni, mediazioni.
Il galateo consente di comunicare tra simili attraverso
gesti, espressioni e mediazioni secondo un codice che regola
i comportamenti. In una tavola o in un salotto o in altra
situazione pubblica o privata gli individui comunicano e si
riconoscono attraverso l’applicazione di quei codici, e poco
importa se li hanno appresi con il latte materno o
impegnandosi da adulti allo scopo di farsi riconoscere: il
risultato è identico, se l’applicazione delle regole è
corretta.
Il galateo è un traguardo sociale.
La società dalla fine dell’ultima guerra mondiale ha dato
un’interpretazione diversa alla convivenza, ai ruoli singoli
e collettivi, alle abitudini e alle funzioni che compongono
ed esprimono il nostro modo di vivere attuale. Le norme di
comportamento che in nome della civilité si erano affermate
nelle classi superiori come fenomeno sociale e mondano – o
come forma di convivenza sociale – oggi rappresentano la
trasmissione di modelli a cui riferirsi, consentendo una
pianificazione delle aspirazioni e persino dei risultati. In
questa società ampliata, in cui non si conoscono e non si
misurano i confini che accolgono il diverso, è sempre più
forte la spinta verso l’alto, verso il sistema al quale si
tende a somigliare, a farne parte, anche soltanto per
imitazione. Oggi alla portata di tutti.
Il galateo è un processo collettivo di civiltà.
“La civiltà delle buone maniere” di Norbert Elias è uno
studio interessante sul concetto di buone maniere nella
storia: analizzate attraverso i comportamenti individuali e
collettivi che ciascuna epoca ha prodotto. Elias intende la
civiltà come necessità di essere sensibili verso la terra
che ci ospita, l’unica eredità di cui abbiamo certezza.
Connessa ai modi in cui attraverso i gesti quotidiani
l’individuo si mette in rapporto con gli altri. In questo
stato di grazia, che un tempo si definiva cortesia e oggi
civiltà, ha profonde radici la democrazia.
Il galateo non è una moda.
L’arte del convivio ha origine da tavole sontuosamente
imbandite con ospiti che si servono di cibi portati alla
bocca con le mani. Mille anni più tardi ci ritroviamo a
mangiare con le mani, in piedi, davanti a tavolini
disadorni, e poco puliti, di un self-service. Com’è successo
che siamo arrivati a considerare una qualità la moda di
mangiare con le mani?
Dalle tavole del medioevo, attraverso la ricercatezza
opulente del rinascimento, la lussuosa eleganza
settecentesca, il rigore dell’ottocento e le evoluzioni
tecnologiche del ventesimo secolo, nel terzo millennio un
mondo nuovo alla storia e ai ricordi ha inventato il
finger-food. Il cibo da mangiare con le mani, l’ultima idea
americana dello star bene insieme mangiando.
L’aforisma di Brillat-Savarin (pubblicato la prima volta nel
1825) “…si è quel che si mangia…” contiene una fastidiosa
verità. Non si può frequentare ogni giorno un bar o un
self-service, nutrendosi di costolette riscaldate al
microonde o di insalate miste, in mezzo alla rumorosa
presenza di altri avventori, semplicemente riferendosi alla
rapidità del servizio. Tale condotta è il riflesso di alcune
caratteristiche generali della società, ma
contemporaneamente è anche la misura di adattamento
dell’individuo a una soluzione scomoda e sgradevole.
È stato calcolato che alla fine del secolo scorso, due pasti
su tre sono stati comprati o consumati fuori casa. Le
aziende, le scuole, gli asili hanno mense a disposizione. I
bar si sono trasformati in fastfood. I ristoranti sono
considerati una risorsa economica, specie nelle ore dei
pasti pomeridiani. Il take-away è un modo di comperare cibo
pronto da consumare dove quando e come si vuole, anche
facendo altro.
Il cibo e la nostra scelta di come affrontare il problema ci
rivelano il cambiamento. Ma è il modo in cui ci adattiamo al
nuovo stile di vita che ci definisce come individui. È
quello che siamo.
Abbiamo accettato e seguito altri cambiamenti di rotta,
senza restarne contaminati. Anche nell’abbigliamento,
nell’arte, nella cultura: non soltanto per quello che
mangiamo e come. Lo stile di una persona si rivela nella sua
capacità, di fronte alle mode che cambiano, di conservare il
gusto del gusto. Il piacere della propria personalità, delle
proprie scelte.
Per ritornare alla tavola, il piacere dei cibi preparati con
semplicità e la cura della cucina casalinga. Della ricerca
dei sapori autentici, familiari. Della tavola che unisce la
famiglia e gli amici, per star bene insieme mangiando,
apparecchiata con ordine e armonia. Dei gesti che si
imparano da piccoli, ma che non è vietato cercare di
imparare anche da adulti, come se ognuno fosse maestro di se
stesso nel ruolo che si è scelto.
Possiamo certamente rinunciare ai pizzi e agli orpelli,
orgoglio delle nostre madri, teneramente assistite da
vecchie tate o da generazioni di servitù competente.
Possiamo certamente variare i menu e lo stile delle nostre
tavole, accogliere proposte moderne più pratiche e
confortevoli per i nostri ritmi. Ma possiamo scegliere di
considerare inaccettabile, per noi, che lo star bene insieme
mangiando consista nello star pigiati in un bar o in
qualsiasi luogo pubblico o privato, scegliendo da vassoi di
plastica cibi vagamente etnici, avvolti in fagotti di carta
o di pasta, da portare alla bocca con le mani tra una
gomitata e l’altra.
Non è una questione di mani. Le persone educate usano le
mani, a tavola, assai più di quanto sanno fare quelli che
usano troppo e a sproposito il coltello. Ci sono cibi che si
portano alla bocca senza l’uso delle posate, con un gesto di
naturale semplicità. Con l’eleganza e lo stile di chi ne ha
consuetudine e non s’imbarazza.
Il finger-food, come altri modelli di comportamento, non è
una nuova regola di galateo, né una qualità della vita: è
soltanto una moda.
“Le belle maniere rendono sopportabile la mancanza di
virtù”. Non ricordo chi l’abbia scritto, ma immagino che
fosse un uomo colto e insopportabile. Comunque divertente.
Di Umberto Eco, invece, è la famosa battuta: “Ci si può
liberare da una cattiva educazione”.
Ne sono convinta. Se l’educazione appartiene al mondo
evolutivo di crescita e di cultura dei bambini, affidata
quindi alla responsabilità della famiglia e degli educatori,
le buone maniere, il viver civile appartengono all’adulto,
che ne è il solo responsabile. Come se l’adulto fosse in
questo senso educatore di se stesso.
E l’unica risposta al quesito: “Signori si nasce o si
diventa?” – che imbarazza chiunque si accinga a parlare di
buone maniere – è che le regole sono indispensabili alla
convivenza civile in una società che ha obiettivi di
sopravvivenza. Quello che consideriamo galateo moderno è un
insieme di regole per questo mondo. Che conserva i propri
riti, le proprie ambizioni, la nostalgia di tradizioni
superate, per taluni l’orgoglio di appartenenza a un ceto
privilegiato, obiettivi e traguardi tecnologici economici e
sociali. Regole in parte scritte e tramandate, in parte
dettate da nuove esigenze. Ma è nella scelta di questi
comportamenti che si distingue il “vero signore”, al quale
oggi si concede di convivere apertamente con chiunque
voglia, ma non di gettare un sacchetto di plastica in mare.
Davvero siamo disposti a lasciare a quelli “nati signori”
tutta la responsabilità che il futuro pretende? Chiedo scusa
per la presunzione: ma dopo due ore e mezzo di trasmissione,
all’una di notte, ho deciso di non aver scritto un semplice
testo di buone maniere, ma un capolavoro. Di sopravvivenza
alla stupidità.
Perché signori si diventa: parola mia!
1) In: “Le massere”, atto I, Carlo
Goldoni, 1755.
*Dice di sé
Elda Lanza. Si considera
un’autentica dilettante: il suo investimento è la passione.
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