COSTUME

SLOW TRAVEL, OVVERO
IL LUSSO DI PERDER TEMPO


Sedersi su una panchina in faccia al mare o nel centro di una piazza,
di un parco e per una volta “stare”, mentre tutto il resto
passa avanti ai nostri occhi


 

Gaia De Pascale*

 


Minime sorprese quotidiane

“Anni di solitudine gli avevano insegnato che i giorni, nella memoria, tendono a uguagliarsi, ma che non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese”.

Così si legge in un racconto di Borges intitolato, non a caso, “L’attesa”. Il fatto che in queste pagine l’attesa che stringe il protagonista sia quella di una morte per mano assassina – tra un minuto, un giorno o anche mai – aggiunge pathos, ma non toglie verità a un’affermazione tanto scontata e apparentemente lineare quanto complessa da assumere come pratica di vita. Tornando al viaggio, solitamente una tale rete di minime sorprese comincia a delinearsi, se lo fa, nell’inesorabile countdown verso il ritorno a casa.

È proprio allora, quando non c’è più niente da fare perché il rientro è lì, sigillato sulla data di un biglietto aereo, e magari già convalidato dal check-in, che tutto improvvisamente appare nuovo, e straordinario, e unico. Anche i duty free dell’aeroporto possono allora trasformarsi in luoghi attraenti, e i sandwich avvolti nella plastica al bar delle partenze avere il sapore dolceamaro di una nostalgia a venire, che ancora non ha peso né forma, ma già si insinua sottopelle, piano piano, sintomo appena percepibile del rimorso per qualcosa che è stato consumato troppo in fretta.

La fretta, di nuovo. È ancora lei che ci impedisce di camminare controluce, sempre col sole alle spalle per non rischiare niente, nemmeno una fotografia bruciata. È lei che ci fa vedere il mondo come una superficie liscia e piana, mentre in realtà è tutto un susseguirsi di angoli e spigoli, svolte che costringono a un continuo scantonare, a farsi rapire dalla sorpresa del prossimo angolo di strada, o dal disordine che può nascere semplicemente da un’insegna che ha perduto una lettera, e con essa il suo senso, la sua confortante funzione di indicazione: di un posto, di un’ora, di un compito ben preciso da svolgere nel complicato assetto del labirinto-città.

Le cose che si conoscono (o che si crede di conoscere) troppo bene, si sa, non si vedono più.

Eppure Steve Cohen e Pauline Kenny, i fondatori della prima grande community per viaggiatori slow, hanno cominciato la loro avventura di pionieri dello slow travel proprio con l’intento di raccogliere informazioni su un diverso modo di soggiornare all’estero o nel proprio Paese.

Un modo molto più “domestico” e “casalingo”, in cui la prima regola è evitare gli alberghi e prediligere l’affitto di case o appartamenti. In questa maniera non solo non si scappa dalla familiarità con luoghi e persone, ma al contrario un simile senso di appartenenza viene ricercato come un valore aggiunto in grado direndere il viaggiatore realmente parte integrante di una realtà.

Un simile atteggiamento è anche un importante scudo contro il pregiudizio. Perché quando si è fuori di casa, e tutto dovrebbe dischiudersi con la forza dirompente dell’inaspettato, il timore più o meno inconscio di rimanere spiazzati dall’imprevisto porta a catalogare e a classificare, e insomma a fissare ogni minimo evento o incontro in una catena di tipi e stereotipi che banalizza il reale, e banalizzandolo lo livella e lo schiaccia su una sola dimensione, che è poi la dimensione della noia e della monotonia del vivere.

Nel breve tempo, questi meccanismi di difesa scattano ancora più prepotentemente, perché non c’è nulla capace di destabilizzare l’individuo quanto la parola che non viene compresa, o il gesto che rimane puro movimento del corpo, senza la possibilità di essere interpretato secondo una logica – che è poi quella occidentale – che si pretende essere universale, valida ovunque e con chiunque.

Così, neanche a dirlo, i francesi sono snob, gli africani ballano bene, in montagna si respira aria pura, il mare d’agosto è da evitare, prima di partire è sempre bene controllare olio e gomme, e noi ci tuffiamo nell’altrove con pinne e salvagente, perché non si sa mai, salvo poi lamentarci del fatto che costretti a galleggiare il fondo non si vede, e la superficie sembra avere davvero da tutte le parti la stessa tonalità di blu.

Come uno stereogramma, il viaggio può portare un ammasso ipnotico e confuso di puntini di cui non si coglie il senso, o meravigliose figure tridimensionali che ci si spalancano dinanzi all’improvviso, con tutta la potenza epifania di una rivelazione. E non conta poi molto se siamo dall’altra parte del pianeta o sotto casa, se stiamo bighellonando con l’aria un po’ flaneur e un po’ fannullona in un quartiere periferico della nostra città o se ci siamo spinti nell’altro emisfero a vedere cosa si prova a poggiare i piedi sul tropico del Capricorno.

Ha ragione Franck Michel a definire l’altrove “il settimo senso”1 identificandolo con una capacità ricettiva dell’individuo, un’attitudine e una predisposizione alle cose piuttosto che un affastellarsi disordinato di mete e visite a questo o quel monumento, questo o quel panorama mozzafiato.

Il fatto è che gli stereogrammi non si vedono, se si è troppo distratti o troppo rapidi o troppo presi dal desiderio di annunciare a un determinato pubblico che finalmente qualcosa ha preso forma, lì in mezzo, tra linee e colori che danno le vertigini e un vago senso di nausea finché non si fanno veliero, fiore, lampada a olio.

Il fatto è che per visualizzare la seconda e la terza dimensione, bisogna forzare gli occhi, e magari farli lacrimare, come quando appoggiamo un foglio di carta apparentemente bianco e vuoto a una lampadina, e all’improvviso compaiono tracce di altre scritture e di altri supporti che ci precipitano verso storie di cui ignoravamo l’esistenza.

Il viaggiatore è forse, in fondo, solo il custode di una scrittura crittografata: tutto un decifrare parole offuscate, o rese troppo nitide da quegli schermi che ci dividono dalla realtà – occhiali e lenti scure come filtro che, più ci ripara dalla luminosità del mondo, più ci allontana irrimediabilmente da esso.

Il protagonista del racconto di Borges si era accorto che “il sapore della bevanda, il gusto del tabacco, la crescente linea d’ombra che guadagnava il cortile, [erano] stimoli sufficienti”. Senza uscire dal chiuso della sua stanza, Alessandro Villari aveva imparato a partire.


Il lusso di perdere tempo

Sorseggiare una tazza di caffè, appoggiati al bancone di un bar; pranzare in un ristorante o seduti ai tavolini all’aperto di qualche locale di una qualsiasi città: quante volte è capitato a ciascuno di noi, magari anche tutti i giorni. Ma quante volte, fuori per lavoro o per studio, trascinati dal frenetico ritmo dei nostri impegni, o semplicemente abituati a correre una corsa non sempre così necessaria, abbiamo rinunciato alla scelta, quella vera, in favore di un abitudinario modo di essere, in favore di una pigra casualità pronta a sommergere qualunque altro desiderio.

Scegliersi il locale, inseguirne l’atmosfera e i richiami, i tempi e i mondi che rievoca, le culture, le tradizioni. Respirarne l’odore, impregnarsi del suo passato, lasciarsi andare all’incanto suscitato dal luogo, dalla sua architettura e dal suo arredo. O semplicemente sedersi su una panchina in faccia al mare, o nel centro di una piazza, di un parco, di una stazione che miscela partenze e arrivi nelle voci meccaniche degli annunci del solito ritardo, e per una volta “stare” mentre tutto il resto passa, avanti ai nostri occhi, risucchiato da logiche da osservare col sereno distacco di chi si riprende il diritto di non aver niente da “ fare”, solo sedersi in mezzo al viavai confuso del XXI secolo.

Tutto questo viene, sempre più frequentemente, considerato un lusso. E lo è, intendiamoci. Ma non il lusso così come lo interpreta il senso comune, non la banale possibilità di spendere denaro in cose inutili riservata a pochi. Spesso, se non sempre, non è infatti una questione di prezzi. È una questione di tempo. E basta infatti sfogliare appena il vocabolario per rendersi conto che “lusso” non è solo lo “sfoggio di ricchezza”, ma anche, più in generale, “prendersi il piacere, la libertà, permettersi di fare qualcosa”. Verrebbe da dire: prendersi il tempo, il proprio tempo. O, per usare un’espressione che ci è particolarmente cara, prendersi il gusto di.

Gusto del cibo, ovviamente, e quindi di uno dei mezzi più piacevoli e indicati per entrare in contatto con l’alterità di un luogo mai visitato prima. Ma anche, più in generale, gusto di vivere, di capire, di comunicare: di assaporare il reale con avidità e pazienza, standone appena un po’ fuori, in quel punto in cui è possibile guardare le cose nella loro interezza, senza esserne veramente esclusi, senza esserne pienamente parte.

Se, infatti, anche nel quotidiano è auspicabile mettersi talvolta in “stand by” e recuperare le capacità dell’osservatore, di colui che si separa dal fluire delle cose quel tanto che basta per riuscire a vederne l’insieme, nelle condizioni di “eccezionalità” che scaturiscono dal trovarsi fuori dalle proprie abitudini questa sorta di “alienazione” dovrebbe essere quasi un imperativo: perché al di là dei nostri limiti si aprono le porte della socializzazione, si spalancano gli usci dell’identità. Attraversare queste soglie, allora, più che di un lusso assume l’aspetto di un diritto – il diritto proprio alla “presa”, al possesso di qualcosa di così piccolo, e impalpabile, da non potersi più smarrire, da tenersi dentro ben oltre gli arrivi e i ritorni, o i ciclici incipit di un bisogno di andare checontinua, nonostante tutto, ad appartenerci ancora. E questo qualcosa è il momento in cui abbiamo strappato i veli dell’impermeabilità, in favore di un desiderio di scavare, pazientemente, dentro quelle ore che ticchettano libere nei quadranti dei nostri orologi, e che lasciamo girare e girare insieme a tutto il resto mentre ce ne stiamo lì, con una bibita e un giornale, cullati dal piacere di un lusso conquistato, di un nuovo diritto acquisito.

“Entrare”: ecco il vero movimento del viandante, il verbo a cui aggrapparsi e con il quale sostituire definitivamente il ripetitivo comandamento del “fare”; entrare in quegli interstizi in cui, raggiunta la giusta dose di distacco e straniamento, si possono ancora spalancare le possibilità di un esotico fuori controllo – non in quanto spaventoso o angosciante o perdutamente lontano, ma semplicemente in quanto imprevedibile, non preventivato.

Questo, in definitiva, è lo scambio: non un appuntamento prefissato, ma qualcosa che semplicemente accade, mentre abbandonati alla quiete ci regaliamo, per una volta, la possibilità di osservare gli altri mimetizzandoci nell’andirivieni di un quotidiano dal quale vorremmo ridurre le distanze, facendoci invisibili, passeggeri in incognito che si insinuano nei varchi lasciati liberi dal tempo istituzionalizzato.

Questo è l’incontro, e continuare a promuoverlo è contemporaneamente un lusso, un diritto e un dovere. È prendersi il piacere di giocare a dilatare le ore anziché subirne gli ordini, nell’attesa che qualcuno arrivi, e si presenti: il volto inimmaginabile dell’altro o, più probabilmente, il volto finalmente messo a nudo del sé.


Il momento giusto (diario di viaggio a Palenque)

Nel sito archeologico di Palenque la natura travolge qualunque cosa. Ha travolto il sito stesso, per molto, molto tempo, nascondendolo per quasi un millennio alla vista, proteggendolo, avvolgendolo in un tappeto di foresta tropicale. Il maestoso passato Maya, che si è costruito i suoi templi in cima ad alte piramidi, è stato trattenuto dal grembo fitto di alberi coperti di epifita, piante che crescono su altre piante, flora che si duplica e che si moltiplica, che si avvolge su se stessa senza posa.

La cosa impressionante, poi, è che anche ora che tutte queste pietre sono venute alla luce, non c’è comunque frattura. Tutto s’incastra perfettamente, sembra che anche gli edifici siano sorti a un certo punto così, qualche seme portato dal vento, e poi la crescita. Senso armonico del “pieno”, di contro al vuoto di altri celebri siti messicani, quali Monte Albàn o Mitla.

È qui, dentro questa vertigine di verde, che è situata la tomba di Pacal il Grande, attrattiva per turisti di tutte le nazionalità, e per antropologi e archeologi di ogni corrente e scuola di pensiero.
Tra tutti, mi sembrano particolarmente significativi gli appunti di James Clifford nel suo “Diario di viaggio a Palenque”. Lo studioso americano, portavoce di un modo ibrido di concepire l’antropologia, tra ricerca e letteratura, inserisce nel suo poderoso testo “Strade” questo particolarissimo “diario di bordo” contraddistinto dalla felicità della narrazione2.

Sono frammenti – frammenti temporali che tratteggiano l’arco di una giornata, dalle 7,15 alle 17,30 – quasi a voler subito dire, a scanso di equivoci, che a quel continuum di piante, visitatori, e infine storia che caratterizza il sito archeologico della città del Chiapas, non si può che contrapporre il procedere a tentoni, per segmenti, di una scrittura che si appoggia continuamente sui vuoti.

E così, tra riflessioni e affascinanti descrizioni della traboccante vitalità di un luogo in cui tra bambini che fanno colazione con banane e tortillas, indiani lacandoni che preparano le bancarelle di souvenir, immancabili turisti che ronzano facendosi inghiottire dalla foresta con le loro magliette colorate, quello che comunque riesce a emergere è la presenza chiassosa e impertinente delle numerosissime specie di uccelli.

Uccelli veri, e altri che sono un miraggio, un’allucinazione, il segno di domande che non possono non riecheggiare tra pietre che hanno visto trascorrere i millenni: “Breve allucinazione: le centinaia di foto all’ora (al minuto?) generate da queste pietre... come una moltitudine di uccelli si alzano in volo, si disperdono. Dove vanno?” Chi le raccoglierà? A quale racconto saranno destinate? E soprattutto, quale degli infiniti, possibili momenti, avranno immortalato?

James Clifford ne è ben conscio: un “viaggiatore indipendente” come lui, e che dunque come lui si muove per studio e ricerca, è percorso dalla sindrome del voler esserci in ogni momento, coprendo con la sua presenza tutta la traiettoria di una rovina, dalla sua scoperta alla sua turisticizzazione.

Ma non si può. Non è possibile abbracciare nella sua interezza una realtà storica fatta da un numero infinito di relazioni, incontri e scontri.

Il pieno di Palenque è un pieno di rocce e foglie verdi, di cieli che scompaiono e riappaiono tra i rami di un “quasi-troppo” che potrebbe farsi ossessione, come essere per un attimo pietra o pianta, o l’impronta della mano di quel bimbo che quasi duemila anni fa, aiutando forse suo padre nei lavori di scavo, ha voluto lasciare la sua firma. In un pieno così, l’isolamento (spaziale e temporale) non è semplicemente pensabile.

Tutto questo, Clifford lo sa benissimo, come sa benissimo che la scoperta delle rovine di Palenque è stata, ed è, una progressione continua di rivelazioni e nostalgie: disvelamento di un segreto a discapito di un attimo di silenzio, o di uno sguardo privilegiato sulla via Lattea.

Natura, cultura, e un luogo che diviene paradigmatico della nostalgia inevitabile del viaggiatore “raffinato”, quello che cerca la solitudine e nel suo snobistico scantonare dagli altri punta continuamente alla riproduzione di un mondo che non c’è, che forse non c’è mai stato. No, non esiste il momento perfetto per il viaggio, per quanto grande sia la sua portata culturale ed erudite le motivazioni di chi lo intraprende.

C’è solo un momento, il nostro momento. Quello di una nebbiolina che sale fitta dal terreno umido dopo un acquazzone, o di un improvviso silenzio che restituisce alla foresta la sua voce – o più verosimilmente quello fatto di “turisti, custodi, operai, camion dell’INAH, campesinos che trascinano roba intorno” e che fanno parte, come il più esclusivista dei viaggiatori, della mancanza di varchi lasciata da questo nostro presente eternamente in fieri.


1) Franck Michel, “Altrove, il settimo senso. Antropologia del viaggio”, Milano, MC, 2001.
2) J. Clifford, “Diario di viaggio a Palenque”, in “Strade”, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, pp. 272-291.




* Dice di sé
Gaia De Pascale. Nata a Genova nel 1975, è dottore di ricerca in Analisi e interpretazione dei testi italiani e romanzi. Collabora con varie case editrici in qualità di redattrice free lance e consulente. Studiosa di letteratura e di antropologia, oltre ad una serie di articoli su riviste, ha pubblicato nel 2001, per Bollati Boringhieri “Scrittori in viaggio. Narratori e poeti italiani del novecento in giro per il mondo”.



Pubblichiamo per gentile concessione dell’Editore, uno stralcio dal libro “Slow travel – Alla ricerca del lusso di perdere tempo”, di Gaia De Pascale (Ponte alle Grazie, 2008). Riproduzione riservata.





NICCOLÒ MACHIAVELLI



A uno principe, adunque, non è necessario avere in fatto tutte

le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle.

Anzi ardirò di dire questo, che, avendole et osservandole

sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile:

come parere pietoso, fedele, umano, intero, relligioso, et essere;

ma stare in modo edificato con l’animo, che, bisognando

non essere, tu possa e sappi mutare el contrario.

(Da “Il principe”, 1513)




 

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