SCIENZA
PILLOLE DELLA FELICITÀ, SEGRETI E BUGIE
Decenni di studi e di
evidenze cliniche dimostrano la grande,
risolutiva e insostituibile efficacia dei farmaci
antidepressivi
Domenico Mazzullo*
Con
straordinaria, puntuale, precisa e inquietante simultaneità,
da qualche settimana, è apparsa su tutta la stampa,
quotidiana e periodica, una campagna di critica e
denigrazione nei confronti degli psicofarmaci in generale e,
in modo particolare, nei confronti degli antidepressivi, con
speciale riferimento al Prozac, capostipite di una nuova
generazione di antidepressivi, divenuti di uso e consumo
diffuso in tutti i paesi dalla seconda metà degli anni ‘80:
gli SSRI, inibitori selettivi della ricaptazione della
serotonina, che hanno rappresentato, a partire da quegli
anni, una nuova frontiera, o meglio un nuovo fronte, nella
lotta che, in tutto il mondo, si combatte contro la
depressione, una malattia temibile ed estremamente diffusa,
vorrei dire sempre più diffusa, sia perché è meglio
conosciuta e quindi più riconosciuta e diagnosticata, sia
perché è, effettivamente ed ineludibilmente, in aumento,
interessando fasce sempre più ampie della popolazione, con
una straordinaria prevalenza in età, quelle adolescenziali e
giovanili, che prima, erroneamente, erano considerate
indenni da questa patologia.
I titoli degli articoli sono inquietanti e, più o meno, sono
tutti dello stesso tono scandalistico e perentorio: “il
Prozac e gli altri farmaci antidepressivi non servono a
nulla e la loro efficacia non andrebbe oltre un semplice
effetto placebo. Per guarire dalla depressione non c’è
bisogno di ricorrere a trattamenti chimici”.
Questa è la conclusione cui sarebbero giunti i ricercatori
di una università anglosassone, quella di Hull e, guarda
caso, proprio nel dipartimento di psicologia di questa,
ripresa e riprodotta su riviste scientifiche e che avrebbe
dato luogo alla campagna critica e denigratoria di cui
sopra.
Con tutto il rispetto per i ricercatori e per le conclusioni
delle loro ricerche, che in ogni caso non condivido
assolutamente, e che contrastano fortemente con decenni di
studi e di evidenze cliniche, dimostranti esattamente il
contrario, ossia la grande, risolutiva, insostituibile
efficacia dei farmaci antidepressivi nel trattamento della
depressione, credo che chi compie certe ricerche e giunge a
tali “rivoluzionarie” conclusioni, dovrebbe richiamarsi al
principio fondamentale di ogni medico, primum non nocere,
ossia in primo luogo non nuocere e, nel rispetto di una
elementare norma di deontologia medica, dovrebbe essere
cauto nel pubblicare e consegnare alla stampa affermazioni
di questo tipo.
Ritengo che chi ricerca in questo campo, dovrebbe esercitare
una elementare quanto semplice prudenza e autocritica,
valutando le conseguenze di tali affermazioni, che lungi
dall’essere confermate e condivise, possono creare nei
pazienti una legittima incertezza, un pericoloso sconcerto
ed una dannosa sfiducia nei confronti dei medici e nei
farmaci da questi utilizzati.
In questo caso, come purtroppo in altri, sempre più
frequenti e diffusi, mi sembra, piuttosto, che il desiderio
di fare notizia, di creare sconcerto e di rispondere forse
ad esigenze di protagonismo, o, ma non vorrei crederci, di
benefici economici, abbia il sopravvento e sia privilegiato,
sul fondamentale interesse per i pazienti, che andrebbero
invece tutelati e curati nel loro interesse fondamentale, la
salute.
Nel mio piccolo di psichiatra clinico, già da subito, ho
potuto toccare con mano, lo sconcerto provocato dalla
notizia pubblicata dai giornali, alla luce del subisso di
telefonate che ho ricevuto, dai pazienti in cura presso di
me con antidepressivi, allarmati e preoccupati, per quanto
hanno letto sulla stampa, a proposito della presunta
inefficacia ed inutilità degli antidepressivi.
Come psichiatra posso affermare, e credo che tutti i
colleghi possano concordare, che il destino dei pazienti
depressi è radicalmente, drammaticamente mutato in senso
positivo, da quando sono stati utilizzati i farmaci
antidepressivi. Moltissime vite sono state salvate e le
inaudite, insopportabili sofferenze provocate dalla
depressione sono state curate, abolite e soppresse da questi
farmaci antidepressivi di cui, oggi, si vorrebbe negare
l’efficacia. Credo che chi parla così, chi si avventura in
queste ardite, quanto fallaci osservazioni, non abbia mai
visto la vera depressione sconvolgere le vite di chi ne è
affetto, o peggio, non abbia mai provato su di sé, nemmeno
per pochi minuti, i morsi della depressione, non abbia mai
visto tornare il sorriso sui volti contratti dal dolore dei
propri pazienti, o non abbia mai vissuto l’esperienza di
essere liberato dall’angoscia attanagliante, grazie alla
efficacia dei farmaci antidepressivi, appunto.
I milioni di pazienti sofferenti in tutto il mondo, curati e
guariti dalla depressione per mezzo dei farmaci, possono
testimoniare, molto meglio di uno studio statistico
dell’istituto di psicologia della università di Hull,
l’efficacia dei farmaci antidepressivi. Il Prozac, uno degli
antidepressivi chiamati in causa, è divenuto famoso in tutto
il mondo come la “pillola della felicità”. Ho sempre,
violentemente, stigmatizzato questa denominazione e questa
assurda pubblicità per un antidepressivo, non certo l’unico
e non certo il primo, ma uno dei tanti. La felicità, a mio
parere, non esiste e non può certo essere conseguita
attraverso una pillola, ma se chiamiamo "felicità" il
guarire dalla depressione, allora il termine di "pillola
della felicità" spetta di diritto non solo al Prozac, ma a
tutti gli antidepressivi che ci sono e che ci saranno,
preziosi, indispensabili ausili, per guarire dalla
depressione, a dispetto di tutti i pareri contrari.
Si è voluto ridurre l’azione degli antidepressivi ad un
“effetto placebo”. Come psichiatra che cura la depressione
con gli antidepressivi, ma che è anch’egli sofferente di
depressione e si cura con gli stessi antidepressivi, posso
affermare con certezza la loro efficacia, la loro
affidabilità e la loro insostituibilità nella terapia di
questa dolorosissima patologia.
Se anche un solo paziente depresso, che potrebbe giovarsi di
questi farmaci, dovesse essere distolto dall’utilizzare
questa terapia, suggestionato dalle conclusioni di tali
ricerche, così proditoriamente ed imprudentemente
pubblicate, gli autori di queste dovranno sentirsi
direttamente responsabili.
Ma come è mai possibile, si chiederanno naturalmente i
lettori, che in un campo che dovrebbe essere scientifico e
quindi detentore di una verità universalmente riconosciuta,
quale appunto è quello della medicina, i pareri e le
convinzioni possano essere così dissimili da far pensare che
ci si muova nell’ambito della fede piuttosto che in quello
della scienza?
Prima di tutto dobbiamo considerare che la medicina è sì una
disciplina scientifica, ma di una scienza applicata e quando
la scienza lascia l’ambito della teoria e scende nella
pratica, allora le stesse verità non sono più assolute, ma
divengono opinabili e discutibili, soggette ad umane
interpretazioni. Nell’ambito poi della medicina che ha
raggiunto traguardi di grande scientificità, la psichiatria
è la branca, se così si può dire, meno scientifica di tutte,
avendo come campo di ricerca e di applicazione la psiche,
che ancora, da parte di molti, si fa fatica ad accettare,
sia il prodotto, l’espressione della nostra attività
cerebrale.
Ancora facciamo fatica a rinunciare al dualismo cartesiano,
alla suddivisione da Cartesio introdotta in res cogitans e
res extensa, psiche e corpo, quasi fossero due entità nette
e distinte, due esistenze separate e contenute l’una
nell’altra, con una psiche, assimilabile per analogia,
all’anima dei credenti, racchiusa in un corpo mortale.
Anche noi psichiatri, paradossalmente, siamo corresponsabili
di questo equivoco, significando, il termine “psichiatra”
etimologicamente “medico della psiche” e continuando ad
adoperare impropriamente, per esempio, il termine equivoco
di “malattie psicosomatiche”, ossia malattie di origine
psichica, ma che si evidenziano e si esprimono, a livello
corporeo. È evidente, quindi, che in un campo della
medicina, così poco ancora definito e così “fluido”, ahimè,
ricco del proliferare di teorie spesso tutt’altro che
scientifiche, vi sia largo spazio per interpretazioni e
letture diverse, della stessa realtà psichica, che, proprio
per la sua stessa natura e complessità, sfugge e si rifiuta
di essere racchiusa e conchiusa in una definizione, o
unadiagnosi univoca.
Proprio il problema della diagnosi, fondamento di ogni
pratica medica, è il punto più dolente e più controverso
della psichiatria, non potendo essa contare, a differenza
delle altre specialità mediche, su esami strumentali, o di
laboratorio che indirizzino, corroborino, sostengano o
smentiscano, diagnosi che invece devono svolgersi ed
esaurirsi solamente sul piano clinico, su ciò che il medico
osservatore vede, o gli è espresso, denunciato e raccontato
dallo stesso paziente, con tutta quindi la soggettività di
chi osserva e deve decidere solo ed esclusivamente in base a
questo.
Va da sé, quindi, che ancora più complesso e aleatorio si fa
il quadro, quando si tratta di fare ricerca statistica, ad
esempio, sui miglioramenti prodotti da un farmaco utilizzato
in un certo numero di pazienti campione, dovendo tradurre,
semplifico al massimo, in numeri esatti, concetti poco
quantificabili quali quelli di un miglioramento clinico
nella sintomatologia della depressione.
Come posso quantificare in termini numerici, il
miglioramento soggettivo che un paziente depresso prova con
l’uso di un farmaco? Come posso confrontare questo
miglioramento con quello di altri pazienti analoghi, che
assumono lo stesso farmaco, per ottenere una comparazione
statistica? Questo solo per citare alcuni degli innumerevoli
problemi che tale metodica comporta. Non deve stupirci
quindi il fatto, per noi psichiatri ben noto, purtroppo, che
molteplici ricerche, sullo stesso tema, possano portare a
risultati diametralmente opposti, illudendoci infantilmente,
con queste valutazioni statistiche, di possedere delle
certezze scientifiche, che invece certezze proprio non sono
e meno che meno scientifiche.
E questo è ancor più serio e più grave, in un tempo in cui
la cultura medica e quella psichiatrica in particolare, si
stanno spostando sempre di più verso una dimensione ed una
valutazione statistica delle patologie, rinunciando,
purtroppo, ad un ragionamento clinico, unica base e
sostegno, a mio parere, di ogni sapere medico. Non mi
stupisce per nulla, quindi, che una ricerca statistica
sull’efficacia dei farmaci antidepressivi, confrontati con
un placebo, può aver dato risultati diametralmente opposti a
quelli di tante altre ricerche analoghe, ma soprattutto con
quella che è un’irrinunciabile e non trascurabile esperienza
clinica d’ogni medico e dei pazienti, tantissimi, che hanno
usufruito e si sono giovati di questi farmaci
antidepressivi.
E proprio questa ultima considerazione si oppone alla
critica che da tante parti viene sollevata, sulla
inattendibilità di queste ricerche, in quanto sponsorizzate
dalle case farmaceutiche tese, per evidenti cause
economiche, a propagandare gli effetti positivi dei farmaci.
Se questo è plausibilmente vero, infatti, è pur vero che
qualsiasi farmaco, prima di essere autorizzato e introdotto
in commercio, è sottoposto ad un numero enorme di neutrali
valutazioni sulla sua efficacia, tollerabilità, innocuità,
affidabilità e possibili, o probabili, effetti collaterali;
inoltre, non dimentichiamo che il riscontro clinico che ogni
medico personalmente attua sui farmaci da lui utilizzati,
difficilmente può essere influenzato dalla propaganda
farmaceutica. E bisogna anche dar atto alle case
farmaceutiche che la costosa e impegnativa ricerca da esse
condotte sui farmaci, ha permesso a noi medici di poter
godere di sempre nuovi e più efficaci farmaci, per
contrastare e combattere le malattie.
Non comprendo poi perché la stessa critica non sia rivolta
alle case farmaceutiche che producono e mettono in vendita,
non certo con prezzi inferiori, i cosiddetti “farmaci
omeopatici” o “fitofarmaci” o “prodotti di erboristeria”,
rimedi tutti appartenenti alla sempre cosiddetta, “medicina
alternativa”, così di moda in questi tempi e di cui non è
stata dimostrata scientificamente ancora nessuna validità ed
efficacia, con buona pace dei loro entusiasti sostenitori.
Ma un’altra considerazione è forse ancora più importante a
questo proposito: da questa ricerca si evincerebbe che
sarebbero le depressioni gravi quelle maggiormente sensibili
alla efficacia degli antidepressivi, mentre quelle lievi
sarebbero invece meno sensibili alla efficacia degli stessi,
paragonabile a quella di un placebo. Sorge, a questo punto,
il problema della diagnosi e nello specifico della diagnosi
di depressione, appunto, che se è difficilmente equivocabile
per le forme più gravi della patologia, risulta invece,
paradossalmente, ma non inspiegabilmente, più complessa e
ambigua per le forme più lievi, non sempre facilmente
distinguibili, come “depressione” e quindi patologia, dalla
normale “tristezza”, che, seppur dolorosa e sofferta,
rientra nei sentimenti normali dell’essere umano.
Mentre, infatti, vi può essere un errore per difetto, nel
sottostimare l’incidenza della depressione, non
riconoscendola come fenomeno patologico, altrettanto vi può
essere una sovrastima di questa, considerando come forme
lievi di depressione e quindi da curarsi, quelle che sono
malinconie e tormenti dell’animo, che seppur gravemente
dolorosi, non costituiscono una patologia e non sono quindi
da curarsi. Non esiste purtroppo, come dicevo prima, un
limite netto e agevolmente riscontrabile, se non con grande
esperienza ed empatia nei confronti del paziente e si
rischia, cadendo in errore, di non curare, ritenendoli
fisiologicamente malinconici e tristi, pazienti che invece
sono depressi, ma anche di curare pazienti fisiologicamente
tristi, ma non depressi.
Ovviamente ritengo il primo errore molto più grave e
pericoloso del secondo, anche perché le persone
fisiologicamente tristi, ma non depresse, non risultano
sensibili ai farmaci antidepressivi e non migliorano con
questi, come invece avviene visibilmente ed indubbiamente
con i pazienti veramente affetti da depressione. Ecco quindi
spiegato, a mio parere, il risultato della ricerca in
discussione. Se tra i pazienti affetti da depressione
cosiddetta lieve, vi erano invece persone non depresse, ma
fisiologicamente tristi, queste, erroneamente diagnosticate
come depresse, risultavano, naturalmente,insensibili ai
farmaci.
Volendo lanciarmi in un paradosso, si potrebbe,
ipoteticamente, affermare che quando vi è un dubbio
diagnostico riguardo ad un paziente, nel quale sospettiamo
una depressione lieve, ma non riusciamo ad escludere una
fisiologica tristezza, la somministrazione di farmaci
antidepressivi, come criterio ex adiuvantibus, scioglierebbe
il dubbio. Il miglioramento del paziente a seguito della
somministrazione di farmaci deporrebbe per la depressione
patologica, la insensibilità ai farmaci e quindi il mancato
miglioramento, deporrebbe per una fisiologica tristezza. Per
fortuna, nella maggior parte dei casi, non è necessario
ricorrere a questi criteri, perché il colloquio sereno con
il paziente, l’osservazione, ma soprattutto l’empatia e
l’esperienza clinica, sono sufficienti a permetterci una
diagnosi con rassicurante certezza.
A questo proposito e non vuole essere assolutamente un
discorso Cicero pro domo sua, è perentoriamente
indispensabile che la diagnosi di depressione, con
conseguente prescrizione di farmaci, venga fatta solo ed
esclusivamente dallo specialista psichiatra, unico a
possedere la competenza necessaria per formulare questa
diagnosi, apparentemente semplice, ma in realtà difficile e
irta di trabocchetti e la competenza, nonché l’esperienza
clinica per prescrivere farmaci antidepressivi, certamente
efficaci, ma che non sono tutti equivalenti e sovrapponibili
tra loro, avendo ognuno di questi caratteristiche specifiche
che li rendono più o meno adatti per ogni singolo paziente.
Spero che i medici di base, una volta “generici”, non me ne
vogliano. A loro, in quanto primi interlocutori del
paziente, spetta il compito di sospettare una patologia
depressiva, inviando il paziente dallo specialista, ma non
di iniziare, o intraprendere autonomamente una terapia, che
potrebbe risultare errata, non appropriata e quindi
deludente nei risultati.
E con questo, consapevole di uscire leggermente dal tema e
di entrare a gamba tesa in una polemica che è sempre aperta,
ma nell’esclusivo interesse dei pazienti, ritengo e affermo
che, a mio parere, qualunque forma di terapia e quindi anche
non farmacologica, ossia nello specifico una psicoterapia
condotta da uno psicologo, debba essere subordinata e
successiva ad una precisa diagnosi e ad una indicazione
specifica compiuta da uno psichiatra. Si eviterebbero così
psicoterapie inutili, a volte dannose, ma soprattutto si
avrebbe la certezza di diagnosi precoci in pazienti che solo
successivamente si manifesteranno esplicitamente come
psicotici, dopo una lunga psicoterapia richiesta e praticata
per disturbi iniziali della malattia, erroneamente non
diagnosticati e scambiati come solamente nevrotici.
Di depressione si è parlato poco in passato. Si parla,
forse, troppo oggi e, forse, a sproposito. Con la
superficialità, l’approssimazione e spesso la genericità
di cui certi giornalisti sono capaci, in qualunque fatto di
cronaca di crimine, spesso sviluppatosi nell’ambito della
famiglia e caratterizzato dall’omicidio e, a volte anche dal
suicidio, viene invocata la depressione come patologia di
cui l’omicida era da tempo sofferente e per questo in cura
con psicofarmaci, lasciando quindi facilmente intendere o
sospettare essere la depressione responsabile dell’omicidio,
assieme ai farmaci adoperati per curarla.
Vorrei precisare che il paziente depresso casomai si uccide,
ma rarissimamente uccide gli altri e, per quanto riguarda
gli antidepressivi, erroneamente ritenuti, da alcuni, capaci
di indurre al suicidio, come equivocamente ed erroneamente
si trova scritto nel foglio illustrativo (bugiardino) di
alcuni di essi, è necessaria una volta per tutte una
spiegazione.
La depressione è una gran brutta malattia che spinge chi ne
soffre a desiderare la morte per essere liberato dalla
sofferenza che essa provoca. I pazienti depressi molto
gravi, quelli maggiormente a rischio di suicidio, spesso
sono talmente inibiti ed immobilizzati dalla stessa
depressione che pur desiderandolo, non sono materialmente in
grado di mettere in atto i propri propositi suicidi. Quando
si inizia una terapia farmacologica atta a guarirli, i primi
giorni di terapia sono quelli più pericolosi e questa è cosa
che noi psichiatri conosciamo molto bene, in quanto i primi
effetti della terapia sono rappresentati da una riduzione
dell’inibizione e del conseguente immobilismo del paziente,
che però continua e continuerà ancora per un poco ad essere
depresso e quindi con una intenzionalità suicida, fino a che
anche la depressione non sarà migliorata.
In questo lasso di tempo, seppur breve, il pericolo di
suicidio è, paradossalmente, aumentato, in quanto il
paziente meno inibito, ma, tuttavia, ancora depresso, è in
grado di attuare ciò che prima non era stato in grado di
fare. In questo breve intervallo, necessario perché i
farmaci riducano la depressione, il rischio di suicidio è
aumentato e la sorveglianza deve essere continua, fino a che
il miglioramento delle condizioni cliniche non scongiuri
definitivamente il pericolo. Tutto questo è quanto viene
espresso molto male nel bugiardino, quando si dice che
questi farmaci inducono al suicidio. Mi piace concludere
questo articolo con una frase di Philippe Pinel (1745-1826)
il grande psichiatra illuminista, fondatore della
psichiatria francese e direttore dal 1792 del manicomio di
Parigi:
“Occorre stare in guardia e non mischiare discussioni
metafisiche, o alcune disquisizioni degli ideologi, con la
scienza che consiste di fatti attentamente osservati”.
I pazienti, riconoscenti, ringraziano.
*Dice di sé
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente
illuminista. d.mazzullo@tiscali.it, www.studiomazzullo.com
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