SCIENZA

ANORESSIA, MALATTIA DI OGGI,
MALATTIA DI SEMPRE


Il problema non è solo di immagine o di inseguimento di falsi miti;
seguendo questa strada si rischiano grandi delusioni, inevitabili,
quando si accettano ipotesi suggestive, ma senza valore scientifico


 

Tiziana Stallone, Domenico Mazzullo*



Nadia pesava ventinove chili, quando l’abbiamo conosciuta. Sul comodino della clinica, presso la quale si era ricoverata, di sua volontà, c’erano il suo diario di scuola e un pacchetto di caramelle senza zucchero. “Vedete?” Ci ripeteva sfogliando le pagine del suo diario. “In questa foto pesavo quarantacinque chili, allora ne avevo persi solo quindici, non avevo ancora l’anoressia”. Più avanti, nel corso del nostro colloquio, Nadia ci mostrò dei fogli, protetti da una cartellina.

“Queste sono le mie abbuffate della scorsa estate, le facevo di notte, per passare il tempo. Di giorno, poi, dormivo”. E noi, scorrendo quella lunga lista di cibi ingurgitati in solitudine, ognuno trascritto in bella copia, con righello, pennarello colorato e con affianco le rispettive calorie, cercavamo di non far trapelare il nostro sgomento e la nostra sofferenza.

Nadia aveva perso due anni prima il padre, da allora era iniziata la sua ossessione per il cibo e le calorie. Sapeva in che percentuale carboidrati, grassi e proteine dovevano essere assunti nella giornata. Possedeva decine di testi specialistici di nutrizione.
Conosceva a memoria i valori nutrizionali riportati sulle etichette di centinaia di alimenti. Le abbuffate, ripetute e ripetitive, ossessive e studiate nei dettagli, erano per lei una droga e riempivano la sua vita; per concedersele, si sottoponeva a giorni e giorni di rigido digiuno.

Stella è una laureanda in economia e commercio, bionda, con pelle chiarissima, guance rosate e paffute che la fanno sembrare poco più che bambina. Infantile e tenera anche nel suo modo di porsi, di gesticolare e di arrossire alle nostre domande. È timida, introversa, insoddisfatta del proprio aspetto fisico. Tra le sue paure più angosciose, quella di annoiare, di non avere sufficienti argomenti di conversazione. Tra i suoi propositi, quello di migliorarsi nel fisico, in questo modo, almeno, anche se non le dovesse venire nulla da dire, la bellezza la proteggerà, rendendola più interessante, più sicura. Per questo Stella, che non arriva a quarantacinque chili per un metro e sessantacinque di altezza, si sottopone a diete restrittive rigidissime che, però, non riesce a sostenere. A tali diete seguono le abbuffate, le corse in bagno, l’eccitazione, l’estasi, e poi, profonda e cupa, la frustrazione di sentirsi, oltre che inadeguata, incapace e priva di volontà.

Quando oggi si parla di anoressia, termine sempre più frequente, di facile lettura nei quotidiani e di facile ascolto nei mezzi di comunicazione audiovisivi, e che ritorna spesso nei dialoghi tra genitori di adolescenti, la mente vola a immagini sconcertanti di giovani decedute per la magrezza estrema non più compatibile con la vita, di modelle che rincorrono una magrezza non più umana, per corrispondere sempre di più a canoni estetici non naturali e artificialmente indotti, frutto di una stupida, quanto pericolosa moda dei tempi; all’immagine, sconcertante, offensiva e di pessimo gusto, della modella francese Isabelle Caro, utilizzata dal fotografo Oliviero Toscani, per un basso e volgare scopo pubblicitario, ammantato dell’onorabilità di un servizio sociale, e si fanno commenti, si scrivono articoli, si organizzano dibattiti, si chiama in causa, si colpevolizza, ci si indigna verso gli attuali canoni estetici, e non solo, imposti da una società del cosiddetto benessere e consumistica, che detta e impone regole, a volte mortali.

Non che questo non sia vero, ma l’anoressia non è solo ed esclusivamente questo. Non è solo un problema della società attuale con le sue deviazioni e le sue irragionevoli incoerenze e ridurla a questo, ad un problema di immagine, di educazione, di inseguimento di falsi miti, imposti e accettati è, a nostro modesto parere, un grande equivoco, pericoloso, molto pericoloso, in quanto ci permette di illuderci, che solo imponendo nuovi modelli, solo proibendo i modelli precedenti, solo facendo scomparire e abolendo le taglie minime degli abiti, come, talora, si è fatto, il problema possa essere risolto e accantonato.

Non è così, purtroppo, e seguendo questa strada si rischia di andare incontro a grosse delusioni, inevitabili, quando si accettano, superficialmente, per buone, ipotesi suggestive ed in linea con lo spirito dei tempi, ma destituite di valore scientifico.

Allora riteniamo necessario e indispensabile, prima di tutto, fare chiarezza sull’argomento e sgombrare il campo da equivoci, incertezze e imprecisioni pericolose.

Anoressia: la parola deriva dal greco ed è composta di òrexis=appetito e il prefisso an privativo, quindi letteralmente mancanza di appetito e già qui nascono i primi errori ed equivoci, in quanto non sempre le pazienti ed i pazienti anoressici mancano di appetito, appunto.

È necessaria una distinzione fondamentale, senza la quale non è possibile procedere oltre: esistono, e bisogna distinguerle, due forme diverse di anoressia, rispettivamente, l’anoressia primaria e l’anoressia secondaria. Trattasi di una distinzione importante, indispensabile ed inalienabile, se non vogliamo incorrere nell’equivoco di facili ed erronee generalizzazioni, di pseudo-spiegazioni psicologicamente omnicomprensive, che nella intenzione di spiegare tutto, non spiegano niente, confondendo le idee di chi, invece, avrebbe bisogno di concetti chiari ed esaustivi, soprattutto per saper intervenire appropriatamente e tempestivamente.

L’anoressia primaria o primitiva, non conseguente, quindi, a nessun’altra patologia, è legata ad una struttura particolare di personalità, che si esplica e si esprime con molteplici caratteristiche e peculiarità, tra le quali il disturbo del comportamento alimentare. Essa si configura come la forma di anoressia più eclatante e visibile, nonché pericolosa e a volte, purtroppo, anche mortale. Forse un po’ di storia può risultare utile ad una maggiore comprensione.

La prima descrizione clinica della anoressia primaria, o anoressia nervosa, risale al 1689, quando il medico inglese Richard Morton pubblicò il primo resoconto di due pazienti, un maschio di 16 anni ed una femmina di 18, che rifiutavano di alimentarsi, pur in assenza di altre malattie organiche. Nel 1873, quasi contemporaneamente e all’insaputa l’uno dell’altro, il medico Charles Lasegue a Parigi e il medico William S. Gull a Londra, descrissero ed illustrarono la patologia come noi oggi la conosciamo, denominandola rispettivamente anoressia isterica il primo, e anoressia nervosa il secondo, riferendosi entrambi all’anoressia primaria.

Lo sviluppo di una psichiatria scientifica in Europa, soprattutto in Germania e in Francia, dette grande impulso alla conoscenza di questa patologia, approfondendosi l’investigazione e la descrizione degli aspetti psicopatologici di questa, soprattutto per opera di grandi psichiatri quali Emil Kraepelin, Bumke, E. Kretschmer in Germania e Jean-Martin Charcot, Gilles de la Tourette, Pierre Janet in Francia.

Una parentesi importante nella storia dell’anoressia nervosasi aprì nel 1914 e fino al 1930. Nell’anno dello scoppio della Prima guerra mondiale, infatti, il medico e fisiologo Simmonds ipotizzò che la sintomatologia, fosse da attribuirsi ad un’insufficienza pituitaria grave, spostando, così, il campo di indagine, dal piano prettamente psichico e psicopatologico a quello, ancora una volta, organico.

Questo periodo di “sonno” per la psicopatologia della anoressia nervosa, a favore dell’endocrinologia, durò approssimativamente fino al 1930, quando uno studio condotto da Berkman su 117 pazienti anoressiche, risvegliò finalmente e ancora una volta, l’interesse per la psicopatologia di questa affezione.

Gli ultimi, importanti contributi sono da attribuirsi all’opera di Hilde Bruch, Arthur H. Crisp e Gerald M. F. Russell, cui dobbiamo il nuovo impulso fornito allo studio della psicopatologia della anoressia nervosa che, come categoria diagnostica, è stata inserita fin dal 1968 nella seconda edizione dello statunitense Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali (DSM-II) e continua ad essere presente nelle edizioni successive, con i dovuti aggiornamenti, fino all’attuale edizione. Abbiamo omesso, consapevolmente e intenzionalmente, e ci assumiamo la responsabilità di questa omissione, il contributo della psicoanalisi, perché, a nostro modesto parere, è ascientifico e fuorviante, come d’altra parte in altri ambiti e capitoli della psichiatria.

Nella quarta edizione del Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM-IV), l’anoressia nervosa è definita come un disturbo in cui il paziente rifiuta di mantenere il peso corporeo al di sopra, o al livello del peso minimo normale per età e statura, ha un’intensa paura di aumentare di peso e dà eccessiva influenza alla forma del corpo e al peso corporeo, nella valutazione della propria autostima. L’anoressia nervosa è caratterizzata da un grave disturbo dell’immagine corporea, dalla ricerca della magrezza e dal rifiuto di ammettere la gravità della condizione legata al basso peso corporeo. Le donne in età fertile devono avere l’assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi. La prognosi è variabile: si passa dalla guarigione spontanea ad un estremo meno fortunato, caratterizzato da un decorso con riacutizzazioni e remissioni, fino al decesso.

Discorso molto complesso, e certamente non giunto a conclusione, è quello sulla eziologia, sulle cause della anoressia nervosa, per le quali sono state formulate ipotesi molteplici, che spaziano dallo psicologismo più radicale ed esasperato, all’assoluto organicismo, ma più probabilmente, nella patogenesi dell’anoressia nervosa sono implicati fattori psicologici, sociali e genetici. Si è, genericamente, ipotizzato che le giovani anoressiche vivano un conflitto relativo alla transizione tra adolescenza ed età adulta, altrimenti e più drammaticamente una sorta di terrore e di rifiuto di abbandonare un amorfo e rassicurante periodo prepuberale, per trasferirsi in una dimensione postpuberale, con tutto ciò che essa comporta, soprattutto in riferimento alla sessualità. In passato si è lavorato molto per cercare le cause dei disturbi alimentari all’interno delle famiglie, ma nessuna ricerca ha dimostrato differenze significative nel vivere e relazionarsi, in famiglie con un membro affetto da anoressia nervosa rispetto ad altre famiglie.

Caratteristiche fondamentali del paziente che soffrirà, soffre o ha sofferto di questa patologia sono, ben precise, delineate e si ripetono, con costanza, in ogni caso: personalità rigida e perfezionista, determinata, pretesa di alte prestazioni, tendenza ad autocolpevolizzarsi, se queste prestazioni non vengono raggiunte, senso del dovere estremo, pretesa di un rigido autocontrollo in ogni aspetto della propria esistenza, in modo particolare del proprio fisico e, conseguentemente, anche dell’alimentazione, atteggiamento fortemente sessuofobico, paura delle responsabilità che l’età adulta comporta, desiderio di controllo su tutto ciò che li circonda, umano e materiale, paura delle novità e degli imprevisti, consequenziale organizzazione rigida della propria vita, secondo schemi precostituiti ed immutabili, schiavizzazione dei propri familiari che vengono coartati e obbligati attraverso ricatti, soprattutto affettivi, rapporti con gli altri solo apparentemente profondi, ma in realtà superficiali, perché a nessuno viene concesso di penetrare a fondo e conoscere la propria intimità, spesso, ma non sempre, paura dello sporco, sia in senso fisico, sia soprattutto morale, con pratiche auto-punitive, se si commettono trasgressioni, ordine ossessivo, attenta cura del proprio abbigliamento mai trasandato, o trascurato, autoimposizione di una estenuante attività fisica quotidiana, egocentrismo e spesso atteggiamenti paradossalmente seduttivi, tesi a captare l’attenzione e la benevolenza degli altri, non propensione alla maternità. Risulta, quindi, un quadro di personalità molto complesso, che rimane invariato anche quando si guarisce dalla anoressia sensu stricto.

È opportuno precisare e ribadire che, erroneamente, l’anoressia nervosa primaria viene considerata un disturbo del comportamento alimentare, essendo quest’ultimo solo l’anello finale di una catena eziologica che prende origine da una precisa struttura di personalità del paziente anoressico. È importante rammentare, ancora una volta, che anoressia, letteralmente mancanza di appetito, è termine sicuramente inadatto per queste pazienti, che combattono continuamente per il controllo della sensazione di fame.

L’alimentazione del paziente anoressico è rigida, calcolata, programmata, con ideazione ossessiva riguardo al cibo e al computo delle calorie introdotte e consumate è, spesso, radicata la convinzione di alimenti “tabù”, che nasce dalla lettura di articoli raccolti da riviste di divulgazione, poi rielaborati, reinterpretati, distorti ed assunti come dictat. L’assunzione di alimenti ad alto valore proteico, quali carne, pesce, formaggi e legumi è spesso mantenuta, mentre gli alimenti ricchi di carboidrati, come pane, pasta e patate o di grassi, l’olio da condimento, sono banditi. Le abitudini alimentari di chi soffre di anoressia sono monotone, ripetitive. I pasti sono consumati in maniera “rituale”: nello stesso luogo, alla stessa ora, da soli o alla presenza di familiari e persone considerate “di fiducia”. Talvolta, alla vigilia del pasto, ci si prepara con cura, pettinandosi ed indossando gli abiti migliori.

Gli alimenti ingeriti sono spesso trascritti, annotati ossessivamente, assieme alle calorie. Per questo, il programma di educazione alimentare dell’anoressia nervosa è lungo e difficile, e dovrebbe essere volto a scardinare lentamente, per mezzo di argomentazioni logico-cliniche, le abitudini alimentari errate. Nel corso di questo lavoro, il nutrizionista non può prescindere dalla guida di uno psichiatra di riferimento, nonché dal calarsi nella logica di chi soffre di anoressia, percependone i timori legati al cambiamento delle abitudini alimentari. I piani di trattamento dietoterapici, dovrebbero essere assolutamente soggettivi, confidando nel concetto che sia opportuna ed utile non tanto una dieta formalmente perfetta, quanto piuttosto una dieta accettabile ed accettata. Nessuna dieta imposta, frettolosa e asetticamente costruita, quindi, ma al contrario elaborata e concordata assieme a chi soffre di anoressia.

Si “guarisce” dall’anoressia, ma non si “guarisce” dalla personalità anoressica, che rimane, comunque, tale anche quando le problematiche più direttamente legate alla alimentazione sono risolte e scongiurato il pericolo di vita.

Esiste, poi, un’anoressia secondaria, successiva e conseguente ad altre patologie, siano esse fisiche, o psichiche. Tra le prime possiamo ricordare l’anoressia conseguente a malattie infettive, neoplastiche, degenerative. Tra le seconde la responsabilità fondamentale spetta di diritto alla depressione, in tutte le sue forme, endogena, reattiva, endoreattiva, post-partum, senile ecc., ma è presente, anche se in forma minore, nella psicosi schizofrenica ed in alcune personalità psicopatiche. A tutte queste forme il termine letterale di anoressia = mancanza di appetito spetta di diritto ed è perfettamente appropriato, in quanto tutte sono caratterizzate da questa mancanza, più o meno grave e duratura di appetito.

Con motu proprio ed una scelta del tutto personale, che può essere senza dubbio criticabile e non condivisa, possiamo ascrivere a questa forma di anoressia secondaria, anche tutti gli episodi, sempre, purtroppo più frequenti oggi, di comportamenti alimentari alterati e patologici, tesi e miranti alla ricerca di una magrezza, o meglio detto, di una forma corporea, che corrisponda ai canoni estetici del tempo e che permetta di uniformarci e appiattirci su questi, trovando in questa uniformità, un motivo di rassicurazione, di identificazione personale, di gratificazione estetica, di incorporazione in un gruppo.

Va da sé che questo atteggiamento è particolarmente suggestivo e pericoloso, proprio nelle età adolescenziali e giovanili, quando è più forte e più cogente la necessità di appartenere ad un gruppo, di trovare in questa appartenenza la nostra identità e rassicurazione esistenziale, la certezza di apprezzamento da parte degli altri, verificandosi, così, il paradosso secondo cui la nostra specifica identità non risulti da un’individualità cercata, vissuta e sofferta, ma dalla appartenenza ad una comunità, nella quale veniamo accettati ed entriamo a far parte.

E se i modelli estetici della società sono quelli di una magrezza innaturale ed estrema, ricercata, pubblicizzata, esposta, modello di riferimento ed obbiettivo da raggiungere, ecco spiegata come diretta conseguenza, la ricerca strenua, affannosa, autolesiva, di ottenere e verificare in noi quei canoni di bellezza imposti da un’idiota e pericolosa moda e costume.

Ecco, anche, spiegato il fenomeno, purtroppo sempre più diffuso, di adolescenti e giovani donne, soprattutto, ma si stanno facendo strada anche gli uomini, che per aderire a questi modelli iniziano ad imporsi restrizioni alimentari assurde, incongrue e pericolosissime in un’età di sviluppo, spesso autogestite, autoprescritte, desunte e tratte dai soliti periodici e giornali, specifici e non, che pur di vendere non si pongono minimamente il problema dei danni potenziali e reali che possono provocare, in persone spesso immature, insicure e fortemente influenzabili.

Per non parlare poi di quei medici, sedicenti dietologi, che prescrivono regimi alimentari assurdi e irrazionali, associando a questi, anche in persone normopeso o in lieve sovrappeso, farmaci, spesso sotto forma di preparazioni galeniche, contenenti miscugli assurdi di sostanze diuretiche, antidepressivi quali la fluoxetina e anoressizzanti, associandoli naturalmente a benzodiazepine per contrastare gli effetti eccitanti di queste ultime. Consideriamo questapratica pericolosissima e criminale sia per l’uso di sostanze anoressizzanti, sia per l’utilizzo assolutamente improprio ed inadeguato di psicofarmaci, che andrebbe riservato solo allo psichiatra, unico competente per una diagnosi ed una conseguente terapia psicofarmacologica.

In questa terza ed ultima forma di anoressia secondaria, il termine letterario di anoressia, nel senso etimologico di mancanza di appetito, è improprio e fuorviante in quanto, ben lungi dal mancare di appetito, queste giovani persone, sono vittime di una fame atroce e giustificata dalla assurda privazione di apporto alimentare autoimposta, o, ancor peggio, prescritta da qualcuno, con assoluta e pericolosissima incompetenza. Ma la fame sofferta è meno potente, come forza cogente, del desiderio di raggiungere gli obbiettivi prefissati. Spesso in queste giovani persone i periodi di digiuno forzato sono interrotti da crisi improvvise ed imprevedibili di bulimia, veri e propri raptus alimentari, con consumo incontrollato, compulsivo ed estremo di grandi quantità di cibo ed inevitabili, successivi sensi di colpa e di autoriprovazione che culminano, a volte, con vomito autoprovocato, uso di lassativi, diuretici, enteroclismi.

Per questa forma secondaria di anoressia è valida, utile, doverosa e indispensabile un’intensa attività, singola e collettiva, di educazione e di rieducazione, diciamo culturale e sociale, tesa a sconfiggere, a reprimere, ad impedire modelli estetici stupidi, innaturali e pericolosissimi per menti ancora in evoluzione, o comunque fragili e fortemente influenzabili, prive ancora di quello spirito critico che permette di distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male, tra sano e malato, tra intelligente e sciocco. In questo percorso, si inserisce anche la riabilitazione nutrizionale, con la presa di coscienza delle gravi conseguenze che gli errori nutrizionali possano avere sulla salute e del fatto che non vi sia alcuna bellezza nella magrezza e nella malattia.

Chiudiamo ribadendo, ancora una volta, che per non correre il rischio di troppo facili generalizzazioni e interpretazioni imprecise e fallaci, con conseguenti proposte di soluzioni inadeguate, dobbiamo tener ben distinte e separate l’anoressia primaria o nervosa, dalla anoressia secondaria, legata a fattori di costume e all’inseguimento di canoni estetici estremi e improponibili, quando giovani adolescenti soprattutto, per piacere ed essere accettati dal gruppo, si sottopongono a diete restrittive, drastiche e pericolose, dalle conseguenze spesso drammatiche ed irreparabili. Mentre questa ultima può essere considerata come frutto e specchio dei tempi presenti, dominati e oppressi da una “cultura dell’apparire” e quindi come un fenomeno di costume attuale e tipico del momento, l’anoressia nervosa, in quanto patologia, è sempre esistita, in tutte le epoche storiche, anche quando i canoni estetici femminili erano opposti a quelli attuali, vedi ad esempio l’imperatrice Sissi moglie di Francesco Giuseppe e la stragrande maggioranza delle sante della Chiesa.

Per questo motivo, nell’anoressia secondaria, e solo in questa, è importante e doveroso esercitare una pressione su chi, con leggerezza, o con dolo, stabilisce ed impone modelli estetici estremi. Nulla a che vedere con le problematiche di personalità caratteristiche invece della anoressia nervosa, in conflitto perenne, soprattutto, con la sessualità.

Paradossalmente si potrebbe dire che le pazienti affette da anoressia nervosa non desiderano apparire, anzi desiderano scomparire, se possibile… e a volte ci riescono; le altre, invece, desiderano, all’opposto “apparire” adeguate, in sintonia e in conformità ai dettami della moda vigente.


*Dice di sé
Tiziana Stallone. Biologo e dottore di ricerca in anatomia umana, svolge la libera professione di nutrizionista clinico. Le sue passioni: lavoro, musica, cinema, viaggi, alberi e cimiteri. tiziana.stallone@virgilio.it
Domenico Mazzullo. d.mazzullo@tiscali.it, www.studiomazzullo.com






BLAISE PASCAL



Ci s’immagina Platone e Aristotele tutti paludati nei loro abiti

da pedanti. Erano uomini di mondo come gli altri, che ridevano

coi loro amici. (…) Quando hanno scritto di politica,

l’hanno fatto come per porre delle regole in un ricovero

di pazzi. E se hanno mostrato di parlarne come fosse una gran

cosa, è stato perché essi sapevano che i pazzi a cui parlavano

credevano di essere re e imperatori. Essi entrano nei loro princìpi

per moderare la loro follia e renderla più innocua.

(Da “I Pensieri”, 1670)





 

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