SCIENZA
IL MARCHESE, LA MOGLIE, L’AMANTE,
ECCO LA CHIAVE SCIENTIFICA DI UN
MEMORABILE DELITTO
Una storia di altri tempi, ma
attualissima.
Un amore sofferto che diventa tragedia per i Casati Stampa,
famiglia dell’antica nobiltà romana
Franco Avenia*
Di recente sono stato chiamato come consulente per la
trasmissione televisiva “Delitti”, in onda su
History Channel,
in cui si è tentato di ricostruire le dinamiche
psicosessuologiche alla base del duplice omicidio e suicidio
messo in atto, nel 1970, dal Marchese Camillo Casati Stampa.
Il tragico avvenimento destò un grande scalpore, non tanto
per la sua efferatezza o per la notorietà del protagonista –
uno degli uomini più ricchi ed in vista del tempo – ma per
le complesse trame sessuologiche subgiacenti. Molti
suggerirono spiegazioni dell’accaduto e di quanto lo aveva
preceduto. La più accreditata fu quella proposta dallo
psicoanalista Emilio Servadio. A tutta prima, anche a me
sembrò la più credibile, ma leggendo e rileggendo quanto
fu scritto al tempo ed approfondendo l’argomento mi sono
trovato a percorrere un itinerario esplicativo
diametralmente opposto.
Il fatto
Il 30 agosto 1970, nella residenza romana del marchese
Camillo Casati Stampa di Soncino, vennero trovati morti il
marchese, di 43 anni, la moglie Anna Fallarino, di 41 anni,
e l’amante della marchesa, il giovane Massimo Minorenti, di
25 anni. Dopo una breve ricognizione della polizia, fu
chiaro che il marchese aveva ucciso a colpi di fucile da
caccia i due amanti e poi si era suicidato. All’inizio,
sembrò il classico dramma della gelosia, ma subito dopo
emerse una realtà torbida e difficilmente spiegabile: il
marchese era solito offrire la propria bella moglie a
sconosciuti, perché si accoppiassero sessualmente con lei in
sua presenza. Fotografava, inoltre, la moglie in pose oscene
e la mostrava, così ritratta, ad amici e conoscenti.
Casati aveva speso un miliardo per annullare il precedente
matrimonio e sposare la Fallarino. Poi l’aveva data
continuamente ad altri uomini, osservandola e fotografandola
durante gli amplessi. Improvvisamente però esplose la sua
gelosia che finì in tragedia. Perché?
I personaggi
Camillo Casati Stampa discende da una nobile e ricchissima
famiglia. Da bambino era molto viziato e solito ad eccessi
improvvisi di collera, che non lo abbandonarono per tutta la
vita. Da adulto si divideva, sostanzialmente, tra la
mondanità, la caccia e l’enigmistica.
Nel 1950, il marchese sposa Letizia Izzo, una ballerina da
cui l’anno successivo avrà una figlia. Otto anni dopo, si
separerà presso la Sacra Rota dalla prima moglie e
nell’aprile del 1959 sposerà civilmente Anna Fallarino.
Durante la prima notte di nozze, il marchese offre i favori
della moglie ad un cameriere del lussuoso albergo dove
alloggiano, ed assiste al loro amplesso.
Anna Fallarino nasce in una famiglia poverissima di
Benevento. Abbandonata a 3 anni dalla madre, che scappa con
l’amante, vivrà fino all’adolescenza nella città natale, per
abbandonarla a 16 anni, trasferendosi a Roma in cerca del
successo e della ricchezza. La sua aspirazione è il cinema.
Farà solo la comparsa in un film di Totò. A trarla
dall’indigenza e la mediocrità sarà Peppino Drommi,
facoltoso ingegnere, che sposerà lo stesso anno in cui il
marchese Casati porterà all’altare la prima moglie. Bella e
prorompente, la Fallarino sarà una delle prime donne a farsi
inserire protesi mammarie, i cui resti di silicone saranno
evidenti sul suo cadavere, riverso nella poltrona, nel
pomeriggio del 30 agosto 1970.
Massimo Minorenti, quando muore, ha 25 anni. Proviene da una
modesta famiglia romana. È uno studente universitario che
frequenta la Roma dei Parioli con aspirazioni da playboy.
Dopo esser stato preso nella rete dei coniugi Casati, sembra
innamorarsi della bella Anna, da cui è ricambiato. La loro
storia, iniziata con il tacito assenso del marchese, che si
compiace dei racconti erotici della moglie, si concluderà
nel sangue.
La prima interpretazione
Le vicende del marchese Casati e della moglie Anna Fallarino
sono in apparenza di facile lettura se si usa il senso
comune: un marito perverso induce la moglie ad accoppiarsi
con altri uomini, traendone godimento, ma, quando si accorge
che lei si è innamorata di uno di questi, viene preso da una
gelosia incontrollabile e distruttiva che lo conduce alla
tragedia. L’interpretazione di tali dinamiche, che fu data a
suo tempo dallo psicoanalista Emilio Servadio, ci proponeva,
però, una spiegazione più approfondita: il marchese – con
una marcata tendenza al voyerismo – viveva un’inconsapevole
omosessualità che si realizzava attraverso l’identificazione
con la moglie. In altre parole, quando la marchesa aveva
rapporti sessuali con altri uomini, il marito –
identificandosi con lei – era come se ad esser posseduto
fosse lui stesso. Ciò era ovviamente condito da una profonda
umiliazione, che il marchese accettava con altrettanto
godimento, in quanto strutturalmente masochista.
A scatenare la tragedia era stata la relazione della
Fallarino con il Minorenti, in quanto Casati “…si era
trovato – così sosteneva Servadio1 – di fronte
alla sensazione di non dominare più la situazione… ed il
masochista è un uomo che non tollera deviazioni dalla linea
che ha tracciato per il suo godimento”. Una siffatta
interpretazione, rispettabile, ma poco probabile, appare di
fatto infondata, in quanto non fa altro che etichettare
comportamenti, in modo che il tutto sia coerente, senza
spiegarcene, però, le dinamiche profonde, le uniche che
possono darci conto di quanto accaduto.
È ovvio che qualsiasi interpretazione non può che muovere
dagli elementi noti e che quelli, forse, più importanti,
come l’infanzia dei due, i loro rapporti con i genitori, le
loro esperienze adolescenziali, ecc., non sono che
sommariamente a nostra disposizione. Ma una ricostruzione
più congrua e motivata può essere possibile. E tale
ricostruzione parte proprio dalla lettura del senso comune:
un dramma della gelosia, come è sotto gli occhi di tutti…,
ma che cela dinamiche inesplorate.
Il triangolo: la vera “chiave dell’enigma”
Prima di tornare a parlare della gelosia, è però importante
sottolineare un elemento caratteristico di questa storia,
che si manifesta, continuamente, e che proprio per la sua
presenza costante assume un valore non solo simbolico, ma
strutturale: il triangolo, la “chiave dell’enigma”, come
dice Servadio.
Andiamo a ritroso nel tempo, individuando tutti i rapporti
triangolari della vicenda.
Il primo, il più noto, il più evidente, è costituito da
Casati, dalla Fallarino e dal giovane Minorenti. Il secondo,
è rappresentato dal marchese, dalla moglie e da ciascun uomo
che si accoppiava con lei. Il terzo è quello che s’intreccia
tra la Fallarino, il suo primo marito Drommi ed il marchese
(Casati e la Fallarino iniziarono ad essere amanti quando
lei era ancora sposata con Drommi). Il quarto – e forse più
illuminante – è il triangolo tra Casati, Drommi e Rubirosa,
che si manifesta in una famosa rissa a Cannes, nel 1958,
dove molti – come scrive Corrado Augias2 – individuano il
momento in cui scoccò la scintilla d’amore tra Anna ed il
marchese.
È, infatti, questo episodio che lega triangolarmente i tre
uomini, ad aprire la scena al più antico e significativo
triangolo: quello edipico. In un grande albergo di Cannes,
in Costa Azzurra, durante una serata mondana, il playboy
Porfirio Rubirosa, dopo aver a lungo corteggiato la
Fallarino, le posa una mano sulla spalla nuda. L’allora
marito Drommi, dopo averlo diffidato dal continuare con il
suo atteggiamento troppo confidenziale e vedendosi ignorato,
gli sferra un pugno. Rubirosa si difende e reagisce. Aquel
punto, il marchese Casati si scaglia con violenza verso il
playboy, colpendolo ripetutamente e con violenza, scatenando
una furibonda rissa. Il playboy Porfirio Rubirosa tenta
d’insidiare la Fallarino ed il marito si ribella. Fin qui
tutto normale. Ma perché il marchese si scaglia con furia
(torneremo su questi accessi di rabbia) contro l’intruso?
La dinamica edipica
Casati entra, improvvisamente ed inconsapevolmente, in un
triangolo edipico con Drommi e la Fallarino, di cui lui è il
terzo elemento: il figlio, che si schiera con il padre per
difendere la madre. Il marchese è, infatti, già coinvolto
emotivamente e desidera la procace Anna, una donna (figura
vicaria della madre) che è di un altro (il
padre-primordiale). Tutta la storia dei coniugi Casati si
snoderà poi su questa falsariga: un triangolo edipico che si
ripeterà fino alla tragedia.
Con molta evidenza Casati proietta sulla Fallarino la figura
materna, di cui è innamorato e che desidera carnalmente, ma
che non può possedere proprio perché rappresenta
simbolicamente la madre. Probabilmente, durante la prima
infanzia il marchese ha avuto occasione di vedere i propri
genitori durante un amplesso, o in situazioni molto spinte o
– al minimo – iperaffettuose. Ciò ha rafforzato in lui la
proiezione libidica nei confronti della madre, accendendo il
desiderio, ma al tempo stesso è scattata una rigida censura
che ha coartato con forza tali desideri, impedendo la
conversione della pulsione libidica in sentimenti teneri.
Una dinamica, probabilmente sopita, che si è riattivata
quando ha conosciuto la Fallarino. Tra l’altro, va ricordato
che la Fallarino rimase incinta del marchese e che a seguito
di un aborto divenne sterile. L’impossibilità di avere figli
da lei potrebbe aver scatenato o rinforzato le pulsioni
edipiche con i relativi tabù, identificandola con la madre
con cui non si può generare.
Con questa donna fortemente desiderata, ma che rappresenta
simbolicamente la madre, Casati non ha, dunque, la
possibilità di avere rapporti sessuali diretti, ma solo per
interposta persona, replicando la scena primaria, in cui ha
assistito o immaginato di assistere ad un accoppiamento dei
genitori. La loro sessualità diviene transitiva, ha bisogno
di un oggetto intermedio per realizzarsi.
Quando la Fallarino si accoppia con un altro uomo, il
marchese rivive ciò che ha visto accadere o immaginato,
morbosamente, tra i suoi genitori; prova una fortissima
eccitazione, ma è il limite massimo oltre il quale non può
spingersi, perché al di là scatta il tabù dell’incesto.
Casati offre la moglie agli altri, la mostra fotografata in
pose e atteggiamenti sensuali, ed in questo nega la parte
affettiva, esclusiva del rapporto, negando a se stesso il
tenero legame con la madre (conseguenza della non maturata
conversione della pulsione libidica in sentimenti teneri).
Una decisa separazione tra affettività e sessualità che gli
consente di mantenere in equilibrio la triangolarità
edipica. Per difendersi dai suoi desideri incestuosi ha,
infatti, bisogno di negare l’affettività nei confronti della
madre: stesso meccanismo che lo aiuterà nel rapporto con la
Fallarino.
Egli ama la moglie, come ha amato la madre, ma quando si
accende il desiderio sessuale questo amore viene negato,
scotomizzando il rapporto, sdoppiando la figura: una parte
che ama ed è riamata, un’altra che fa sesso e che è odiata.
Un odio che si tramuta in vendetta, umiliando la propria
donna (madre), offrendola come una prostituta al primo che
passa, mostrandola oscenamente ritratta agli amici. Le
dinamiche del bambino Casati sono in realtà frequenti: la
madre che ama e da cui è ricambiato, si accoppia con il
padre: lui prova una forte eccitazione ed un forte
desiderio, ma per sopportarli deve negare che quella sia la
propria madre, verso cui nutre un sentimento d’amore. È come
se fosse un’altra donna, odiata e disprezzata.
Quando, da adulto, scatterà con la Fallarino il triangolo
edipico, il marchese la offrirà ad altri uomini per poter
rivivere l’eccitazione originaria, senza possederla
direttamente come nell’infanzia, senza infrangere il tabù
dell’incesto. Egli, pertanto, s’identificherà con gli altri
uomini provando piacere (come a suo tempo fece con il
padre), non potendo interagire sessualmente con lei in modo
diretto. Tra l’altro, pagherà gran parte di questi uomini,
trasfigurando il loro ruolo in strumenti che non provano
piacere, perché il piacere è solo suo: di chi – seppur in
forma mediata – si accoppia veramente con la propria donna.
Ecco, dunque, che il processo d’identificazione si
manifesta, ma non – come sostenuto da Servadio – con la
Fallarino, dando sfogo ad un’omosessualità latente, bensì
con gli uomini che la posseggono, unica possibilità concessa
dal suo Super Io di congiungersi carnalmente con lei.
Il voyeurismo di cui tanto si parlò dopo la tragedia non
rappresenta, allora, una “spinta visiva” tipica del bambino,
non superata nell’età adulta – come riteneva Servadio –, ma
soltanto la modalità originaria in cui si è deformato il
triangolo edipico: il “mezzo tecnico” – potremmo dire –
attraverso il quale è possibile vivere le fantasie edipiche,
accoppiandosi mediatamente con la figura vicaria della
madre, la modalità captativa ed elaborativa della scena
primaria.
La tragedia
Ma come si è arrivati alla tragedia?
È noto che il marchese aveva manifestato quel giorno
propositi suicidi3. Poi improvvisamente, prima di togliersi
la vita, ha compiuto la strage. Il legame affettivo – oltre
che sessuale – creatosi tra la moglie ed il giovane Minorenti lo aveva prostrato. Sempre restando nella
prospettiva edipica, si era ricomposto il rapporto
madre-padre, un legame che Casati aveva negato cambiando
partner alla moglie e spesso pagandoli. Ma ora era ben vivo
davanti ai suoi occhi. Tutti i meccanismi di difesa, di
scotomizzazione, di deviazione, messi in atto, non erano più
efficaci.
Il marchese si ritrovava solo, di nuovo escluso4. Ciò lo
aveva depresso e svuotato d’ogni energia9. Il suo lungo
peregrinare per strade traverse, colme d’ingannevoli
compromessi inconsci, era arrivato alla fine. Tutti gli
sforzi di superare il padre nella lotta per la conquista
della madre si erano mostrati inutili. Il dramma della sua
vita si mostrava di nuovo in tutta la sua schiacciante
forza. La sconfitta, da sempre annunciata, non era più
differibile. Egli, dunque, si accinge a suicidarsi e vuol
farlo davanti a loro: per punirli; per punirli con la più
orribile delle pene per i genitori: assistere alla morte del
figlio.
Ma a questo punto entrano in gioco due fattori: gli
improvvisi accessi di rabbia, a cui Casati va soggetto, e la
complicità tra gli altri due protagonisti. Per quanto
riguarda i primi, sappiamo che il marchese era solito
lasciarsi andare a momenti di vera furia, una furia
infantile, altamente distruttiva. Tali accessi d’ira, di
rabbia, rapprendano, chiaramente, uno stato regressivo in
cui le pulsioni aggressive si manifestano fuori dal
controllo razionale.
Di certo, in quel pomeriggio, in quella situazione, il
marchese entrò in uno stato regressivo che liberò le sue
pulsioni distruttive. L’innesco poi, rappresentato dal
secondo dei due fattori, fu vedere insieme la Fallarino e
Minorenti, e percepirli uniti e complici. Una complicità che
si manifesta nella rinuncia volontaria dei due amanti al
loro rapporto. La Fallarino, infatti, in un estremo e
tardivo tentativo di recuperare il rapporto con il marito,
gli preannuncia che è disposta a lasciare il giovane
Minorenti. Ma ciò non fa che rinforzare nella mente del
marchese l’idea della loro complicità e la loro figura di
genitori che concordano la decisione giusta per tacitare i
gli irosi capricci del proprio bambino. Servadio, nella sua
interpretazione, sostiene che Casati fosse masochista e non
sentendosi più l’architetto delle sue trame trasformò il suo
masochismo in risposta sadico-aggressiva. La verità è che il
marchese non era affatto masochista – tutto il suo modo
protervo d’agire mostra il contrario –, egli infatti non
soffriva umiliandosi per i tradimenti da lui orditi, ma al
contrario umiliava e feriva la moglie nel farla accoppiare
con gli altri uomini.
L’epilogo della tragedia si compie, dunque, quando il
marchese al cospetto dei due rivive a pieno il suo dramma
edipico, si sente sconfitto, regredisce e, nella sua furia
infantile, distrugge ciò che non può controllare, ciò che lo
fa soffrire, ciò che lo mette di fronte alle suo pulsioni
più oscure. Ma distruggendo ciò, l’oggetto d’amore di tutta
la sua vita, uccidendo madre e padre gli si spalanca
l’abisso della solitudine e della colpa. A questo punto,
l’unica possibilità è fuggire nell’oblio della morte.
Le vittime
Anche se può sembrare che Camillo Casati abbia reso vittime
gli altri due protagonisti della tragedia, a ben guardare è
possibile dire che sia la bella Fallarino, sia il giovane
Minorenti siano stati piuttosto vittime di se stessi. La
prima della sua smisurata ambizione e dell’ansia di riscatto
sociale, il secondo della smania di protagonismo e
dell’attrazione esercitata su di lui dai miti patinati degli
anni ‘70.
Anche Casati è vittima. Egli è infatti posseduto da
un’ossessione edipica che lo domina dal profondo, senza
difesa o possibilità di riscatto, e che lo trascinerà verso
la tragica fine, incontro alla liberazione.
Questa è una storia d’altri tempi. Si erano appena spenti i
clamori del ’68 e già si affacciavano gli anni di piombo,
mentre Edvige Fenech si spogliava nelle sale
cinematografiche; Paolo Villaggio ci raccontava le
improbabili vicende del ragionier Fantozzi sulle pagine
dell’Europeo e Lucio Battisti cantava Emozioni per i
neoromantici.
Nel mondo iniziavano a volare i Boeing 747 e la terra ci
sembrò più piccola. La Cina entrò a far parte dell’Onu e
Willy Brandt aprì all’est europeo, riconoscendo l’altra
parte della Germania al di là del muro. Una ventata di unità
e di riavvicinamento tra i popoli che svanì subito. Di lì a
poco il colonnello Gheddafi cacciò gli italiani dalla Libia,
gli inglesi sparsero sangue di irlandesi innocenti nel
Bloody Sunday, in Medio Oriente scoppiò la guerra del
Kippur. Fatti noti che appartengono alla storia, come la
storia dei singoli uomini appartiene a loro stessi ed alla
loro memoria. Ma le dinamiche che li muovono nel quotidiano
agire appartengono a tutti noi, e con esse, pertanto,
dobbiamo sempre confrontarci. Perché – ci piaccia o no –
tracciano a fondo il percorso degli umani destini.
1) Dall’intervista rilasciata da Emilio Servadio
all’Europeo, 1970.
2) Corrado Augias, “I segreti di Roma”, Mondadori, Milano,
2005, pag. 344
3) Nell’ultimo biglietto scritto dal marchese Casati alla
moglie, si legge: “Amore mio, vita mia, perdonami, ma quello
che farò lo debbo fare. Addio, mia unica
gioia passata”.
4) Il 7 agosto, a poco più di venti giorni dalla strage, il
marchese Casati scriveva:
“…che schifo quello che mi ha fatto Anna…pensavo che fossimo
l’unica coppia legata
veramente, e invece…”
5) Il 24 agosto, sei giorni prima della tragedia, il
marchese Casati annotava nel suo
diario: “Io sto letteralmente morendo internamente e ho
perso tutto…”
*Dice di sé.
Franco Avenia. Direttore della “Rivista di Sessuologia”.
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PAUL GINSBORG
La democrazia ha molti
nemici in attesa tra le quinte, politici e
movimenti, per il momento
costretti a giocare secondo le sue
regole, ma il cui intento reale è
tutt’altro (…). Conquisteranno
molto spazio, se non riformeremo
rapidamente le nostre
democrazie. E non c’è ambito in
cui questa riforma sia più
necessaria che in seno alla
stessa Unione Europea.
(Da “La
democrazia che non c’è ”,
2006)
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