LETTURE
IN PRINCIPIO FU BOBBY SOLO
Era il Festival di Sanremo
del 1964 e l’Elvis nazionale fu costretto,
per via di una crisi di panico a ricorrere al playback.
Quell’anno segnò l’inizio di una querelle senza fine
Stefano Caprioli*
Il
primo vero taglio alle orchestre live in televisione fu,
probabilmente, perseguito all’interno del glorioso festival
della Gondola d’oro, a Venezia, negli anni ‘70. Io ero un
bambino e abitavo a ridosso del mitico e fatiscente, già
allora, Palazzo del cinema del Lido. Una banda di ragazzini
che chiedeva autografi a Dalida, Iva Zanicchi, Marcella,
sperando di entrare, furtivamente, per assistere alle prove.
Qualche volta ci riuscivamo e sprofondavamo nelle poltrone
del teatro, per non farci vedere dagli uomini della
sicurezza. Erano gli anni in cui passavano James Last, Eumir
Deodato, il primissimo Battiato e il maturo Claudio Villa.
Ad un certo punto le orchestre sparirono e arrivarono le
basi musicali, cosicché gli artisti cominciarono ad esibirsi
su base o in full playback. Era una necessità,
poiché l’elettronica aveva modificato, a tal punto, gli
arrangiamenti musicali che diventavano irriproducibili da
un’orchestra di ritmi leggeri, come si chiamava allora.
Sparirono i luccichii dei brass, retaggio rithm’n
blues di fine anni ‘60, scomparvero i 4+4 di Nora
Orlandi e l’unica musica dal vivo che sopravvisse, ancora un
po’, fu quella di “Senza Rete”, gloriosa trasmissione Rai in
diretta dall’Auditorium di Napoli.
Sono gli anni bui del Sanremo vinto da sconosciuti: Gilda
(Ragazza del sud, 1975), Mino Verniaghi (Amare, 1979).
Bisogna aspettare il 1990 per rivedere l’orchestrona, e
proprio a Sanremo. Anzi, per essere precisi, al Palafiori di
Arma di Taggia. E qui cascò l’asino…
Gli arrangiamenti musicali, ormai, avevano fatto a meno, per
troppi anni, di strumenti, per così dire, tradizionali,
viole e violoncelli avevano lasciato il passo a tastiere e
campionatori elettronici.
La storia insegna che non bisogna mai tornare indietro, ma
conservare la memoria del passato per poter crescere e
continuare il percorso evolutivo. Nel frattempo erano
spariti gli orchestratori, le canzoni venivano, e vengono
tuttora, costruite interamente in studio: risulta, quindi,
molto difficile la trasposizione live con un’orchestra
totalmente diversa dalle sonorità usate per l’incisione. Il
risultato è che questi enormi e costosi apparati musicali
non riflettono più il prodotto discografico e soprattutto
l’interprete. I discografici allora adottarono un espediente
che tutt’oggi vive nella kermesse sanremese, e non solo: il
sequencer.
Avete presente quei maestri che dirigono con una gran
cuffia? Dentro quella cuffia parte un “click”, subito dopo
parte una buona parte della base musicale con le sonorità
più tecnologiche alle quali l’artista non vuole rinunciare.
Quel “click” serve a sincronizzare l’orchestrona che
completa il brano, diciamo, “precotto”. Quello che sentiamo
attraverso i nostri televisori, quindi, altro non è che un
ibrido tra una parte preregistrata e un’altra dal vivo.
Nella parte registrata, molto spesso, sono presenti anche
cori o seconde voci. In alcuni brani, la parte precostruita
è così nutrita da costituire più del 50% dell’intero brano.
Il direttore d’orchestra, quindi, ha l’unico onere di far
partire tutta la baracca. Una bella novità fu portata da
Paolo Bonolis nella sua edizione di Sanremo 2005: le
performance, chiamate anche “duetti”, brani eseguiti
interamente dal vivo, con un arrangiamento strumentale e
vocale creato appositamente per quell’evento. Una della
serate veniva usata per stravolgere il brano musicale a
piacimento dell’artista, coinvolgendo altri artisti. Ricordo
con piacere l’esibizione di Alessandro Preziosi con Nicky
Nicolai, o quella di Antonella Ruggiero con le chitarre
acustiche di Maurizio Colonna e Frank Gambale.
Quell’idea brillante deve essere, a mio avviso, portata
avanti come valida alternativa alla versione ufficiale dei
brani e come ottima occasione, da parte dell’artista, di
mettere in luce le proprie caratteristiche, non soltanto
vocali. Basta quindi con l’intervistina di rito prima del
brano in promozione, rigorosamente, in playback.
Basta con le orchestre pesanti ed anacronistiche che
appaiono per pochi giorni l’anno proponendo versioni
hollywoodiane di brani che, spesso, vengono schiacciati
sotto il peso di tanta enfasi. Lasciamo più spazio alle idee
musicali estemporanee! Tanto, poi, i CD ufficiali li
sentiamo abbondantemente alla radio e attraverso i video
musicali che inondano alcuni canali televisivi tematici.
Ricordo, ancora, con piacere qualche anno fa, quando mi
trovai ad essere direttore musicale di “Domenica In”,
artisti come Neffa, Tiziano Ferro, Giorgia, Lucio Dalla, gli
Articolo 31, cantare dal vivo, in trasmissione, brani del
loro repertorio e non, proponendo una forma di spettacolo
insolito e molto gradito dal pubblico, che premiava con
ascolti record la musica in tv. Ancora una volta le scelte
editoriali erano di Paolino Bonolis e dei suoi illuminati
autori.
Ricordo, infine, con immensa nostalgia il famoso duetto
Mina-Battisti nell’edizione 1970 della trasmissione “Senza
Rete”: uno cantava le canzoni dell’altro. C’era ironia,
intensità e magia. Scartiamo dal cellophane questi nostri
artisti, dunque, ed educhiamo le nuove generazioni al
piacere della musica come emozione e non solo come prodotto
commerciale.
*Dice di sé
Stefano Caprioli. Pianista,
compositore di numerose colonne sonore, amante della buona
cucina e del buon bere. Gli amici più stretti da sempre gli
consigliano di affiancare, a quella di musicista, l’attività
di cabarettista e imitatore. Non è escluso che prima o poi
gli accada di farlo, davvero.
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TUCIDIDE
E
ora faremo le nostre proposte per la
salvezza della vostra
città, perché vogliamo
dominarvi senza fatiche, conservarvi sani
e salvi, nel vostro e nel
nostro interesse, perché voi, invece
di subire le estreme
conseguenze, diventereste sudditi e noi ci
guadagneremo a non
distruggervi.
(Da
“Storia”)
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