LETTURE

LAURA BOSIO, NARRATRICE DELL’ANIMA


Una delle maggiori scrittrici italiane, ad un anno dal romanzo
“Le stagioni dell’acqua”, rivela: “Non so se esista la facilità di
scrittura. Per me scrivere significa lavorare molto, vincere resistenze,
correggere con accanimento”


 

Francesco Canino*

 


La stazione di Vercelli dista poche centinaia di metri dal centro storico. Imboccando la strada che passa davanti all’imponente e duecentesca basilica di Sant’Andrea, ad un certo punto la via si restringe e si arriva all’ex Chiesa di San Marco. Un insolito silenzio avvolge la piazzetta di fronte alla piccola abbazia, edificio dalla storia complessa e tormentata: le sue ampie navate gotiche sono state trasformate, nel corso dei secoli, da luogo di culto a deposito di legname, poi in stalle e cavallerizze, fino a diventare, per lungo tempo, mercato coperto.

La metamorfosi non è ancora finita, ma l’abbandono per fortuna sì. L’ex chiesa medievale è tornata a vivere qualche mese fa, quando, nella navata principale è stata installata “L’Arca”, un spazio espositivo ipertecnologico, e, al suo interno, è stata organizzata “Peggy Guggenheim e l’immaginario surreale”, la prima delle tre mostre allestite in città dopo l’accordo firmato dal comune di Vercelli e la Fondazione Guggenheim. Fino a metà marzo, oltre quarantamila persone hanno potuto ammirare cinquanta quadri della collezione Peggy Guggenheim di Venezia e New York, tra cui opere di pionieri del surrealismo come Marc Chagall, Giorgio de Chirico, Pablo Picasso e ancora Joan Miró, Salvador Dalí, René Magritte.

Archiviato l’ordinato caos dei turisti in fila (riprenderà in autunno con una mostra su Pollock), per ora resta quello dello starnazzante shopping per negozi fintamente bon chic bon genre (con le commesse che ti accolgono accigliate, ti assillano col “posso esserle utile?”, “cerca qualcosa in particolare?”, “che taglia porta? Una L vero?” e ti sommergono di inutili birignao).

La passerella antracite di cubetti di porfido porta dritto in piazza Cavour, sempre affascinate coi portici quattrocenteschi e la Torre dell’Angelo, illuminata dall’ultimo spicchio di sole al tramonto. In piazza Cavour ci si sente protetti. Sotto la panciuta statua del Conte, dei ragazzi fumano una sigaretta: poco più in là due poliziotti stanno appoggiati alle portiere aperte della macchina di servizio e un tizio in un bar sorseggia annoiato quel che resta di un bicchiere di pessimo vino rosso. Riconosco subito la sua figura in lontananza. L’incedere è elegante, come ricordavo. Il leggero soprabito aperto si muove a ritmo della camminata, il tubino nero in raso di seta dà al portamento ancora più fascino. Una semplice spilla a forma di fiore illumina un rever del capospalla.

Incontro Laura Bosio nella piazza che è un po’ il salotto della città, la sua città. Lei a Vercelli è nata e ci ha vissuto fino a venticinque anni, quando, con in tasca una laurea in Lettere moderne conseguita all’università Cattolica (con una tesi sulla storia del cinema), è approdata a Milano: ha da prima insegnato e, dopo aver coltivato a lungo la passione per la scrittura, ha iniziato a collaborare con le più importanti case editrici italiane, scoprendo talenti e diventando lei stessa (complice l’incontro con Giuseppe Pontiggia) scrittrice di successo.

Voce appena sussurrata, carattere riservato, parlata che incanta, abbiamo provato a conoscerla meglio e a farci raccontare questo suo ultimo (frenetico) anno, trasportata in giro per l’Italia da “Le stagioni dell’acqua”, il suo ultimo romanzo, edito da Longanesi, che l’ha, definitivamente, consacrata come una delle scrittrici italiane contemporanee di maggior successo. Un libro in cui il protagonista è il riso, descritto come una pianta dalle radici fluttuanti e, tutto sommato, fragile che riesce però a sopravvivere nei secoli, ad adattarsi al clima e a superare gli eventi che ne minano l’esistenza. Quasi una metafora della vita dell’uomo. Ecco chi è (almeno in parte) la “narratrice dell’anima”.

Esattamente un anno fa, il 26 aprile del 2007, usciva nelle librerie “Le stagioni dell’acqua”, il suo ultimo romanzo, quello che l’ha fatta conoscere al grande pubblico. Senza indugiare troppo sul successo di vendite o sulle ottime critiche ricevute, vale la pena di provare a tracciare un breve bilancio dell’anno appena trascorso. Che peso hanno avuto questi dodici mesi? Sono stati più o meno intensi rispetto a quelli che sono venuti dopo la pubblicazione degli altri suoi libri?

“L’intensità dell’emozione è la stessa che ho provato per l’uscita di tutti i miei libri. La pubblicazione di un libro, per quanto voluta, per quanto desiderata, ti espone e ti rende più fragile. Ma l’intensità degli impegni e della risposta per “Le stagioni dell’acqua” è stata, indubbiamente, superiore: sono stati dodici mesi pieni e belli, per un libro a cui sono particolarmente affezionata”.

Viene da chiedersi se non ci si annoia a parlare e riparlare di un libro, a sentire le stesse domande? Oppure si trovano sempre nuove sfumature per raccontare un libro e, dunque, può far piacere perché è come parlare e raccontare di una parte di sé?

“Non ho tenuto il conto di quante presentazioni ho fatto, il numero è comunque elevato. Alla fine un po’ di stanchezza subentra, a poco a poco se ne prende distanza, magari si sta già pensando, o lavorando, a un nuovo libro, che porta altrove. Però non parlerei di noia. Le persone, i luoghi, gli ambienti sono ogni volta diversi e questo stimola nuove risposte e anche nuove domande, sul proprio lavoro e su di sé”.

Ripensando a quest’ultimo anno così, di getto, mi dice un momento, un luogo e una persona che le sono rimasti impressi?

“Di getto, forse, la biblioteca di Santhià (cittadina in Provincia di Vercelli ndr), colorata, luminosa. Alla fine dell’incontro si avvicina una ragazza che aveva già letto il libro. Mi dice: “Lei parla della pelle scura delle donne che lavoravano nelle risaie. Mia nonna, però, mi raccontava che si spalmavano in viso una pasta bianca, per proteggersi dal sole e che le loro facce erano spettrali”. Un’immagine forte, peccato non averlo saputo prima”.

Scrutando ancora un po’ nell’album dei suoi ricordi, si può facilmente immaginare che uno spazio sia riservato al premio “Strega”, al quale il suo romanzo ha concorso lo scorso anno entrando nella cinquina finale.

In passato lei ha vinto premi prestigiosi come il premio “Bagutta”, opera prima, e il premio “Moravia”, ma, nell’immaginario collettivo, partecipare allo “Strega” significa essere annoverati tra i grandi della cultura italiana: solo pensare che lo abbiano vinto, tra gli altri, Flaiano, Levi, Eco, Maraini fa emozionare.
Sensazioni e ricordi?

“È stata un’esperienza importante, non c’è dubbio, con incontri che non dimentico: quelli con Anna Maria Rimoaldi e i suoi collaboratori nella casa di Maria Bellonci, per esempio, o con gli altri candidati a San Leucio, sopra Caserta, la ex Ferdinandopoli, illusione settecentesca di una città industriale “operosa e giusta”. Non mi dispiaceva che l’avventura cominciasse lì, da un’utopia. Era come se il frastuono si allontanasse, temporaneamente dalla porta. Della serata finale al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma, ricordo invece un po’ di inevitabile caos”.

Veniamo a “Le stagioni dell’acqua”. È ambientato nella tenuta Torricella, un’immaginaria cascina dalle parti di Mortara, tra le risaie della campagna vercellese. La Torricella è il fulcro attorno al quale ruotano le vite e le storie dei protagonisti, che sono quasi tutte donne: c’è la protagonista (senza nome), che è la narratrice, c’è Bianca la vecchia proprietaria della Torricella, e Orientina la suora senza braccio. Le donne sono sempre le figure portanti e centrali dei suoi libri, in particolare in questo perché, come lei scrive in campagna tutto si femminilizza.

“È impossibile parlare della risaia senza parlare delle donne. Basta pensare che le mondine sono state pioniere di uno degli scioperi più importanti della nostra storia sociale, quello per la conquista delle otto ore di lavoro. Lo testimonia anche uno dei loro canti più celebri: “Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar e proverete la differenza di lavorare e comandar…”. Durante le ricerche per il romanzo, mi è capitato spesso di incontrare donne come quelle che sono entrate, di diritto, nelle mie pagine. Comunque, mi piace raccontare le donne: essendo una donna, mi illudo di sapere di cosa parlo, almeno un po’…”.

Sempre a proposito di donne c’è una frase molto bella nel libro: “Le donne hanno lasciato in queste terre il potere sovversivo della loro natura: il calore delle donne, la vitalità delle donne, l’irregolarità delle donne”.

“Le donne, le mondine, ma non solo, sono state una presenza forte nelle risaie. Conoscerle, parlare con alcune di loro è stato determinante per il romanzo”.

“Le stagioni dell’acqua” è un romanzo, ma è anche un saggio nel quale racconta la storia millenaria del riso, di come è arrivato nelle nostre terre e di quale sia la realtà della vita nelle risaie, sempre troppo poco raccontata. A parte il film “Riso amaro” e, per citare un libro, “La chimera” di Sebastiano Vassalli, di questo affascinante mondo capovolto, dove il cielo si riflette nella liquida geometria degli specchi d’acqua si sa poco. Accennava prima alla ricerca che c’è alla base di questo libro…

“A monte di questo romanzo c’è stato un lavoro molto lungo. Ho raccolto materiale per oltre un anno e mezzo, sono stata con mio padre in giro per le campagne del vercellese alla ricerca di persone che mi raccontassero vecchi aneddoti, fatti e modi di vivere di un tempo che, forse, non c’è più”.

Ha confessato che nemmeno lei conosceva molto delle “terre d’acqua”, pur essendo vercellese e, nel libro, ad un certo punto la protagonista ammette tutta la sua “ignoranza” in materia di riso e risaie quando sul treno non sa rispondere alle domande del suo dirimpettaio. In qualche modo la scrittura di questo romanzo è stata per lei un ritorno alle radici, un riappropriarsi della sua terra?

“Avevo in mente di scrivere un romanzo sul tema del lavoro, un tema così centrale nelle nostre vite, e così cruciale in questo periodo. Poi mi si è presentato il lavoro del riso e il romanzo ha preso, in parte, un’altra strada. Sono nata a Vercelli, terra, appunto, di risaia, ma i miei non avevano a che fare, direttamente, con la campagna, e venticinque anni fa mi sono trasferita a Milano. Del riso, di quel lavoro così duro e insieme così unico, in fondo sapevo poco, e ho sentito il desiderio di avvicinare quel mondo, di conoscerlo meglio, di scoprirlo. E probabilmente di scoprire anche qualcosa di me”.

“Le mondine hanno tolto i piedi dall’acqua, e per che cosa? Per andare a metterli sotto casse di supermercati, banconi di call center e scrivanie di uffici liquidi che solcano l’etere e inchiodano alla sedia a rotelle?”. La questione del precariato, quella della dignità del lavoro, del futuro dei giovani sono affrontati con accenti di appassionata critica. Sembra che questo tema la tocchi particolarmente.

“È così. Il mondo del lavoro è molto cambiato e ci sono terribili ricadute, terribili contraddizioni. In questo romanzo ho soltanto sfiorato l’argomento in un paio di pagine, ma quello del lavoro è, appunto, un tema cruciale e sempre di più anche gli scrittori, o i registi, lo stanno affrontando”.

“Le stagioni dell’acqua” è, tra le altre cose, un viaggio secolare alla scoperta di come il riso è arrivato nelle nostre zone, ma gli agganci all’attualità sono un altro elemento centrale. Penso ad esempio a quello dell’immigrazione. La Torricella ospita donne e uomini di svariate nazionalità, tra cui cinesi, rumeni e sudamericani e c’è una bellissima scena in cui lei descrive un “pranzo meticcio” dove “poteva succedere l’impossibile”. Lei parla dei mondariso cinesi. Oggi che ruolo hanno gli immigrati in queste terre? Viene da chiedersi, se la nostra campagna riuscirebbe ad andare avanti senza la forza lavoro straniera.

“Gli immigrati sono diventati necessari, soprattutto i cinesi. Da una decina d’anni le risaie sono invase da un “riso matto”, il crodo, su cui la chimica non può nulla perché, colpendolo, colpirebbe anche il riso sano. Per liberarsene non c’era che ricorrere alle vecchie mondine. Per un po’ le donne esperte hanno rimesso i piedi nell’acqua, ma sono ritornate presto alla meritata pensione. I giovani che hanno risposto alla chiamata si sono ritirati, battuti sul campo, dopo poche ore di lavoro. Gli unici disponibili sono stati i cinesi, per lo più uomini.

Lavorano in risaia da luglio ad agosto, scarse le assunzioni dirette. Alcuni si fermano a dormire nelle cascine, sempre più spopolate per la meccanizzazione del lavoro e per l’abbandono progressivo delle campagne, andando di nuovo ad abitare le tante stanze chiuse dove un tempo vivevano decine, centinaia di persone. Altri preferiscono sistemarsi nei paesi o nelle città vicine, dove, a giornata di monda finita, danno una mano in laboratori di pelli e di vestiti. Eh sì, una strana forma di globalizzazione del lavoro…”.

Nel romanzo si nota un uso insistito delle parentesi.

“Non l’avevo preordinato, è stata un’esigenza interna alla scrittura di questo romanzo. Sentivo il bisogno di uno spazio per riflessioni, citazioni e chiose che non appesantissero la narrazione, più mie che dell’io che racconta”.

Facciamo un passo indietro. Se le dico “Il direttore della biblioteca” cosa le viene in mente?

(Ride).

“Il primo racconto che ho scritto per la rivista letteraria “Paragone”.

Su cui scrisse, tra gli altri, anche Pier Paolo Pasolini. Si ricorda di cosa tratta quel racconto e quante volte lo ha riscritto prima di consegnare la stesura definitiva?

“Certo, parla di un uomo alle prese con l’irruzione, in una vita sempre più solitaria, del suo passato amoroso. Più che riscriverlo, l’avevo a lungo corretto, limato. “Scrivere è correggere”, aveva detto una volta Sartre, rammaricandosi che la cecità glielo impedisse”.

La svolta per Laura Bosio è arrivata dopo l’incontro con Giuseppe Pontiggia, di cui ha frequentato la scuola di scrittura. Ha definito l’insegnamento dello scrittore lombardo “problematico, divagante, mai normativo, un’esperienza decisiva”. Ma sapeva già prima di voler fare la scrittrice?

“Ho sempre scritto, fin da bambina, ma ho tardato ad “autorizzarmi”. Nessuno ti autorizza a scrivere: lo devi decidere da solo, ogni volta come se fosse la prima. L’insegnamento di Pontiggia per me è stato determinante, mi aiutato ad avere una consapevolezza che non avevo”.

Quando ha iniziato a scrivere la sua finalità era la pubblicazione o, come tanti, ha pensato che tutto sarebbe rimasto archiviato nel cassetto o nella memoria del computer?

“Non scrivo mai pensando alla pubblicazione, ma questa finalità è implicita. Non si scrive solo per sé, bisogna riconoscerlo. Del resto la letteratura ha presupposto fin dalle origini un pubblico, quello degli aedi omerici o della lirica corale o della tragedia. Oggi il rapporto tra scrittore e pubblico è diventato molto complesso, per svariate ragioni. Ci sono mezzi nuovi e nuove modalità. Ma la letteratura ha conservato idealmente il suo carattere espressivo, transitivo”.

La sua principale attività, a parte la scrittura, è quella di consulente editoriale. Lavora per Guanda Editore, ma si destreggia, da anni, tra letture, giudizi, copywriting, editing, e ha collaborato con le più importanti case editrici italiane. Quanti manoscritti legge mediamente in un anno, quanti sono immediatamente da cestinare e quanti da salvare?

“Leggo molti, moltissimi manoscritti, e preferisco non contarli. Quelli da salvare, purtroppo, sono pochi, per ragioni obiettive, evidenti. Ma la possibilità di sbagliare esiste, eccome”.

Come fa a giudicare un libro? Non ha paura di sbagliare e di accantonare un libro che poi, magari per un’altra casa editrice, potrebbe diventare un grande successo?

“C’è un funereo elenco di “rifiuti” che riguarda i più grandi autori del novecento, da Mallarmé a Proust, da Joyce a Tolkien, che, dopo il parere negativo del suo editore, chiuse in un cassetto “Il signore degli anelli” fino a che, riesumato per le pressioni degli amici, venne pubblicato in 3.500 copie! Una cosa è sicura: maggiore è la qualità di un testo e maggiore è la severità con cui lo si affronta, la foresta di esitazioni e di dubbi da cui è avvolto chi lo legge per primo. Il lettore, però, non decide la pubblicazione: la decide l’editore, tenendo conto degli orientamenti dei suoi lettori, ma anche di altre considerazioni”.

Mi dice tre libri dei quali avrebbe voluto essere la editor?

“Sono tanti i libri che, per ragioni diverse, mi attirano e dei quali avrei voluto essere una editor, non saprei indicarne solo tre. C’è però un libro, una scoperta tardiva, che ho letto da poco con entusiasmo, “Le botteghe color cannella” di Bruno Schulz”.

Prima ha citato Sartre, secondo cui “scrivere è correggere”. Lei invece ha detto una bella frase che potrebbe essere un bel messaggio ai tanti che vorrebbero diventare scrittori. “Non so se esista la “facilità di scrittura” e comunque io non ne ho esperienza. Per me scrivere significa lavorare molto, vincere resistenze, correggere con accanimento, migliorare con insistenza, forse per raggiungere un’impossibile perfezione stilistica, che io considero anche etica”.

Non è un paradosso che in Italia ci siano pochi lettori, ma un’enorme quantità di persone che scrivono e che spesso pagano per pubblicare i loro manoscritti?

“Certo, se tutti quelli che scrivono comprassero almeno un libro all’anno… Non voglio dare consigli a nessuno, ma rimando semplicemente a quello che ha scritto Pontiggia in un capitolo del suo libro “Prima persona”: “Evitare di scrivere come scriverebbe un altro (lo farebbe meglio). Evitare di pensare che tutto è già stato detto da lui. Pensare invece il contrario: niente di quello che vorresti dire è mai stato detto prima. Se poi sia vero lo deciderà il testo (e il tempo). È importante comunque non abdicare. Ciò che oggi sconcerta non sono le ambizioni smisurate, sono le ambizioni modeste… Ambizione, concentrazione, lavoro.
E se il risultato non persuade? Si ricomincia, con pazienza. Dimenticavo questa dote essenziale”.



*Dice di sé.
Francesco Canino. Nato a Torino ventisei anni fa, laureando (per la gioia di mamma) in Scienze Politiche, con una tesi sulla “metamorfosidell’intervista”. Amerebbe scrivere un libro su Bettino Craxi e sul suo ruolo di innovatore nella comunicazione politica italiana. Collabora con i settimanali della Mondadori, “Tu” e “Confidenze”.





HENRY BROOKS ADAMS

La politica, nella pratica, quali che siano le idee che professa,

è sempre l’organizzazione sistematica dell’odio.

(Da “L’educazione di Henry Adams”, 1964)





 

SAUL ALINSKY

Il potere non è solo quello che possiedi realmente,

ma quello che i nemici pensano tu abbia.

(Da “Rules for Radicals”, 1971)






 

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