CASA BIANCA
ELEZIONI AMERICANE?
UN VADEMECUM CI GUIDA TRA PRIMARIE
E CONVENTION
In questo speciale, un
excursus sul sistema elettorale e sui leader
della più potente nazione del mondo
Mario della Porta Raffo*
Seconda parte
Il vice Presidente
 La
vice presidenza è carica di non poco conto, sia per ragioni
costituzionali (il vice è il naturale successore del
presidente in caso di morte o dimissioni e presiede di
diritto il Senato, anche se vota solo in situazioni di
parità), sia per motivazioni squisitamente partitiche,
perché il nominativo, la provenienza politica e geografica
del vice Presidente sono assai importanti per il
completamento della squadra (ticket) da mettere in campo.
Anche qui, quasi tutto discende dal risultato delle primarie
e dei caucus che hanno preceduto le convenzioni, perché se
il candidato presidente è dotato di un buon numero di
delegati la scelta in merito alla vice presidenza è
praticamente di sua esclusiva competenza e può anche
precedere la convention. Se, invece, la convenzione ha
operato al di là e al di fuori dei risultati elettorali
preliminari, la decisione sarà presa dai boss che
controllano l’apparato.
In un caso come nell’altro, comunque, il candidato alla vice
presidenza sarà normalmente di centro se l’aspirante
presidente è collocato a destra o a sinistra dello
schieramento politico; dovrà essere del sud se l’altro è del
nord; dovrà rappresentare le istanze popolari se il leader è
borghese o viceversa, alla ricerca del mix migliore da
proporre all’elettorato.
Nella ormai lunga storia degli Stati Uniti d’America, in
molte occasioni (ben otto causa mortis ed una per
dimissioni) il vice è subentrato nella massima carica
istituzionale e non sempre si è dimostrato all’altezza della
situazione. Se ciò è avvenuto e se ben pochi dei vice
presidenti si ricordano per qualcosa di rimarchevole è anche
perché, difficilmente, il candidato alla presidenza accetta
di mettersi accanto individui di grande personalità che ne
possano oscurare la fama, preferendo normalmente figure
mediocri o di scarso peso, per quanto rappresentative, di
una qualche istanza, sociale o geopolitica che sia.
Nella leggenda americana il vice presidente è “colui che
vive ad un battito di cuore dal potere” (ed il cuore che
batte e che si può fermare è, ovviamente, quello del
presidente), mentre, nella vita di tutti i giorni, la sua è
“la carica più priva di potere reale degli interi Stati
Uniti”.
Il terzo uomo
L’avventura elettorale del miliardario texano Ross Perot nel
corso della campagna per la presidenza degli USA del 1992
(poi ripetuta con minor successo nel 1996) è stata vissuta
dai giornali, dalla radio e dalla televisione e, quindi, dal
grande pubblico, come qualcosa di assolutamente inedito,
sorprendente ed irripetibile. (Non così, di poi, nel 2000,
la candidatura del verde Ralph Nader in seguito ripropostosi
autonomamente anche nel 2004).
Nella realtà, guardando alla storia delle elezioni
presidenziali, in molteplici altre occasioni, fin
dall’inizio, i candidati alla massima carica sono stati più
di due e molti, tra questi terzi incomodi, hanno ottenuto
risultati ben più brillanti di quanto abbia fatto Perot.
Tralasciando il periodo che va dalla fine del settecento ai
primi dell’ottocento, quando, per la situazione politica non
ben stabilizzata e per il sistema elettorale diverso, i
pretendenti erano spesso addirittura quattro o cinque, e
venendo al momento in cui, verso la metà dell’ottocento, si
sono andati affermando i due partiti, (il democratico ed il
repubblicano) tuttora egemoni, troviamo le candidature
autonome dell’ex presidente Martin Van Buren, nel 1848,
presentatosi in pratica come indipendente, e, nel 1856,
dell’altro ex presidente Millard Fillmore.
È nel novecento, comunque, che si hanno le più grandi
battaglie a tre per l’investitura popolare a partire dal
1912, anno nel quale Teodoro Roosevelt, già presidente in
carica dal 1901 al 1909, decide, non avendo ottenuto la
nomination dal proprio partito il repubblicano che gli
preferisce il capo della Casa Bianca uscente William Taft,
la fondazione di un movimento “progressista” nazionale
guidando il quale consegue il massimo risultato elettorale
di un “terzo uomo” di tutta la storia USA. Teodoro
Roosevelt, difatti, precede di gran lunga Taft ed ottiene
vittorie in parecchi stati, tanto da riportare ottantotto
voti elettorali contro otto. Purtroppo per lui, come spesso
accade fra due litiganti, presidente viene eletto il
democratico Woodrow Wilson. Successivamente, altri buoni
risultati furono ottenuti da Robert La Follette nel 1924; da
J. Strom Thurmond ed Henry Wallace (addirittura un “quarto
uomo”!) nel 1948; dall’ex governatore dell’Alabama George
Wallace, nel 1968, e, da ultimo, dal senatore John Anderson
nel 1980.
Per la precisione, La Follette ottenne tredici delegati
nazionali e George Wallace ben quarantasei con quasi dieci
milioni di voti concentrati, ovviamente, negli stati del
sud. Sarà forse bene chiarire, a questo punto, che sempre,
in ogni elezione presidenziale americana, nella realtà, i
candidati sono qualche decina in rappresentanza delle più
varie ideologie e tendenze. È di tutta evidenza che i
risultati ai quali pervengono questi signori possono avere,
al massimo, rilievo locale, stante l’evidente scarso seguito
nella nazione anche in conseguenza del fatto che devono
combattere contro apparati partitici nazionali sia pure non
sofisticati quali quelli dei democratici e dei repubblicani.
I partiti politici nazionali e l’elettorato
Come si è già detto nel corso della trattazione, è a partire
dalla seconda metà dell’ottocento che, a livello nazionale,
negli Stati Uniti, si affermano, definitivamente, i due
partiti tuttora dominanti.
Per cercare di comprendere le diverse istanze ideologiche
che li dividono si deve, necessariamente, fare riferimento
alla politica quale noi europei la conosciamo e così è
possibile indicare nel partito democratico una posizione,
grosso modo, di centro sinistra, più aperta alle necessità
sociali, e in quello repubblicano, di centro destra, una più
decisa propensione all’individualismo, alla negazione di
ogni tipo di assistenzialismo, all’esaltazione delle
capacità dell’individuo il più svincolato possibile da leggi
e pastoie burocratiche.
Ad un osservatore poco avvertito queste potrebbero apparire,
semplicemente, quali posizioni rispettivamente
“progressiste” e “conservatrici”, ma nella realtà partitica
americana i due concetti si accavallano, si superano, si
sovrappongono e così non è difficile (specie negli stati del
sud, storicamente a prevalenza democratica) trovare aderenti
al partito di Clinton e Kerry fieramente conservatori, come
è possibile, specie sulle due coste oceaniche, scoprire
esponenti repubblicani decisamente aperti alle più moderne
istanze sociali.
Fatto è che, comunque, nella battaglia presidenziale, i due
movimenti cercano di presentare candidati che si collochino
verso il centro dello schieramento per catturare i voti
degli indecisi che sono sempre la maggioranza visto che ben
pochi sono gli americani impegnati politicamente.
Quando, per ragioni contingenti, i due partiti si presentano
con una squadra troppo spostata su posizioni radicali (a
destra come a sinistra) vanno incontro ad una vera disfatta
elettorale, come accadde ai repubblicani quando presentarono
Barry Goldwater, contro Lyndon Johnson, nel 1964, ed ai
democratici, con George Mac Govern, contro Richard Nixon,
nel 1972.
Una considerazione di rilievo è, poi, necessaria a proposito
del meccanismo elettorale perché, mentre ogni individuo
maggiorenne ha diritto al voto, negli USA, perché questo
diritto possa essere concretamente esercitato, ci si deve
iscrivere alle “liste elettorali”, il che consente
materialmente di votare (chi non si dichiara disposto,
iscrivendosi, al voto, non può esercitare un diritto al
quale, evidentemente, non riconosce significato).
Per inciso, al momento dell’inclusione nelle liste il
cittadino può dichiararsi “democratico”, “repubblicano”’,
simpatizzante di un qualsivoglia altro movimento minore o
“indipendente”, la qual cosa avrà importanza, come visto,
nella partecipazione al voto nel corso delle primarie
“chiuse”, già trattate in precedenza. In tutta la storia
delle elezioni presidenziali, ben poche volte e solo in caso
di grande contrapposizione, come per esempio tra Kennedy e
Nixon nel 1960 o di G. W. Bush e Kerry nel 2004, il numero
degli elettori effettivamente recatisi alle urne ha superato
il sessanta per cento degli aventi diritto e tale
situazione, lungi dall’essere vissuta come sintomo di
protesta da parte del popolo, è, invece, vista come segno di
accondiscendenza e di assenso alle decisioni altrui
contro le quali non si intende protestare.
Volgendo per un attimo lo sguardo alle elezioni per la
Camera e per il Senato (delle quali tratteremo ampiamente
più avanti) nonché a quelle locali, si può ricordare come, a
partire dall’epoca del secondo Roosevelt dal cosiddetto “New
Deal” (salvo un brevissimo intermezzo nel periodo di
presidenza di Eisenhower e, dopo, più lungamente, Bill
Clinton “regnante”), il partito egemone nel paese sia,
costantemente, risultato quello democratico, capace, a
livello periferico, di raccogliere molti più suffragi.
Ciò non ha impedito ai repubblicani di aggiudicarsi a più
riprese la Casa Bianca. Questo probabilmente perché il
“materiale umano” offerto dal partito dell’elefante è stato
frequentemente migliore e tale da indurre anche convinti
democratici a votare per il candidato repubblicano (una
vecchia storiella del sud fa dire ad un elettore
democratico: “Se voto per il presidente repubblicano, mio
nonno si gira nella tomba, ma se votassi per un senatore o
uno sceriffo di quel partito ne uscirebbe!”).
L’impeachment
Ad oltre vent’anni di distanza dallo scandalo del Watergate,
che costò a Richard Nixon la presidenza degli Stati Uniti
d’America e lo costrinse (agosto 1974), primo ed unico, alle
dimissioni dall’altissima carica per evitare
l’incriminazione, ormai certa, di fronte al Congresso, si è
tornati a parlare di “impeachment” a partire dal 1994 fino
ad arrivare allo scandalo Lewinsky, a proposito del
Presidente Bill Clinton e dei suoi, veri o presunti,
problemi con la giustizia. Sarà, quindi, utile qualche
precisazione in merito a questo istituto, specifico del
sistema politico istituzionale americano.
L’impeachment (letteralmente: accusa, incriminazione) è una
procedura costituzionale nella quale si concretizza il
potere giudiziario del Congresso degli Stati Uniti. Tale
procedura non è specificamente prevista solo per la
presidenza del paese, ma può riguardare anche semplici
funzionari federali.
L’iter processuale è il seguente: la Camera dei
rappresentanti formula le accuse che devono riguardare “casi
di corruzione, tradimento o altro delitto e crimine
importante”. Successivamente, il Senato, a seguito di una
particolare trafila, emette il suo giudizio che, se è di
condanna, implica la destituzione dalla carica e
l’interdizione dai pubblici uffici.
La legge prevede, più specificamente, che di fronte alla
Camera vengano, prima, presentate accuse precise e che si
proceda, poi, alla nomina di una speciale commissione
d’inchiesta, sulla cui relazione si svolgerà la discussione
in aula. Se la votazione conseguente è favorevole
all’impeachment, vengono formulati i capi di accusa che sono
trasmessi al Senato che “deve” procedere.
Al momento fissato per la discussione, potendo naturalmente
l’accusato essere presente e difendersi, lo stesso Senato si
costituisce in Alta Corte. Nel caso in cui l’imputato sia il
capo dello stato, la presidenza dell’organo viene
abbandonata dal vice presidente federale che, come visto,
normalmente ricopre la carica e viene assunta, pro tempore,
dal presidente della Corte suprema federale (ovviamente, la
stessa cosa accade se l’accusato è il vice presidente
stesso). La decisione finale viene presa a porte chiuse.
La procedura illustrata è resa estremamente complicata e
difficile dal fatto, fondamentale, della necessità di una
maggioranza di due terzi nella eventuale decisione di
condanna del Senato.
Per inciso, va qui notato che in quasi tutte le costituzioni
dei singoli stati dell’Unione esistono norme analoghe per
l’impeachment dei politici e dei funzionari locali.
Storicamente, per limitare la nostra attenzione ai casi che
hanno coinvolto, prima di Clinton (che se la cavò abbastanza
facilmente) in prima persona un presidente, la procedura
completa è stata usata solo una volta nei confronti di
Andrew Johnson, nel 1868.
In tale occasione il Senato respinse i due primi articoli di
impeachment con lo scarto, rispettivamente, di uno e di due
voti, sicché il processo, come vuole la legge, fu rinviato
sine die ed il presidente si salvò per il rotto della
cuffia. Contrariamente a quel che da più parti si ritiene,
Richard Nixon non fu sottoposto a questa procedura per il
Watergate perché, proprio per evitarla, si dimise ed ottenne
il “perdono giudiziale presidenziale”, da parte del suo
successore Gerald Ford, un mese dopo.
Breve glossario della politica americana
Caucus : “Consiglio ristretto” secondo
Maldwyn Jones è uno dei sistemi con i quali vengono
prescelti i candidati alla presidenza (l’altro è quello
delle “primarie”). Il vocabolo, per alcuni, deriverebbe dal
tardo greco “kaukos”, che significa “boccale”, e
indicherebbe il fatto che le riunioni, così chiamate, si
svolgevano originariamente nei saloons e nelle bettole.
Sorto nei primi decenni del secolo scorso, il meccanismo in
questione è tuttora vigente in alcuni stati. Il più famoso
caucus è quello dell’Iowa che, tradizionalmente, inaugura la
campagna elettorale in febbraio (quest’anno, in gennaio).
Nella sostanza si tratta di una riunione ristretta agli
attivisti del partito che in questo modo scelgono i delegati
alla convenzione.Convention : la Convenzione nazionale è il
momento conclusivo verso il quale tende tutto il sistema dei
caucus e delle primarie e altresì l’unico congresso dei due
partiti, che, quindi, si riuniscono, al massimo livello,
ogni quattro anni, in estate, per scegliere il candidato
alla presidenza ed il suo vice, nonché per discutere ed
approvare la “piattaforma” elettorale e cioè il programma
del partito.Dark horse : è il candidato inizialmente
sconosciuto che, improvvisamente, ottiene un sorprendente
successo (lo stesso Clinton, allora quasi ignoto governatore
dell’Arkansas, quando nel 1992 riuscì a raggiungere
imprevisti consensi nelle primarie e nei caucus di “inizio
corsa”, fu definito “cavallo scuro”).Front runner : è, invece, il candidato da
battere, colui che si porta in testa alla maratona
elettorale e che conduce la corsa verso la nomination.Mid term elections : espressione che indica
le elezioni che si tengono a metà del mandato presidenziale
(quindi, a metà del termine). A livello nazionale riguardano
tutti i rappresentanti la cui Camera si rinnova totalmente
ogni due anni ed un terzo dei senatori, il cui mandato è di
sei anni e che, a partire dal 1913 prima erano nominati
dalle Assemblee degli stati di provenienza debbono
presentarsi agli elettori, appunto, un terzo alla volta.Nomination : è l’investitura ufficiale che
un partito dà al proprio candidato alla presidenza nel corso
della convention nazionale.Platform : è il programma elettorale del
movimento politico, nel quale sono espresse le sue posizioni
sulle questioni più importanti in discussione nel paese.Primaries : le “primarie” la cui origine è
relativamente recente visto che furono tenute per la prima
volta nel 1903 nello stato del Wisconsin sono elezioni
pubbliche dei delegati alle convenzioni. A seconda degli
stati e dei loro regolamenti, possono essere “aperte” (è
consentito il voto non solo agli elettori del partito
registrati come tali, ma anche a quelli negli altri
movimenti o agli indipendenti), o “chiuse”, che sono la
maggioranza, nelle quali votano solo i citati elettori del
partito in questione dichiaratisi tali. La più famosa
primaria resta quella del New Hampshire che è la prima in
ordine di tempo nel calendario elettorale (si svolge in
febbraio – nel 2000 a gennaio – subito dopo il caucus dell’Iowa).Running mate : è il compagno prescelto dal
candidato alla presidenza; in caso di vittoria sarà il vice
presidente.Term : così è definito il mandato, a termine
perché quadriennale, del presidente. Tutte le cariche
pubbliche elettive negli Stati Uniti sono a termine (non è
previsto, quindi, per esempio, l’istituto della “fiducia” e,
conseguentemente, quello della “sfiducia”) e la teoria, a
tale riguardo, parla di “importanza dell’orologio”.
Ticket : l’accoppiata dei candidati alla
presidenza e alla vice presidenza.Turnout : è la percentuale d’affluenza alle
urne, tradizionalmente molto bassa se paragonata a quelle
europee (raramente si avvicina e, a maggior ragione, supera
il 60% degli aventi diritto al voto).
I ministri e il gabinetto
La Carta costituzionale americana denomina “funzionari
preposti ai vari dipartimenti dell’esecutivo” quelli che in
Europa vengono chiamati ministri. Nell’uso comune, poi, a
questi personaggi viene attribuito il titolo di “segretario”
(e, per esempio, il Ministro degli esteri è denominato
“Segretario di stato”).
Così come avviene per tutti gli alti funzionari di stato, la
loro nomina è di competenza del presidente e, teoricamente,
sottoposta al consenso del Senato, ma, mentre quest’ultimo
specie se dominato dal partito avverso a quello del capo
dello stato è assai fiscale nei propri controlli, quando si
tratti di nominare dirigenti o giudici federali, nella
fattispecie, trattandosi, per i ministri, di stretti
collaboratori del presidente, il consenso è quasi sempre
pacifico e l’indagine sui nomi proposti e sul loro passato
del tutto formale. (Anche se, ultimamente, tale idilliaca
situazione ha subito qualche robusto scrollone). Conseguenza
della rigida applicazione del principio della separazione
dei poteri è che la scelta avviene al di fuori del congresso
e che, nel caso, invece, si decidesse di nominare ministro
un senatore od un rappresentante questi dovrebbe
immediatamente rassegnare le proprie dimissioni dalla camera
di appartenenza.
Così come li nomina seguendo solo la propria volontà,
altrettanto facilmente il presidente può licenziare
ministri, senza alcuna giustificazione pubblica, essendo
essi responsabili solo nei suoi confronti.
Per quanto la carica di “segretario” sia di particolare
rilievo, è sempre valido quanto si evince dal famoso
episodio riguardante Abraham Lincoln il quale, in disaccordo
con tutti i membri del suo gabinetto, si trovò così a
riferire l’andamento della riunione appena conclusasi:
“Sette voti contrari, uno favorevole (il mio): la proposta è
approvata!”.
Il gabinetto ministeriale, per fare un esempio, all’epoca di
Bill Clinton, era composto da quindici membri, ma, nel corso
della storia, è arrivato ad avere anche solo cinque
componenti, ai tempi di George Washington. Oltre ai
ministri, comunque, altre strutture si sono andate creando
nel corso degli anni, tutte tese a contribuire alle fortune
del presidente ed al buon andamento del governo fornendo
all’inquilino della Casa Bianca aiuto e collaborazione. Così
abbiamo: l’Executive office, il White house office, il
Bureau of the budget, il Consiglio economico, il Consiglio
per la sicurezza nazionale e via elencando.
Le elezioni per il Congresso
Ma come si svolgono le elezioni per il Congresso? Per prima
cosa precisiamo che quest’ultimo è formato dalle due
assemblee elettive nazionali: la Camera, costituzionalmente
considerata organo rappresentativo del popolo dello stato
federale nella sua totalità, ed il Senato, espressione,
invece, dei singoli stati membri.
Partendo da questo assunto è comprensibile che la
composizione dei due rami del parlamento sia ben
differenziata. I rappresentanti (deputati, nel gergo
politico europeo) sono eletti in collegi uninominali
ripartiti in ragione del numero degli abitanti di ciascuno
stato, quale risulta dall’ultimo censimento e, ad ogni
stato, ne è garantito almeno uno. Il mandato è limitato a
due anni, il che costringe i membri della Camera ad essere
in perenne campagna elettorale, sottoposti come sono a
rinnovo sia in concomitanza con le elezioni presidenziali,
sia con quelle di “medio termine” (che si svolgono a metà
del mandato per la White House).
Gli elettori sono gli stessi per tutte e due le camere
(coloro che le leggi ritengono maggiorenni), mentre i
candidati all’ufficio di rappresentante devono avere almeno
venticinque anni, essere cittadini degli Stati Uniti da
almeno sette e risiedere, al momento del voto, nello stato
che rappresentano. Per la durata del mandato è fatto loro
divieto (e, naturalmente, anche ai senatori) di ricoprire
cariche dipendenti dal governo centrale.
I membri del Senato sono eletti in ragione di due, per
ciascuno stato e restano in carica sei anni. Essendo
cinquanta gli stati, sono, ovviamente, cento i senatori che
si riuniscono sotto la presidenza del vice presidente
federale in carica. Quanto ai rappresentanti, eleggono, di
contro, un proprio presidente chiamato “speaker”, scelto
invariabilmente nelle fila del partito di maggioranza.
I membri del Senato sono divisi in tre classi, di numero
pressoché uguale, in modo da consentirne il rinnovo per un
terzo ogni biennio. In origine, la costituzione prevedeva
che fossero designati dalle assemblee locali di ciascuno
stato. Solo a seguito dell’entrata in vigore di uno
specifico emendamento costituzionale (1913), si arrivò
all’elezione diretta.
Particolari regole prescrivono i requisiti richiesti: l’età
minima è di trent’anni, la cittadinanza deve essere
posseduta da almeno nove e la residenza nello stato che si
intende rappresentare deve sussistere al momento
dell’elezione. La votazione, fissata ogni biennio in
novembre, quindi, prevede sempre il rinnovo totale della
Camera dei rappresentanti nonché quello di un terzo del
senato.
Rapporti tra presidenza e Congresso
A seguito delle “elezioni di medio termine” del novembre
2006, sconfitti elettoralmente i repubblicani, dopo dodici
anni di predominio nell’ambito congressuale, ci si trova ad
avere un congresso in mano al partito avverso al presidente.
Ora, ci si deve chiedere se e come ciò sia possibile mentre
a Washington continua a “regnare” pur sempre il presidente
Bush.
Non è forse vero, come i media hanno sempre affermato, che
l’inquilino della Casa Bianca è, tra tutti i capi di stato,
quello con i più ampi poteri? E se così è, cosa può temere
da una maggioranza parlamentare a lui avversa? Nella realtà
storica, una situazione simile si è riproposta più volte ed
il presidente, in questi casi, veniva e viene paragonato,
immaginificamente, ad un’anitra zoppa per la sua
impossibilità di “volare” libero da ogni pastoia.
La ragione, quindi, di una eventuale, temuta ingovernabilità
può essere ricercata nella radicalizzazione estrema delle
posizioni, tale da far ritenere possibile, da una parte e
dall’altra, l’uso di tutti quei mezzi costituzionali
previsti, assai raramente usati e mai, comunque, in maniera
programmatica – che consentono al congresso di limitare
l’azione del presidente ed a quest’ultimo di bloccare
l’attività legislativa delle camere.
La costituzione americana, come è noto, preclude al
presidente la possibilità di proporre progetti di legge che,
invece, possono essere presentati solo da rappresentanti e
senatori. Peraltro, il capo dello stato ha superato, da
sempre, tale difficoltà di carattere propositivo, attraverso
il “potere di raccomandazione o di impulso”, indicando, con
messaggi ad hoc o nel Discorso sullo stato dell’unione, quei
provvedimenti che riteneva più urgenti e necessari
trovando, poi, qualche eletto pronto a far propria la sua
proposta, attraverso un progetto di legge ad essa
conseguente.
Ciò è, evidentemente, ancora possibile agli esponenti della
minoranza repubblicana, ma la maggioranza, se decisamente
schierata contro Bush, potrebbe bloccare sine die, senza
speranza, ogni sua indicazione, con un voto contrario. Nel
contempo, tra i poteri costituzionali del presidente è pur
sempre previsto quello di veto alle leggi emanate dal
congresso che egli non ritenga utili o conseguenti alla sua
linea politica.
Contro il veto, le camere possono reagire con un nuovo voto,
a maggioranza qualificata di almeno due terzi. Poiché il
partito democratico, per quanto vittorioso, non si sogna
neppure di arrivare a tale livello, ecco che ogni azione
legislativa congressuale rischia di essere in tal modo
vanificata. È così che, pur nella contrapposizione
descritta, sembra assolutamente indispensabile che le due
parti operino d’accordo, cercando e trovando un modus
vivendi che permetta al paese di superare felicemente un
periodo storico altrimenti decisamente difficile.
La Corte suprema
La Corte suprema degli USA è l’unico organo giudiziario
espressamente previsto dalla costituzione americana che,
accanto ad esso, elenca “quelle corti minori che il
congresso potrà, di tempo in tempo, creare e costituire”
(ed, ovviamente, se del caso, sopprimere, in mancanza di una
espressa garanzia costituzionale, concessa, quindi, solo
alla corte stessa).
Risulta, quindi, del tutto evidente che, nella mente dei
partecipanti alla convenzione, dalla quale trasse origine la
costituzione degli Stati Uniti, la Corte suprema doveva
essere il più alto tribunale federale cui era affidato il
compito prevalente di una uniforme applicazione del diritto
in tutti gli USA ed una funzione equilibratrice, di garanzia
del corretto andamento del meccanismo federale, ma c’è di
più, poiché un’ulteriore prerogativa spettante alla stessa
corte consiste nella cosiddetta “judicial review” e, cioè,
nel controllo di costituzionalità delle leggi, siano esse
statali o federali cosicché la Corte suprema finisce con il
cumulare, grosso modo, quelli che sono i compiti della Corte
di cassazione (inesistente negli Stati Uniti) e di quella
costituzionale.
È questa seconda la funzione privilegiata sulla quale si è
costituito il notevole potere dell’organo che è considerato
l’autentico interprete della costituzione scritta il che ha
consentito, attraverso una giurisprudenza evolutiva o
addirittura creatrice, ad un testo approvato oltre due
secoli orsono di continuare ad essere all’altezza delle
necessità.
Secondo il dettato della Carta, i giudici appartenenti alla
Corte suprema devono essere nominati (come gli alti
funzionari statali) dal presidente, con il consenso del
Senato, e, a garanzia della loro indipendenza, la stessa
legge istitutiva prevede che il nominato goda della
“inamovibilità” (è, pertanto, in carica a vita) e della
“intangibilità del trattamento economico” (l’indennizzo,
secondo per entità solo a quello del capo dello stato, non
può essere diminuito per nessuna ragione né tassato).
Pertanto, il giudice federale, al riparo da ogni possibile
influenza così del parlamento che del presidente, una volta
nominato è libero di esprimere le proprie indipendenti
valutazioni. Attualmente, il numero dei giudici è fissato in
nove, compreso il presidente.
P.S. L’importanza della Corte suprema nella vita
politico-istituzionale degli Stati Uniti non fu
storicamente, immediatamente, colta dai suoi membri e, tanto
meno, dai suoi primi presidenti. È solo con la nomina di
John Marshall, poi in carica dal 1801 al 1835, che ci si
rese conto dell’importanza dell’azione della corte.
Marshall, nominato dallo sconfitto John Adams, la mezzanotte
dell’ultimo giorno di permanenza in carica quale presidente,
fu l’esponente del movimento federalista che più incise
sulla politica americana proprio perché per trentacinque
anni a capo della Corte suprema, alla quale seppe dare
consistenza e rilievo al di là dell’immaginabile.
Dice di sé*
Mauro della Porta Raffo. Narratore
e saggista, classe 1944, svolti più o meno svogliatamente
mille diversi mestieri, ha intrapreso l’attività
giornalistica nel 1996 su sollecitazione di Giuliano
Ferrara, che lo ha ribattezzato “il Gran Pignolo” per la sua
curiosità onnivora, per la propensione alla cultura erudita
e la precisione dimostrata.
Per lo stile asciutto al servizio di un’informazione che di
una notizia premia l’originalità e l’inedito, della Porta
Raffo è collaboratore passato e presente di tutte le
principali testate nazionali (“Corriere della Sera”, “Il
Sole 24 Ore”, “La Stampa”, “Il Giornale”, “Il Foglio”,
“Panorama”, “Oggi”, “Gente”, “Capital”, “La Gazzetta dello
Sport”, “Vanity Fair”, “Il Giorno”, “Il resto del Carlino”,
“La Nazione”, “Il Tempo”, “La Provincia”, “La Prealpina”).
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NIKITA
SERGEEVICˇ KHRUSˇCˇ ËV
Gli uomini politici sono
uguali dappertutto. Promettono
di costruire ponti anche dove non
ci sono fiumi.
(Da “Conferenza
di Glen Cove (USA)”,
ottobre 1960)
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