CASA BIANCA

ELEZIONI AMERICANE?
UN VADEMECUM CI GUIDA TRA PRIMARIE
E CONVENTION


In questo speciale, un excursus sul sistema elettorale e sui leader
della più potente nazione del mondo


 

Mario della Porta Raffo*

 

Seconda parte

Il vice Presidente

La vice presidenza è carica di non poco conto, sia per ragioni costituzionali (il vice è il naturale successore del presidente in caso di morte o dimissioni e presiede di diritto il Senato, anche se vota solo in situazioni di parità), sia per motivazioni squisitamente partitiche, perché il nominativo, la provenienza politica e geografica del vice Presidente sono assai importanti per il completamento della squadra (ticket) da mettere in campo.

Anche qui, quasi tutto discende dal risultato delle primarie e dei caucus che hanno preceduto le convenzioni, perché se il candidato presidente è dotato di un buon numero di delegati la scelta in merito alla vice presidenza è praticamente di sua esclusiva competenza e può anche precedere la convention. Se, invece, la convenzione ha operato al di là e al di fuori dei risultati elettorali preliminari, la decisione sarà presa dai boss che controllano l’apparato.

In un caso come nell’altro, comunque, il candidato alla vice presidenza sarà normalmente di centro se l’aspirante presidente è collocato a destra o a sinistra dello schieramento politico; dovrà essere del sud se l’altro è del nord; dovrà rappresentare le istanze popolari se il leader è borghese o viceversa, alla ricerca del mix migliore da proporre all’elettorato.

Nella ormai lunga storia degli Stati Uniti d’America, in molte occasioni (ben otto causa mortis ed una per dimissioni) il vice è subentrato nella massima carica istituzionale e non sempre si è dimostrato all’altezza della situazione. Se ciò è avvenuto e se ben pochi dei vice presidenti si ricordano per qualcosa di rimarchevole è anche perché, difficilmente, il candidato alla presidenza accetta di mettersi accanto individui di grande personalità che ne possano oscurare la fama, preferendo normalmente figure mediocri o di scarso peso, per quanto rappresentative, di una qualche istanza, sociale o geopolitica che sia.

Nella leggenda americana il vice presidente è “colui che vive ad un battito di cuore dal potere” (ed il cuore che batte e che si può fermare è, ovviamente, quello del presidente), mentre, nella vita di tutti i giorni, la sua è “la carica più priva di potere reale degli interi Stati Uniti”.

Il terzo uomo

L’avventura elettorale del miliardario texano Ross Perot nel corso della campagna per la presidenza degli USA del 1992 (poi ripetuta con minor successo nel 1996) è stata vissuta dai giornali, dalla radio e dalla televisione e, quindi, dal grande pubblico, come qualcosa di assolutamente inedito, sorprendente ed irripetibile. (Non così, di poi, nel 2000, la candidatura del verde Ralph Nader in seguito ripropostosi autonomamente anche nel 2004).

Nella realtà, guardando alla storia delle elezioni presidenziali, in molteplici altre occasioni, fin dall’inizio, i candidati alla massima carica sono stati più di due e molti, tra questi terzi incomodi, hanno ottenuto risultati ben più brillanti di quanto abbia fatto Perot.

Tralasciando il periodo che va dalla fine del settecento ai primi dell’ottocento, quando, per la situazione politica non ben stabilizzata e per il sistema elettorale diverso, i pretendenti erano spesso addirittura quattro o cinque, e venendo al momento in cui, verso la metà dell’ottocento, si sono andati affermando i due partiti, (il democratico ed il repubblicano) tuttora egemoni, troviamo le candidature autonome dell’ex presidente Martin Van Buren, nel 1848, presentatosi in pratica come indipendente, e, nel 1856, dell’altro ex presidente Millard Fillmore.

È nel novecento, comunque, che si hanno le più grandi battaglie a tre per l’investitura popolare a partire dal 1912, anno nel quale Teodoro Roosevelt, già presidente in carica dal 1901 al 1909, decide, non avendo ottenuto la nomination dal proprio partito il repubblicano che gli preferisce il capo della Casa Bianca uscente William Taft, la fondazione di un movimento “progressista” nazionale guidando il quale consegue il massimo risultato elettorale di un “terzo uomo” di tutta la storia USA. Teodoro Roosevelt, difatti, precede di gran lunga Taft ed ottiene vittorie in parecchi stati, tanto da riportare ottantotto voti elettorali contro otto. Purtroppo per lui, come spesso accade fra due litiganti, presidente viene eletto il democratico Woodrow Wilson. Successivamente, altri buoni risultati furono ottenuti da Robert La Follette nel 1924; da J. Strom Thurmond ed Henry Wallace (addirittura un “quarto uomo”!) nel 1948; dall’ex governatore dell’Alabama George Wallace, nel 1968, e, da ultimo, dal senatore John Anderson nel 1980.

Per la precisione, La Follette ottenne tredici delegati nazionali e George Wallace ben quarantasei con quasi dieci milioni di voti concentrati, ovviamente, negli stati del sud. Sarà forse bene chiarire, a questo punto, che sempre, in ogni elezione presidenziale americana, nella realtà, i candidati sono qualche decina in rappresentanza delle più varie ideologie e tendenze. È di tutta evidenza che i risultati ai quali pervengono questi signori possono avere, al massimo, rilievo locale, stante l’evidente scarso seguito nella nazione anche in conseguenza del fatto che devono combattere contro apparati partitici nazionali sia pure non sofisticati quali quelli dei democratici e dei repubblicani.

I partiti politici nazionali e l’elettorato

Come si è già detto nel corso della trattazione, è a partire dalla seconda metà dell’ottocento che, a livello nazionale, negli Stati Uniti, si affermano, definitivamente, i due partiti tuttora dominanti.

Per cercare di comprendere le diverse istanze ideologiche che li dividono si deve, necessariamente, fare riferimento alla politica quale noi europei la conosciamo e così è possibile indicare nel partito democratico una posizione, grosso modo, di centro sinistra, più aperta alle necessità sociali, e in quello repubblicano, di centro destra, una più decisa propensione all’individualismo, alla negazione di ogni tipo di assistenzialismo, all’esaltazione delle capacità dell’individuo il più svincolato possibile da leggi e pastoie burocratiche.

Ad un osservatore poco avvertito queste potrebbero apparire, semplicemente, quali posizioni rispettivamente “progressiste” e “conservatrici”, ma nella realtà partitica americana i due concetti si accavallano, si superano, si sovrappongono e così non è difficile (specie negli stati del sud, storicamente a prevalenza democratica) trovare aderenti al partito di Clinton e Kerry fieramente conservatori, come è possibile, specie sulle due coste oceaniche, scoprire esponenti repubblicani decisamente aperti alle più moderne istanze sociali.

Fatto è che, comunque, nella battaglia presidenziale, i due movimenti cercano di presentare candidati che si collochino verso il centro dello schieramento per catturare i voti degli indecisi che sono sempre la maggioranza visto che ben pochi sono gli americani impegnati politicamente.

Quando, per ragioni contingenti, i due partiti si presentano con una squadra troppo spostata su posizioni radicali (a destra come a sinistra) vanno incontro ad una vera disfatta elettorale, come accadde ai repubblicani quando presentarono Barry Goldwater, contro Lyndon Johnson, nel 1964, ed ai democratici, con George Mac Govern, contro Richard Nixon, nel 1972.

Una considerazione di rilievo è, poi, necessaria a proposito del meccanismo elettorale perché, mentre ogni individuo maggiorenne ha diritto al voto, negli USA, perché questo diritto possa essere concretamente esercitato, ci si deve iscrivere alle “liste elettorali”, il che consente materialmente di votare (chi non si dichiara disposto, iscrivendosi, al voto, non può esercitare un diritto al quale, evidentemente, non riconosce significato).

Per inciso, al momento dell’inclusione nelle liste il cittadino può dichiararsi “democratico”, “repubblicano”’, simpatizzante di un qualsivoglia altro movimento minore o “indipendente”, la qual cosa avrà importanza, come visto, nella partecipazione al voto nel corso delle primarie “chiuse”, già trattate in precedenza. In tutta la storia delle elezioni presidenziali, ben poche volte e solo in caso di grande contrapposizione, come per esempio tra Kennedy e Nixon nel 1960 o di G. W. Bush e Kerry nel 2004, il numero degli elettori effettivamente recatisi alle urne ha superato il sessanta per cento degli aventi diritto e tale situazione, lungi dall’essere vissuta come sintomo di protesta da parte del popolo, è, invece, vista come segno di accondiscendenza e di assenso alle decisioni altrui
contro le quali non si intende protestare.

Volgendo per un attimo lo sguardo alle elezioni per la Camera e per il Senato (delle quali tratteremo ampiamente più avanti) nonché a quelle locali, si può ricordare come, a partire dall’epoca del secondo Roosevelt dal cosiddetto “New Deal” (salvo un brevissimo intermezzo nel periodo di presidenza di Eisenhower e, dopo, più lungamente, Bill Clinton “regnante”), il partito egemone nel paese sia, costantemente, risultato quello democratico, capace, a livello periferico, di raccogliere molti più suffragi.

Ciò non ha impedito ai repubblicani di aggiudicarsi a più riprese la Casa Bianca. Questo probabilmente perché il “materiale umano” offerto dal partito dell’elefante è stato frequentemente migliore e tale da indurre anche convinti democratici a votare per il candidato repubblicano (una vecchia storiella del sud fa dire ad un elettore democratico: “Se voto per il presidente repubblicano, mio nonno si gira nella tomba, ma se votassi per un senatore o uno sceriffo di quel partito ne uscirebbe!”).

L’impeachment

Ad oltre vent’anni di distanza dallo scandalo del Watergate, che costò a Richard Nixon la presidenza degli Stati Uniti d’America e lo costrinse (agosto 1974), primo ed unico, alle dimissioni dall’altissima carica per evitare l’incriminazione, ormai certa, di fronte al Congresso, si è tornati a parlare di “impeachment” a partire dal 1994 fino ad arrivare allo scandalo Lewinsky, a proposito del Presidente Bill Clinton e dei suoi, veri o presunti, problemi con la giustizia. Sarà, quindi, utile qualche precisazione in merito a questo istituto, specifico del sistema politico istituzionale americano.

L’impeachment (letteralmente: accusa, incriminazione) è una procedura costituzionale nella quale si concretizza il potere giudiziario del Congresso degli Stati Uniti. Tale procedura non è specificamente prevista solo per la presidenza del paese, ma può riguardare anche semplici funzionari federali.

L’iter processuale è il seguente: la Camera dei rappresentanti formula le accuse che devono riguardare “casi di corruzione, tradimento o altro delitto e crimine importante”. Successivamente, il Senato, a seguito di una particolare trafila, emette il suo giudizio che, se è di condanna, implica la destituzione dalla carica e l’interdizione dai pubblici uffici.

La legge prevede, più specificamente, che di fronte alla Camera vengano, prima, presentate accuse precise e che si proceda, poi, alla nomina di una speciale commissione d’inchiesta, sulla cui relazione si svolgerà la discussione in aula. Se la votazione conseguente è favorevole all’impeachment, vengono formulati i capi di accusa che sono trasmessi al Senato che “deve” procedere.

Al momento fissato per la discussione, potendo naturalmente l’accusato essere presente e difendersi, lo stesso Senato si costituisce in Alta Corte. Nel caso in cui l’imputato sia il capo dello stato, la presidenza dell’organo viene abbandonata dal vice presidente federale che, come visto, normalmente ricopre la carica e viene assunta, pro tempore, dal presidente della Corte suprema federale (ovviamente, la stessa cosa accade se l’accusato è il vice presidente stesso). La decisione finale viene presa a porte chiuse.

La procedura illustrata è resa estremamente complicata e difficile dal fatto, fondamentale, della necessità di una maggioranza di due terzi nella eventuale decisione di condanna del Senato.

Per inciso, va qui notato che in quasi tutte le costituzioni dei singoli stati dell’Unione esistono norme analoghe per l’impeachment dei politici e dei funzionari locali. Storicamente, per limitare la nostra attenzione ai casi che hanno coinvolto, prima di Clinton (che se la cavò abbastanza facilmente) in prima persona un presidente, la procedura completa è stata usata solo una volta nei confronti di Andrew Johnson, nel 1868.

In tale occasione il Senato respinse i due primi articoli di impeachment con lo scarto, rispettivamente, di uno e di due voti, sicché il processo, come vuole la legge, fu rinviato sine die ed il presidente si salvò per il rotto della cuffia. Contrariamente a quel che da più parti si ritiene, Richard Nixon non fu sottoposto a questa procedura per il Watergate perché, proprio per evitarla, si dimise ed ottenne il “perdono giudiziale presidenziale”, da parte del suo successore Gerald Ford, un mese dopo.

Breve glossario della politica americana

Caucus: “Consiglio ristretto” secondo Maldwyn Jones è uno dei sistemi con i quali vengono prescelti i candidati alla presidenza (l’altro è quello delle “primarie”). Il vocabolo, per alcuni, deriverebbe dal tardo greco “kaukos”, che significa “boccale”, e indicherebbe il fatto che le riunioni, così chiamate, si svolgevano originariamente nei saloons e nelle bettole. Sorto nei primi decenni del secolo scorso, il meccanismo in questione è tuttora vigente in alcuni stati. Il più famoso caucus è quello dell’Iowa che, tradizionalmente, inaugura la campagna elettorale in febbraio (quest’anno, in gennaio). Nella sostanza si tratta di una riunione ristretta agli attivisti del partito che in questo modo scelgono i delegati alla convenzione.

Convention: la Convenzione nazionale è il momento conclusivo verso il quale tende tutto il sistema dei caucus e delle primarie e altresì l’unico congresso dei due partiti, che, quindi, si riuniscono, al massimo livello, ogni quattro anni, in estate, per scegliere il candidato alla presidenza ed il suo vice, nonché per discutere ed approvare la “piattaforma” elettorale e cioè il programma del partito.

Dark horse: è il candidato inizialmente sconosciuto che, improvvisamente, ottiene un sorprendente successo (lo stesso Clinton, allora quasi ignoto governatore dell’Arkansas, quando nel 1992 riuscì a raggiungere imprevisti consensi nelle primarie e nei caucus di “inizio corsa”, fu definito “cavallo scuro”).

Front runner: è, invece, il candidato da battere, colui che si porta in testa alla maratona elettorale e che conduce la corsa verso la nomination.

Mid term elections: espressione che indica le elezioni che si tengono a metà del mandato presidenziale (quindi, a metà del termine). A livello nazionale riguardano tutti i rappresentanti la cui Camera si rinnova totalmente ogni due anni ed un terzo dei senatori, il cui mandato è di sei anni e che, a partire dal 1913 prima erano nominati dalle Assemblee degli stati di provenienza debbono presentarsi agli elettori, appunto, un terzo alla volta.

Nomination: è l’investitura ufficiale che un partito dà al proprio candidato alla presidenza nel corso della convention nazionale.

Platform: è il programma elettorale del movimento politico, nel quale sono espresse le sue posizioni sulle questioni più importanti in discussione nel paese.

Primaries: le “primarie” la cui origine è relativamente recente visto che furono tenute per la prima volta nel 1903 nello stato del Wisconsin sono elezioni pubbliche dei delegati alle convenzioni. A seconda degli stati e dei loro regolamenti, possono essere “aperte” (è consentito il voto non solo agli elettori del partito registrati come tali, ma anche a quelli negli altri movimenti o agli indipendenti), o “chiuse”, che sono la maggioranza, nelle quali votano solo i citati elettori del partito in questione dichiaratisi tali. La più famosa primaria resta quella del New Hampshire che è la prima in ordine di tempo nel calendario elettorale (si svolge in febbraio – nel 2000 a gennaio – subito dopo il caucus dell’Iowa).

Running mate: è il compagno prescelto dal candidato alla presidenza; in caso di vittoria sarà il vice presidente.

Term: così è definito il mandato, a termine perché quadriennale, del presidente. Tutte le cariche pubbliche elettive negli Stati Uniti sono a termine (non è previsto, quindi, per esempio, l’istituto della “fiducia” e, conseguentemente, quello della “sfiducia”) e la teoria, a tale riguardo, parla di “importanza dell’orologio”.

Ticket: l’accoppiata dei candidati alla presidenza e alla vice presidenza.

Turnout: è la percentuale d’affluenza alle urne, tradizionalmente molto bassa se paragonata a quelle europee (raramente si avvicina e, a maggior ragione, supera il 60% degli aventi diritto al voto).

I ministri e il gabinetto

La Carta costituzionale americana denomina “funzionari preposti ai vari dipartimenti dell’esecutivo” quelli che in Europa vengono chiamati ministri. Nell’uso comune, poi, a questi personaggi viene attribuito il titolo di “segretario” (e, per esempio, il Ministro degli esteri è denominato “Segretario di stato”).

Così come avviene per tutti gli alti funzionari di stato, la loro nomina è di competenza del presidente e, teoricamente, sottoposta al consenso del Senato, ma, mentre quest’ultimo specie se dominato dal partito avverso a quello del capo dello stato è assai fiscale nei propri controlli, quando si tratti di nominare dirigenti o giudici federali, nella fattispecie, trattandosi, per i ministri, di stretti collaboratori del presidente, il consenso è quasi sempre pacifico e l’indagine sui nomi proposti e sul loro passato del tutto formale. (Anche se, ultimamente, tale idilliaca situazione ha subito qualche robusto scrollone). Conseguenza della rigida applicazione del principio della separazione dei poteri è che la scelta avviene al di fuori del congresso e che, nel caso, invece, si decidesse di nominare ministro un senatore od un rappresentante questi dovrebbe immediatamente rassegnare le proprie dimissioni dalla camera di appartenenza.

Così come li nomina seguendo solo la propria volontà, altrettanto facilmente il presidente può licenziare ministri, senza alcuna giustificazione pubblica, essendo essi responsabili solo nei suoi confronti.

Per quanto la carica di “segretario” sia di particolare rilievo, è sempre valido quanto si evince dal famoso episodio riguardante Abraham Lincoln il quale, in disaccordo con tutti i membri del suo gabinetto, si trovò così a riferire l’andamento della riunione appena conclusasi: “Sette voti contrari, uno favorevole (il mio): la proposta è approvata!”.

Il gabinetto ministeriale, per fare un esempio, all’epoca di Bill Clinton, era composto da quindici membri, ma, nel corso della storia, è arrivato ad avere anche solo cinque componenti, ai tempi di George Washington. Oltre ai ministri, comunque, altre strutture si sono andate creando nel corso degli anni, tutte tese a contribuire alle fortune del presidente ed al buon andamento del governo fornendo all’inquilino della Casa Bianca aiuto e collaborazione. Così abbiamo: l’Executive office, il White house office, il Bureau of the budget, il Consiglio economico, il Consiglio per la sicurezza nazionale e via elencando.

Le elezioni per il Congresso

Ma come si svolgono le elezioni per il Congresso? Per prima cosa precisiamo che quest’ultimo è formato dalle due assemblee elettive nazionali: la Camera, costituzionalmente considerata organo rappresentativo del popolo dello stato federale nella sua totalità, ed il Senato, espressione, invece, dei singoli stati membri.

Partendo da questo assunto è comprensibile che la composizione dei due rami del parlamento sia ben differenziata. I rappresentanti (deputati, nel gergo politico europeo) sono eletti in collegi uninominali ripartiti in ragione del numero degli abitanti di ciascuno stato, quale risulta dall’ultimo censimento e, ad ogni stato, ne è garantito almeno uno. Il mandato è limitato a due anni, il che costringe i membri della Camera ad essere in perenne campagna elettorale, sottoposti come sono a rinnovo sia in concomitanza con le elezioni presidenziali, sia con quelle di “medio termine” (che si svolgono a metà del mandato per la White House).

Gli elettori sono gli stessi per tutte e due le camere (coloro che le leggi ritengono maggiorenni), mentre i candidati all’ufficio di rappresentante devono avere almeno venticinque anni, essere cittadini degli Stati Uniti da almeno sette e risiedere, al momento del voto, nello stato che rappresentano. Per la durata del mandato è fatto loro divieto (e, naturalmente, anche ai senatori) di ricoprire cariche dipendenti dal governo centrale.

I membri del Senato sono eletti in ragione di due, per ciascuno stato e restano in carica sei anni. Essendo cinquanta gli stati, sono, ovviamente, cento i senatori che si riuniscono sotto la presidenza del vice presidente federale in carica. Quanto ai rappresentanti, eleggono, di contro, un proprio presidente chiamato “speaker”, scelto invariabilmente nelle fila del partito di maggioranza.

I membri del Senato sono divisi in tre classi, di numero pressoché uguale, in modo da consentirne il rinnovo per un terzo ogni biennio. In origine, la costituzione prevedeva che fossero designati dalle assemblee locali di ciascuno stato. Solo a seguito dell’entrata in vigore di uno specifico emendamento costituzionale (1913), si arrivò all’elezione diretta.

Particolari regole prescrivono i requisiti richiesti: l’età minima è di trent’anni, la cittadinanza deve essere posseduta da almeno nove e la residenza nello stato che si intende rappresentare deve sussistere al momento dell’elezione. La votazione, fissata ogni biennio in novembre, quindi, prevede sempre il rinnovo totale della Camera dei rappresentanti nonché quello di un terzo del senato.

Rapporti tra presidenza e Congresso

A seguito delle “elezioni di medio termine” del novembre 2006, sconfitti elettoralmente i repubblicani, dopo dodici anni di predominio nell’ambito congressuale, ci si trova ad avere un congresso in mano al partito avverso al presidente. Ora, ci si deve chiedere se e come ciò sia possibile mentre a Washington continua a “regnare” pur sempre il presidente Bush.

Non è forse vero, come i media hanno sempre affermato, che l’inquilino della Casa Bianca è, tra tutti i capi di stato, quello con i più ampi poteri? E se così è, cosa può temere da una maggioranza parlamentare a lui avversa? Nella realtà storica, una situazione simile si è riproposta più volte ed il presidente, in questi casi, veniva e viene paragonato, immaginificamente, ad un’anitra zoppa per la sua impossibilità di “volare” libero da ogni pastoia.

La ragione, quindi, di una eventuale, temuta ingovernabilità può essere ricercata nella radicalizzazione estrema delle posizioni, tale da far ritenere possibile, da una parte e dall’altra, l’uso di tutti quei mezzi costituzionali previsti, assai raramente usati e mai, comunque, in maniera programmatica – che consentono al congresso di limitare l’azione del presidente ed a quest’ultimo di bloccare l’attività legislativa delle camere.

La costituzione americana, come è noto, preclude al presidente la possibilità di proporre progetti di legge che, invece, possono essere presentati solo da rappresentanti e senatori. Peraltro, il capo dello stato ha superato, da sempre, tale difficoltà di carattere propositivo, attraverso il “potere di raccomandazione o di impulso”, indicando, con messaggi ad hoc o nel Discorso sullo stato dell’unione, quei provvedimenti che riteneva più urgenti e necessari
trovando, poi, qualche eletto pronto a far propria la sua proposta, attraverso un progetto di legge ad essa conseguente.

Ciò è, evidentemente, ancora possibile agli esponenti della minoranza repubblicana, ma la maggioranza, se decisamente schierata contro Bush, potrebbe bloccare sine die, senza speranza, ogni sua indicazione, con un voto contrario. Nel contempo, tra i poteri costituzionali del presidente è pur sempre previsto quello di veto alle leggi emanate dal congresso che egli non ritenga utili o conseguenti alla sua linea politica.

Contro il veto, le camere possono reagire con un nuovo voto, a maggioranza qualificata di almeno due terzi. Poiché il partito democratico, per quanto vittorioso, non si sogna neppure di arrivare a tale livello, ecco che ogni azione legislativa congressuale rischia di essere in tal modo vanificata. È così che, pur nella contrapposizione descritta, sembra assolutamente indispensabile che le due parti operino d’accordo, cercando e trovando un modus vivendi che permetta al paese di superare felicemente un periodo storico altrimenti decisamente difficile.

La Corte suprema

La Corte suprema degli USA è l’unico organo giudiziario espressamente previsto dalla costituzione americana che, accanto ad esso, elenca “quelle corti minori che il congresso potrà, di tempo in tempo, creare e costituire” (ed, ovviamente, se del caso, sopprimere, in mancanza di una espressa garanzia costituzionale, concessa, quindi, solo alla corte stessa).

Risulta, quindi, del tutto evidente che, nella mente dei partecipanti alla convenzione, dalla quale trasse origine la costituzione degli Stati Uniti, la Corte suprema doveva essere il più alto tribunale federale cui era affidato il compito prevalente di una uniforme applicazione del diritto in tutti gli USA ed una funzione equilibratrice, di garanzia del corretto andamento del meccanismo federale, ma c’è di più, poiché un’ulteriore prerogativa spettante alla stessa corte consiste nella cosiddetta “judicial review” e, cioè, nel controllo di costituzionalità delle leggi, siano esse statali o federali cosicché la Corte suprema finisce con il cumulare, grosso modo, quelli che sono i compiti della Corte di cassazione (inesistente negli Stati Uniti) e di quella costituzionale.

È questa seconda la funzione privilegiata sulla quale si è costituito il notevole potere dell’organo che è considerato l’autentico interprete della costituzione scritta il che ha consentito, attraverso una giurisprudenza evolutiva o addirittura creatrice, ad un testo approvato oltre due secoli orsono di continuare ad essere all’altezza delle necessità.

Secondo il dettato della Carta, i giudici appartenenti alla Corte suprema devono essere nominati (come gli alti funzionari statali) dal presidente, con il consenso del Senato, e, a garanzia della loro indipendenza, la stessa legge istitutiva prevede che il nominato goda della “inamovibilità” (è, pertanto, in carica a vita) e della “intangibilità del trattamento economico” (l’indennizzo, secondo per entità solo a quello del capo dello stato, non può essere diminuito per nessuna ragione né tassato).

Pertanto, il giudice federale, al riparo da ogni possibile influenza così del parlamento che del presidente, una volta nominato è libero di esprimere le proprie indipendenti valutazioni. Attualmente, il numero dei giudici è fissato in nove, compreso il presidente.

P.S. L’importanza della Corte suprema nella vita politico-istituzionale degli Stati Uniti non fu storicamente, immediatamente, colta dai suoi membri e, tanto meno, dai suoi primi presidenti. È solo con la nomina di John Marshall, poi in carica dal 1801 al 1835, che ci si rese conto dell’importanza dell’azione della corte. Marshall, nominato dallo sconfitto John Adams, la mezzanotte dell’ultimo giorno di permanenza in carica quale presidente, fu l’esponente del movimento federalista che più incise sulla politica americana proprio perché per trentacinque anni a capo della Corte suprema, alla quale seppe dare consistenza e rilievo al di là dell’immaginabile.


Dice di sé*

Mauro della Porta Raffo. Narratore e saggista, classe 1944, svolti più o meno svogliatamente mille diversi mestieri, ha intrapreso l’attività giornalistica nel 1996 su sollecitazione di Giuliano Ferrara, che lo ha ribattezzato “il Gran Pignolo” per la sua curiosità onnivora, per la propensione alla cultura erudita e la precisione dimostrata.
Per lo stile asciutto al servizio di un’informazione che di una notizia premia l’originalità e l’inedito, della Porta Raffo è collaboratore passato e presente di tutte le principali testate nazionali (“Corriere della Sera”, “Il Sole 24 Ore”, “La Stampa”, “Il Giornale”, “Il Foglio”, “Panorama”, “Oggi”, “Gente”, “Capital”, “La Gazzetta dello Sport”, “Vanity Fair”, “Il Giorno”, “Il resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Tempo”, “La Provincia”, “La Prealpina”).






NIKITA SERGEEVICˇ KHRUSˇCˇ ËV



Gli uomini politici sono uguali dappertutto. Promettono

di costruire ponti anche dove non ci sono fiumi.

(Da “Conferenza di Glen Cove (USA)”, ottobre 1960)





 

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